Genova
XXVI secoli di storia
 
di Gaetano Poggi
 

capo I
Liguri


Col nome di Ligui o Libui gli scrittori greci antichi indicavano genericamente i popoli che abitavano le sponde occidentali del Mediterraneo. Chi fossero non lo dicevano, ma ormai si fa strada l’idea che quelli, che i Greci chiamavano Ligui e poi Ligures, fossero una cosa sola con quelli che la tradizione italica chiamava aborigeni ossia gente discesa dai monti, ab orbis, gente che aveva vissuto sui monti l’età dell’oro, ovverosia un’era di tranquillità e di pace, sotto il regno di Giano, il dio nazionale di tutti gli italici.
In Liguria non mancano le tracciò di questa tradizione, la quale ci fa ritenere che Liguri ed Aborigeni fossero la stessa cosa. Infatti nell’architrave, che corre sul lato destro della navata principale di S. Lorenzo in Genova, una iscrizione antica ricorda che Genova, città ligure per eccellenza, fu fondata da Giano, re degli Aborigeni. I Piemontesi ripetono in una loro canzone questa frase: Noi suma i fìeui d’Gian-d-uia. Il tipo di Gianduia finì come tutti i tipi primitivi in una maschera: e più non si riflette sul significato recondito della parola. Ma il senso d’orgoglio con cui la parola si pronunzia, gli elementi glottologici che la compongono, e più di tutto la coincidenza colla tradizione genovese ed italica ci porta a ritenere che qui pure si accenni al mito di Giano, il signore dell’uia, cioè della punta – che è la stessa cosa del dio Pennino, signore del pen, che l’influenza greca romana ha poi trasformato in Giove Pennino.
Il nome di Liguri fu quello usato dai Greci e poi dai Romani; ma pare che il nome che si davano i nostri fosse un altro: Ambroni, Ambri, Ombri. Recenti studi lo vanno confermando.
Chiedere a qual’epoca risalga questa razza primitiva è lo stesso che domandare quando sia cominciata nell’Europa occidentale la vita dell’uomo. La scienza ci porta a ritenere che questa vita si svolse per migliaia d’anni sulle alture come aveva sempre affermato la tradizione, perché il piano era in massima parte occupato dalle acque.
L’alpinista è forse la persona più adatta a ricostruire col pensiero la vita dell’uomo primitivo sui monti. Ciò gli accade istintivamente quando sale silenzioso verso le alte vette del Monte Bianco o del Cervino, quando il mondo sparisce sotto i suoi piedi, e l’anima più che il corpo si eleva, e gli occhi smarriti nell’immenso non vedono che l’uia che sta di fronte – la guglia misteriosa come una sfinge – alta e rigida – che provoca i fulmini, e sfiora le nubi. Egli comprende allora quali dovevano essere le impressioni che formavano il carattere dell’uomo primitivo, poco loquace, essenzialmente contemplativo come ci appare negli occhi profondi della testa di Giano, che si conserva nella Cattedrale genovese.
L’alpinista contempla nelle vallate delle Alpi le grandi distese moreniche, e pensa alle strane fantasie che doveva suscitare la vista di quei luoghi nei primi visitatori, dell’epoca così detta eroica. E comprende meglio di ogni altro il mito d’Ercole, che sarebbe stato oppresso dai Liguri con una pioggia di sassi. E comprende come gli antichi si fossero fatta l’idea che gli aborigeni fossero progenie di giganti, come si legge in altra scritta di S. Lorenzo. Ignorando lo leggi cosmiche, non si poteva a meno di pensare che fossero giganti, se avevano potuto rotolare tutti quei sassi.
