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Genova e la Liguria nel
Medioevo
di Gabriella Airaldi
CAPITOLO I
Una storia a «n» dimensioni
1. Storia di Genova e storia della Liguria: convergenze e divergenze
In questo caso i fatti, sia pur
letti in sequenza ed intreccio, raccontano una storia che non dice nulla. Ma una
storia di clan e di capitali, di mobilità di uomini e di denaro, di un
internazionalismo che supera qualsiasi amor di patria ci impongono oggi una
domanda: fino a che punto è legittimo giocare con i dati che possediamo senza
porre nuove domande o vecchie domande in un modo nuovo.
In questo caso anche il gioco del potere è gioco moderno che conosciamo bene, di
partiti, di pubblici e privati interessi, di famiglie e di anonimati più o meno
silenti che, messi assieme, polverizzano comunque la sintesi. La reductio ad
unum, sia pur nell’ottica quantitativa, fallisce qui allo stesso modo in cui
è fallita la pur gloriosa storiografia erudita o positiva.
La storia dei genovesi, della loro città, della loro terra, delle loro fughe sul
mare, delle loro manovre finanziarie sfugge oggi a noi come sfuggiva allora alla
conoscenza curiosa dei contemporanei. È una storia moderna per il medioevo,
nella quale battaglie vinte o perdute, trattati, merci e mercanti possono
suggerire solo qualche riflessione. Come ha detto Braudel: «trovando i genovesi
dappertutto, li riconosci sempre per la loro diversità».
La scelta progressiva di nuovi canoni di lettura storica ha però contribuito a
chiarire il senso di una vicenda che, considerata in ogni tempo eclatante nella
sua dimensione economica internazionale, ha richiesto tempi lunghi per una
definitiva messa a punto della sua interpretazione storiografica.
In realtà l’operazione era resa difficile dall’impronta di attualità, che domina
il segmento medievale della storia genovese, e che risulta indecifrabile, se
interrogata in prospettive d’indagine vecchio stile. In mezzo secolo –
all’obbligo di questa data ci riporta soprattutto la reinterpretazione «globale»
di Roberto Lopez – con un processo d’accelerazione indubbio in questi ultimi
vent’anni, i toni chiari si sono sviluppati in un crescendo approdato ad
un’accettazione totale del «modello genovese» nella storiografia internazionale.
Una storiografia, più di quella italiana, collegabile al medioevo genovese per
alcune identità di tematiche e di fonti.
L’impatto si è venuto realizzando man mano che si procedeva verso l’aggancio di
alcuni elementi: l’evolversi delle istanze storiografiche – da un lato – nelle
quali sono emersi criteri esegetici sul piano metodologico e contenutistico in
assonanza sempre maggiore con i motivi originali di questa storia; la percezione
di poter misurare questa vicenda nel lungo periodo e nel quadro di una
spazialità massima per quei tempi; la possibilità concreta di verificarne la
«totalità» per la ricchezza di materiali. In questo panorama la rievocazione ha
assunto contorni di sempre maggior completezza, poiché nessuna disciplina è
stata considerata in funzione ausiliaria e ogni ordine di dati è stato utile nel
piano di ricerca; e perché l’indagine, costantemente condotta sulla filigrana
d’una tipologia disparata di fonti – leggibili non solo in sede locale, ma nei
confini d’un’ampia rete internazionale – ha spesso tenuto conto dello studio
delle strutture, dei modelli di comportamento e del valore del quotidiano nel
costruirsi della mentalità e del tessuto delle relazioni sociali in una
formulazione assolutamente non allineabile e non allineata alle tradizionali
proposte.
