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Giorni contati
di Maria Masella
1
Domenica 27/11
Pomeriggio
Manu ha chiacchierato senza interruzione per più di due ore, da quando ho
avviato l’auto dopo aver controllato se aveva ben agganciato la cintura.
Approfittando di qualche giorno delle tante ferie che ancora mi spettano, ho
portato mia figlia Manu in montagna, a sciare. Per stare un po’ con lei.
Ha parlato tanto di Matteo: si sono conosciuti il primo giorno ed è stato amore
a prima vista. Innamorati persi anche se hanno soltanto otto anni.
Della seggiovia ha parlato ancora di più. Si è guastata il primo giorno, tutti
erano irritati, lei no! Non ho neppure provato ad allontanarla dai tecnici che
si occupavano della riparazione. Ruote, viti, ingranaggi la mandano in estasi.
Mi ha fatto tante domande, di più ne farà a sua madre: molto più esperta di me.
Manu l’ha già capito.
Come ha già capito che papi, cioè io, e sua madre hanno vite separate.
Se ha smesso di chiacchierare, mentre percorriamo il viadotto che sovrasta il
Polcevera e Cornigliano, è perché sa che, tempo mezz’ora, un’ora al massimo, la
accompagnerò a casa, risalirò in auto e per un po’ non ci vedremo.
Sto prendendo lo svincolo per la Sopraelevata quando mi blocca:
– Vai giù, passiamo di sotto.
Eppure la Sopraelevata le piace, ma la tecnica dilatoria è ovvia: passando da
via Buozzi a corso Saffi si impiega parecchio tempo in più.
– È tardi.
Non risponde, ma fa la faccia scura mentre imbocchiamo la Sopraelevata. È tardi
davvero… Ho promesso a sua madre che l’avrei riportata a casa entro le cinque e
sono già le sei. È mia figlia. Potrei scendere all’uscita di Caricamento e
portarla al Porto Antico, ma è davvero tardi ed è anche freddo: grecale che ti
taglia la faccia.
– Pensavo di passare da Tommaseo e prendere una cioccolata con la panna.
S’illumina: è facile renderla felice.
Prima di dare l’ultima leccata alla panna mi guarda dal basso in alto.
– Non l’avevi deciso prima.
Non è una domanda, neppure un’accusa, soltanto una constatazione. Facile farla
felice, difficile farla fessa.
– Neppure tu vuoi restare solo.
Dannazione! Sì, forse sì, forse ha ragione. Sono solo come un cane. Piazza
Tommaseo ha già le luminarie di Natale: bel periodo per la solitudine.
Risaliamo in auto. Si parla fingendo allegria per la bella vacanza.
Suono, apre sua madre.
– Ci è venuto tardi.
– Ero in ansia, ho provato a chiamarti, ma hai il cellulare spento.
Con un gesto sciocco prendo il cellulare dalla tasca del giaccone e controllo;
vero: è spento.
Lo riaccendo.
– Ora vado. – Mi chino e abbraccio Manu.
Mentre esco dal portone mi accorgo di avere ancora il cellulare in mano; è in
quel momento che mi accorgo di avere messaggi in segreteria.
Il lavoro mi ha raggiunto.
Chiamo e risponde Iachino.
– Sono appena arrivato in città, cosa c’è di tanto urgente?
– Donna. Morta ammazzata. Al parcheggio del Porto Antico.
– Arrivo. – Per un pelo non ci capitavo dentro con Manu!
Ho ripercorso a ritroso la strada fatta con Manu.
Davanti al parcheggio del Porto Antico la gente cerca di tenersi al riparo dal
vento che sbatacchia palme e tendoni. Posto freddo, scoperto…
Mentre scendo dall’auto mi viene incontro Iachino. Non ha una bella faccia, non
soltanto per il freddo o perché non si fa una vacanza da millenni. Che sia un
brutto morto? Ora, di morti belli non ce ne sono, ma alcuni sono più brutti.
Anche noi del mestiere abbiamo stomaco come tutti.
– È qui, commissario, qui sotto.
– Ammazzata male? – Gli chiedo seguendolo.
– Non più di tanto. Perché?
Alzo le spalle. – Hai una faccia…
Non dice niente. Solo mi fa segno di seguirlo e ad ogni passo capisco meglio il
motivo della sua faccia.
Parcheggio multipiani, donna morta in un angolo, raggomitolata su se stessa, ma
con un braccio teso. Potrebbe essere un malore, ma se mi hanno chiamato ci deve
essere almeno il sospetto di un delitto. Mi avvicino e quando la guardo in viso
diventa tutto chiaro: sulla fronte le è stato scritto 2.
Un angolo della gonna è sollevato a mostrare gambe né belle né brutte e un
angolo di slip. In apparenza nessun segno di violenza: i collant sono intatti,
solo una piccola smagliatura al ginocchio.
Infilo una mano in tasca alla ricerca del pacchetto di sigarette. Niente. Per
non fumare mentre ero con Manu, non ne ho comprate.
– Ci trovi un senso?
