Genova preromana
Una città portuale del Mediterraneo tra il VII e il III secolo a.C.
 
di Piera Melli



1. Genova e l’archeologia

Contrariamente a quanto è avvenuto in altre città italiane, a Genova non si sono sviluppati, per lungo tempo, studi sulle origini della città, mancando importanti emergenze monumentali antiche che potessero fornire appiglio alla curiosità e stimolare tentativi di ricostruzioni storiche delle sue prime fasi di vita.
L’importanza della città nel Medioevo, il prodigioso stato di conservazione del centro antico ed il ruolo predominante svolto nel Mediterraneo e in Oriente hanno condizionato per lungo tempo l’orientamento degli studi, che hanno riguardato gli aspetti dell’economia, della storia dell’arte, dell’urbanistica e dell’architettura storica, catalizzando l’attenzione e le risorse economiche sulle imponenti vestigia e sul patrimonio artistico e documentario medievale e rinascimentale.
In epoca medievale l’interrogativo circa le origini di Genova fu risolto attingendo alla mitologia, con il fiorire di leggende sulla genesi del nome Ianua, coniato per l’occasione, che da allora fu sostituito a quello di Genua tramandato dalle fonti antiche.
Con la progressiva conquista del Mediterraneo per scopi commerciali e politici, viaggiatori e mercanti vennero in contatto con le grandiose rovine delle città di epoca classica sulle coste della Turchia, della Grecia e dell’Africa e riportarono in patria marmi architettonici scolpiti (architravi, capitelli, colonne, sarcofagi), che furono utilizzati, fin dal XII secolo, per adornare gli edifici religiosi e le logge private che si andavano allora costruendo e sarcofagi romani dove i membri di famiglie eminenti scelsero di farsi seppellire.
Il paragone con le grandi città del passato non poteva che risultare sfavorevole per la Genua di epoca romana, che non aveva edifici di grande impegno architettonico, anche se è sbagliato pensare che non fosse dotata, come municipio e fiorente porto commerciale, delle strutture necessarie allo svolgimento delle attività pubbliche e dei culti religiosi.
Con il Rinascimento fiorì un vivace traffico di pezzi antichi, statue, busti, monete, medaglie che andavano ad arricchire l’arredo delle dimore dei nobili genovesi, ma il collezionismo di “anticaglie” ebbe sempre, a Genova, una connotazione autocelebrativa, estranea ad una riflessione sulla storia della città, prima come esibizione di “prede di guerra”, in seguito come indice di censo e per il valore simbolico di richiamo ai fasti delle famiglie.
Nel 1506 un contadino di Isola, frazione di Serra Riccò (GE) dissotterrò nel suo campo una tavola di bronzo, da allora nota come “Tavola di Polcevera”, con una lunga iscrizione in latino che riporta il testo della sentenza di un arbitrato emesso nel 117 a.C. dal senato romano, ad opera di due giudici, i fratelli Minucii Rufi, per dirimere una controversia fra Genua e le tribù della valle in merito al possesso e all’uso di un’ampia porzione di territorio alle spalle di Genova. Il documento, che riporta il più antico testo epigrafico di contenuto giuridico dell’Italia nord occidentale, fu subito apprezzato per la sua importanza ed affisso nel Duomo, vicino alla cappella di San Giovanni, entro una cornice di marmo commissionata dai Padri del Comune allo scultore Viscardi. Dopo la prima edizione critica ad opera di Giustiniani (1520), molti altri studiosi si cimentarono nella traduzione ed interpretazione del testo, con l’incoraggiamento del Governo della città, che sfruttò in chiave politica la storica sentenza, per legittimare, con l’autorità dell’antichità, le proprie mire di possesso sulle terre pubbliche indivise (“comunaglie”) del Genovesato. Intorno al 1594 la Tavola fu trasferita nel palazzo dei Padri del Comune dove rimase fino alla demolizione dell’edificio, quando fu esposta in varie sedi, e da ultimo, insieme ai cimeli colombiani e al violino di Paganini, nell’Ufficio del Sindaco, prima di un recente corretto inserimento degli importanti documenti in più idonei sedi museali.
Tra i pochi oggetti provenienti sicuramente dalla Genua romana figura anche un controrostro di nave in bronzo, rinvenuto nel 1597 nel corso di lavori di escavazione dei fondali del porto, tra il Ponte Spinola e la Darsena, che fu esposto sulla porta dell’Arsenale con un’epigrafe in latino che lo esaltava come esempio “dell’esimia gloria degli antenati nell’attività nautica”. Nel 1833, sotto Carlo Alberto, lo storico manufatto fu sottratto alla città e trasportato a Torino, per figurare nell’Armeria Reale dove tuttora è conservato.
