Genovesi e Catalani: guerra sul mare
Relazione di Antonio Gallo (1466)
 
a cura di Clara Fossati
 

 

Prefazione
Una battaglia per la storia

di Gabriella Airaldi

“È pazzo quel signore e chiunque altro si fidi dell’uomo del Comune, perché chi non sa che cosa è la fede non può serbarla…”. Sono forti le parole di Ramón Muntaner, cronista di quella Expedició dels Catalans a Orient che, nel 1302, tentò di impadronirsi di Gallipoli senza però riuscire a tenerla definitivamente; “Ora i genovesi hanno trovato chi rintuzzerà la loro superbia ed è molto giusto perché per grande colpa dei genovesi i catalani si sono risentiti”, dice, in un altro punto della Cronaca, l’imperatore bizantino Andronico II. D’altro canto basta scorrere gli Annali genovesi del secondo Duecento per raccogliere un ampio florilegio di episodi cruenti, una teoria di furibondi scontri sul mare, un panorama sanguinoso del costante stato di guerra e della profonda crisi, che esiste a quel tempo tra genovesi e catalani.
È questo il momento culminante del grande slancio catalano-aragonese verso Oriente, iniziato neppure un secolo prima, con la politica aggressiva, condotta da Jaime I “el Conquistador” sulla “ruta de las especias, ruta de las islas”; che, partita da Valenza e dalle Baleari, si era rapidamente allargata fino a culminare nelle annessioni della Sicilia e della Sardegna. Da allora in poi nel Mediterraneo, fino a quel momento palestra di scontri tra genovesi e veneziani, erano entrati con forza anche i mercanti catalani e soprattutto la gente di Barcellona. A quel punto un problema di non facile soluzione si presentava ai genovesi, che dopo la scomparsa pisana e la sostanziale divisione di zone di influenza con Venezia, controllavano un grande spazio, imperniato però soprattutto sul loro sostanziale monopolio del Mediterraneo occidentale, chiave per accedere a più vasti orizzonti. I genovesi avevano uomini e merci, terminal e fondaci dappertutto, dalle Fiandre fino al Medio Oriente, ma tenevano fortemente al controllo strategico delle isole mediterranee, di cui una, la Corsica era tutta loro.
Tuttavia, attraverso la scelta marittima mediterranea compiuta, all’inizio del Duecento, dal primo grande sovrano della Corona catalano-aragonese, Barcellona era subito entrata con l’allure di una grande potenza in quel mare “genovese” e, in breve tempo, era diventata la più feroce antagonista di Genova. A quel tempo solo Barcellona poteva bloccare lo slancio verso l’Atlantico che, intessuto dai clan genovesi con azione secolare e con una salda presenza in area iberica, potenziava la rete internazionale dei traffici gestiti dalle loro lobbies dappertutto.
In effetti di tutte le città marittime che si affacciavano sul Mediterraneo, Barcellona era per Genova la più pericolosa, e non solo perché guardava allo stesso mare. Lo era perché, guidata anch’essa da famiglie “patrizie”, che avevano in mano le navi, il mercato e il credito, era la città portuale che aveva sviluppato una politica economica e una società di affari e di finanza più affine per metodi e comportamenti a quella genovese. D’altra parte, però i catalani non ignoravano certo che, già un secolo prima, i genovesi, quando decantavano il loro presunto ruolo di difensori dell’Impero, individuavano il loro spazio di controllo obbligato proprio nel tratto di mare tra Roma e Barcellona; d’altra parte non a caso la “marca” di Barcellona aveva segnato l’estremo limite occidentale dell’Impero carolingio. L’arco costiero, che si chiudeva dalla parte orientale poco al disopra il Tevere, dominato dalla centralità del porto genovese, costituiva fin da allora l’area privilegiata in cui si andava precocemente organizzando il commercio internazionale con la sue nuove regole, i suoi orizzonti aperti e la sua nuova cultura urbana. Era, insomma, il nocciolo della nuova Europa e del primo Occidente.
Tuttavia, fino a che Barcellona era stata soltanto il cuore della Contea catalana, la storia dei rapporti con Genova era stata diversa. Fino alla battaglia di Muret (1212), il legame con la Provenza aveva assorbito quasi tutte le sue energie, anche se un tentato collegamento con la Corona siciliana può far pensare a qualche tensione mediterranea. A quel tempo una sorta di alleanza aveva legato Genova e Barcellona. Le due città presentavano indubbie assonanze: ambedue saccheggiate dai musulmani nel corso del X secolo; ambedue riconosciute in una loro autonomia (Genova nel 951, Barcellona nel 1025); ambedue aperte a un progetto marittimo commerciale comune in funzione antislamica, come dimostrano la spedizione di Maiorca del 1113-1115 e le “crociate” di Almeria e Tortosa del 1146-48, seguite da una nutrita serie di accordi commerciali. Poi era arrivato il momento fatale, in cui la nuova Corona d’Aragona aveva dato un impulso decisivo al destino di Barcellona; che, infatti, nel giro di un secolo, aveva realizzato il grande balzo in avanti.