Iachino scuote il capo. – No, anzi sì. L’unico che mi viene in mente è che con
il Natale in arrivo ci è arrivato anche un serial killer. Supponiamo che quel 2
indichi che è il secondo di una serie, allora abbiamo perso il numero 1.
– Si controlla.
Bella accoppiata: già per Natale i delitti aumentano, un serial killer rende la
vita ancora più difficile. Datemi un bel caso passionale o per soldi: sono i
migliori.
Arretriamo mentre la Scientifica continua il solito lavoro. Qualcuno, forse
l’assassino, forse no, ha frantumato la lampadina e ora il parcheggio è
illuminato dalle nostre torce: sembriamo spettri. Tutti diversi.
– C’è Torrazzi, commissario. È di là. Ha detto che l’aspettava.
Mentre lo sta dicendo si sente l’abbaio di Torrazzi.
– Vacanza, eh! E noi qui a sgobbare!
– Nemmeno tornare mi lasciate. – Lo guardo, i convenevoli sono finiti. – Cosa
c’è?
– Il referto poi te lo scrivo tutto in ordine. Deve essere stata uccisa tre o
quattro ore fa. – Dà un’occhiata al suo orologio da polso. – Diciamo un’ora
prima del ritrovamento. Diciamo fra le quindici e le sedici.
Distolgo lo sguardo: Torrazzi è un medico legale, anzi il migliore con cui abbia
mai lavorato. Ma è incapace di mettere nero su bianco i risultati dell’autopsia,
in compenso a voce è chiarissimo.
– Anticipi?
– È per questo che ti ho aspettato, Antonio. Attacco cardiaco, provocato,
probabilmente. Direi digitale in dosi massicce. – Alza le spalle. – Oh, devo
ancora farle le mie analisi, ma lo sento. Ho esperienza. Ora vado che ho fretta.
Ed io torno dal corpo. È, o forse era, una donna di circa trentacinque anni, né
bella né brutta, ma la morte dà ad ognuno la sua impronta. Bionda, probabilmente
tinta, ma non una cosa sfacciata. Il corpo è di una donna che ha vissuto, non di
una bambolina da vetrina.
– Identità?
– I documenti erano nella borsa – indica una tracolla marrone abbandonata lì
accanto. – Pia Moresco, età trentadue anni, residente in via Cantore.
– Stato civile? – E mentre lo chiedo occhieggio gli slip che spuntano dalla
gonna sollevata. Sono bianchi, di cotone. Tre cose nell’ordine parlano di una
donna: borsa, biancheria, scarpe. Come le sceglie e come le tiene. La borsa è
classica, le scarpe pure. Ben tenute ma non all’ultima moda. La biancheria non è
di quelle che una della sua età sceglie per sedurre. Anche se è una scemenza,
non tutti gli uomini sono uguali… A me, per esempio, così piace.
– Nella patente non c’è altro. Ma sono arrivati i primi dati dalla Centrale.
Divorziata. Il corpo è stato trovato da una coppia – mi guarda. – Una coppia,
commissario, non una coppietta. Marito e moglie regolari che abitano in centro
ed erano venuti al Cineplex. Lei si è sentita male, è pure incinta, così abbiamo
preso i loro dati e li abbiamo lasciati andare a casa.
Mi chino sul corpo. Le guardo il viso. La morte deve essere stata rapida,
imprevista. Non conseguenza di una lite.
– Parenti?
– Un fratello che abita a Chiavari. L’abbiamo cercato per avvisarlo, ma ha
risposto un domestico dicendo che è fuori e tornerà in serata, prima non può
rintracciarlo.
– Andiamo a sentire quelli che l’hanno trovata. – Lo guardo. – Nomi? – Chiunque
risponde più volentieri ad una domanda, si impegna di più, se il suo
interlocutore lo chiama per nome. È mestiere.
– Semino Enrico e Semino Mirella nata Trucco. – Ha risposto a memoria senza
consultare appunti.
Il palazzo dei Semino è in corso Solferino: abitano a un piano basso, senza
vista e con poca luce. Piano economico.
È il marito ad aprire. Non ha più di trent’anni. – Mia moglie è di là, l’ho
fatta coricare… Uno spavento. – Abbassa la voce. – Il dottore ha detto di starci
attenti, gravidanza a rischio. Questa non ci voleva.
– Cercheremo di non agitarla – lo tranquillizzo seguendolo nel soggiorno. – A
molte domande potrà rispondere lei, signor Semino.
– Sì, certo, eravamo insieme.
Ci indica il divano e, obbedienti, io e Iachino prendiamo posto, mentre lui si
riserva la poltrona.
– La cosa migliore, signor Semino, è che mi racconti tutto con ordine, senza
farsi problemi. Se poi le verrà in mente qualcosa di più, tornerà indietro e
l’aggiungerà.
– Cosa posso raccontarle? Niente.
Ecco, questi sono i miei testimoni preferiti: chi dice di non aver visto nulla,
ricorda poi tanti particolari interessanti.
– Non si preoccupi, signor Semino. Cominciamo da quando l’avete trovata, anzi da
quando siete entrati nel parcheggio.