Storia di Genova e storia
di genovesi
Forse per nessun’altra «protagonista» del secondo medioevo come per
Genova è possibile fare storia dei senza nome, se si intende con questa
espressione il poter andare oltre i casi delle maggiori figure e dei clan
egemoni. In questa realtà, che scompone e ricompone dopo il Mille la propria
forma sociale per riapprodare in pieno Trecento ad un ordine rinnovato, è facile
leggere, negli atti dei notai, le biografie di persone qualsiasi, che operano in
modi nuovi per costruirsi un livello di vita accettabile. La ricerca d’un’aurea
mediocritas è condotta attraverso un sistema, in cui capitalizzare e
reinvestire significano appunto possibilità di costruirsi una propria storia
individuale; saper giostrare con il denaro, riconoscerne la stretta connessione
con altri termini culturali significa poter fare della propria condizione di
sopravvivenza, in un mondo geograficamente ed economicamente limitato, nella
giusta considerazione del totale dominio tecnico di questo strumento emergente,
una chiave di successo. Gli «altri termini culturali» sono identificabili non
solo nella rinnovata sistematica contrattuale, nella quale l’impianto di natura
societaria raccoglie forze dispari o nell’evolversi della tecnica finanziaria,
ma anche nel senso nuovo dato ad una capitalizzazione dello spazio (la scoperta
di nuove terre come monopolio di conoscenza o l’appropriazione di alcuni punti
come abbreviativi di rotte e vie di comunicazione, rilevabili ambedue
nell’esperienza cartografica) o a quella del tempo, testimoniata
dall’introduzione dell’ora nell’ambito della documentazione contrattuale; e,
soprattutto, nel rapido processo di laicizzazione dell’insegnamento e nel
tentativo di alfabetizzazione condotti a livello minimo.
L’«eroe» celebrato dalla storiografia sul medioevo genovese, l’individuo,
manifesta la sua virtus proprio in quanto sa o in quanto può legare
sempre la sua attività con quella di altri individui; e l’ampiezza delle
conseguenze di questo procedimento si rileva nell’infinità di relazioni in cui
Stato, individuo o clan si mescolano in un processo inarrestabile in cui
Compagna e societas, maone, compere e Banco di San Giorgio, Genova e «atre
Zenoe» coesistono per alcuni secoli.
La spinta iniziale a muoversi nella direzione associativa vale per tutti, nel
senso che la convergenza tra un ambiente infelice e le possibilità offerte dal
crescente rapporto col mare e col denaro obbligano al confronto con questa
mobilità di prospettive anche componenti privilegiate per nascita. Non
casualmente nella fase iniziale di questa storia si possono tracciare profili di
fortune emergenti o declinanti, come più tardi, per gli stessi motivi e con gli
stessi elementi, si assiste invece alla fissazione di canoni di «fortuna»
sociale.
Certo non tutti coloro che son definiti ianuenses o tutti coloro che
qui pro Ianuensibus distringuntur sono coinvolti direttamente in questo
processo. Ma se buona parte della regione ligure mantiene una sua economia
agraria di sussistenza, è altrettanto vero che la mobilizzazione economica della
vita costiera induce movimenti riflessi nell’immediato arrière-pays ed un
effetto onda, che si allarga in cerchi sempre più ampi oltre i prossimi confini.
L’indirizzo di politica economica genovese, obbligato ad una linea di difesa
della libertà dei mari e del sistema di vie di comunicazione posto in essere,
impone alla società locale la necessità di vincolarsi gradualmente alla trinomia
genovese-mercante-marinaio.
Ma non solo: fino al Mille la storia genovese si è mossa sulla scia di rapporti
di forza misurati da altre potenze; rapporti che ora, con il suo emergere come
forza trainante, vengono ribaltati, come testimonia la serie degli atti politici
e dei comportamenti economici. Sia vicende contigue, come la fondazione di
Alessandria o la valorizzazione di Chiavari, sia questioni lontane, come gli
stanziamenti nel Mar Nero, avviano processi di reimpianto economico che vanno
ben oltre i limiti di pure e semplici relazioni commerciali e investono temi di
valorizzazione di colture a carattere specialistico o mutamenti d’impiego
d’energie umane. In dimensione anche più vasta – ma anche questo è solo un
esempio – l’impegno che le forze occidentali pongono, prima, nell’accettare
contributi genovesi di natura tecnica e finanziaria e, poi, nell’incentivare il
loro potenziale interno è dovuto in gran parte all’esigenza d’una superiorità
che, per essere politico-militare, deve prima essere tecnica.