Risalgono al Seicento alcuni scritti di carattere antiquario, motivati da scoperte fortuite che gettavano nuova luce sul passato della città, come il ritrovamento a Tortona dell’epigrafe del decurione Q. Mario Iuliano, patrono di Genua. La prima ipotesi, pur in assenza di prove dirette, dell’ubicazione del più antico insediamento sulla collina di Castello fu avanzata già nel 1614 da O. Ganducio, ma l’argomento fu ripreso con studi specifici solo alla fine dell’Ottocento ad opera di eruditi locali, come Emanuele Celesia, che si ispirarono ad un modello urbanistico ideale, sforzandosi di riconoscere nelle emergenze della città contemporanea monumenti e strade antiche, per analogia con altre città romane conosciute e manipolando le scarse fonti storiche per giustificare il mito di una “Superba” tale fin dalle origini. Il metodo dell’osservazione sul campo, acritica ed anacronistica, accompagnato da fantasiose ricostruzioni di toponimi antichi basate su vaghe somiglianze fonetiche, fu più tardi applicato anche da Gaetano Poggi nel suo Genova preromana, romana e medievale (1914).
Con l’Ottocento prese avvio un grandioso processo di rinnovamento urbanistico mirato a risolvere i problemi di viabilità e collegamento con il porto, preludio all’espansione urbana promossa a partire dagli anni Cinquanta. I lavori del primo grande cantiere intorno alla Cattedrale, che diedero luogo a scoperte archeologiche di notevole importanza, furono seguiti con interesse da eruditi e artisti.
Nel panorama culturale tardo ottocentesco spicca la figura di Santo Varni, scultore e collezionista di antichità, assiduo frequentatore dei salotti dei collezionisti come quelli del marchese Di Negro e del principe Odone di Savoia. Varni, che intraprendeva spesso spedizioni in aree archeologiche come Libarna (Serravalle Scrivia) per procacciarsi nuovi pezzi per la sua collezione e intratteneva fitti rapporti con archeologi e antiquari, fu anche appassionato e curioso testimone delle scoperte archeologiche avvenute a Genova ai suoi tempi, di cui lasciò memoria in preziose descrizioni, correttamente limitate all’evidenza materiale e spesso accompagnate da schizzi di suo pugno.
Nel 1892 le collezioni archeologiche presenti in città furono depositate presso il Museo di Palazzo Bianco dove costituirono uno dei nuclei della Mostra di Arte Antica allestita in occasione delle Celebrazioni Colombiane. Nella mostra confluirono materiali recuperati dalle demolizioni di edifici storici e provenienti da raccolte private e pubbliche, decontestualizzati ed esposti secondo un principio di accumulazione, che ne valorizzava solo gli aspetti estetici e quantitativi.
L’interesse per la storia remota della città crebbe tra il 1898 e il 1910 con la scoperta ed il recupero sommario della necropoli preromana, messa in luce fortuitamente nel corso dei lavori di realizzazione di via Venti Settembre, piazza De Ferrari e via Dante. I ricchi corredi di bronzi etruschi e ceramica figurata greca trovarono vasta eco sui quotidiani e stimolarono un vivace dibattito, destinato a protrarsi per lungo tempo. L’Amministrazione comunale coinvolse alcuni archeologi di fama, come Ghirardini, Paribeni e più tardi Giorgio Monaco, agli esordi della carriera, nello studio dei materiali e la supervisione degli scavi.
Il carattere “esotico” della maggior parte dei materiali della necropoli, la forma delle strutture, a pozzo anziché a cassetta litica come nel resto della Liguria, furono additati, fin dalle prime scoperte, come estranei alla cultura ligure, quale si conosceva da altri ritrovamenti. Alcuni studiosi, privilegiando la tesi di una formazione autoctona, si espressero in favore di un sinecismo di genti liguri con ampia partecipazione esterna, mentre altri ipotizzarono la fondazione di una colonia etrusca o greca. In appoggio a quest’ultima ipotesi particolare risalto fu dedicato alla stele funeraria in marmo con dedica ad una Apollonia rinvenuta reimpiegata come materiale da costruzione nelle mura del 1155 nei pressi di Porta Soprana. Successive analisi della stele la identificano tuttavia come prodotta a Smirne tra 300 e 225 a.C. e ne suggeriscono un arrivo a Genova in epoca medievale, analogamente ad altri manufatti antichi.
