I giardini dello scalo di Quinto
 
di Maria Agostini



le prime pagine del libro
 

Incontri vecchi e nuovi

Qualche volta la vita ti concede una seconda possibilità.
Quando ti accade stai lì, in quello stato di grazia, che solo la mancanza dei guai e delle traversie quotidiane può dare e distendi i lineamenti del volto.
Sto proprio così, in quello stato d’animo di sospensione e di attesa fiduciosa, seduta sul terrazzino di casa guardando il mare.
È mattina presto, come sempre, e Nora pare aver deciso di mangiarmi viva questa mattina.
Ha una fame insaziabile e io, con la piccola in grembo, sorseggio il mio caffè e sorrido.
È il mio mondo la piccola Nora.
Un po’ ristretto, lo ammetto, ma nuovo e inesplorato per me.
La mia seconda possibilità è stata lei.
Piovuta dal cielo nel mezzo di una non storia che, ancora adesso, stento a definire.
Relazione? Convivenza? Pax? Pseudomatrimonio?
Ho conosciuto Luca, il padre di Nora, durante un’indagine di polizia, sezione omicidi della questura di Genova.
Sono stata io a chiamarlo.
Ho visto un cadavere che altri non avevano voluto vedere e ho chiamato la polizia.
Il mio dovere da brava cittadina modello.
Non potevo immaginare quanto quel cadavere scaraventato sul tetto di un palazzo mi avrebbe cambiato l’esistenza.
Nora si è addormentata. Esausta.
Mi ha sempre affascinato la capacità dei bambini di addormentarsi di botto.
Ovunque si trovino e qualsiasi cosa stiano facendo.
Quando sono stanchi chiudono gli occhi e crollano.
Così, semplicemente.
Ci riuscissi io. Invece no.
La notte resto sveglia a pensare al futuro e sono angosciata. Curiosa certo.
Spio i lineamenti di Nora che dorme beata nel suo lettino e mi immagino come sarà da grande.
Se il buon giorno si vede dal mattino sarà bellissima.
Ha ereditato il meglio di noi: gli occhi azzurro ghiaccio di suo padre, i suoi capelli nerissimi, quasi corvini, e i lineamenti delicati e aristocratici da statua greca di sua madre, che poi sarei io, anche se, di fronte a tanta bellezza così disarmante mi stupisco di come possa aver avuto parte nel processo.
Resto lì ore, imbalsamata, a guardare il soffitto nel letto di Luca troppo piccolo per dormirci in due ma che non ci decidiamo a cambiare.
Usciti entrambi da un passato provvisorio, viviamo ancora come chi non fa progetti a lungo termine ma aspetta l’occasione leccandosi le ferite degli insuccessi passati.
Basta. Mi alzo, è ora. Ora di cominciare ad affrontare la mia nuova e impegnativa quotidianità.
Luca sopraggiunge alle mie spalle. Sento il suo passo scalzo sul pavimento del terrazzo.

Pensatore di frodo.
È così che chiamerei la serie di pensieri più o meno coscienti che interrompono il flusso logico delle mie deduzioni.
Non posso fare a meno di riflettere e commentare tutto ciò che mi accade.
Poi lo tengo.
Per le indagini, deformazione professionale.
Solo che da quando è entrata Giorgia nelle mia vita finisco col pensare più a lei che al mio lavoro.
Ma in fondo mi va bene così.
Eccole là sul terrazzo le mie donne.
Sono rimasto un po’ a guardarle. Incantato.
È un quadro stupendo.
Senza tempo: “la maternità”.
Ma io, nel quadro, non ci sono.