La prospettiva storiografica con «camera fissa» su Genova sembra dunque
rivelarsi strumento conoscitivo valido per tutto il complesso della storia
bassomedievale, soprattutto di quella mediterranea. Se infatti in quell’ambito i
genovesi non sono certo stati l’unica forza presente, essi vi hanno però
realizzato, in senso spaziale, la più ampia rete di sedi rappresentative. Senza
contare che il loro «medioevo marittimo» inizia – come oggi si sa – ben prima
della Crociata.
Per paradossale che possa sembrare, l’occasione di venire a contatto con le
storie minori, che costituiscono il palcoscenico giusto della storia genovese, è
offerta e garantita nel tempo da un fenomeno costante, sul quale si è molto
discusso senza grandi ragioni: e cioè da un’apparente assenza dello Stato (o
forse meglio d’un apparato statale ben funzionante in tutte le sue parti), il
quale, nella sua permanente condizione di adattamento, rispecchia, poi, la
sostanza d’un processo in cui si registra qualche tentativo d’allargamento della
base sociale. In una sede in cui il denaro costituisce la risorsa emergente e la
competenza nel gestirlo ne fa il primo, se non l’unico, elemento valutabile
nella scala socio-politica; in cui il mare non rappresenta sempre lo specchio
esatto – o almeno non nei primi secoli – della società di terra, e non è solo
via di professionalità, ma per lo più chiave di apertura verso altri mondi, e
dove non si realizza mai in modo continuato un regime politico di natura
autoritaria, il tema assume una rilevanza particolare. Gli indizi forniti dalla
documentazione provano che la spinta al mutamento di condizioni investe tutti i
gradi della società; e che, al di là d’un’operazione di natura statistica,
difficilmente applicabile per quell’età, è comunque ben percepibile l’esistenza
d’una tendenza generale al risparmio e alla riconversione in investimenti anche
di mediocre entità. Qualora quest’operazione non riesca, in un sistema
statualmente e socialmente rigido essa comporta l’emarginazione assoluta; al
contrario, un sistema fragile, anche se non può impedire che l’emarginazione
avvenga, certo ne attenua i rigori, che invece si faranno sentire man mano che
il sistema diventerà meno elastico: in questo senso la parabola discendente
seguita in ambito sociale dalla componente marinara è un indubbio esempio.
Per questa sua natura mobile, per questa indecifrabilità di rapporti tra «Stato»
e individui, è forse più opportuno definire questa una storia di genovesi
piuttosto che una storia di Genova, in quanto la variabilità del termine meglio
si collega ad un respiro geografico ed istituzionale così mutevole sia negli
spazi locali che in quelli internazionali. D’altronde è nella politica dell’hic
et nunc, nel farsi e disfarsi di situazioni, uffici, magistrature, nel
mutare di rapporti con etnie differenti in varie sedi che consistono la tenuta
di questo organismo, il suo aggiustamento nel tempo e dunque il protrarsi delle
fortune genovesi. È logico, quindi, che in questa prospettiva perdano valore
motivi storiografici standard – la conflittualità tra Papato e Impero, la
contrapposizione guelfo-ghibellina – e si annullino i tentativi ostinati di
ricerca di schematismi e definizioni. La scelta del mare come supporto primo ed
unico alla costruzione d’uno Stato, che sul piano territoriale resta sempre
discontinuo, mobilizza tutto il corso di questa vicenda, poiché impedisce di
fissare il modello dell’interprete di questa realtà nuova – l’uomo d’affari –
sul quale peraltro verrà ricostruendosi la piramide sociale.
