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I giorni del Minotauro
di Annamaria Fassio
Capitolo primo
La giovinezza è crudele - Marzo
1
La baciava. La frugava. Le
slacciava il reggiseno. La toccava dappertutto. Vanessa tremava. Sentiva un
languore grande, come uno svenimento. Mosse i fianchi, cercò una posizione più
comoda. Diego le tolse le mutandine e Vanessa alzò le gambe intrecciandole sulla
sua schiena. Nel registratore girava una canzone dei Subsonica. Sempre la stessa
da almeno un’ora.
Fuori è un giorno fragile,
ma tutto qui cade incantevole
come quando resti con me.
Vanessa si sentiva fragile. Ma intorno a loro non nulla cadeva incantevole. La
campagna era buia e fredda. I campi bianchi di brina. L’ultima della stagione.
Un rigurgito dell’inverno appena passato. Vanessa si strinse di più a Diego.
– Sai cosa devi fare, vero? – sussurrò Diego. Si muoveva veloce dentro di lei,
mirava a finire in fretta.
Vanessa si sentiva umiliata. Rovesciò la testa.
– Sì, sì – disse con una certa urgenza nella voce. Respiri brevi e intensi.
L’odore di Diego sulla pelle e sulle labbra. – Ancora – sussurrò. – Rimani
dentro ancora.
Ma Diego si era già spostato sull’altro sedile, sistemandosi la cerniera dei
jeans. A Vanessa scappò un sospiro di rimpianto.
Diego guardò l’ora e disse brusco:
– Ti conviene andare, altrimenti salta tutto.
Vanessa si pulì alla meglio con lo Scottex che Diego teneva sul cruscotto.
– Abbiamo ancora mezz’ora di tempo – sussurrò. Aveva voglia di piangere.
– A quest’ora si sarà addormentata – disse invece Diego e non aggiunse altro.
Se Diego le avesse dato uno schiaffo non avrebbe sentito tanto male. Vanessa
cercò ugualmente di abbracciarlo, ma Diego si ritrasse così bruscamente che lei
rimase protesa verso la portiera e il finestrino appannato in una posizione da
questuante. Furiosa si allacciò il giubbotto e s’infilò il berretto con la
visiera.
– Allora vado.
Diego non le fece nemmeno una carezza di buon augurio.
Per Vera Malan il rituale del sonno aveva cadenze ben precise: le spugnature
tiepide, la crema da notte spalmata sul viso e sul collo, il limone sulle mani
per sbiancarle. Subito dopo la camicia da notte di pura seta, ne aveva una
collezione intera, e la liseuse di cachemire. Due guanciali dietro la testa, la
lampada appena schermata, il televisore a cristalli liquidi acceso su un talk
show, il quaderno degli appunti appoggiato sul comodino, caso mai le venisse
un’idea in piena notte. Solo così riusciva ad addormentarsi.
Anche quella sera Vera seguì il rituale abituale. La finestra era aperta sulla
campagna e lei sostò un attimo a contemplarla. Com’era silenziosa la notte! A
est baluginavano le luci di Alba, a nord le colline erano a tratti illuminate
dai laser della discoteca. I due raggi obliqui si perdevano nell’oscurità del
cielo.
Vera sapeva tutto su quel locale perché Vanessa gliel’aveva descritto almeno una
decina di volte. Un capannone di mille metri quadrati, con diverse
soprelevazioni: per il dj, per le cubiste, per tutti coloro che volevano
mettersi in mostra. I cessi, invece, erano vicino ai portelloni antipanico, alla
sinistra del dj. Vanessa non diceva mai toilette o bagno. Ai cessi raramente si
pisciava, diceva Vanessa. Il più delle volte servivano come porto franco per lo
smercio dell’acido, che però lei non prendeva mai. Al massimo si faceva una
ceppa ma roba pesante no, lo giuro. Vera si augurava sempre che Vanessa fosse
sincera. Scrutò la campagna sino a quando il suo sguardo catturò nuovamente il
grosso raggio laser. Si chiese se Vanessa fosse in discoteca, oppure
partecipasse a uno di quei rave, che si tenevano in un casolare disabitato dalle
parti di Asti. Roba dura, le aveva detto una volta, uno sballo! Nemmeno gli
sbirri riescono a scovarci.
