Genova per chi
Scenari per una città da globalizzare
 
di Enrico Pedemonte e Vincenzo Tagliasco
 

Prefazione

Genova vista dal satellite

È sempre difficile fare previsioni, specie sul futuro
Niels Bohr

C’è un software di Google che permette di vedere il pianeta Terra dall’alto. Ci si posiziona su un punto qualsiasi del globo, poi si muove il cursore. Se è un ligure ad avere il mouse in mano, potete essere certi che si muoverà alla ricerca del Mediterraneo, che dall’alto è simile a un laghetto: quando si avvista la penisola iberica ci si sposta un po’ sulla destra, si risale lungo il Tirreno e lassù, in cima, ecco la curva della Liguria, inconfondibile.
La Liguria e Genova possono essere capite solo se le guardi dall’alto. Da lì intuisci molte cose. Ci sono solo monti, un’incredibile quantità di alberi, di aree verdi e mare. Sul sito di Google sono necessarie ardite zoomate per vedere le città, perché le case sono tutte addensate lungo la costa, come se fossero un’unica città lunga 200 chilometri, larga raramente un paio di chilometri, più spesso poche centinaia di metri, talvolta lo spazio di due case. Una lunga striscia schiacciata tra verdi monti e un’azzurra distesa d’acqua.
Qua e là, sbirciando la regione dal satellite, si vedono geometriche invasioni della terra nel mare: sono le grandi infrastrutture portuali. Anche i nastri autostradali, che la retorica ambientalista ama definire come lunghe lacerazioni inferte al territorio, sono un segno inconfondibile, una lunga linea nera che collega Ventimiglia a La Spezia.
Un frettoloso osservatore extraterrestre che non avesse il tempo di esplorare il territorio farebbe un resoconto sommario puntando su pochi elementi descrittivi: un’infinità di piccoli insediamenti cellulari (case e palazzi) senza soluzione di continuità, grandi opere infrastrutturali di tipo portuale, naturali vie di collegamento lungo la costa (una strada, un’autostrada, una ferrovia) con alcuni collegamenti autostradali e ferroviari verso il Nord. Un osservatore attento noterebbe invece una cosa che salta all’occhio: quelle strade scure che partono dalla città al centro della regione e vanno verso Nord sono la linea più breve per raggiungere le pianure che ci sono oltre le montagne.
Ma probabilmente un osservatore inesperto farebbe qualche confusione. Per esempio potrebbe pensare che i vasti piazzali degli stabilimenti siderurgici sul mare siano superfici aeroportuali; e che alcune aree industriali dell’entroterra siano zone adibite allo stoccaggio delle merci provenienti dal mare. Certo, sarebbe stato più logico, ma la storia non l’hanno scritta i matematici.
D’altra parte, mettetevi nei panni di un alieno che abbia osservato pazientemente le modificazioni del territorio ligure negli ultimi 150 anni. Ne avrebbe visti di cambiamenti, e certo non sarebbe stato facile spiegarli.
È a partire dall’Ottocento che Genova comincia a espandersi al di là delle mura costruite a ridosso del porto, scalfendo le pendici delle colline. A quell’epoca i ceti emergenti pretendono migliori condizioni igieniche e vogliono guadagnarsi la vista del mare. Ma l’espansione continua per decenni, alimentata da nuovi ceti sociali che vogliono certificare la loro appartenenza alla classe media. La struttura urbana che così si determina rispecchia – nei suoi strati giustapposti per adiacenza espansiva – l’avvento delle fasi mature della Rivoluzione Industriale.
Le case costruite sui fianchi delle colline negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, che oggi provocano ansia per la loro inaccessibilità e la scarsità di parcheggi, erano in quegli anni un traguardo di mobilità sociale. E alcune caratteristiche della qualità di vita raggiunta in quegli anni rimangono valide tuttora: la vista del mare, il silenzio della notte, l’aria più tersa e libera dalle polveri che si depositano nella città bassa. A quell’epoca, si trattava di conquistare stanze più grandi con i servizi igienici in casa e i pavimenti “lucidati a piombo”.