Tra i più attenti osservatori delle radicali trasformazioni urbanistiche della città figurano alcuni studiosi, come Alfredo D’Andrade, Orlando Grosso e Vittorio Poggi, che prendendo le distanze dal coro entusiastico che plaudeva alle radicali distruzioni in nome del “progresso” caldeggiarono, non sempre con esito positivo, la conservazione o quanto meno la documentazione puntuale degli edifici storici e dei resti antichi casualmente messi in luce negli sterri, e contribuirono con i loro scritti a conservarne memoria. Si deve ad esempio a D’Andrade, all’epoca direttore dell’Ufficio Regionale per la conservazione dei Monumenti del Piemonte e della Liguria, la prima accurata descrizione della struttura dei pozzetti delle tombe della necropoli, e la tempestiva pubblicazione delle scoperte, nel 1898. Nel 1881, con notevole anticipo sui tempi, D’Andrade elaborò anche un progetto di recupero del complesso conventuale di Sant’Agostino, per destinarlo a Museo Archeologico, ma solo nel 1908 le collezioni archeologiche comunali confluirono nel Museo di Palazzo Bianco, primo nucleo del Museo di Archeologia, che nel 1928 fu trasferito nella Villetta Di Negro e trovò sede definitiva nel 1936 nella villa Durazzo Pallavicini di Pegli. All’allestimento furono chiamati a collaborare, nel tempo, illustri paletnologi e archeologi. Un posto di riguardo fin dalla prima esposizione fu riservato ai materiali della necropoli preromana, ma i tempi non erano ancora maturi per una più ampia riflessione sulla storia della città.
Negli anni Trenta l’ing. Piero Barbieri elaborò alcuni lavori cartografici, ricchi di felici intuizioni, mirati a ricostruire l’assetto orografico originale e lo sviluppo urbanistico della città nei secoli. Anche se non prive di ingenuità e di errori, le ricostruzioni di Barbieri fornirono spunto per successivi studi critici.
Nel 1939 Nino Lamboglia, uno dei pionieri dell’archeologia stratigrafica in Italia, raccolse, in un volume dedicato alla Liguria romana, i pochi dati storici e archeologici noti in un quadro organico, poi ripreso ed ampliato negli anni ’50, anche grazie alle prime campagne di scavo, intraprese nella piazza di Santa Maria in Passione, dove vennero in luce i primi resti dell’insediamento preromano, documentando l’esistenza di un’importante successione di strutture databili tra il V sec. a.C. ed il Medioevo. Contestualmente la fisionomia della città moderna veniva cambiando, con i grandi progetti di rinnovamento urbano, che interessarono anche aree di sicuro interesse archeologico: con le indicazioni del Piano Regolatore del 1932, poi riprese in quello del 1959, scomparvero interi quartieri del centro antico e le poche vestigia di epoca romana ancora conservate, fra cui i resti dell’acquedotto di età romana. Solo poche voci si levarono per contrastare le distruzioni: nel 1952 un autorevole erudito, Teofilo Ossian De Negri, tentò invano di impedire la distruzione di un ampio vano con pavimento a mosaico, messo in luce in piazza Invrea, di cui restano ora solo alcune foto e un modesto ritaglio incorniciato a quadretto esposto nell’atrio di un palazzo.
Nel 1946, nel corso di lavori di ricostruzione della chiesa di Santo Stefano, gravemente danneggiata dai bombardamenti del 1942 e 1943, furono scoperte altre tombe della necropoli preromana. Lo scavo fu eseguito sotto il diretto controllo di Luigi Bernabò Brea, già Soprintendente alle Antichità della Liguria, che aveva mantenuto un saldo legame, affettivo e culturale, con la sua regione. L’intervento di Bernabò Brea segnò il passaggio da un recupero indiscriminato ancorché zelante di materiali all’indagine archeologica modernamente intesa: le osservazioni dello studioso, raccolte in un articolo pubblicato nel 1952, toccano i principali quesiti sollevati dallo scavo, ponendo le basi per un corretto inquadramento storico delle vicende di Genova in epoca preromana.
Successivi interventi di emergenza a seguito di scoperte fortuite, negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, misero in luce altre sepolture, che furono scavate con metodologie scientifiche, fornendo più sicure informazioni sulla natura dei corredi e la dinamica delle deposizioni.
