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Il giorno di Moro
di Giampaolo Cassitta
Prologo
9 maggio 1978
Roma, quartiere S. Paolo Basilica
Interno sera
Un’ombra furtiva si stacca dal muro:
nel gioco di bimba si perde una donna.
Un grido al mattino in mezzo alla strada,
un uomo di pezza invoca il suo sarto
con voce smarrita per sempre ripete
“io non volevo svegliarla così”.
Le orme, Gioco di bimba, 1972
Lei indossava una
sottile camicetta scollata, gialla, con i fiorellini blu e un frammento di
piccola allegria che modellava il suo seno dolce e rotondo. Aveva poi un bel
portamento, perché sapeva contrarre i muscoli della pancia e, inarcando la
schiena all’indietro, appariva più alta e anche più bella.
Sapeva sorridere Violetta. Lo aveva imparato da piccola. Il suo sorriso era
rumoroso. Conquistava. E lui si era impadronito di quel suo sguardo magnetico.
Lei parlava sempre a bassa voce. Difficilmente urlava.
Con nessuno.
Preferiva sorridere davanti ai territori di troppi discorsi.
Lui si era avvicinato sussurrandole qualcosa. Qualcosa di dolce. Lei era stanca
quel giorno. Molto stanca. C’era stato un litigio. Stupido, come sono i litigi
tra una coppia che si conosce da tempo.
Il marito si era infiammato e Violetta ne aveva sofferto.
Le mani si avvicinavano e le parole erano scomparse. Il sorriso lentamente
naufragava e il corpo tentava di sfuggire ad un abbraccio che adesso, in questo
frangente, appariva sconosciuto, estraneo, nemico.
Lui respirava sempre più forte, sussurrando qualcosa che Violetta cominciava a
non capire.
Lei lo respinse. Forte, fortissimo. Come non aveva mai respinto nessuno. Lui non
cadde, barcollò e disse ancora qualcosa come “facciamo la pace” oppure “mi piaci
quando ti arrabbi”, che sono cose sempre scontate in certe occasioni e che gli
uomini usano come stupidi grimaldelli per ottenere la resa. Lui era una persona
abbastanza scontata e dopo aver caracollato ed essersi spettinato ed essersi
sentito inadatto – perché gli uomini, in queste situazioni riescono ad essere
brutalmente goffi – decise di usare la forza, perché, ogni tanto l’energia ci
vuole con certe donne e Violetta, secondo la sua bizzarra teoria, era una di
queste. La prese stringendole le braccia in maniera cattiva, ruvida e,
successivamente da dietro, trasportando velocemente la sua mano grossolana sulle
cosce, cercando di salire e strappare, in qualche maniera, la mutandina.
Fuggire.
Era l’unica soluzione per Violetta, perché lui adesso respirava in maniera
animalesca. Lei sentiva quel fiato pulsare dietro l’orecchio, annusava il
respiro che sbatteva violentemente dentro le ciocche dei capelli. Erano attimi.
Attimi infinitesimali che rimescolavano sensazioni. Ma non regalavano pensieri.
L’unico modo per sottrarsi a quell’orrendo ansimare era usare l’istinto.
Fuggire dunque.
Si divincolò, anche se per un attimo, da quella dura presa. Arrivò ad afferrare
con una mano la porta della camera da letto. Tentò di chiuderla velocemente, ma
lui riuscì a spingere più energicamente. Era forte. Decisamente più forte. Sentì
la bambina che urlava “mamma, mamma”, ma lei aveva solo occhi pietrificati che
pulsavano ad intermittenza, che fotografavano rivoli di paura e non riusciva a
cristallizzare nessuna parola, nessun piccolo pensiero in quel momento. Lui
spingeva contro la porta, forte, sempre più forte, e insistendo ansimava,
costruendo un respiro sempre più cavernoso. Spingeva, ma Violetta resisteva,
tentava di resistere, doveva resistere ad una forza divenuta estranea, nemica.
Spingeva con le mani sudate quella porta che, se si fosse chiusa, avrebbe potuto
rappresentare non la soluzione ma un attimo, un attimo di pausa, un
impercettibile e razionale istante per poter ricostruire la scena, rimettere
insieme tutti i fotogrammi di un orrore che si era materializzato quasi per
caso, non ricercato, non provocato, non voluto, non immaginato. Spingeva
Violetta. Spingeva senza avere la forza per farlo, con occhi liquidi e compressi
verso la chiave della serratura, la maniglia che sfuggiva, la bambina che
continuava a urlare “mamma, mamma”. Spingeva Violetta, sempre più forte, ma
sentiva che quel respiro si solidificava. Era sempre più vicino. Di poco, ma
sempre più a contatto. E cadde. Violetta cadde. Si ritrovò per terra con la
gonna che scopriva le sue ginocchia e le cosce bianche tanto che si
intravedevano le mutandine. La bambina invece era dietro di lui, piccola, minuta
e fragile. La bambina, occhi sgranati e lacrime dense, con le piccole mani
afferrava la gamba destra dell’uomo, dandogli piccoli pugni ai polpacci.