– I miei suoceri abitano a Savona, dovevamo andare a trovarli e stare da loro
qualche giorno. Ho fatto un mezzo ponte, da mercoledì a domenica.
Come il sottoscritto.
– Ma ieri siamo tornati con calma. Avevamo deciso di passare una giornata da
soli in casa nostra. Sa: i miei suoceri sono brava gente, ma ci mancava la
nostra libertà. Così mia suocera ci ha dato qualcosa da portare a casa: una
teglia di lasagne e una crostata. Ma poi oggi abbiamo deciso di andare al cine,
c’era un film che mia moglie voleva vedere. Il Porto Antico è comodo, si lascia
l’auto e via. Poi si beve un tè e la si riprende.
– Il parcheggio?
– Tutto come sempre, ma gente poca. A quell’ora…
– Che ora?
– Saranno state le tre e mezza – mi lancia un’occhiata. – Però vi abbiamo dato
lo scontrino. – Pausa. – Non abbiamo incrociato neppure un’auto. Un silenzio che
a ripensarci mi vengono i brividi.
A quell’ora il primo spettacolo è iniziato da un pezzo. Un caso o l’assassino ha
scelto con cura?
– Arriviamo al cinema e lei dice che è già stanca e di vederlo da metà non le va
e così decidiamo di tornare a casa prenderci il tè da noi con la crostata. Ci
avviamo al nostro posto.
– Che ore erano?
– Sarà passata poco più di mezz’ora da quando eravamo arrivati. Perché un po’ di
tempo l’abbiamo perso a decidere cosa fare.
– Lei ha impiegato un po’ di tempo a decidere cosa voleva fare?
– È mia moglie, passando, a dare un’occhiata nel posto prima del nostro. Stiamo
andando avanti quando mi prende per un braccio e mi riporta indietro e comincia
a gridare! E indica per terra.
Si è fermato e annuisco per incoraggiamento.
– Penso che abbia visto un topo, ce ne sono sa? Ne ha una paura maledetta, come
tutte le donne.
Francesca non ha paura dei topi. No, via, non pensare a lei, ascolta.
– Non abbiamo toccato niente, sa, io cercavo di calmare Mirella…
– Che cosa ha attirato l’attenzione di sua moglie, lo sa?
– Non so… – esita. Non fossi uno della polizia mi manderebbe al diavolo.
– Dovrei chiederlo a sua moglie, signor Semino. Ogni dettaglio può essere
importante.
– Se vuole gliela chiamo, si è stesa un attimo.
Ci lascia soli. Un tranquillo interno borghese per una giovane coppia.
Ritornano poco dopo, lei si appoggia al marito. Vero, ha la faccia sofferente,
porta male la gravidanza. Fran scoppiava di salute e di energia… Tutte e due le
volte. Chiudo gli occhi per un attimo, devo ritornare un commissario.
Mi alzo, imitato da Iachino. – Mi scusi, signora Semino, cercherò di disturbarla
il meno possibile.
Lei si sistema sulla poltrona prima occupata dal marito, che le resta accanto. –
No, è passata, ora sto meglio – dicendolo si posa una mano aperta sul ventre. –
Ma quello, è certo che non lo dimenticherò facilmente.
– Capisco. – Pausa. – Mi ha detto suo marito che eravate già andati avanti, ma
poi lei l’ha trattenuto e siete tornati indietro.
– Sì. No, non proprio così… Ecco… – esita. – Non vedo dove metto i piedi. –
Arrossisce.
– Non si preoccupi, so come succede. – È il mio turno di esitare. – Mia moglie
ha avuto due figli.
– Così camminando mi sento qualcosa sotto la scarpa. La destra. Anche se è
freddo quelle con la suola spessa mi pesano. Arretro per appoggiarmi all’auto,
mi chino e vedo la mano.
– Ha cominciato a gridare che c’era una donna a terra – è lui a continuare. –
L’ho portata alla nostra auto, l’ho fatta sedere, ho preso la torcia e sono
tornato a vedere.
– Io non volevo restare sola, avevo paura, ma lui è andato lo stesso. – Lo dice
con un tono che lascia prevedere numerose recriminazioni e rimproveri futuri.
– Dovevo, Mirella, capisci, poteva essere ferita.
Lei si chiude in un silenzio offeso.
– Mi ha detto che ha preso la torcia, signor Semino.
Mi guarda come se fossi scemo. – Certo, era mezzo buio, per prudenza.
– Ma sua moglie ha visto la mano.
– Le luci basse erano accese, era spenta quella in alto. – È lei a rispondere di
slancio. – Ho un’ottima memoria visiva. Ora sono in congedo per maternità, ma
lavoro in un forno qui vicino e di ogni cliente so il pane che vuole.
Controlleremo le luci, il curriculum della commessa di panetteria non mi
interessa. Cerco di visualizzare il corpo che ho visto. Soprattutto le mani,
anzi la mano protesa, probabilmente quella vista dalla Semino. Mano grande e
senza smalto. Un anello a fascia con una pietra nera, un classico anello da
uomo, ma ora alcune donne li portano. Però è un oggetto che fa pensare ad un
uomo. – Sapeva già che era una donna?