Già dagli anni Sessanta, in concomitanza con una svolta fondamentale negli studi di archeologia delle città in Italia, fino ad allora indirizzati ai centri abbandonati in antico, come le città vesuviane, furono intraprese sistematiche ricerche archeologiche mirate a documentare l’intera stratificazione storica della città, senza privilegiare un particolare momento storico a discapito degli altri.
Dal 1967 si apriva sul colle di Castello, ancora ricoperto di macerie dopo i bombardamenti bellici, lo scavo nel monastero di S. Silvestro, sotto la guida di Tiziano Mannoni. Le indagini, protrattesi per molti anni, costituirono una fondamentale occasione per affinare le tecniche sul campo ed un caposaldo metodologico per la nascente archeologia medievale. Archeologi inglesi, che da tempo avevano approfondito la sperimentazione dell’archeologia stratigrafica, furono invitati a partecipare agli scavi, incoraggiando l’apprendimento e la diffusione di più aggiornate tecniche di scavo e documentazione.
Da allora gli interventi di archeologia urbana, intesa come studio pianificato della città nelle sue trasformazioni, per l’intero arco della sua storia, e quindi non solo come semplice registrazione di dati archeologici o sterile esercizio di tecniche di scavo, sono andati sempre più aumentando, in parallelo con il moltiplicarsi di opere pubbliche e private ed in misura esponenziale a partire dal 1989, specialmente a seguito dell’apertura dei grandi cantieri per i Mondiali di Calcio del 1990, le Celebrazioni Colombiane del 1992, il Giubileo del 2000, l’incontro internazionale del G8 (2001) e gli eventi del 2004, anno in cui Genova ha rivestito il prestigioso ruolo di “Capitale europea della cultura”. Il livello di sensibilità e attenzione dei genovesi e dei pubblici amministratori nei confronti dei documenti del passato è cresciuto progressivamente, dopo aver toccato il punto più basso in occasione della scoperta degli imponenti resti del porto medievale, ancora perfettamente conservati in sottosuolo e in gran parte distrutti, nella generale indifferenza.
Come in molte grandi città italiane ed europee, una pianificata politica di gestione dei grandi cantieri, sviluppata dalla Soprintendenza con la collaborazione dell’Amministrazione Comunale e degli altri Enti pubblici coinvolti, permette oggi invece di conciliare, non senza difficoltà, le esigenze di documentazione con quelle imposte dalle necessità di adeguamento dei servizi in una città moderna, in quanto organismo “vivo” e perciò in continua evoluzione, grazie anche ad una più incisiva opera di tutela, che invece è ormai possibile e garantita da strumenti normativi sempre più affinati, come le norme sulla “Verifica preventiva di interesse archeologico”.
Pure con i condizionamenti determinati dagli spazi esigui, dai tempi di indagine ristretti e dalla stessa densa stratificazione del centro storico, gli scavi hanno permesso di acquisire importanti notizie sullo sviluppo della città nei primi secoli della sua vita e della cultura materiale dei suoi abitanti, approfondite mediante l’applicazione delle tecniche archeometriche che consentono di estendere il raggio di indagine anche alle tecniche antiche, alle risorse alimentari, alla salute, alla formazione del paesaggio.
Le aree che hanno restituito maggiori informazioni sulla nascita e lo sviluppo della città in epoca preromana sono ubicate sulla collina di Castello, al di sotto degli ambienti dei grandi conventi medievali di San Silvestro (1967-1985; 1990/1993), Santa Maria in Passione (1952-4; 1978-79; 1996; 2007), Santa Maria delle Grazie la nuova (2001-2004) in gran parte distrutti dai bombardamenti della seconda guerra mondiale e Santa Maria di Castello (1965/1969;1997), e in corrispondenza del Portofranco della Repubblica, indagato in occasione dei lavori per la realizzazione della metropolitana e del sottovia di Caricamento (1995).
I risultati delle ricerche intraprese, con attenzione anche alle fasi più antiche e quindi meno documentate, sono stati illustrati nel corso degli anni in varie esposizioni contribuendo anche a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza dei ritrovamenti e sulla necessità di pianificare gli interventi in sottosuolo. In assenza di un Museo della Città che ne illustri in maniera permanente la storia e l’evoluzione nei secoli, è in corso di allestimento, nell’edificio delle Scuole Pie, il Laboratorio di Archeologia Urbana, dove sarà concentrata ed accessibile la documentazione di tutti gli scavi genovesi, fondamentale strumento per una razionale pianificazione della città, che tenga conto del passato per progettare il futuro.
 


Torna indietro