“Un po’ di colazione per te” e appoggia sul tavolino un vassoio con spremuta d’arancia, brioche e cappuccino.
Deposito la piccola nel suo passeggino e comincio a mangiare.
In silenzio.
È il nostro rito quotidiano di riconciliazione col mondo.
Luca mi pare assente, più distante da un po’.
Certo attento e premuroso come sempre, ma lontano anni luce dall’uomo passionale e imprevedibile che ho conosciuto.
Sarà la stanchezza – la piccola non dorme poi molto la notte – sarà la routine che è assai diversa dall’inizio di un’avventura.
Mi alzo per salutarlo con un bacio breve, sulle labbra.
La mia giornata comincia più tardi e mi risiedo gustando l’attimo di pace.
Oggi entro alle dieci.
Ho ripreso a lavorare.
Anche se, con le ore di allattamento, pare più un hobby che un lavoro.
D’altronde Luca è rientrato alla sezione omicidi quando Nora aveva poco più di tre mesi.
Già Nora. Credo che dovrò smettere di allattarla tra un po’, sta cominciando a mettere i denti e gattona per la casa che è una bellezza.
Compirà otto mesi tra una settimana.
Mi alzo definitivamente e mi metto in moto.
Rigoverno casa, organizzo qualcosa per cena e poi preparo i libri di scuola e la borsa di nuoto.
Ho deciso di ricominciare con la piscina.
Mi aiuterà a rimettermi in forma.
È forse con un corpo più scattante Luca tornerà a desiderarmi come prima.
È infantile lo so. Ci si innamora dell’anima e non del corpo di una persona. Almeno così credevo.
Mentre chiudo la porta con uno scatto secco, la piccola appollaiata nello zaino, ripasso mentalmente le commissioni della giornata, frugo nella borsa alla ricerca delle chiavi della macchina, lego Nora sul suo seggiolino, impresa tutt’altro che facile, data la vitalità e il carattere deciso della piccola, che in questo ha preso da me, e sono pronta.
Mi sono imposta, tornando a lavorare, di essere una persona e una donna oltre che una mamma.
Mi sforzo perciò di curare il mio abbigliamento e il mio aspetto, la sciatteria non mi è mai piaciuta.
Entro sempre più tardi e non alle otto e, per ora, ci riesco.
Tailleur azzurro con maglioncino panna abbinato a calze e scarpe blu. Il blu mi dona.
Anche Luca dice che il blu mi dona.
Quando, durante le indagini che ci hanno portato a conoscerci, ho dovuto farmi fare un vestito da un atelier di sartoria il colore era blu.
Allora, e lo ricordo bene, disse che sembravo una debuttante al ballo dei cadetti.
Ricordare mi ha fatto bene e male allo stesso tempo.
Accantono i ricordi e mi concentro sul trucco.
Neanche a quello voglio rinunciare anche se spesso comporta truccarsi ai semafori rossi lungo la strada e a puntate.
Finalmente sono pronta.
Circa tre curve prima di arrivare a scuola.
Il tragitto da Quinto a Oregina è lungo, circa trenta minuti di traffico cittadino quando va bene; io non prendo l’autostrada con la piccola in auto, ma non mi dispiace.
Oltre a curare il mio aspetto, utilizzo il tempo per organizzarmi le lezioni e l’intera giornata.
Solo non posso correggere i compiti.
Mi manca il tragitto in treno. Per due anni ho fatto la pendolare tra Genova e Finale e il contrario.
Correggevo compiti che era una bellezza.
La scuola è la stessa dello scorso anno.
Stessi colleghi, stessa bidella-Caronte in gonnella che sorveglia l’ingresso e dissuade gli intrusi.
È per toglierlo dalle sue grinfie che ho offerto il caffè a Luca e da lì tutto è cominciato.
Mi sembrano anni luce fa.
Prima di entrare lascio la piccola al nido di fronte alla scuola.
Allora non lo sapevo, ma il palazzo sul cui tetto era stato scaraventato il cadavere di una donna di colore ospita un asilo nido del Comune.
È curioso come la storia di Nora si intrecci, suo malgrado, con quella della bella Edith, morta a ventinove anni per non tradire la libertà riconquistata delle sue amiche.
È pure curioso come abbia presentato domanda anche in quell’asilo che, tutto sommato, per me risulta proprio fuori zona.
Ho deciso di rientrare a lavorare a gennaio, dopo le vacanze di Natale.
La solitudine e la vita, tutto sommato da reclusa, che si fa con una bimba piccola in casa rischiavano di farmi impazzire.
Così, l’ultimo giorno di scuola prima di Natale ero venuta a trovare i colleghi.
Un po’ per salutare e un po’ per discutere del mio rientro e del mio orario.
Avevo ancora in borsa una copia della domanda da presentare ed era l’ultimo giorno utile.
Così, scoperto che nelle vicinanze c’era un asilo nido da una collega, ho consegnato il plico ed ecco fatto.
Nora si trova bene all’asilo.
Le maestre sono brave e competenti e io vado a lavorare più sollevata.
Ha significato molto per me. Anche riprendermi certi piccoli spazi quotidiani in esclusiva. Come oggi. Come la piscina.
Saluto Nora che dalla finestra mi fa ciao ciao con la mano, oltrepasso Caronte e sono dentro.
Non sono insegnante per scelta ma per compromesso.
Questo mestiere, iniziato per caso, comincia a piacermi.
Oggi sono di turno grammatica-storia e letteratura.
Amo molto la letteratura e cerco in ogni modo di comunicare ai ragazzi la mia passione.
Spiego, gesticolo, interrogo e... lo sguardo mi cade sul muretto su cui si appostava Luca quando veniva a prendermi e una fitta di nostalgia mista a malinconia dolce mi invade.
Non viene più a prendermi Luca.
Passa tutto il giorno in questura e rientra a malapena per cena.
Sono un genitore unico a tutti gli effetti.
D’altronde la decisione di far entrare Nora nella mia vita è stata da subito indipendente dal desiderio di Luca. È stato importante condividerla allora.
Allora sapevo di non essere sola. Ora non so più nulla.
Raccolgo il fascio di compiti da correggere, prendo il registro e trotterello in sala professori.
Sto incastrando tutto nel mio cassetto, il più basso della colonna, raso terra, quando dalla borsa semi aperta rotola fuori il ciuccio di Nora.
Sto per imprecare, mentre accucciata tasto il terreno con le mani, alla ricerca del gommotto, quando qualcuno che mi ha preceduto si accuccia accanto a me.
“La maternità ti ha fatto bene. Ti ha reso più piena, più appagata, e... irrimediabilmente più sexy” e, con una rapidità fulminea mi infila il ciuccio in una mano mentre mi bacia in punta di labbra.
Un soffio.
Ho immaginato o è accaduto davvero?
Metto a fuoco la realtà.
È Sergio che, sotto il mio sguardo severo, arrossisce come un bambino colto in fallo.