Guardando ai monti sporgenti sul mare, l’alpinista si dà ragione di quella frase antichissima ora ligustica, che poi divenne sinonimo di lidi ligustici. Ora erano le terre s-or-genti sulle acque, e queste erano nient’altro che i monti nell’epoca primitiva. La vista di tante punte, pen, che si lanciano verso il ciclo spiega come gli antichi chiamassero quei monti di ai pen e poi Alpen, Alpes, Alpi – la vista di altre punte più piccole penin, spiega i nomi di Ao-penin, Ai-penin, che diventarono poi Appennino e Appennini.
L’Ombro primitivo scese verso il piano man mano che questo era abbandonato dalle acque. E nella pianura in mezzo alle paludi, piantò le sue stazioni, su palafitte, che diedero luogo nella seconda metà del secolo scorso a mirabili scoperte nei laghi della Svizzera e nella valle del Po. è il destino dell’umanità che si svolge. È Giano che scende dall’uia e Noè che scende dall’Ararat, è il mito biblico, il mito italico, che in oggi trova nella scienza la più splendida conferma.
In epoca non ben definita, ma certo molto antica, scesero in Italia altre genti occupando di preferenza il piano, frammischiandosi alla razza primitiva, che si contrasse, e si polarizzò in certe zone, dando luogo a tutti questi nomi: Umbria, Vil-umbria, Ol-umbria, S-umbria, I-s-umbria, Umbranicia, Umbranici, Obrigi, All-obrigi, Cant-obrigi, Ambron, L’Ambro, Ambrojo, Ambrois, Broni, Cao-obria (Calabria, l’obria nel cao) e con fraseologia greca Libui, Libici, Livii, Livorno, Liborno, Ligorno. Tutti nomi, che si riscontrano nei paesi ove le due razze coesistevano, e perciò sentivano il bisogno di distinguersi facendo richiamo alla nazionalità primitiva.
La paletnologia designa i nuovi venuti col nome di Arii, nome che simbolizza l’uomo dell’arte, l’uomo che ha scoperto ed ha foggiato i metalli, l’uomo armato, l’uomo ardito, il guerriero. La tradizione greco-romana indica questa gente col nome di Celti. Nella valle del Po, nella Francia gli invasori vennero a più riprese. Gli ultimi arrivarono al principio dell’epoca storica, e portavano il soprannome di Galli, onde il nome di Gallia cis-alpina alla valle del Po, di qua dalle Alpi, e Gallia trans-alpina in Francia – ed il nome di Celto-Liguri in Italia ed in Francia per indicare la commistione delle due razze.
Nella regione montuosa che si estende fra il Varo e l’Arno, probabilmente in causa dell’asperità del suolo, che non allettava la cupidigia dei nuovi coltivatori di terre, la razza ligure rimase prevalente, esente o quasi da commistione. E così si spiega come il nome di Liguri sia scomparso poco a poco in Spagna, Francia e Italia, e sia stato invece conservato dagli scrittori per noi.
Ai tempi di Polibio (150 av. Cristo) i Liguri arrivavano ancora fino all’Arno. Ma soggiogate a poco a poco tutte le popolazioni liguri, Augusto staccò i fierissimi Apoani, quelli fra la Macra e l’Arno, dalle altre genti liguri, e li aggregò all’Etruria, e stabilì che la nona provincia, che egli chiamava Liguria, cominciasse alla Macra e finisse al Varo, avendo da una parte per confine il mare, dall’altra il Po. Tali i confini della Liguria storica, come fu intesa da Augusto in poi.