Costanti della storia
genovese
Gli spazi di operatività sono caratterizzati da un persistente modulo
espansionistico, secondo il quale, muovendo da un’iniziale misura tirrenica, la
storia genovese procede in una sorta di bipolarità focale dall’Oriente fino
all’Atlantico e nel quale la soluzione finale della conversione degli interessi
verso Occidente è tenuta in conto fin dall’inizio. Nell’ambito di quest’itinerario
misto, a tendenza occidentalizzante, si realizza un’altra costante
«programmatica»: la serie di mutamenti e di adattamenti operati gradualmente sul
piano tecnico-culturale e maturati nell’ambito della «rivoluzione commerciale»
all’insegna della più assoluta riservatezza, nella logica d’una politica che
lascia quasi tutto lo spazio all’iniziativa privata.
Il segreto è il leitmotiv dell’interpretazione che i genovesi danno ad
una possibile lunga durata della loro storia, secondo un canone che muove dalla
spedizione vivaldiana all’impresa di Colombo, dove il raggiungimento del
risultato oltreoceanico riproduce la totalità di secoli di esperienza: la
politica tenace dell’apertura di mercati, il rischio negli investimenti e
l’impiego d’una tradizione di tecnica e di cultura, che va dalla galea
alla navis, dall’ammodernamento della prassi documentaria alle nuove
forme creditizie, al mutamento concettuale dei termini spazio-temporali. Tutte
cose note, nelle quali poco importa il rilievo che può essere dato a priorità
d’una o d’altra provenienza, ma che, tuttavia, solo in questa particolare
vicenda genovese realizzano una convergenza totale. Il segreto spiega la ragione
di molti successi genovesi; successi che, di per sé, non possono fondarsi né su
una saldezza statuale, né su una struttura territorialmente costituita o
facilmente dominabile, né su un’ampia popolazione. Forse è meglio guardare alla
strategia genovese come ad una strategia di difesa piuttosto che di offesa, e
rivedere in questa chiave alcuni dei problemi di storia politico-militare di
quei tempi. E così in questa luce possono spiegarsi alcune assenze «culturali»:
per esempio, quella dei libri di mercatura, in una sede a rigore «creativa» come
dovrebbe essere quella genovese.
Il passo veneziano e quello fiorentino rivelano altra fisionomia e solo
parzialmente consentono di accertare sintonie.
Nell’ambito dei comportamenti diplomatici, una politica del doppio binario, una
strategia dell’attenzione, applicate dai genovesi in rapporto ad un loro
indirizzo di libero movimento per terra e per mare, costituiscono un’altra
struttura della loro storia. Da un lato, sul piano locale, si attua la
costruzione del supporto regionale (nel quale procedere con un criterio di
uniformità paritetica si rivelerebbe inutile, in quanto si tratta di aree
sterili sul piano economico e di difficile mantenimento sul piano militare) per
quel tanto che basta a salvaguardare la scioltezza dei collegamenti tra la
navigazione per pelagus, il cabotaggio e le vie per l’interno. Savona,
quindi, può continuare la sua azione di ostacolo purché sussista per Genova
l’opportunità di mantenere vitali appoggi in zone nevralgiche – Portovenere,
Alessandria o Chiavari – che consentano la formazione di possibilità alternative
di movimento.
Allo stesso modo, nell’ambito delle relazioni internazionali, la politica
d’equilibrio esercitata in varie forme tra blocchi contrapposti (forze comunali
e feudali nell’immediata e problematica vicinanza ligure e provenzale, cristiani
e Islam fin da tempi precedenti la prima crociata e poi per tutto il medioevo)
nasce da un atteggiamento spiegabile nell’ambito d’una geografia del tutto
particolare. È un atteggiamento opposto a quello della fidelitas veneta
allo schema latino-occidentale, a sua volta motivata da ben precise ragioni
geografiche e politiche. E non è escluso che questa programmatica incostanza
giochi un suo ruolo nel far sì che nella tradizione scritta del tempo, come poi
nella storiografia, rifulga il mito di una grandezza veneziana, mentre quello
genovese resta nell’ombra, difficile com’è da ricostruire, sfuggente perché
ideologicamente discontinua e inafferrabile.