– No. – Dà un’occhiata alla moglie. – Lei gridando ha detto “c’è una donna” e
così…
Forse se gli avesse detto “c’è un marziano tutto verde”, lui le avrebbe creduto:
dei due è lei che comanda.
– Perché ha pensato ad una donna, signora Semino?
– Ma, non so… – Si porta una mano alla fronte. – Ho un tale mal di testa. Devo
tornare a letto.
Fa il gesto di alzarsi. Lui, pronto, la sorregge. Sono già alla porta quando li
fermo. – La scarpa? Aveva davvero qualcosa sotto la suola?
Lei mi lancia un’occhiata sbieca ed è lui a protestare: – Pensa che ce lo siamo
inventato? Che l’abbiamo uccisa noi? Noi quella neppure la conosciamo.
Alzo una mano. – No, no, non mi sono spiegato bene. Non metto in dubbio quello
che mi avete detto, soltanto una curiosità. Se davvero la signora – e abbozzo un
cenno compito verso la Semino – aveva qualcosa sotto la scarpa.
– Ma, non so, non sappiamo – è lui a rispondere. – Nella confusione non ci è
venuto in mente.
– Forse potremmo darci un’occhiata.
– Cosa vuole trovarci di interessante? – Sarà stanca, ma ha una voce penetrante.
– Sa, signora Semino, sono riscontri che devo fare – alzo le spalle in un gesto
di resa – è il mio lavoro.
– La accompagno a letto e gliele prendo.
– Saranno sporche – protesta la moglie.
– Non si preoccupi, signora.
Per qualche minuto restiamo soli, Iachino ed il sottoscritto. In attesa. Come
tante altre volte. Poi lui ritorna con un paio di scarpe da donna.
Mezzo tacco, largo, solido. Suola sottile. Pelle marrone, morbida…
Mentre me le porge il marito commenta a mezza voce: – Le fa su misura da
Panfili.
Ora, io questo Panfili non so chi sia, ma scarpe su misura… Con quello che
costano già fatte in serie! L’appartamento sembra modesto. Ma è prendendole in
mano che capisco. Una delle due, la sinistra, ha un sopralzo interno. Incrocio
lo sguardo di Enrico Semino. Lui abbassa la voce fino ad un sussurro. – Ha avuto
un incidente d’auto, la gamba si è saldata bene ma è rimasta un po’ più corta.
Con queste non zoppica neppure.
Annuisco. Ognuno ha i suoi piccoli segreti. Anche un sopralzo interno può essere
un cruccio.
– Le scarpe su misura sono il suo vizio, su quelle non si risparmia.
Capisco. Le giro.
Il quadrato di cartoncino grigio è rimasto attaccato alla suola: la Semino non
mi ha mentito. – Posso prenderle per un controllo? Gliele farò riavere al più
presto.
– Ma cosa vuole che sia?
– Mi dispiace, signor Semino, so che è una scocciatura, ma sa, per tranquillità…
Esita. – Non è per quello… È che non vorrei, sa lo sappiamo solo noi di
famiglia.
– Non si preoccupi – lancio un’occhiata a Iachino che è rimasto accanto a me,
presenza silenziosa e inerte soltanto in apparenza. – Noi non diremo nulla. E
questa è come tutte le altre.
Iachino annuisce. Prende dalla tasca del giaccone un sacchetto e ripone la
scarpa destra.
Lasciamo casa Semino con il nostro trofeo.
Il quadratino di cartone grigio, sottile, ben sagomato, anzi di quelli
pretagliati e da strappare è rimasto attaccato alla suola, perché prima la
signora Semino aveva pestato un chewing gum.
Quel cartoncino non è grigio anche dall’altra parte, quella che non si vedeva,
ma ha tracce di un disegno. Colori vivaci, bordi netti e scuri di separazione
fra un colore e l’altro. Nessuna forma riconoscibile. Probabilmente quasi nuovo.
– Un disegno per bambini – è il commento di Iachino.
– Sì. Si tratta di scoprire se c’entra o non c’entra con il delitto.
Mi schizzo una piantina del luogo dove il corpo è stato trovato dai Semino.
– Sono un idiota, non le ho chiesto dove ha sentito qualcosa sotto la scarpa.
– Se per guardarsi si è appoggiata all’auto, allora l’ha pestato qui vicino –
replica Iachino.
– Ma poteva averlo pestato prima ed essersene accorta in quel momento.
Lui borbotta.
– Che c’è?
– Quella sente muovere anche una paglia. Oltre ad avere una gran memoria visiva.
A Iachino la Semino non è simpatica e neppure a me, ma che abbia una buona
memoria visiva è vero. La situazione luci è stata esattamente ricordata e
descritta.
– Comunque, per tranquillità, meglio chiederglielo.
Una veloce telefonata conferma l’ipotesi Iachino.
Abbiamo anche rintracciato il fratello della morta, Virgilio Moresco. Mi dice
che vive solo ed era fuori, appassionato di trekking. Odia i cellulari.
Quando gli abbiamo chiesto di venire, ha detto che sarebbe arrivato l’indomani
in mattinata. Per il riconoscimento, non per altro, perché lui con la sorella
non ha niente da spartire.
