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Ghetto
Un'indagine nei caruggi dei travestiti
di Paola Pettinotti
Da piazza dell’Annunziata parte un vicolo che arriva fino in
via del Campo.
Uno di quelli stretti stretti, che puoi toccare le case sui due lati – cosa che
però ti guardi dal fare, visto lo stato di sozzura congenita dell’intonaco.
Proprio all’inizio c’è una targa che indica un pozzo pubblico, scomparso da
chissà quanti anni; poi l’insegna della pizzeria che ha perso la “e”. Poi basta.
Case assiepate le une alle altre che il sole tocca per terra solo a luglio, a
mezzogiorno, e sembra ancora farti un piacere personale, uno show fuori
programma.
Fra lastre di pavimentazione semidivelte, una geografia variabile di sacchetti
della spazzatura rotti – ristoranti self service per topi belli grassi –
bottiglie vuote, bucce d’anguria e rare siringhe, testimoni di quando questa era
una zona calda del buco selvaggio.
Se invece alzi il naso, biancheria stesa ad asciugare, finestre, inferriate,
ragnatele volanti di cavi elettrici e telefonici. Il cielo è un atto di fede,
una strisciolina insignificante fra tetti che quasi si toccano.
Se ce l’hai fatta ad arrivare fino alla metà del vicolo, puoi ammirare
un’incastellatura di ponteggi corrosi e ricoperti di ogni genere di immondizia.
Poi un bel portale d’ardesia con l’Annunciazione, qualche atrio con tracce di
colonne, scale ripidissime di quelle che stroncano le gambe.
In fondo uno slarghetto coronato da un brutto palazzo anni Sessanta, il retro di
una fontana settecentesca con su scritto da un anonimo graffitaro: “Criminali di
tutto il mondo unitevi!” e una lapide che testimonia della perfidia del nobile
Giulio Cesare Vacherio, che tentò di vendere al nemico la Repubblica di Genova.
Su vico Croce Bianca si innestano, come maglie di una catena troppo vecchia,
altri vicoli copia conforme del precedente, solo un po’ più stretti, un po’ più
fatiscenti.
Un quadratino di centro storico sconosciuto anche a chi abita qui a due passi.
Ovvio d’altronde, non ci sono negozi, nulla che invogli. Regno di travestiti,
domicilio transitorio di extracomunitari – definitivo invece per i vecchietti
che dopo averci passato la vita ci sono rimasti imprigionati dentro.
Il mio amico Lanzi, che sa tutto, mi ha spiegato che per un tot di anni era
stato il ghetto di Genova; e, per quanto già nel Milleseicento gli ebrei si
fossero spostati al Molo, il nome gli è rimasto appiccicato addosso.
Ghetto.
Io, personalmente, ci abito.
Uno
Il cielo sopra piazza delle Vigne è di un azzurro estate
quasi commovente. Un colore fresco, limpido, che trae riflessi d’innocente
candore dalle facciate dei palazzi ristrutturati di recente. E miracolosamente
non ancora sommersi da scritte calcistico-amatorie, né da cacche di piccioni
sbrodolanti.
Un giallo di Lansdale in una tasca, nell’altra qualche decina di euro ciancicati
e un pacchetto di Camel, piacevolmente stravaccato ad un tavolino del déhor
osservo partecipe il moto browniano delle bollicine della mia birretta. Un lieve
cicalare fra il vacanziero e il moderatamente alcolico mi bruisce intorno, ma
sono facce ignote – e sì che credevo di conoscere tutti, a Genova – così mi
dedico alla lettura del “Secolo XIX”, già stropicciato e vecchio come le
notizie.
4 luglio 2008. Sanità sull’orlo del tracollo. Pensionato investito in via XX
Settembre. Bande giovanili: i commercianti invocano più sicurezza. Bankitalia:
gli investimenti in Liguria frenano. Recessione. Crisi. Afef a Portofino con un
costume di Gucci.
Qualcuno, forse un poeta, considerando la forma stretta e lunga della città con
un rigonfiamento all’altezza della Val Polcevera, aveva definito Genova un
serpente che si è appena mangiato un coniglio.
E lo è, in effetti, un boa prigioniero nella sua gabbia, immobile, ma pronto ad
ingoiarti se solo osi avvicinarti troppo. Di qua, chi può scappa. I leoni, le
tigri, le gazzelle, ma anche le pecore pigliano su e se ne vanno verso altri
territori di caccia o pascoli più verdi. Chi non può, chi non vuole, s’acquieta
in una città sonnolenta – paradiso di vecchi – che sarà anche la sesta in Italia
per numero d’abitanti, ma vive come un paesotto tiepido ripiegato in una cronica
assenza. Di lavoro, di prospettive, di stimoli.