La prevalenza del fattore internazionale sull’andamento della politica cittadina
implica in questo caso anche una reinterpretazione della storia locale, che
difficilmente può esser dissociata dall’eventualità esterna; nessun organismo
centralizzato riuscirebbe a dominare in tutte le sue parti con la stessa mano il
panorama globale. Questa considerazione va tenuta presente indipendentemente dal
fatto che l’«impero» genovese abbia un suo carattere di gemmazione mista di
strutture differenziate. I compromessi, a cui facilmente si piegano organi
dirigenti in sede esterna e che talvolta li trovano in apparente contraddizione
con la madrepatria, la fioritura e la sfioritura di magistrature, di nome e non
sempre di fatto consorelle delle genovesi, costituiscono la miglior prova che
davvero esistono le «atre Zenoe»: strutture che ogni volta si costruiscono
uguali e diverse perché l’insediamento genovese si colora ogni volta di accenti
differenti, sicché il discorso, che, in linea di fondo, rivela la sua
continuità, si presenta con accenti particolari e come tale deve essere studiato
quando si voglia aggiungere un tassello in più ad uno spaccato particolare di
questa composizione.
Siano o no di diretto dominio, gl’insediamenti hanno un loro sostanziale valore
come centro d’investimenti, al quale si lega spesso, ma con sfumature diverse a
seconda del luogo, quell’idea di monopolio che anche fa parte del progetto
economico genovese. Ed è monopolio di alcune tecniche – comprese quelle
finanziarie – più che monopolio di uomini e di terre; monopolio di alcune vie
marittime o di alcune merci pregiate. In questa prospettiva si studiano nuovi
sistemi, nuove strade e, dopo lunghe lotte, si arriva ad una sorta di divisione
di zone d’influenza con Venezia. Torna qui a farsi vivo il principio
dell’associazione e della ripartizione delle forze e dei capitali: ciò che, nel
campo sociale, arriva a proporre il protrarsi d’una struttura familiare a
carattere clanico e, nel settore economico, induce alla individuazione
progressiva di uno sfruttamento specialistico delle aree, in base al quale, nel
Quattrocento, la penisola iberica sembra offrire spazio a interessi commerciali
e finanziari, mentre l’area francese si presenta come più redditizia per gli
investimenti in operazioni finanziarie.
L’esiguità numerica dei genovesi in rapporto alle altre etnie in sedi così
lontane impedisce per lo più l’attuazione d’una politica di forza (eccezione può
esser fatta per Chio e forse anche per Lesbo, esperienze più avvicinabili agli
schemi di un tradizionale colonialismo). Oltre a seguire talvolta indirizzi
politici divergenti da quelli della madrepatria, i «coloniali» scelgono, a
seconda delle esigenze della sede, un gruppo su cui appoggiarsi, il quale viene
per solito agganciato in qualche modo dal punto di vista economico e dal punto
di vista sociale (armeni, greci, tartari sono assimilati in differenti modi a
Caffa e Chio), in una tolleranza civile, economica e religiosa che è la
conseguenza di rispetto necessario, e non tanto, invece, una questione di
apertura mentale.
Quest’organica disorganicità da un lato conduce senza troppe scosse
l’amministrazione coloniale nell’ambito del Banco di San Giorgio, l’unica
istituzione che, per la genuina struttura finanziaria privata, riveli una
costante saldezza; dall’altro spiega come ci si trovi di fronte ad un’altra
assenza caratteristica: la discontinuità e la rarefatta presenza della normativa
perfino in quel settore più intrinsecamente congeniale all’esperienza genovese,
che è rappresentato dall’attività marittima. Ma in questa dimensione, così
imprecisabile in durata ed estensione, e nella differenziazione problematica tra
situazioni compresenti nello stesso tessuto amministrativo, è ovvio che, in
luogo della legge, diventi più naturale l’uso del decreto, che nella sua
rapidità di emissione e nella velocità di esecuzione meglio si presta ad un
collegamento con i problemi reali.