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Ci sono questioni che per la loro imponenza e il perdurare della loro importanza nel tempo tengono costantemente desto l’interesse degli storici, dei politici e degli intellettuali. Capita così per l’incontro-scontro che da secoli esiste tra Genova e Barcellona; un confronto aperto, che ha avuto come base il Mediterraneo; un confronto vivace e propositivo, che ancor oggi sembra sottintendere una sfida, anche se il mondo globale rende la questione assai più complicata di un tempo da quando, in pieno Quattrocento, l’Atlantico si è aperto agli europei ed è nato un nuovo Occidente.
Di fatto, dalla fine del Mille, il Mediterraneo diventa il centro della strategia pacifica e guerresca, della politica e dell’economia dell’Europa. Il suo ruolo cresce in armonia con l’ascesa dell’economia di mercato, che di fatto valorizza pienamente il ruolo delle città portuali. Alcune di esse, anzi, per scelta politica delle loro èlites e l’avallo europeo, più ancora che per ruolo naturale, diventano i principali porti di tutta l’Europa e non solo della sua parte mediterranea; i loro uomini d’affari salgono ai vertici del mondo internazionale; le loro navi fanno rotta dal Mar Nero alle Fiandre.
Sarebbe un errore però considerare le città marittime tutte uguali, confonderle o addirittura sovrapporne i ruoli. Se è grossolano avvicinare tra loro Genova, Pisa, Venezia, ancor meno corretto è comparare Genova e Barcellona. Si tratta di due città portuali che, di fatto, hanno in comune soltanto una cosa: la loro convergenza su quel Mediterraneo occidentale, che sarà la palestra prediletta dei loro sempiterni scontri. Lo scontro infatti deriva solo in parte dal loro ruolo e dalla loro vivacità; scaturisce semmai dalla diversa formula politica alla quale fanno riferimento e in seno alla quale operano. È questa diversa fisionomia che rende la loro stessa “natura” di città del tutto differente, come chiariscono perfettamente le parole stesse di Ramón Muntaner.
È questa “diversità” di fondo la vera ragione del forte scontro che, a partire da un certo momento, caratterizza i loro rapporti e che si attenuerà soltanto con il decrescere del ruolo barcellonese a vantaggio di altre città della Corona aragonese e con l’ascesa del regno di Castiglia, da secoli partner privilegiato dei genovesi. Un fenomeno, che si verifica a partire dal momento dell’unione delle due Corone con il matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, e che si consolida con la formazione di un Impero di matrice essenzialmente castigliana (come castigliani saranno soprattutto la “scoperta” e lo sfruttamento dell’America).
Si potrebbe dire invece che Genova e Barcellona sono state, ciascuna a modo suo, due “capitali” economiche; ma mentre Genova mantiene intatto e addirittura potenzia questo ruolo, Barcellona, pur importantissima fino al pieno Quattrocento, non solo perde in quell’epoca il suo prestigio di prima città del mercato e della finanza a vantaggio di Valenza, ma vincolata al disegno imperialista del suo ultimo grande sovrano Alfonso il Magnanimo, vede crescere paurosamente l’urto con Genova.
Al contrario Genova, pur passando da una signoria straniera all’altra e pur perdendo parte dei suoi insediamenti orientali, grazie alla sua antica e ferrea alleanza con la Castiglia e alla rete delle sue lobbies in Occidente, si avvia a porre le basi di quello che sarà poi definito il “secolo dei genovesi”. Ma Genova aveva avuto una storia completamente diversa.
Titolare del più grande porto del Mediterraneo, aperto su un golfo in perfetta sintonia con l’asse cardine dell’Europa centro occidentale, Genova ha lanciato la sua sfida fin dalla fine del Mille, quando, sostenuta dalle forze euroccidentali e con una proposta politica per quei tempi rivoluzionaria, diventata Comune, ha visto al governo della città un’élite di guerrieri-mercanti, capi e membri di foltissimi clan. Gli uomini di questo Comune, libero da ogni controllo imperiale in una città-stato formalmente solo autonoma, ma di fatto sovrana, hanno dato il via alla formazione di un impero mercantile e finanziario in area locale e internazionale, in Oriente e Occidente modulato su basi territoriali ( poche e strategiche) e fondaci (moltissimi e piazzati in tutti i principali centri euroasiatici), dando vita – come ha ben spiegato Braudel – a una formula precoce e fortunata di attivismo capitalistico-finanziario, basato su un potente network costantemente ampliato attraverso le più disinvolte alleanze.