I post it musicali di Sergio per Giorgia
Lo dico in musica, lo dico in rima, come una serenata, per te, o una colonna sonora.
“Bella che ci importa del mondo.
Verremo perdonati, te lo dico io, da un bacio sulla bocca...”
Non te li scrivo mica davvero, te li dedico tra me e me, li lascio lì, sul frigo dell’anima, o del cuore.


“Ma non ti arrendi mai?’’ dico canzonatoria.
Sergio ha, da tempi immemorabili, un’idea, per così dire orizzontale, nei miei confronti.
Credo che in questo sia tradizionalista e prediliga la posizione del missionario.
“Mai” è la risposta decisa e insieme scherzosa.
È amico di Luca. Si sono conosciuti durante l’indagine sull’omicidio della bella Edith e hanno continuato a frequentarsi.
Solo Sergio non riesce a cancellarmi dalla lista delle donne abbordabili. Il gioco va avanti da un po’. È solo un gioco appunto.

Stancami e parlami…
Abbracciami… guarda dietro le mie spalle e poi
racconta… e spiegami
tutto questo tempo nuovo...
che arriva con te.


Ma noto con una punta di compiacimento che sono fiera di essere ancora oggetto del desiderio di qualcuno.
“Grazie. Sei sulla lista” gli dico rapida mentre mi dileguo.
Gli ho promesso, in un momento di particolare sconforto da parte sua che, qualora avessi deciso di darmi alla pazza gioia, lui sarebbe stato il primo della lista.
Non sa che da allora la mia lista si è allungata parecchio così come la mia insoddisfazione.
Scaccio i pensieri molesti. Ora la piscina.
Per obbligarmi alla costanza mi sono iscritta ad un corso di acquagym per signore.
È quanto di più vicino al tango argentino io abbia trovato, una delle mie passioni che ho lasciato con la casetta di Finale.
Anche Luca, come Alfredo, il mio primo marito, non balla e non ballerà mai.
Figuriamoci iscriversi ad un corso di tango argentino.
E poi comunque non ne avremmo il tempo, e non sapremmo a chi lasciare la piccola Nora.
Irene proverà a seguirmi in quest’avventura.
Passo a prenderla per la sua pausa pranzo e in un quarto d’ora siamo in acqua.
Nuotavamo insieme una volta.
Irene è più bella e più in forma di me. Mi dico sotto lo sguardo ipercritico che mi rivolgo nello specchio degli spogliatoi.
Pazienza. Anche la maternità ha il suo prezzo.
La lezione trascorre veloce ma comunque faticosa.
Mi annoto che il maestro non è davvero male.
Riaccompagno Irene al lavoro al Castello d’Albertis, è curatrice del museo delle culture del mondo collocato all’interno del castello, e sono da Nora.
La giornata è andata bene.
Tutto tranquillo, mi informa Luisa, la maestra della sezione dei lattanti che si occupa di Nora e di altri cinque piccini di età varie.
Nora ha scalato il salone dei giochi ad una velocità incredibile, mi è corsa incontro e adesso è ai miei piedi.
Mi chino porgendole la mano, la prendo in braccio, la bacio e siamo fuori.
Maggio, il mio mese preferito, sta per cominciare. La giornata è calda e solare.
A casa non c’è nessuno, tranne cumuli di roba da lavare e da stirare.
Non sono una buona casalinga. Non lo sono mai stata.
Nemmeno quando stavo con Alfredo, da cui mi sono separata due anni fa: la precisione maniacale fatta persona.
“Ogni cosa al suo posto e un posto per ogni cosa” da vomitare.
Parcheggio la macchina e siamo ai giardini pubblici sotto casa.
Mentre mi avvio col passeggino porgo a Nora il suo succo di frutta coi biscotti.
Ha sempre fame la piccola.
Ai giardini ci godiamo il sole mentre provo a incominciare a correggere i compiti.
Nora, più o meno, bada a sé stessa contemplando i bimbi più grandi che vanno su e giù dallo scivolo.
Più tardi faremo un po’ di giri anche noi e proveremo a camminare in piedi. Manca poco oramai.