La strada era deserta, ma Vanessa attese ugualmente alcuni istanti sotto
l’archivolto che portava alla casa di Firmino, un mezzo scemo dall’età
indefinita che curava il giardino di Vera. Vanessa era sicura che Firmino stesse
già dormendo, ma non si sa mai. Contò sino a venti e poi attraversò di corsa. Si
appiattì contro il muro, guardò prima a destra poi a sinistra, come facevano gli
sbirri alla televisione. Sì, buoni quelli! Per un momento, mentre infilava
veloce la chiave nella toppa, si augurò che Juan Carlos avesse messo il
catenaccio. Nel qual caso non se ne sarebbe fatto niente. Sarebbe tornata a casa
e in culo tutto.
Il portone si aprì con uno scatto pesante. Vanessa si aspettava di veder
comparire da un momento all’altro Juan Carlos con il fucile a pallettoni con cui
sparava ai tordi. Impaurita fissò l’imponente scala di marmo che si perdeva in
un’oscurità vischiosa. Vanessa non osava salire perché aveva paura che qualcosa
o qualcuno l’aspettasse dove il buio era più fitto. Infine si riscosse e abbordò
il primo scalino, e poi il secondo, e continuò a salire leggermente piegata sino
a quando non fu al primo piano. Un altro atrio, questo più piccolo, e un largo
corridoio con le finestre che davano sulla strada. Vera, però, diceva “galleria”
e più di una volta l’aveva rimproverata per questa imprecisione. In fondo al
corridoio, o galleria, o comecazzosichiama, c’era lo studio, una stanza molto
bella che, senza una ragione precisa, a Vanessa incuteva sempre un certo timore.
Forse era l’imponente presenza dei libri; tutte quelle migliaia di pagine che
qualcuno aveva scritto e qualcun altro letto. Libri dalle copertine colorate,
impilati uno sull’altro, stipati nelle scaffalature, appoggiati sui tavolini,
sulla scrivania, per terra, sulle sedie, sul pianale del caminetto, persino
nella cesta della legna. A Vanessa girava la testa solo a guardarli, figurarsi
leggerli! Incrociò le dita in un gesto scaramantico e aprì la porta.
2
Verrà il momento che dovrò
chiamare Marisol anche per andare a fare la pipì, pensò Vera e rimase immobile
cercando di calmare i battiti disordinati del cuore. Infine buttò giù prima una
gamba, poi l’altra, e aspettò ancora alcuni secondi prima di mettersi in piedi.
In bagno orinò tantissimo e subito si sentì meglio. Tornò verso il letto, ma si
accorse di non avere assolutamente sonno. Era sveglissima e ora il cuore aveva
un battito accettabile. Non ancora normale, ma accettabile. Cercando di fare
meno rumore possibile, Vera si avviò verso il suo studio. Non accese nessuna
luce perché la galleria era illuminata dalle grosse lampade della strada.
Nemmeno dieci passi separavano le due stanze, ma a Vera parve d’impiegarci
un’eternità.
Il braccio sinistro mi fa male... Probabilmente ci ho dormito sopra, oppure
un colpo d’aria... Devo dire a Marisol di chiudere le finestre quando ceniamo...
Non devo preoccuparmi... E comunque domani chiamerò il dottore...
La casa era molto silenziosa, salvo un fruscio leggero che lei attribuì al
passaggio di un topo. Entravano dal giardino e poi salivano al piano superiore.
Juan Carlos li catturava con il vischio, una tecnica che Vera riteneva orribile.
Quelle povere bestiole dovevano soffrire in modo atroce prima di morire.