Anche lui una gran bella persona, ma forse ha i suoi motivi.
2
Lunedì 28/11
Una settimana che comincia con un delitto
è in salita.
Ieri nessuna novità, per fortuna c’è stato un delitto, così i titoli di testa
sono garantiti.
BARBARA UCCISIONE
TRUCIDATA UNA DONNA
SEVIZIATA AL PORTO ANTICO
Ma poi, stringi stringi, non sanno cosa scrivere. Le interviste ai Semino
riempiono una colonna, non di più.
Ho appena finito di scorrere i titoli, aspettando il referto di Torrazzi, quando
invece arriva Moresco Virgilio. Alto, magro, colorito sano.
Lo accompagno dalla sorella, veramente lui mi dice che è venuto per il
riconoscimento del cadavere.
Non fa una piega. – Sì, è lei, Pia Moresco.
Quando gli chiedo di rispondere ad alcune domande mi guarda come se fossi
impazzito. – Ma io di lei non so niente. Viveva la sua vita, io la mia.
Gli faccio segno di sedersi. – Di certo qualcosa saprà. Se ha nemici, se ha
amici.
Mi interrompe. – Come devo dirle che di lei non so niente.
Non la chiama mai “mia sorella”, ma soltanto “lei”. – Quello che devo chiederle
fa parte del mio lavoro, signor Moresco, anche ingrato, a volte.
Guarda l’orologio, Casio iperaccessoriato. – Chieda e facciamola finita.
– Lei, signor Moresco, dove era ieri pomeriggio…
Non mi lascia finire, si alza di scatto ed esclama: – E ora anche questa!
Dov’ero? Con il mio gruppo di escursionisti CAI. In otto eravamo, cinque uomini
e tre signore. Vuole i nomi?
Lo chiede con un tono che rende obbligatoria la replica: – Può dare i nominativi
al mio collaboratore. – E indico Iachino. – Si segga, per favore.
Obbedisce, di malavoglia.
– Ora parliamo di cose serie. Ci risulta che sua sorella fosse divorziata.
– Sì, lui era uno senza arte né parte. L’ha sposato per far dispetto a mia
madre, povera donna, e poi ha divorziato subito. E non mi stia a chiedere della
sua vita perché non ne so niente.
– Aveva una relazione?
– Se non avesse avuto un altro perché avrebbe divorziato?
Si divorzia per tanti motivi. Interrogarlo è come scalare una montagna: provo un
altro versante. – Il lavoro?
– Impiegata. In una ditta di spedizioni in porto. – Dice il nome, glielo faccio
ripetere e ne prendo nota. – Veramente ora non più in Darsena, ma a Voltri. La
sua parte di eredità di mia madre se l’è spesa per la casa a Sampierdarena che
era così comoda per il lavoro! – Ride, ride amaro.
Ora, uno che dice una cosa così o è uno stronzo patentato o ha dei motivi
validi, ma validi davvero. – Lei e sua sorella non eravate in buoni rapporti?
La stessa risata e poi:
– Non ci vuole una gran abilità per capirlo, vero? Mia madre non la poteva
vedere e aveva lasciato a me, che l’ho sempre curata, i beni di famiglia. Lei ha
fatto causa, per la legittima.
Però ha un alibi.
– Il marito? Anzi l’ex marito?
– Poldi Giovanni. Emigrato. In America. Boston, un corso di specializzazione.
Un corso di specializzazione per chi non ha arte né parte?– Specializzazione in
cosa?
– Medicina neonatale: è pediatra. Lei l’ha mantenuto per tutto il tempo degli
studi, poi lui l’ha mollata per un’altra.
Bella la vita.
– Forse gliel’ho già chiesto, ma sa di qualche nemico…
– Niente, non so niente. Siamo estranei.
C’è tanto astio che gli chiedo: – È sposato? – Perché lui ha un alibi, ma forse
ha una moglie astiosa come lui verso la cognata che si è presa parte
dell’eredità.
– Vivo solo. Prima con la mia cara mamma.
Forse dai colleghi della Moresco saprò qualcosa di più.
E così lo congedo.
Entra Bareto e posa un fascicolo sulla mia scrivania. – Ci sono i risultati
della Scientifica, i primi. Ma Torrazzi non ha ancora mandato niente.
Fa il gesto di uscire, ma lo trattengo. – Chiama Iachino e fermati qui.
Mentre li aspetto apro il fascicolo. Un lavoro preciso, accurato. Inclusa
piantina del luogo del delitto, perché tutto fa prevedere che la Moresco sia
stata uccisa dove è stata trovata. Le foto da varie angolazioni. Le lucette
basse funzionanti e quella più in alto, a mezza altezza, frantumata. A terra
nessun frammento. Può voler dire tanto come poco. L’assassino può averla
frantumata o può aver approfittato di una postazione più buia delle altre.
Dannazione! Quello che mi porta fuori strada è essere arrivato tardi. Il delitto
ha una sua aria, impalpabile… Lo dicessi mi prenderebbero per pazzo.