Anche in questo caso però siamo di fronte ad un esempio che, come già per quello
dei libri di mercatura, si rivela come una lacuna nel campo della cultura
scritta e che, insieme con la scarsa presenza di produzione libraria, di
biblioteche aggiornate o di umanisti, sembra avallare l’idea di scarsa
sensibilità culturale; oppure, come ancora recentemente è stato sostenuto, sulla
scia dell’interpretazione, non del tutto esatta, di espressioni raccolte in atti
notarili, sembra attestare la presenza di una cultura «mercantile». Questa
indicazione va invece collegata, per l’epoca in cui appare, all’impianto pratico
d’un tentativo di alfabetizzazione in assonanza con le esigenze proprie dei
tempi nuovi. Nel valore precocemente riattribuito a scrittura e documento e,
insieme, nella volontà d’allargamento dell’istruzione, rilevabile
nell’anticipata presenza di scuole legate a figure di notai, si manifesta il
tentativo di accordarsi alla positività del nuovo processo economico. È ben
chiara l’accentuazione «umanistica», percepibile nella volontà di curare la
formazione primaria dell’individuo: e ciò avviene appunto tramite l’estensione
progressiva dell’elemento grafico, al quale un mondo, dove chi professa attività
di redazione e di documentazione gode di prestigio e di potere, non può non
riconoscere totale fiducia.
Ma è anche evidente che tutto ciò non distrae questa comunità dal suo obiettivo
primario, che è quello ovvio della costruzione d’un livello intermedio di vita,
per il quale non è indispensabile cancellare (ma semmai invece qualche volta è
utile potenziare) precedenti esperienze di visualizzazione diretta, di
trasmissione orale e di apprendistato, che costituiscono l’altro aspetto
importante di una cultura medievale correttamente intesa. È forse questo slancio
pragmatico ciò che attenua e delimita in qualche modo il contributo, che
tradizionalmente offrono in altre sedi, in cultura, enti ecclesiastici e
monastici. Qui, anche per queste istituzioni, le angolazioni di studio vanno
scelte in modo appropriato: ed è inutile cercare rilevanti apporti dove invece
possono cogliersi più vivaci testimonianze in motivi collegabili non casualmente
a questioni di carattere politico ed economico.
L’umanesimo praticamente vissuto e l’individualismo imperante richiederebbero
infine, per risolversi nell’elogio teorico, un rafforzamento di forme politiche
e, di fatto, un irrigidimento delle strutture: intellettuali ambiziosi, fautori
di classiche letture e celebratori di regimi crescono piuttosto all’ombra
tranquilla dell’assolutismo. Esistono invece in questa sede una spiccata
gestione clanica della cosa pubblica e la costanza d’un elemento partecipativo e
societario, nei quali si stempera alla lunga persino il gioco di fazione e nei
quali fallisce costantemente qualsiasi piano che invochi la continuità d’un
sistema politico di carattere dispotico.
Si potrebbe dire, con Wittfogel, che lo Stato non si assolutizza perché «una
proprietà forte si sviluppa in un sistema che risulta così bilanciato da
consentire ai proprietari di disporre dei loro oggetti con la massima libertà. È
dall’esistenza di contropoteri o di alleanze di poteri che emerge infatti il
principio di rottura dei dispotismi». Questo bilanciamento di forze si coglie
perfettamente in tutte le manifestazioni di quella che diventa una mentalità in
cerca di contrattazione, non solo nell’ambito pubblico, ma nella sfera più
segreta della vita, dove matrimonio e prole, legittima o no, sono interpretati
secondo un’idea della famiglia intesa come un’impresa.
Dunque una storia, il cui andamento complessivo va esaminato nello sviluppo
delle linee di tendenza dei diversi settori nel senso della durata, perché nel
suo evolversi difficilmente autorizza discorsi di sintesi orizzontale, e solo
nel lungo periodo o nella stretta analisi fattuale consente che se ne colgano i
caratteri originali o il disegno parziale.