Solo è estremamente faticoso per una mamma della mia età sorreggere la bimba mentre muove i suoi passi dritta in piedi ma senza equilibrio o senso della gravità.
Sto riflettendo su tutto questo mentre la scruto ad intervalli regolari tra una frase di grammatica e l’altra.
Devo dare meno compiti scritti. Sono obiettivamente troppo gravosi per me da correggere in questo periodo.
Ad un certo punto una figura di donna-bambina attrae la mia attenzione: si tratta di una ragazza, diciotto anni al massimo, che vende fiori ai margini dei giardini. Ha al collo legata con un pezzo di stoffa una bambina piccola e bellissima, avrà più o meno l’età della mia Nora.
Anche la madre è bella, fiera e altera, come solo i discendenti dei beduini del deserto sanno essere.
Di carnagione olivastra, lunga e sinuosa, occhi verde azzurro di un’intensità sconcertante.
Ha messo in bella mostra i suoi fiori ma ha occhi solo per la sua bambina, gioca e scherza con lei parlandole piano, quel piccolo linguaggio sommesso che solo le madri adoperano con i loro figli.
C’è un mondo intero in quello scambio così intimo e privato.
La piccola ha occhi solo per lei, sembra mangiarsela con quegli occhi neri come il petrolio che ridono furbetti tra i riccioli neri dei suoi capelli ribelli.
Un attimo. Il tempo di contemplare il quadretto e Nora non c’è più.
Devo aver chiuso male le cinghie di sicurezza del passeggino o lei, in uno dei suoi esercizi quotidiani di intraprendenza deve aver imparato e sganciarle.
Mi guardo attorno allarmata e smarrita.
I giardini sono letteralmente invasi da bambini di età varie che, principalmente con le nonne e le baby sitter, sfogano la loro esuberanza e la loro gioia di vivere.
I compiti sono sulla panchina.
Sono in piedi.
Mi riparo dal sole con una mano mentre faccio scorrere lo sguardo intorno.
Frugo i giochi di ferro con occhi febbrili.
Nora non c’è.
Poi torno come calamitata dalla donna bambina con la piccola.
Ha due bimbe in braccio ora e con voce ferma e cantilenante sta calmando Nora mentre viene verso di me.
Ha paura degli sconosciuti Nora.
Di solito, ed è una fase normale della crescita a questa età, quando vede un volto che non conosce piange spaventata e corre a rifugiarsi tra le mie braccia.
Adesso no. Guarda incuriosita e beata la ragazza che le parla dolcemente.
Per nulla sorpresa o spaventata.
Mi affretto verso di loro. Prendo la piccola dalle braccia di Afef, così si chiama la venditrice di fiori.
Si presenta educata e mi dice in un italiano stentato ma dolce dei suoni gutturali dell’arabo misto al francese, che la piccola Nora voleva salire sullo scivolo e lei l’ha fermata.
La ringrazio, marciamo insieme verso il passeggino e i compiti che giacciono sulla panchina inanimati, a ricordarmi la mia negligenza materna.
E l’inconciliabilità quotidiana di fare bene la madre e l’insegnante.
Raccolgo il fascio, imbriglio Nora nel suo passeggino, compro l’intero blocco di fiori rimasti ad Afef e mi avvio con lei verso casa.
Non ho fatto amicizia con altre madri del quartiere.
Sono tutte troppo impegnate con altro per portare i loro figli ai giardini. Ci sono colf e bambinaie per questo.
E, nella peggiore delle ipotesi, le nonne.
Non mi importava fino a un po’ di tempo fa. Il fatto poi che Nora frequenti il nido così distante non facilita certo le cose. Mi sento molto sola.
L’universo femminile delle madri con figli piccoli potrebbe essere un buon sistema di conforto o confronto.
Con mia madre il confronto è impossibile.
E così sono particolarmente lieta di aver avvicinato un’altra mamma.