Questa rete, fondata sulla ramificazione mondiale di cellule familiari che, senza perder mai di vista il governo della città-madre né il controllo del complesso sistema impositivo e di debito pubblico che ne rappresenta (attraverso le “compere”e poi il Banco di San Giorgio) la perfetta identificazione tra privato e pubblico, costituisce il leit motiv che li guida – al di là di ogni cambiamento politico – dal principio fino alla fine della loro storia, facendone le colonne della “repubblica internazionale del denaro” e poi i signori del denaro nell’Impero spagnolo. Anche a Barcellona gli elementi in gioco sono questi, ma lo sfondo politico è completamente diverso.
La storia ci dice, peraltro, che il modello genovese, nell’interferenza variabile dei suoi tre elementi costitutivi, non ha mai trovato alternative di uguali peso e valenza sul piano internazionale. Lo scontro con Pisa, poi con Venezia e infine soprattutto con Barcellona, o meglio con la Corona d’Aragona, evidenzia la lunga durata ovvero la resistenza del sistema genovese a fronte della varietà dei suoi concorrenti.
Torniamo ora ad analizzare il percorso storico di Barcellona. Forme di vita analoghe non consentono di confrontare con Genova quella che, abbiamo visto, diventa solo ad un certo momento la città portuale più importante della Corona d’Aragona. Se Barcellona, come Genova, è governata da un’élite mercantile, essa, diversamente da Genova, non può scegliere da sé il suo cammino, deciso sempre e solo dalla Corona. Se la Corona d’Aragona, come già quella normanna e poi quella portoghese, privilegia l’economia di mercato, la sua scelta deve avvenire sempre in armonia con la sua struttura monocratica e con le fortune dei suoi cavalieri. Sono questi gli elementi con i quali gli uomini d’affari barcellonesi devono fare i conti. È evidente che si tratta di una storia del tutto diversa da quella di un Comune italiano in mano a uomini d’affari; lontanissima poi dal sistema genovese, che ha assorbito quasi ogni residuo feudale nel suo sistema urbano ed è per lo più alieno dalla conquista territoriale.
Succede il contrario a Barcellona, favorita invece – ma non sappiamo quanto – dalla collaborazione con la Corona che farà di questa città il grande volano dell’espansione iberica nel Mediterraneo, l’unica città portuale iberica in grado di dar vita precocemente a una grande tradizione marinara e di cultura marittima e mercantile.
È inevitabile dunque che il protagonismo barcellonese finisca per urtare quello dei genovesi, più antico, ormai ben radicato dappertutto, compresa la stessa penisola iberica. Si perdono così nel buio di un continuo stato di belligeranza, solo in parte frenato dalle continue trattative di pace, le prime puntate di una storia comune e amichevole, maturata sugli scambi (come dimostrano tra l’altro peraltro i registri tre-quattrocenteschi dei “Drictus” genovesi, che segnalano le imposte sul traffico genovese-catalano); mentre, da parte loro, intellettuali cortigiani (come Muntaner) o cointeressati agli affari (compreso l’Antonio Gallo che qui si pubblica) affilano le penne. Così le cronache si riempiono del racconto di atti di pirateria e rappresaglia mentre, di pari passo, crescono i toni autocelebrativi e la denigrazione del nemico. Da parte genovese, oltre ad Antonio Gallo scrivono su questi temi anche il notaio-ammiraglio Biagio Assereto, vincitore della battaglia di Ponza (1435) e Iacopo Bracelli, cancelliere genovese e umanista, che stende una nota opera letteraria sulla “Guerra di Spagna”.
Ma la storia non è tutta qui. Infatti, se lo si esamina da un altro punto di vista, questo lungo conflitto non appare poi così distruttivo, anche se, nel sistema tridimensionale di rapporti che i genovesi adottano nei riguardi della Spagna – amichevole con Granada islamica, collaborativo con la Castiglia, ostile con la Corona aragonese – giustamente lo scontro con Barcellona conserva un posto a sé. Lo scontro all’interno dello stesso sistema non impedisce, infatti, che le due città collaborino nella lunga durata per il trionfo dell’economia di mercato. Lo fanno in modo un po’ diverso, ma solo per ragioni politiche; di fatto usano gli stessi strumenti e gli stessi metodi e si prefiggono gli stessi scopi. Sicché se è vero che le battaglie non fanno la storia, indubbiamente però aiutano a leggerla.


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