È d’obbligo fare a meno di tornare sempre sui luoghi comuni d’una storia
mediterranea fine a se stessa: nella quale, invece, tanto il mare quanto la
vicenda genovese devono essere intesi, come in realtà furono, nodi di
trasmissione di sapere e di moduli di vita in bilico tra un vecchio e un nuovo
mondo e tra mondi diversi. Produttrice a suo modo di cultura, la società
medievale genovese, nell’iterazione forzata del risicum fortune et maris,
ha in qualche misura collaborato alla serie di azioni che hanno spostato
progressivamente verso occidente l’asse della storia: attraverso l’itinerario
che lega Guglielmo Embriaco all’evento colombiano, simbolo totalizzante e
conclusivo d’una serie di esperienze mediterranee, l’Occidente europeo rivela,
nel ruolo di questa sua componente, l’acquisizione dinamica d’una sua propria
civiltà.
Verso una storiografia
ligure sulla scia della «nouvelle histoire»
La nouvelle histoire, ridefinita da Fernand Braudel tra gli anni
Cinquanta e Sessanta, maturava sulla coscienza dei diversi ritmi che la storia
ha nel suo farsi e che, quindi, in valenza diversa, debbono ogni volta
considerarsi.
Ma più che la vittoria della lunga durata (o dell’indagine sulle strutture),
sull’histoire évenémentielle o sulla storia economica, ciclica e
congiunturale – anche se questa fu la parte più rivoluzionaria – l’idea
insisteva su quel che già Lucien Febvre e Marc Bloch avevano indicato come la
tela di fondo, lo scenario di civiltà, dove un anno, un giorno, un uomo, un
fatto dovevano comunque sempre esser riassorbiti, senza cadere nell’astrazione e
con una grande attenzione all’ambiente.
Implicitamente ne veniva – e ciò fu sempre più chiaro ad ogni ripresa del
discorso – la necessità di ridiscutere sul periodizzamento, o, meglio, sui
periodizzamenti, sulla distinzione di aree culturali; e, soprattutto, su una
riorganizzazione delle scienze, che, oltre ai contenuti, riconsiderasse metodi e
tecniche, scelti ed applicati opportunamente momento per momento, luogo per
luogo, ritmo per ritmo in un’interdisciplinarietà non sempre obbligata, ma
spesso utile e aperta ai più vari apporti, in quanto espressione viva della
globalità dei fenomeni.
Fu allora una rivoluzione – che oggi fa parte delle nostre radici – destinata a
segnare forme e metodi della conoscenza storica, a rimodellare il ruolo dello
storico, arricchendolo di attributi tradizionalmente non suoi, cosicché spesso
la sola stretta specializzazione di metodi e fini ne resta l’impronta
qualificante.
Se tutto questo ebbe allora un senso sul piano internazionale, e lo ha tuttora,
se non altro per l’impulso alla discussione continua, il suo riflesso
nell’Italia degli anni Trenta-Sessanta fu abbastanza ridotto; e, fatte salve le
debite eccezioni, quasi nullo fino a tempi recenti.
Siano stati i motivi contingenti dell’epoca, il grosso bagaglio
filologico-erudito, il materialismo storico, lo storicismo crociano, fatto sta
che, nel complesso degli studi, questo genere di spinte ebbe poca presa. Tra la
Santa Romana Repubblica, che Falco pubblicò nel 1942 e i pirenniani studi
su Mahomet et Charlemagne o sulla cultura del mercante, l’abisso è
notevole; e, comunque, l’influenza della prima in campo storico fu,
nell’immediato, assai superiore a quella del secondo, riservata eventualmente
alla comprensione degli storici dell’economia, un settore che pareva ancora a
sé, così come lo era quello dell’archeologia.
La storiografia italiana non era seconda a nessuna, ma era ancorata a precisi
binari. E su tali binari sembrava voler continuare a muoversi, se ancora alla
fine degli anni Sessanta nei panorami storiografici presentati a convegni, si
ribatteva sulla necessità di una geografia per la storia, e di una storia degli
insediamenti; e, lamentando peccati di settorialità e astrazione, si
sottolineava l’obbligo di verificare l’esatto concetto e la funzione
dell’archeologia, come sussidio integrante la conoscenza storica, facendo voti
perché la ricerca archeologica, fondamentale per il medioevo e già così viva tra
polacchi, francesi, inglesi, tale divenisse anche in Italia.