Nessun orpello, nessuna aspirazione al consumismo: pareti solide, panorami da capogiro, sogni di cui sono intrise le canzoni dialettali. In talune circostanze la qualità delle abitazioni che sorgevano in quegli anni di sviluppo vorticoso era così scadente che architetti, ingegneri e politici dicevano che si trattava di “case provvisorie”, costruite per superare l’emergenza abitativa creata da un’industria che aveva bisogno di sempre nuovo personale.
«Devono durare solo cinquant’anni. D’altra parte, è quello che accade negli Stati Uniti» era la frase rassicurante che si ripeteva a quanti temevano il definitivo imbarbarimento del territorio. Ma gli impresari, strizzando l’occhio, rassicuravano i compratori che quelle case sarebbero durate come quelle del centro storico, fiduciosi nei nuovi materiali, nel cemento, nei tondini di ferro e nei tubi Innocenti.
Effettivamente, anche se la scadenza dei cinquant’anni si avvicina, quei palazzi non danno segni vistosi di decadenza. La storia insegna che sono state talvolta le colline e i terreni a ribellarsi, mentre gli edifici sono rimasti tranquillamente in piedi e non hanno fatto storie.
Certo, le case si sono moltiplicate una accanto all’altra, sulle colline della città, come in un’unica colata di cemento che ricopre tutto, senza lasciare spazio al verde, come se gli alberi fossero un nemico da combattere, un estraneo da emarginare al di fuori del perimetro della città, verso l’entroterra.
E mentre le case conquistavano le colline, nel corso del Novecento le aree del Ponente si riempivano di enormi parallelepipedi di cemento che emettevano nuvole di diversi colori, dal bianco all’azzurro, dal rosso all’arancio. La città è stata circondata da quelle nuvole artificiali per oltre cinquant’anni.
Ma a un certo punto il panorama è cambiato. Ci sono voluti almeno 15 anni perché la tendenza in atto si manifestasse in tutta la sua portata. Ma siccome la storia è fatta di date, per comodità possiamo fissare il 1992 come anno chiave del cambiamento.
Che cosa vedono i nostri amici osservatori dal cielo, a partire dal 1992? Quell’anno si ha la percezione netta di un grande fervore di iniziative. Le fabbriche viste dall’alto non sbuffano più, non emettono più quelle nuvole colorate. Al loro posto nascono grandi cubi e parallelepipedi di cemento in cui si distribuiscono oggetti a migliaia di persone, soprattutto giovani che accorrono per avere ciascuno le sue merci.
Certo è difficile, osservando la realtà dal cielo, capire l’evoluzione della cultura, la trasformazione delle ideologie, la mutazione dei desideri collettivi. Ma qualcosa cambia, in quegli anni, perché le ciminiere non si spengono solo nel ponente genovese, ma in centinaia di altre località del continente europeo e nordamericano, e si riaccendono molto più numerose altrove, molto lontano, nel continente asiatico. È una mutazione globale che ovunque fa nascere inquietudini, sollecita domande, pone rompicapi di difficile soluzione.
Accade anche a Genova, naturalmente. Osservando le ciminiere che si spengono, i centri commerciali che si moltiplicano e il porto che riacquista traffici ci si chiede quale territorio emergerà. Quante persone può mantenere una regione che sembra asfissiare per la mancanza di spazio, stretta tra i monti e il mare, se affida tutte le proprie speranze all’essere una regione di transito? Può risultare sufficiente il solo vantaggio competitivo territoriale per soddisfare le variegate esigenze di una popolazione? Guardando il territorio dall’alto, sembra quasi uno scherzo dire che gran parte del futuro di questa regione geografica è affidato a quelle poche strade, a quelle esili ferrovie che vanno verso Nord. Possibile?
Certo, il territorio è destinato a cambiare ancora. Nuove grandi opere infrastrutturali sono previste per favorire il transito delle merci e la conseguente generazione di ricchezza. Ma quali lavoratori saranno ingaggiati per costruire queste opere? E poi, quando saranno ultimate, quali saranno i profili professionali necessari per mandare avanti il porto finalmente più competitivo? Chi si arricchirà e chi trarrà un reddito da queste nuove attività economiche?
Progettare il futuro di un territorio tracciando linee su una mappa geografica è un’attività complessa. Sembrano solo segni su un foglio, ma in realtà quelle linee prefigurano l’avvenire di centinaia di migliaia di persone, il futuro di intere generazioni. Genova e la Liguria stanno cambiando rapidamente e in modo radicale, ma verso quale direzione?