Sola come me ed estranea, lei per nascita e io per scelta, a questo quartiere e a questa classe sociale da cui vorrei scordare di provenire.
Camminiamo piano, senza fretta.
Le piccole condividono lo stesso passeggino e ridono di gusto.
Nel breve tragitto Afef mi racconta tutta la sua vita.
Viene dal Marocco, compirà diciotto anni a luglio.
La piccola ha un padre rumeno, più vecchio di lei e, lo intuisco dalle sue reticenze, probabilmente violento.
Vive in una roulotte nell’unico campo nomadi del Levante cittadino, nell’area attrezzata messa a disposizione dal Comune, e vende fiori.
Ci furono manifestazioni animate all’epoca della decisione, da parte dell’amministrazione comunale, di collocare un campo nomadi in uno dei quartieri più eleganti e signorili della città, seppure in una zona marginale e poco sfruttata.
Siamo tutti disponibili ad aiutare i più poveri, purché siano distanti e restino a casa loro.
Un insediamento di nomadi sotto casa invece è un aspetto più concreto di solidarietà e disturba ancora molto.
Non vuole chiedere l’elemosina o prostituirsi Afef.
Ma deve portare i soldi a casa ogni sera o fa meglio a non rientrare affatto.
Vorrei dirle che è troppo giovane per un destino così infame ma mi trattengo.
“E la piccola?” chiedo curiosa.
Quando parla di sua figlia ad Afef si illuminano gli occhi e il viso. Si trasfigura.
“Aisha va al nido, a Quarto’’.
Conosco quell’asilo. L’avevo preso in considerazione per Nora. Ma purtroppo lì non c’era posto per lei.
Di sicuro è un servizio più utile per bimbe come Aisha, allarga i suoi orizzonti oltre la roulotte del campo nomadi.
Sono arrivata. Saluto garbatamente e mi avvio su per le scale, Nora su un braccio, il gigantesco mazzo di anemoni, fresie e garofani nell’altro.
A casa subito li spacchetto e li metto dentro un vaso enorme che troneggia sul tavolo-bancone di piastrelle della cucina.
Luca non è ancora arrivato. Come sempre.
Metto su l’acqua della pasta e vado in bagno.
Canticchiando spoglio Nora per il breve bagnetto quotidiano. Oggi sono in ritardo. Quindi il bagnetto può durare un po’ di più.
Mi spoglio a pezzi, seminando calze, scarpe, gonna e maglioncino in giro per casa.
Ho caldo e sono scontenta e insoddisfatta.
Accendo la radio a basso volume e, mentre sto ballando un pezzo di blues con la piccola in pigiama sul seggiolone che sgrana gli occhi, Luca finalmente compare.
Accenna due passi di ballo con me, sorride alla piccola e si rintana in camera.
Fin qui niente di nuovo.
Ho visto qualcosa di strano nei suoi occhi.
Più tardi dovrò indagare. A fondo.
Sta sicuro che saprò quello che c’è da sapere. Sono degna figlia di mia madre in questo.
Nora si è addormentata beata. Sono le otto e mezza. Ceniamo tranquilli sul bancone.
Luca stappa una bottiglia di vermentino.
Ma è distratto, lo vedo. Più del solito. Con la testa è molto distante da qui.
Provo ad affrontare l’argomento.
“Com’è andata oggi?’’.
Una domanda neutra per tastare umori e possibilità.
“Abbiamo trovato un cadavere. Una ragazza straniera. Morta ammazzata’’.
“Su un tetto?” dico io più per ironizzare e per ricordarmi i momenti indimenticabili vissuti con Luca durante l’indagine famosa.
“No, sullo scalone di Palazzo Ducale dove vendeva i suoi fiori ai passanti’’.
L’accostamento con Afef è simultaneo. Ma non voglio parlarne a Luca. Non adesso.
Riservo il mio resoconto per dopo. Solo se Luca vorrà sapere.
Mi chiudo in me stessa e nei miei silenzi sempre più spesso ultimamente.
“Sgozzata per essere precisi. I fiori accanto a lei e i soldi dell’incasso intatti in tasca’’.
“Non si è trattato di una rapina dunque” dico io più a me stessa che a Luca che guarda oltre nel vuoto.