Alzo gli occhi verso Iachino e Bareto e faccio segno di sedersi.
Mi giro verso Iachino che è arrivato con la prima auto sul luogo del
ritrovamento del corpo. Vorrei chiedergli cosa ha sentito, a pelle, ma è una
domanda folle, così ripiego su qualcosa di banale. – L’auto era della vittima?
– Sì, commissario, dai documenti risulta di proprietà di Pia Moresco. – Fa una
pausa. – Me l’aveva già chiesto quando stavamo andando dai Semino…
– Scusa, sono fuori fase.
– Niente. – Indica il fascicolo. – Dicono niente del cartoncino?
Sfoglio e mi fermo su una delle ultime pagine. – Cartoncino di qualità comune,
utilizzato per piccoli imballaggi, i disegni sono a stampa. Ci sono tracce di
cioccolato al latte.
– Caduto ad un bambino mentre scartava un dolcetto?
– Perché un bambino? Per i disegni infantili?
Lui annuisce.
– Anche gli adulti mangiano dolcetti fatti per i bambini – Indico Bareto. – Lui
mangia qualsiasi cosa, basta che sia dolce.
E Bareto arrossisce e borbotta che si metterà a dieta. Non replico che è
ritornello noto e continuo: – Ma probabilmente il cartoncino non ha alcun
significato. La scarpa della Moresco può averlo raccolto ovunque. Torniamo alle
cose serie. – Porgo il fascicolo a Iachino: è un vecchio gioco. Io chiedo e lui
cerca le risposte. Bareto segue in silenzio le nostre schermaglie. – L’auto
della Moresco: scontrino di ingresso al parcheggio?
Sfoglia e risponde: – Scontrino trovato nel cassettino del cruscotto. È arrivata
tre quarti d’ora prima del ritrovamento del corpo. I Semino avevano ancora il
loro scontrino; ho confrontato gli orari, l’auto della Moresco è arrivata otto
minuti prima dei Semino.
– Loro dicono di non aver visto niente, probabilmente per pochi minuti. Tracce
sull’auto?
– Questa è bella, commissario. Nessuna traccia. Dalla parte del conducente le
impronte della Moresco, sulla maniglia dell’altra portiera nessuna.
E questo è strano davvero: anche se non dai mai un passaggio, capita che
qualcuno tocchi la tua portiera.
– Nessuna neppure sulla cintura di sicurezza e sopra gli attacchi.
– Qualcuno ha ripulito dove sapeva di aver toccato.
Iachino annuisce.
– E quindi è arrivata al parcheggio con il suo assassino, probabilmente.
Proviamo a rintracciare qualcuno che ha lasciato o ripreso l’auto fra le
quindici e le sedici. Può occuparsene Bareto.
Da quando Paciani ci ha lasciato, dopo aver chiesto ed ottenuto il
trasferimento, è Bareto Giovanni a far parte della nostra squadra in modo quasi
stabile.
Si è ambientato presto, forse perché è di buon carattere. Certo vorrebbe che
ogni caso si risolvesse in un batter d’occhio. Mia madre direbbe che è nato al
primo dolore.
– Tu che ne pensi, Bareto?
– Se troviamo quello con il numero 1 allora è un serial killer.
– E bravo Bareto!
Si blocca. – Ho detto una scemenza?
– Nessuna scemenza. Non dice scemenze soltanto chi tace sempre, ma così le
indagini non vanno avanti. La tua osservazione è sensata. Ma perché non abbiamo
il numero 1?
Prima di rispondere si assesta meglio il maglione che tende sul ventre. – Forse
non l’abbiamo trovato. – Esita. – Io però una cosa la farei. Quel cartoncino:
per me è di dolcetti. Lo farei vedere ai bar del Porto Antico. Magari ricordano
a chi l’hanno venduto e forse avevano l’auto nel parcheggio.
– D’accordo. Tu – e indico Bareto – ti occupi del Porto Antico. Mentre Iachino
dà una ripassata alla vita della vittima.
– Se è un serial killer – commenta quello nato al primo dolore – la vita della
vittima dirà ben poco.
– Se è un serial killer, Bareto. E poi anche i serial killer scelgono le loro
vittime con un minimo di discernimento. Comunque la tua idea dei bar è buona e
mostra anche una foto della vittima. Forse era una frequentatrice abituale.
Aggiungi anche i cinema.
Escono. Ecco, ho distribuito gli incarichi. Soltanto io sono disoccupato. No,
posso farmi i colleghi della vittima.
La Darsena l’hanno spostata a Voltri, così le due parole con i colleghi della
Moresco includono un po’ d’autostrada, con vento che porta via sui viadotti e
coda all’altezza di Cornigliano, dall’aeroporto.
– Da quasi dieci anni lavoriamo insieme, Pia ed io. Era per tutte e due il primo
lavoro fisso, sicuro, anche se io ero più vecchia.
D’accordo. Elsa Sormano in Ricci ha quarant’anni, ben portati senza essere
nascosti. Ha gli occhi gonfi di chi ha pianto davvero.