Nel luglio 2005 il Sindaco di Genova, Giuseppe Pericu, ha evidenziato la simbolica contemporaneità di due eventi: la chiusura dell’altoforno delle acciaierie e la nascita ufficiale dell’operazione Erzelli che prevede la nascita di un polo high tech nel cuore della Genova industriale: nuove società a tecnologia avanzata e la facoltà di Ingegneria dovrebbero sorgere dove oggi giacciono accatastati migliaia di container. Si tratta della transizione tra due epoche, ha sottolineato il Sindaco: è come se il passato consegnasse il testimone al futuro.
L’operazione Erzelli non è solitaria.
Ma quando il Sindaco di Genova accenna ai grandi lavori infrastrutturali – non solo il Terzo Valico, ma quello del Turchino, e poi la sistemazione del Bisagno, la metropolitana da De Ferrari a Brignole – non nasconde il problema di coloro che materialmente costruiranno queste opere.
La morte di un lavoratore albanese durante la costruzione del Museo del Mare aveva aperto gli occhi sulla realtà di un’immigrazione cui si demanda la costruzione delle grandi opere della città.
Gli abitanti di Genova delegano agli stranieri il compito di assistere gli anziani e di creare le infrastrutture per il futuro. Ma cosa vogliono esattamente i residenti? Se lo sono mai chiesto?
Proprio nel momento in cui Google permetterebbe una sorta di “democrazia territoriale”, i genovesi sembrano schiacciati dalla consapevolezza che non possono più soltanto abbarbicarsi sulle colline con la certezza che intanto «gli altri dovranno passare di qua». È vero, se le nuove opere saranno realizzate sempre più merci passeranno per la Liguria. Ma come ci passeranno? Su Tir che la considerano semplicemente un nastro d’asfalto? Dentro container mossi come piccoli mattoncini Lego da mastodontici robot portuali governati da pochi lavoratori? Il nuovo porto sarà un inno al lavoro umano, come suggerisce il nostro immaginario collettivo, o piuttosto un inno alla potenza finanziaria di chi lo ha finanziato e lo potrà gestire? Sarà un porto animato e festoso secondo la tradizione iconografica degli anni Cinquanta, o sarà deserto, popolato solo da macchine semoventi?
Genova e la Liguria escono da una fase difficile ma positiva della loro vita. Hanno superato crisi occupazionali e cambiamenti sociali che in altre realtà avrebbero portato a gravi conflitti sociali. Ma oggi si trovano in una sorta di apnea che solo la grande abilità nello sfruttare alcune storiche occasioni non facilmente ripetibili (dalle Celebrazioni Colombiane all’Anno della Cultura) ha rinviato.
Nel 2004 c’è stato il tentativo di saldare l’euforia delle ultime celebrazioni con un progetto proiettato nel futuro: Renzo Piano ha lanciato una proposta che costituisce nella storia della città di Genova un evento con una carica creativa (e quindi distruttiva) non facilmente eludibile.
Piano ha fornito un quadro d’insieme globale che condensa e ricolloca idee e suggestioni che da decenni hanno alimentato le tesi e i progetti di architetti e ingegneri. Per la prima volta si tratta di un progetto chiaro, enunciato alla luce del sole, e non una serie di piccoli passi compiuti di giorno in giorno, che spesso hanno sconvolto la città senza che i cittadini si rendessero conto dei cambiamenti in atto.
Piano e Google lavorano di concerto. Non sono più solo i funzionari, i politici, i tecnici, gli strateghi, le forze dell’ordine ad avere una conoscenza precisa e puntuale del territorio. Non sono solo queste categorie ad avere accesso ai dati. Oggi un qualsiasi cittadino ligure, confrontando due zoomate della stessa area a distanza di un mese, riesce a capire se è stato compiuto un abuso edilizio e a verificare ciò che si nasconde dietro quelle pareti di legno sorte all’improvviso. Oggi è più facile di ieri avere il controllo sul territorio, sapere come cambierà la vita della città tracciando nuove linee sulla carta geografica.