Io, che sono un coniglio, posso assicurarvi che ci sto benissimo. Strangolato,
divorato, ma ingenuamente convinto che le sue viscere calde siano un salottino
coi fiocchi, tappezzato di velluto rosso.
Soprattutto oggi, che c’è un bel sole estivo non esageratamente caldo, refoli di
vento imprigionati qua e là fra i vicoli, nessuna particolare aspettativa se non
perdere tempo.
Ordino un’altra Ceres, abbandono la copia sempre più marcia del “Secolo” alla
mano protesa di un vecchietto, e finalmente la vedo. Cioè, l’avevo già vista
prima con la coda dell’occhio, ma solo adesso che è rimasta sola riesco ad
osservarla come merita. Abbronzatura tropicale autentica, vestitino nero corto e
cavigliera d’argento.
La cavigliera in effetti prima non l’avevo notata, ma nel frattempo si è sfilata
i sandali e ha raccolto le gambe contro il corpo, artigliando le dita dei piedi
contro il bordo della sedia.
Cambiando leggermente angolazione probabilmente riuscirei a vederle le mutande,
invece resto incantato da quel filo d’argento. Non ho mai avuto una particolare
predilezione per le perversioni podofile, ma i suoi piedi mi eccitano.
La tipa si avvicina alle labbra un cocktail di un colore improbabile. Porta
occhiali da sole scurissimi. Deve essere miope, o strabica, o cieca del tutto.
Sì, perché sembra proprio, anzi è inequivocabile, che stia puntandomi. Mi sta
lumando, come diceva Snoopy quando Linus era ancora Linus e si poteva leggerlo
senza vergognarsi troppo.
Sono un maschio, lo ammetto. E quando si tratta di ormoni, anche parecchio
becero: la patina intellettuale faticosamente raggiunta si sgretola e il pisello
prende il sopravvento.
Mi alzo e mi avvicino al suo tavolino con aria ebete. Lei mi fa segno di sedere
con un sorriso strepitoso; poi disgraziatamente parla.
L’accento di Milano mi ferisce i timpani facendomi rimpiangere di non essere
rimasto al mio posto a leggere la copia ormai totalmente scompaginata del
“Secolo”.
Le guardo di nuovo i piedi, risalgo lungo i polpacci, le cosce… le tette sono
difficili da giudicare dopo l’invasione dei push-up, ma paiono degne di
rispetto.
Io non sono razzista in fondo. E poi magari prima o poi starà zitta.
Mi informa invece che è di Milano – non s’era capito – e che è a Genova da poco
per un progetto sui delfini, e qui resto a bocca aperta. Io più che cefali
mutanti nel porto non ho mai visto altro. Aggiunge che Genova è una città
proprio bella, certo che abbiamo fatto bene a pulirla un po’, prima faceva
proprio schifo, adesso insomma si può quasi reggerla.
Sento una vampata d’odio. Ha perfettamente ragione: sottoscrivo pienamente, ma
che una coglionazza qualsiasi – anche se fornita di piedi sexy e tette – venga a
farmi la lezioncina mi irrita. Da Milano poi, che come tutti sanno è la patria
della pulizia, della vivibilità e ha una qualità della vita altissima.
Tracanno l’ultimo sorso di birra e faccio per alzarmi. Lei mi trattiene
appoggiandomi una mano sul braccio, si passa la lingua sulle labbra con un
sorriso complice. Mi risiedo, vinto.
Nessuno è veramente cattivo, mi ripeto tanto per dare un senso a questa mia resa
immediata al primo abbozzo di carezza, Goebbels stesso era un animalista, ha
abolito la vivisezione – degli animali, gli ebrei non abbaiano e non fanno le
fusa, colpa loro in fondo – e si è battuto per la reintroduzione del bisonte in
Lituania. Magari anche lei ha qualche pregio nascosto.
Grazie a Dio la conversazione è breve, la tipa – che si chiama Anna Letizia,
informazione che dimenticherò di lì a dieci minuti – mi racconta che ha
provvisoriamente affittato un appartamento in quella stessa piazza, di lato alla
chiesa. Il campanile è una menata perché le suona la mattina nelle orecchie, e
comunque mi invita a salire per vedere se mi piace. Così magari ci facciamo un
drink – offerta geniale nel déhor di un bar che vende esattamente quello.
Si sente così spaesata, ha tanta voglia di conoscere qualcuno del posto! Io del
posto sono, il portone non è lontano, lo si vede qui dal tavolino, e dopo
essermi informato sul numero dei piani a piedi – solo due fortunatamente –
accetto l’invito con gli ormoni sempre più in subbuglio. Erano anni che non mi
capitava di venire rimorchiato così d’emblée, e anche se mi nasce in fondo al
cuore il solito sospetto, lo ricaccio nel profondo con violenza. Carpe diem,
dicevano gli antichi, e anche se lei si interessa di delfini e non di carpe va
bene lo stesso.