– Non ci posso credere, davvero. Pia era davvero una brava persona e non lo dico
perché dei morti si dice sempre. Ho avuto il bambino malato, il piccolo, quello
che ora ha sei anni e chi mi ha aiutato? Non i parenti, ma lei. Poi abbiamo
scoperto che era intolleranza al glutine, ma è stata brutta. A volte ero così
stanca che in ufficio mi si chiudevano gli occhi, ma dovevo andare perché con lo
stipendio di mio marito non si viveva. E Pia, senza dire niente, faceva anche il
mio e se le dicevo “grazie” alzava le spalle. Genovese, rustica ma di cuore.
Poche parole, niente smancerie e tanti fatti. – Si soffia il naso. – No, non ci
posso credere. – Mi guarda. – Mi ha chiesto se aveva nemici. Tutti ne hanno,
anche chi non se li è cercati.
– Sul lavoro?
Scuote il capo e ancora una volta si soffia il naso. – Non qui – e indica
l’ufficio. I calcolatori stridono con le scrivanie in legno anticato dall’uso. –
Qui non ha mai pestato piedi a nessuno. Ragioniera, senza speranza di carriera
ma diceva che con il suo stipendio ci viveva abbastanza bene. Senza grilli. Il
cine, sì, quello le piaceva, e leggere. Erano il suo vizio. Erano le sue
domeniche e le feste. Sempre a leggere recensioni.
– La Fiumara è abbastanza comoda per casa sua.
– E così non ci andava, le faceva poco uscita, diceva. In via Venti o al Porto
Antico. – Scoppia a piangere.
– Su, coraggio. – Aspetto che si sia soffiata il naso prima di riportarla sui
binari iniziali. – Mi ha parlato di nemici.
– Il fratello, Virgilio. Solo lui. Ha brigato tanto perché la madre non le
lasciasse la sua parte. Lei voleva lasciar correre, ma tutti qui, in ufficio,
anche il proprietario, abbiamo insistito tanto che l’abbiamo convinta a
pretendere la sua legittima. Così ci si è comprata la casa; aveva ancora rate
del mutuo, ma un tetto è un tetto e almeno non si perdono i soldi dell’affitto.
Anche noi facciamo sacrifici per la casa, abbiamo comprato in Circonvalmonte, ma
è piccola e non ben esposta. Di meglio non potevamo permetterci. E Pia quante
volte questa primavera veniva al lavoro con la macchina proprio per riportarmi a
casa. Perché sì, i treni ci sono, Trenitalia permettendo, ma poi dalla stazione
a casa mia è lunga. E quante volte, oltre ad accompagnarmi, scendeva a farmi la
spesa. Anche solo prendermi un po’ di pizza se non avevo niente per mio marito.
E dimenticavo sempre il pane speciale per il bambino che non tollera il glutine.
Le dicevo di non disturbarsi, ma alzava le spalle e rispondeva che intanto
comprava anche il suo. Che il forno da casa mia lo faceva buono. La focaccia no,
ma il pane sì.
Se non la interrompo continuerà a riversarmi addosso i suoi problemi e
un’analisi ragionata dei forni di Genova.
– Ma diceva che mi capiva perché anche lei i suoi problemi li aveva avuti. La
depressione dopo il divorzio. È stata per mesi e mesi con antidepressivi. Diceva
che nella farmacia sotto casa sua la consideravano di famiglia. Anche quel furto
alla villa del fratello l’aveva buttata ancora più giù. Lui la trattava come una
pezza da piedi e lei era in ansia per lui, che non gli capitasse qualcosa.
Quando le dicevo di non farsi del sangue marcio per quello stronzo, lei
ribatteva che era il suo unico fratello.
– Sa se aveva una relazione?
Scuote il capo, incredula. – Pia? Ma se era ancora innamorata persa del suo
Giovanni. Anche se lui l’aveva lasciata per un’altra dopo averla strizzata come
un limone. Ora lui è a Boston con la sua americana e lei… – Scoppia a piangere.
– Aveva degli amici, delle amiche…
– Casa e lavoro. E il cine, come le ho detto. Via Venti se pioveva così si
guardava qualche vetrina o il Porto Antico se era bello per fare due passi
vicino al mare. Amicizie… Penso di essere stata forse la sua unica amica. Ma era
così riservata.
Lascio l’ufficio in Darsena e ritorno verso il centro.
Mentre guido penso: una donna così, perché ucciderla?
E Torrazzi non mi ha ancora mandato il referto. Inserisco il vivavoce nel
cellulare e lo chiamo. Risponde al terzo squillo.
– Torrazzi.
– Sono Mariani.
Non mi lascia finire. – Quella del Porto Antico. Detto in parole povere, le è
scoppiato il cuore. Una dose massiccia di digossina, la vecchia digitale,
Antonio.
– Quella per gli scompensi cardiaci?
– Quella, ma in dosi da cavallo.
– Omicidio?
– Quello devi deciderlo tu, Antonio. Ma dubito che uno scelga di uccidersi
iniettandosi una dose letale di digossina.
– Iniettandosi? – Mentre lo chiedo suono a un autoarticolato impegnato in un
sorpasso.
– Cosa c’è? Dove sei?