 

capo II
Caverne ed iscrizioni rupestri

Ma prima di entrare nel campo della storia, dobbiamo fermarci ancora qualche poco nella plaga pittoresca della preistoria, in cui ha fatto tante conquiste la paletnologia moderna, ove l’alpinista si fa volentieri esploratore a servizio della scienza.
Il fenomeno più caratteristico della vita primitiva in Liguria è la Caverna.
In tutta Italia l’uomo primitivo utilizzò i cavi della montagna e gli annessi meandri, er-nie, che nel suo linguaggio antico chiamava or cavi o gavi, ora erma facilmente alterato in arma nella riviera di ponente, ora cav-ern-a, ora crota o grota (da cro-so, creu-ser, scavare). Le regioni ove la montagna era spezzata, sfaldata, si dicevano specia, speza spezia e l’incavo nell’anfratto era lo spe-co. Qualche volta la caverna non era che una tana, un buco, un trou, per usare la parola dell’antichissimo dialetto, e si diceva an-tro, in latino antrum. La caverna ha una letteratura sua propria nel linguaggio antico.
Poco importa che in tempi più civili le caverne siano diventate il covo dei briganti, dei banditi e dei ladri; poco importa che un’arte, che si compiace di tutto ciò che è abbominevole e mostruoso, ci abbia fatto vedere la caverna del pastore Aligi contaminata dal più orribile dei delitti. Per i nostri primi padri la caverna era sacra, perché era talamo, tempio e tomba nello stesso tempo.
La Liguria, per le sue speciali condizioni geologiche, è ricchissima di caverne. La loro importanza, segnalata dagli scienziati nella seconda metà del secolo scorso, dipende molto dal fatto che i Liguri antichi avevano per costume di deporre negli strati inferiori della caverna i loro morti. Accanto ai morti essi ponevano le loro armi, vasi, ciotole, utensili, oggetti d’osso, ocre e stampi per tingere e stampigliare la pelle, e cose simili, che hanno un meraviglioso riscontro cogli ornamenti delle tribù selvaggie che vivono attualmente in altre regioni.
Pur troppo la maggior parte delle caverne liguri sono oggidì manomesse e non contengono più che residui insignificanti. Nelle poche, trovate ancora in buono stato, la scienza ha fatto dei progressi considerevoli; perché ha potuto rilevare nei diversi strati, che contenevano gli scheletri, il lento progredire dell’uomo primitivo, prima di arrivare all’alba della civiltà. In molte caverne si sono trovate suppellettili dell’epoca romana; segno che anche in quel tempo non erano abbandonate.
Ancora al giorno d’oggi il Ligure, che vive sui monti, non sa del tutto staccarsi dalla caverna a lui cara; e piuttosto che abbandonarla, se ne serve di cantina, di stalla e di fienile. Nella regione di Gavi, che è essenzialmente cavernosa, quest’uso è assai generalizzato, specialmente nelle alture di Monterotondo e del Parodese.
Le caverne liguri riconoscono nell’Issel e nel Morelli i loro benemeriti illustratori. Il museo geologico della R. Università di Genova, che da molto tempo aspetta inutilmente una congrua sede, non è solo interessante sotto l’aspetto geologico, ma rappresenta per noi la migliore raccolta di documenti per la ricostruzione della vita primitiva dei Liguri di cinquanta, di cento secoli fa.
Ma il campo delle indagini è tutt’altro che esaurito, e molta parte è riservata all’alpinista che vorrà dedicarvisi. Finora furono esplorate le caverne del littorale ligustico occidentale, ma quante non restano ancora ignorato nella parte orientale e nelle alte gole dei monti liguri! Egli solo può rintracciarle nelle sue escursioni, riferirne le dimensioni e le modalità, seguendo il sistema, già adottato dal Bensa, che tante e così diligentemente ne ha descritte nel suo libro.
Un altro studio attende il valido concorso degli alpinisti: ed è la riproduzione delle iscrizioni rupestri, che si vanno scoprendo continuamente sui nostri monti. La scienza non ha ancora potuto ben precisarne la vera natura. Occorre studiare maggiormente e raccogliere elementi di confronto. Avendo paragonato le nostre inscrizioni rupestri con quelle Abissine pubblicate dal Guidi negli atti dell’Accademia dei Lincei (Rend. serie V, vol. XII) mi ha colpito la meravigliosa coincidenza, e mi convinsi sempre meglio che non è scherzo di pastori, ma è manifestazione di simboli e di pensieri comuni.
 


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