Aprì piano la porta del suo studio. Vanessa era nell’esiguo spazio tra la
scrivania e la finestra e si appoggiava ai tendoni quasi a cercare una qualche
forma di protezione. Anche lei in trappola come un topo, pensò Vera. I suoi
occhi fotografarono ogni dettaglio: la torcia che gettava un cono di luce sulla
scrivania, il berretto calato sulla fronte alla malandrina, il tremito delle
spalle. Vanessa non abbassò gli occhi.
– E tu che ci fai qui?
Vanessa non rispose.
– Volevi derubarmi?
– No, io no... io – balbettò Vanessa. Si spostò sulla sinistra, cercando di
aggirare la scrivania.
– Ora mi spieghi tutto – disse Vera patetica e fragile nella sua camicia rosa
confetto. I capelli erano protetti da una retina bianca, ma alcune ciocche erano
uscite ugualmente e pendevano lisce sulla fronte rugosa. – Questa notte non mi
riusciva di prendere sonno... Ero molto agitata, pensavo continuamente al libro,
sono in un passaggio difficile, non mi riesce un certo dialogo... – si accorse
che si stava giustificando davanti a una ragazzina che si era introdotta in casa
sua come una ladra. Una situazione paradossale. Solo i vecchi cercano scuse
anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Una condizione d’inferiorità, la
vecchiaia, pensò e si accorse che stava già divagando. Cercò d’infondere al suo
viso tutta l’autorità di cui era capace.
– Sto ancora aspettando una risposta – la voce le uscì stridula in contrasto con
l’espressione severa degli occhi.
– No, no, io... – ripeté Vanessa e di nuovo si spostò verso la libreria. Aveva
un odore pesante, un misto di sudore acido e secrezioni ormonali. Vera fece una
smorfia.
– Siediti! – intimò. Vacillò e il cuore riprese a battere all’impazzata. Pensò
che sarebbe morta se non avesse preso subito la sua pillola. Si sedette
pesantemente su una poltrona.
– Mi passi la mia medicina, per favore? È quella scatola bianca, sul libro di
Eliot – considerò che, comunque andassero le cose, aveva ancora bisogno di
Vanessa. Come sempre.
Vanessa aggirò la scrivania, afferrò la scatola, gliela gettò in grembo. Parve
sul punto di dire qualcosa, poi ci ripensò e corse verso la porta. Per alcuni
istanti Vera sentì lo scalpiccio dei suoi passi lungo la galleria e le scale,
poi, il rumore del portone che si chiudeva, ma di questo non era completamente
sicura. Più che altro, divagò mentre il cuore galoppava impazzito e poi sembrava
fermarsi esausto, più che altro la chiusura del portone è la fine logica della
sequenza. Come sempre tendeva a sovrapporre la finzione narrativa con la realtà,
quasi fosse incapace di pensare in termini concreti. Si accorse che stava per
piangere, ma non voleva abbandonarsi alla debolezza. Ricacciò indietro le
lacrime, si passò una mano sugli occhi. Pensò che avrebbe dovuto svegliare Juan
Carlos, oppure telefonare a suo nipote Nicola, o al limite a quel brigadiere che
abitava in fondo alla strada e che la salutava sempre quando l’incontrava. Un
giovane ammodo... Invece rimaneva seduta, la pillola che si scioglieva
lentamente sotto la lingua, lo sguardo che si smarriva sulle pile di libri.
Quanto tempo rimase a fissarli?
Cosa cercava Vanessa nel suo studio?
Soldi?
Gioielli?
O che altro?
Quando credette di star meglio, si alzò e a piccoli passi raggiunse la sua
stanza. S’infilò a letto, dicendosi che il giorno dopo avrebbe dovuto convocare
i genitori di Vanessa. Con loro sarò inflessibile, questo è poco ma sicuro.
M’importa assai se hanno bisogno anche dei miei soldi per campare. E chiamerò
subito il notaio... Gliela farò vedere a quella sciacquetta!