Quando i due autori di questo libro, nell’estate del 2004, si sono ritrovati a discutere su Genova: Città & Porto, istruzioni per l’uso (Renzo Piano Building Workshop, Tormena editore, Genova, 2004), il progetto dell’architetto Renzo Piano per il rinnovamento della città, sono rimasti affascinati per la capacità di dare corpo al futuro attraverso la grafica. Ma si sono subito interrogati sul significato profondo di quel progetto.
Renzo Piano ha ridisegnato la città accantonando una delle vocazioni che a lungo Genova ha perseguito nel corso del Novecento e che ancora si ritrova su vecchie cartine scolastiche: quella di terzo polo industriale del Nord, assieme a Torino e Milano. Nel progetto di Piano i grandi insediamenti industriali che sfruttano la vicinanza del mare hanno perso la tradizionale centralità. L’industria rimasta è più sofisticata: incorpora prevalentemente intelligenza, non ha bisogno di enormi spazi. La prospettiva industriale è affiancata da altre tre identità: il porto, il turismo, la ricerca.
La prima è la più ovvia. La seconda è stata a lungo inseguita negli ultimi decenni e negli ultimi anni appare una prospettiva realistica anche perché le nuove iniziative prendono coscienza dei nuovi utenti (non più solo Salone nautico ed Euroflora, ma Festival della Scienza, Festival della Mente, Slow Fish...). La terza è un sogno che forse è legittimo coltivare.
Ma Renzo Piano non spiega le sue intuizioni. Le dà per scontate. Da artista della progettazione, regala alla città un progetto che guarda lontano, ma non fornisce ai lettori – ai cittadini – gli strumenti culturali per leggerlo.
Propone alla città un nuovo aeroporto galleggiante, un nuovo porto che incorpora le piste dove oggi atterrano gli aerei, immagina di costruire la nuova città della tecnologia sulla collina degli Erzelli, restituendo alla città un’area preziosa fino a oggi utilizzata come posteggio dei container, promuove nuove strade sotterranee, auspica il terzo valico verso Nord. Ma non spiega perché la Genova del 2023 debba essere fatta così e non altrimenti. Solo un bel progetto da guardare all’alto?
Non è così. Piano ci ha detto che è tempo di progettare, è tempo di fare scelte a lungo termine. Ci ha fatto intravedere i rischi di una fase della città che potrebbe portare a una strisciante anoressia progettuale.
La città che propone Piano è una città dei saperi, non una città che vive di rendite immobiliari. Non è casuale che l’Acquario non sia solo una costruzione da vedere, ma un contenitore di saperi che, nel 1992 la città non aveva la percezione, né l’aspirazione, di possedere.
I due autori di questo libello, che anni fa produssero insieme un volumetto sul futuro demografico e sanno che per lungo tempo Genova ha avuto il record mondiale negativo delle nascite, si sono chiesti se le direttrici ipotizzate da Piano siano quelle giuste per una città che dal 1970 ha perso ogni decennio il 10% della popolazione e che oggi conta ormai poco più di 600.000 anime.
La tesi di questo libro si articola attorno all’interazione e all’intrecciarsi tra saperi e cambiamenti demografici e sociali.
È un esercizio di analisi e di futurologia sulla città nell’era della globalizzazione. La futurologia non è disciplina assestata; non ha regole né tradizioni e prassi culturali. È fatta di intuizioni, di conoscenza del passato, ma non può vantare metodologie e tecniche consolidate. E questo libro – lo ammettiamo fin dall’inizio – è inquinato da sentimenti forti (di amore-odio) tipici di chi ha forti relazioni con il territorio e con la gente che lo abita.
La società ligure deve affrontare tre emergenze straordinarie: l’economia globalizzata, un’imponente immigrazione e uno sconcertante calo demografico. Alcuni opinionisti, quando citano queste tre sfide, aggiungono l’aggettivo “drammatiche”, come se si trattasse di tre malattie da curare.
Ma come sempre accade con le “sfide drammatiche”, dipende da quale parte del cannocchiale le si guarda. Viste dalla parte giusta (quella dell’ottimismo che i genovesi raramente adottano) possono essere occasioni straordinarie di crescita. In ogni sfida c’è sempre chi vince e chi perde: dipende dalle decisioni prese. Chi sta fermo ha perso in partenza.


Torna indietro