Quando comincia a far funzionare il cervello è irresistibile.
La maternità l’ha resa più adulta, più piena e irrimediabilmente più bella.
Le sue capacità logiche sono rimaste immutate però.

“Conoscete le generalità?”.

Ecco che arriva la bordata. Lo sapevo.
Tanto prima o poi dovevo dirglielo.
Un bel respiro e via, tutto d’un fiato.

“Sì. L’ho identificata io. Abbiamo già avuto a che fare con lei.
Una presenza marginale in un giro di droga e prostituzione. Anche lei aveva visto qualcosa sullo spaccio in centro e aveva accettato di aiutarci”.
“Quanto tempo fa?” e la mia voce si è fatta affilata e tagliente.
Sappiamo tutti e due dove voglio arrivare.

Sei gelosa nonostante tutto. Cosa ho fatto per meritarmi una simile compagna ingenua, bellissima e così gelosa da farmi arrossire?

“Quando Elisa dirigeva la sezione omicidi. Era sua l’inchiesta. Nel senso che lei si occupava delle relazioni esterne e io svolgevo tutto il lavoro ‘sporco’ ossia le indagini. Con l’aiuto di Lucio, è ovvio”.
Eccoli qui. I due protagonisti principali della scena.
Elisa, la ex moglie di Luca, che per poco non mi faceva ammazzare, e Lucio, il suo migliore amico, poliziotto anche lui, che ha fatto da messaggero tra noi, quando Luca era infiltrato durante l’indagine sull’omicidio della bella Edith.
Anche Lucio è rientrato alla omicidi.
A Finale si annoiava da morire mi ha confessato.
Domino a fatica un moto di stizza.
Ultimamente sembrano contare di più Elisa e Lucio di me e di Nora.
E non mi piace per niente.

Quando mette il broncio gli anni le scivolano di dosso.
Sembra un’adolescente.
Come quando mi ha trascinato al Righi, da “U Richettu”, vestita come una sedicenne.
Da mangiarsela con gli occhi. Ora come allora.

Luca mi stringe la vita e mi solleva piano sul bancone.
Mi slaccia la camicetta senza una parola e senza una parola prosegue lì, facendo il suo dovere, per così dire, ma senza il trasporto e la passione di un tempo.
C’è stato un momento in cui fare l’amore con Luca significava letteralmente perdermi in lui fino al punto di non sapere più nemmeno chi fossi.
Riemergo ansimando e lo guardo negli occhi.
C’è un’ombra. So che non dirà altro stasera.
E lo lascio in pace.
La mattina dopo mi chiede il perché di quei fiori.
Invento una scusa qualsiasi decisa a tenere per me quel piccolo segreto.
È ora di cercare di scoprire qualcosa su tutta questa storia.
Per conto mio naturalmente e con i miei metodi.
Sono pur sempre un’investigatrice dilettante e in altre occasioni non me la sono cavata poi male.
 


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