Nonostante la pillola, l’aritmia era fortissima e il dolore al braccio si era
esteso anche al torace. È l’agitazione, pensò. Conto sino a sessanta, e se non
passa chiamo Marisol.
Vera si mise su un fianco e cominciò a contare.
Non arrivò mai alla fine.
Seduto sulla sua Mazda, Diego vide il motorino di Vanessa allontanarsi
velocemente. La provinciale in quel punto diventava a tre corsie e si andava a
congiungere con il raccordo della Torino-Brescia. Da dove si trovava poteva
vedere le luci del grill dell’Agip e la grande elicoidale in costruzione. I fari
delle macchine gettavano un fascio giallo e sgranato sui piloni di cemento
armato e sulla fila disordinata di Caterpillar, le cui sagome si stagliavano,
nere e sbilenche, sulle campate.
Diego si mise in bocca una manciata di mandorle salate. Aveva freddo, l’umidità
gli aveva procurato un principio di torcicollo, ma continuava a tenere il
finestrino abbassato. Pescò alla cieca nel sacchetto delle mandorle e trovò solo
poche briciole, che gli lasciarono le mani unte, appiccicose, e un odore salato
e forte, come aveva certe volte Vanessa quando mangiava intere confezioni di
Chips. Quella cretina era riuscita a farsi scoprire! Un piano così semplice
rovinato solo perché Vanessa non aveva rispettato i tempi, e perché i vecchi
sono incontinenti e devono correre in bagno ogni momento. E comunque quello che
voleva l’aveva ottenuto, perciò la serata non era andata poi così male.
Diego passò la mezz’ora seguente a immaginare cos’avrebbe fatto Vera.
Probabilmente avrebbe licenziato Vanessa e la cosa sarebbe finita lì. Per il
momento, dunque, poteva stare tranquillo. Si sentì subito meglio e anche la
notte gli parve meno ostile. Fece scrocchiare le dita, mosse il collo prima a
destra e poi a sinistra, allungò le gambe sino a quando i piedi non urtarono
contro i pedali, tirò uno sbadiglio da smascellarsi. Mise in moto pigramente
pensando che a quell’ora sarebbe arrivato a casa in un attimo.
Nel momento in cui la sua Mazda si immetteva in autostrada, il cuore di Vera
cessava di battere.
3
Sembrava dormisse. Appoggiata su
un fianco, il viso terreo, le labbra appena socchiuse in un sorriso o forse in
una smorfia.
Il dottore disse che era morta nel sonno.
– La morte dei giusti – era un uomo pio, che frequentava regolarmente la
parrocchia. Si segnò e alzò gli occhi al soffitto. – La morte dei giusti –
ripeté assaporando il suono delle sue parole. E sorvolò sulle mani che
artigliavano il lenzuolo. Districò a fatica le dita dalla stoffa, scrollò il
capo.
Marisol piangeva e si asciugava gli occhi con un lembo del grembiule.
– Pobrecita! – esclamò. Intanto raccoglieva alcuni oggetti: il telecomando, un
bicchiere vuoto, un giornale aperto alla pagina della programmazione televisiva.
– Bisognerà avvertire i parenti – disse il dottore. – Ci pensi tu?
Marisol fece di sì con la testa. Quando il dottore se ne fu andato lei e il
marito sistemarono il corpo senza vita di Vera. Marisol scelse un abito celeste
di seta e una veletta di pizzo, Juan Carlos andò in giardino e raccolse delle
rose e dei garofani. Bruciarono scorze di limone ed arancia per ritardare e
allontanare l’odore della morte, si vestirono con i loro abiti migliori ed
aspettarono i parenti e gli amici di Vera parlando del loro immediato futuro.