Arrivati agli anni Ottanta, di queste lamentele non c’è più eco; e,
nell’allineamento a suggestioni, impulsi e anche modelli altrove provati o
applicati, perfino si dimentica qualche volta che la rimeditazione del passato
non consente inganni.
Nel 1933 escono i lavori di due giovani studiosi: l’uno è il
Benedetto Zaccaria
di Roberto Lopez, un libro innovante per metodi e contenuti in un’epoca in cui
il grande Falco sottolineava «le difficoltà quasi insuperabili... di una storia
mediterranea nel medioevo.., perché a dispetto di tutti i più sottili
accorgimenti sarà impossibile compendiare tre storie giustapposte» (pensava alla
romana, all’araba, alla bizantina). L’altro è la Topografia storica dell’Ingaunia
nell’Antichità di Nino Lamboglia, di cui il Formentini scriveva che l’autore
toccava «con ottimi criteri metodologici vari problemi generali attinenti alla
demografia ligure nell’antichità, all’ordinamento giuridico territoriale del
pago e della pieve, alla continuità degli ordinamenti preistorici nelle
posteriori aggregazioni romane e altomedievali...».
Ambedue gli studiosi avevano lavorato in modo nuovo, l’uno su fonti
prevalentemente notarili, l’altro direttamente sul terreno, intrecciando i loro
risultati con gli apporti di fonti diverse, tutte ugualmente vagliate e inserite
in un contesto ampio per limiti spazio-temporali.
L’uno, basandosi sulle vicende genovesi, con materiali e cronologie corrette,
ricreava il periodizzamento d’una civiltà a sé stante nel panorama d’un medioevo
mediterraneo non inaccessibile. E più tardi, attraverso un insuperato affresco
della storia delle colonie genovesi del Mediterraneo, avrebbe ristrutturato,
sulla chiave della «rivoluzione commerciale», la nascita dell’Europa.
L’altro, attraverso un’interdisciplinarietà filtrata di volta in volta
criticamente, partendo dalla protostoria, e facendo perno sostanzialmente
sull’idea d’una archeologia usata come strumento conoscitivo sopracronologico,
veniva dipingendo e approfondendo l’immagine d’una Liguria da intendersi come
area di civiltà dall’Arno all’Ebro fin oltre la Padania, interpretabile solo sul
lungo periodo e con tecniche di volta in volta appropriate. Aprendosi a
collaborazioni straniere, surrogando i metodi necessari con l’applicazione di
tecniche nuove di scavo, arrivando a lanciare in Italia l’archeologia
sottomarina, ribaltava tutta una serie di cronologie, ristabiliva «un orizzonte
aperto» ad una civiltà originale che andava ben oltre l’odierna Liguria,
«piccolo ritaglio, in verità, di quella antica».
Ricostruiva modelli di microstoria regionale sempre diversamente ritmati,
proprio applicando ogni volta il metodo che, più tardi, Roberto Lopez avrebbe
indicato a chi volesse occuparsi di storia: «macrostoria con microstoria per
materia prima: cioè idee larghe e suggestive, esempi e modelli stretti e
precisi», e sempre muovendosi nel senso della continuità storica e delle novità
tecniche. Sicché in ogni suo lavoro nulla resta «scintilla senza bagliore», e da
tutto emerge una Liguria che, «esaminata come un palinsesto, viene fuori come un
libro aperto».
Dunque la Liguria, regione periferica per tradizione alla storia e alla
storiografia italiana, esprimeva allora precoci esperienze, di cui sarebbe
andata famosa sul piano internazionale e si caratterizzava a sua volta con una
storia di lunga durata coincidente solo per alcuni aspetti con la vicenda
genovese.
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