L’appartamento in questione probabilmente doveva essere bello prima che venisse
frazionato in mini loculi e soppalcato in modo incongruo, vittima innocente
della ristrutturazione della piazza e conseguente impennata degli affitti.
Faccio appena in tempo a notare una cucina ipermoderna sporca di caffè, che me
la trovo praticamente appiccicata addosso: si è levata gli occhiali – avevo
ragione, è lievemente strabica, ma è indubbio che ora guardi me e nessun altro.
– Ciaaaao genovese… – miagola, e devo dire che incomincio ad apprezzare il
meneghino, soprattutto quando ad una mia timida palpatina di avanscoperta
risponde con bacio di quelli a luci rosse.
Mi trascina verso un divano borchiato a metà fra il tirolese e il marinaresco
sfilandosi nel frattempo l’abitino e levandomi la camicia: resto affascinato
dalla sua velocità, ma lei evidentemente prende la mia lieve esitazione per
imbarazzo e cerca di mettermi a mio agio liberandomi di cintura e pantaloni –
devo dire, qui ci impiega un po’ più di tempo.
Rotoliamo sul divano con una certa soddisfazione reciproca – almeno spero – poi
lei mi viene sopra e con un colpo di reni inizia a darci dentro come una
selvaggia. È decisamente bella così in controluce, la pelle scura coperta da
piccole gocce di sudore, i capelli a ciocche scomposte che le volano intorno
come le fronde di una palma squassata dal vento, ma ho la vaga impressione che
stia fingendo. Ho anche l’impressione che voglia accelerare la cosa e stia
facendo di tutto per finire in fretta.
Benché l’attività ginnico-amatoria in corso non mi lasci molto fiato a
disposizione, cerco di aprire un dialogo sull’argomento, ma in cambio ottengo
solo una serie di mugolii ed urletti poco convincenti. Così lascio perdere e mi
concentro sulla gradevolezza del momento, finché il divano finto tirolese, le
tende simil berbere e le travi – autentiche – riportate a vista non si
disintegrano insieme al resto dell’universo.
La cosa è stata breve ma – almeno da parte mia – abbastanza intensa.
Lei mi guarda tutta miele e zucchero mentre accende in contemporanea due
sigarette. Me ne passa una, accarezzandomi la guancia con un aria un po’ troppo
estatica.
E finalmente i miei sospetti si concretizzano quando lei mormora qualcosa del
tipo:
– Come ti invidio, quanta gente interessante che devi conoscere…
L’unica sorpresa a questo punto è aspettare di vedere su chi punta. Spero non
Totti. O il rampollo di casa Savoia.
Invece mi stupisce: il sogno di tutta la sua vita sarebbe incontrare Gino
Strada, e visto che io lo conosco… Forse l’ho giudicata male, deve essere stato
a causa dell’accento. Va a finire che non è del tutto stronza.
Così non la tiro per le lunghe e le dico subito che non sono Fabio Fazio. Sì,
gli somiglio, mi chiamo Fabio anch’io e sono ligure. Ma qui finisce ogni
possibile contatto.
A volte penso che dovrei cambiare il taglio della barba, o tingermi di azzurro i
capelli. Ingrassare magari, farmi un tatuaggio. Perché mi succede spessissimo
che mi scambino per lui, stessa faccia a punta, stesso sorriso, stesso nasone,
anche la calvizie incipiente pare vada di pari passo. Peccato che mi manchino i
suoi pregi, per cui l’apprezzo infinitamente, cioè il garbo innato e l’ironia
pungente: Che tempo che fa, insieme a Report – per quanto oramai
riproposti da non so quanti anni – sono gli unici motivi per cui ho ancora una
tv, di cui ovviamente non pago il canone. Io invece il garbo non so dove stia di
casa, e l’ironia sta mutandosi ogni giorno di più in uno sgradevole sarcasmo.
La tipa devo dire ha un guizzo di classe, ridacchia e afferma che non fa niente,
è stato lo stesso bellissimo conoscermi. Ricambio con frase di circostanza, mi
reinfilo la camicia nelle braghe e scappo.
Ho assoluto bisogno di un’altra birra, ma non oso sedermi di nuovo nel déhor in
piazza, vuoi mai che la delfinologa scenda subito, sarebbe oltremodo
imbarazzante. Così mi dirigo verso l’Expo masticando una gomma e un vago,
vaghissimo senso di colpa nei confronti di Donatella.
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