Marisol, che credeva di sapere sempre tutto, disse che probabilmente la casa
sarebbe rimasta alla señorita Giuliana e che in tal caso, puede ser, avrebbero
potuto continuare ad abitare l’appartamento dell’ultimo piano, ma Juan Carlos
era più propenso a tornare a Torino, dove forse avrebbero trovato un lavoro
presso qualche famiglia. Ojalá! esclamò Marisol. Entrambi non osavano pensare a
quello che sarebbe successo delle loro vite di lì a pochi giorni; si guardavano
smarriti, ingessati nei loro abiti buoni, mentre la casa si andava lentamente
riempiendo di gente.
Marisol disse che era giunto il momento di preparare qualche rinfresco, termine
che aveva imparato da Vera e che a lei piaceva molto senza nessun motivo
particolare. Juan Carlos approvò con un cenno grave della testa. Servirono
formaggi, salumi e certe tartine farcite di pollo che assomigliavano vagamente
alle empanadas e che gli ospiti gradirono molto. Verso le tre del pomeriggio
arrivò da Parigi la señorita Giuliana. Marisol apprezzò il nuovo taglio dei
capelli e un paio di pendenti d’ambra che rilucevano ogni volta che scuoteva la
testa. Per il resto un tipo del tutto normale, simpatica e alla mano. La
señorita l’aiutò a farcire altre tartine e osservò che la casa era in ordine
perfetto.
– Grazie – rispose Marisol e poi, fissandola negli occhi in cerca di reazioni
rivelatrici, chiese che ne sarebbe stato di lei e di Juan Carlos.
Lei parve stupita.
– Ma non lo so...
– Lei viene ad abitare qui? – Marisol non era intenzionata a mollare tanto
facilmente.
– Qui? – la señorita Giuliana guardò l’enorme cucina con un senso di panico.
– È casa sua, también – e poi si mise quieta. Pensò a Vera tutta sola nella
grande camera da letto e sperò che i fiori reggessero.
Piccola lo è sempre stata, ma ora appare addirittura minuscola. Una vecchietta
bambina, assurda in questo abito celeste che lei ha sempre detestato. Nella
stanza c’è un odore intenso di fiori e di agrumi. L’altro odore ancora non si
sente perché Marisol ha aperto tutte le finestre e ha acceso alcune candele
colorate. Penso che alla nonna queste candele messicane sarebbero piaciute e mi
sento meno triste. Il dottore ha detto che è passata dal sonno alla morte, senza
probabilmente accorgersi di nulla. Pare che Vera soffrisse da tempo di uno
scompenso cardiaco, che prendesse ogni mattina delle medicine, che fosse in cura
da uno specialista di Torino.
– Ah! – fa mia madre al telefono. Subito dopo si mette a parlare d’altro.
Nemmeno di fronte alla morte riesce a dimenticare e a perdonare. Dovevo
aspettarmela questa reazione, ma ci rimango male lo stesso.
– Faranno l’autopsia? – chiede all’improvviso.
La domanda mi lascia spiazzata. Mi accorgo di avere le mani sudate.
– Perché?
– La fanno sempre in questi casi.
Questi casi?
Quando le rispondo la voce mi esce a fatica.
– La nonna non si è suicidata.
– Va bene, va bene, non agitarti adesso. Cerca di calmarti.
– Sono calmissima – le parole di mia madre hanno scavato un buco nero che cerco
inutilmente di colmare.
– Ti farai vedere? – domando.
– No. Hai avvertito Nicola?
– L’ho saputo da lui – saluto bruscamente mia madre, mi siedo accanto a Vera e
le accarezzo una mano. È bianchissima, quasi trasparente, e molto fredda. E
anch’io ho freddo. Dal salone proviene un brusio sommesso. Frammenti di discorsi
che conosco a memoria: i libri che Vera ha pubblicato in mezzo mondo, le
riduzioni cinematografiche, i soldi accumulati, le molte case in cui ha vissuto.
Andranno a Giuliana o a Nicola? Ha fatto testamento? Non l’ha fatto? Certo che i
ragazzi si troveranno ricchi da un giorno all’altro. Sempre che... Ma tu cosa
pensi?