– Autostrada, viadotto di Cornigliano.
– Non ho capito cosa mi hai chiesto, Antonio, mi è arrivato soltanto il clacson.
– Hai parlato di un’iniezione. Trovata la traccia?
– Collo, quattro dita sotto l’orecchio destro. Ha smesso presto di difendersi.
Cerco di visualizzare il corpo. Pia Moresco aveva i capelli corti. – Hai qualche
idea sulla dinamica?
– La vittima si è chinata in avanti e l’assassino ha colpito con la siringa,
tenendola ferma. Questo spiegherebbe anche un livido alla spalla.
– Le escoriazioni al ginocchio? – Perché ricordo la smagliatura dei collant.
– Dopo morta. Quando è morta era seduta, poi è stata spostata dietro la sua
auto.
– Altro?
– Niente di importante. Ma ti faccio avere tutto scritto. Lo sto ripassando in
bella copia.
– La digitale si trova facilmente?
– È principio attivo di molti farmaci.
Ripenso alle parole di Elsa Sormano. – Anche in ansiolitici e antidepressivi?
– No, non mi risulta. Se non c’è altro ora ho da fare.
Sono all’uscita di Sampierdarena, quella utilizzata ogni giorno dalla vittima.
Chissà di cosa è morta la madre? Il fratello mi convince così poco. No, è che
non mi piace. E questo è male: non posso permettere ai miei sentimenti di
inquinare le indagini.
Però ho il suo numero di casa. Lo chiamo.
– Signor Moresco? Sono il commissario Mariani.
– Sì, sono io. Cosa c’è ancora?
– Avrei ancora qualche domanda da farle. – Ho da chiedergli soltanto di cosa è
morta la madre, se per problemi cardiaci e se usava la digitale, ma è così
freddo che gli chiedo di passare in Questura.
– Ma per cosa? Io ho da fare.
– Le indagini… – Insisto. – Se può venire, al più tardi domani mattina.
Sbuffa e conferma che sarà in Questura domani mattina.
È già buio da un pezzo quando arrivo in centro. Mi sono appena seduto alla
scrivania che entra Bareto.
– Una cassiera del Cineplex l’ha riconosciuta. Era una cliente abituale.
– Ieri?
– Era di turno. Ma la Moresco non l’ha vista, ci giurerebbe, così ha detto.
– E quindi, come immaginavamo è stata uccisa appena arrivata al posteggio.
Entra Iachino, si siede accanto a Bareto e riferisco ad entrambi il referto di
Torrazzi.
– Omicidio – è il commento di Iachino.
Guardo Bareto.
– Sì, lo penso anch’io. – Pausa e si agita sulla sedia.
– Cosa c’è, Bareto?
– Il cartoncino. Una cassiera di un bar del Porto Antico l’ha riconosciuto. È un
calendario dell’Avvento. – Dalla mia faccia deve aver capito che per me è
nebbia, perché aggiunge. – Prima di Natale si regala ai bambini il calendario
dell’Avvento. Ogni scomparto nasconde un dolcetto o un cioccolatino. Aspetti. –
Si alza di scatto e scompare di là.
Quando riappare, pochi minuti dopo ha un sacchetto di plastica, armeggia e tira
fuori una scatola piatta, incellofanata, colorata. A occhio venti centimetri per
quaranta, ma alta due dita. I disegni, anche se stampati, assomigliano a quelli
degli album per bambini, tutto è tondeggiante e colorato. Sono già predisposti
dei tagli tratteggiati che formano quadrati. Sì, ricordo di averli visti ma non
mi sono mai chiesto cosa fossero: a me non sono mai stati regalati e non ne ho
mai acquistati per Manu.
Bareto rompe il cellofan e preme su un quadrato, sul palmo della mano aperta
lascia ricadere un gianduiotto.
– Questo è un calendario dell’Avvento – parla con la bocca piena, perché ha
scartato il gianduiotto e l’ha infilato in bocca.
Ha posato sul piano della scrivania il quadratino di cartone: è davvero molto
simile a quello trovato sotto la scarpa della signora Semino.
– Bravo, Bareto.
Annuisce e con un colpo di lingua fa sparire ogni traccia di cioccolato.
– Sul cartoncino c’erano tracce di inchiostro – si inserisce Iachino. –
Pennarello. Ma non sono ancora riusciti ad individuare se è un segno casuale o
tracce di qualcosa che era stato scritto volontariamente.
È un flash: Pia Moresco con la sua scritta in fronte. – Pennarello? Che
controllino se è del medesimo tipo di quello sulla vittima.
Iachino: – Appena saputo delle tracce sul cartoncino ho chiesto di fare un
confronto. Positivo.
Una traccia. L’assassino ha segnato un 2 sulla fronte della vittima e sul
cartoncino del calendario dell’Avvento un segno con il medesimo inchiostro. I
serial killer amano un rituale. Vogliono che i loro delitti siano ben separati
dalle porcate degli altri incompetenti.
– Ma se abbiamo il 2 dove è finito il numero 1?
Tutti e due alzano le spalle.
– Beh, continuiamo ad indagare sul 2.
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