Forse dovrei essere di là con loro, ma non me la sento di affrontare tutti quei
visi curiosi e affamati di notizie. Così rimango in questa stanza che sta
diventando sempre più gelida e ostile. Di fuori un tramonto purpureo incendia le
colline. Penso alle parole di Marisol, all’ansia per il suo futuro, ai suoi
occhi inquieti. Di certo non potrò permettermi di avere due domestici. Mi
accorgo di pensare al Belvedere come casa mia. Che stupidaggine! Ora ho proprio
freddo, così mi alzo, afferro la giacca e scendo di sotto. Riesco ad uscire
senza incontrare nessuno. Sono tutti rintanati nel salone intenti a rimpinzarsi
di tartine, a bere barolo e a spettegolare.
Il mondo di Vera.
Un mondo di carta.
Quel cenno all’autopsia potevo anche risparmiarlo, pensò Anna. La Nana è così
morbosa, così sensibile! Chissà cosa mi ha preso poi! Adesso sai i discorsi! Me
l’immagino lei e Nicola a chiedersi se, e come, e quando, e perché. Imparassi a
tenere la bocca chiusa! E comunque non m’importa un accidente sapere come Vera è
morta, sia chiaro.
Anna si chiese perché Nicola non l’avesse avvertita subito e avesse aspettato
che fosse Giuliana a chiamare. Non che la cosa fosse importante, intendiamoci,
però Nicola si era comportato in modo quantomeno bizzarro e incomprensibile.
– Incomprensibile, sì – disse ad alta voce. Si accorse di sapere pochissimo dei
suoi figli; le bastava pensare che stessero bene e che non avessero problemi
finanziari, quasi non esistesse altro. Due estranei, pensò. E anche di questo
devo ringraziare Vera.
Anna si accese una sigaretta e scese da basso. Il tavolo della cucina era
ingombro delle verdure che lei avrebbe dovuto lavare e cucinare, almeno così le
aveva suggerito Giacomo, ma in quel momento non aveva voglia di far nulla.
Tuttavia prese il coltello e cominciò a pulire svogliatamente le carote, un
lavoro che detestava quasi quanto sgranare i piselli e tagliare a dadini le
melanzane.
Quando tornò Giacomo era tutto pronto: il minestrone bolliva, la ratatouille
finiva di cuocere.
– Sei stata bravissima – disse Giacomo facendole una carezza.
Lei rispose che non voleva essere trattata come una bambina.
– Detesto che tu ti prenda cura di me – sapeva di essere ingiusta, ma la rabbia
che covava doveva uscire in qualche modo. – Oggi è morta mia madre – disse.
– Ah! Vuoi che ti accompagni a Belvedere?
Anna scrollò la testa.
– Sicura?
– Sicurissima – rispose. Si accorse che stava per piangere e allora si voltò
verso le finestre per non farsi vedere.
Nostra madre ha passato metà della sua vita in una casa di cura a Bellagio e io
e Nicola siamo stati allevati da Vera, o meglio da Giuseppa la nostra
governante. Vera all’epoca era già ricca e famosa e viveva tra Parigi e Torino.
Noi e Giuseppa la seguivamo nei suoi spostamenti senza renderci perfettamente
conto di quello che accadeva. Sapevamo che papà era morto e che la mamma era
gravemente ammalata e stava confinata in una casa bianca e rosa sul lago. Tutto
il resto ci era oscuro.
Perché la mamma si era ammalata?
Perché all’improvviso non voleva più vederci?
Perché Vera non ci parlava mai di lei?
Nicola ha incontrato per la prima volta nostra madre a tredici anni, io ne avevo
quindici e di lei non avevo quasi ricordi. O almeno lo credevo. Mamma se ne
stava affacciata ad una finestra protetta da robuste sbarre di ferro. Sorrideva
e muoveva piano la testa avanti e indietro. Pareva un manichino, pareva finta.
Vera ci aveva preparati, ma lo shock fu terribile ugualmente.
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