“Lasciala, lasciala, cattivo, lasciala” – piccoli pugni in successione – “perché
fai la bua alla mia mamma?” – tentativo di stringere il cotone dei pantaloni
neri – “Mamma, mamma, ho paura”, detto con estremo rispetto per l’attimo in cui
tutto accadeva.
Poi Violetta, dentro gli occhi che non focalizzavano, dentro un cuore che
esplodeva sentì un urlo, un urlo secco che si fermò in mezzo alla stanza. O così
almeno a lei parve. La bambina che veniva sbattuta con forza contro il muro, la
testa che colpiva il termosifone; lentamente il viso si gonfiava e dalla bocca
usciva un rivolo di sangue.
Non si muoveva.
Non si muoveva più.
Violetta avrebbe voluto soffiare per fare uscire le parole, non urlare, lei non
era abituata a farlo, ma almeno parlare, dire qualcosa, comunicare al mondo a
qualcuno, a lui, a lui soprattutto, che quella era la sua bambina, sua, solo sua
e di nessun altro, quel piccolo ammasso inerme era la sua dolce bambina, con la
maglietta di un blu elettrico acquistata di tutta fretta in via dei Giubbonari,
con quei pantaloni panna arrotolati sino alle caviglie e i capelli nerissimi
ondulati raccolti dentro una treccina con il fiocchetto verde e rosso che
adesso, non si vedeva più.
Non riusciva a parlare, ma tentò di alzarsi e forse disse: “Bastardo, l’hai
ammazzata, tu sei pazzo, sei pazzo… la mia bambina…” ma, probabilmente, in quel
maledetto attimo non poteva dire niente, assolutamente niente e lui era lì che
respirava sempre più forte, era lì con il coltello in mano era lì che aveva
deciso di squarciarla. Violetta roteava vorticosamente le pupille. Gettava lo
sguardo sulla bambina ferma, accovacciata sotto il termosifone, la camicetta blu
elettrico che lentamente cambiava colore e si mischiava con un rosso cupo.
Lui le aprì la camicetta con discreta forza, ma senza rompere i bottoni.
Violetta si divincolava, lui le strappò, al centro, con la lama del coltello, il
bianco reggiseno scoprendo lo splendore ed il candore di quel seno turgido,
caldo, rotondo e pieno. Poteva palparla adesso, ma non lo fece. Difficile capire
perché davanti a quello che voleva, che sperava, che aspettava, davanti ad un
seno bianco, immacolato, che non si muoveva, decise di infilarci quel coltello.
Difficile capirli gli uomini in quei momenti. Difficile capire chiunque navighi
nelle cavità anguste della follia.
Violetta stava per urlare, per la prima volta in vita sua avrebbe urlato, se non
per volontà almeno per il dolore e lui se ne accorse. Le mise una mano in bocca
e passò velocemente la lama sotto la trachea.
Molto velocemente.
Violetta adesso
quasi non respirava e cominciava a zampillare. Si muoveva poco, pochissimo e lui
decise ancora di violarla, di rubarle anche l’anima.
Le abbassò le mutandine, infilò il coltello nel pube forse quattro volte, con
violenza, con cattiveria.
Lo ripulì strofinandolo meticolosamente sulle cosce bianche di Violetta, poi
decise di continuare e colpì sul ventre e vicino al cuore.
Violetta non c’era più.
Nessun movimento.
Lasciò il coltello infilato dentro il ventre. Andò in cucina e si lavò. Si
guardò intorno e, ricomponendosi, bisbigliò solo a se stesso pochissime e
inutili parole: “Cristo, ma cosa è successo?”.
Uno
Roma, 2 febbraio 2003
Ministero della Giustizia, via Arenula
Esterno ed interno giorno
Signor
censore che fai lezioni di morale
tu che hai l’appalto per separare il bene e il male,
sei tu che dici quello che si deve e non si deve dire...
Edoardo Bennato, Signor censore, 1977
La macchina si era
appena fermata davanti al portone monumentale e due agenti si erano leggermente
scostati per farla passare.
Il procuratore Antonio Ghilarzu non era stato troppe volte al Ministero. Non
amava i luoghi sacrali del potere, i piccoli grandi capi che si dovevano
ossequiare in base al grado che ognuno, di volta in volta rivestiva, non amava
le lungaggini protocollari, le piccole parafrasi, gli stolidi discorsi che era
costretto, suo malgrado, ad ascoltare.
Questo grigio luogo di potere scandagliava solo piccoli eventi che erano, per
l’anziano magistrato, insignificanti.
Si fermarono nel piazzale e subito si avvicinò un signore sulla quarantina,
barba appena rasata e profumo che ricordava l’odore di incenso. Aprì velocemente
la portiera e si stampò davanti con un sorriso che il procuratore Ghilarzu
ritenne esclusivamente di circostanza e che non ebbe, da parte sua, nessuna
risposta. L’ilare personaggio si scostò per facilitare la discesa dall’auto del
procuratore che, dopo aver raccolto i quotidiani sparsi sul sedile, li sistemò
dentro la sua borsa di pelle ormai logora di troppe battaglie, scrutò con una
discreta diffidenza l’insulso cerimoniere e lo seguì in silenzio.
Appena giunti nell’atrio del palazzo ministeriale, salirono le scale dal lato
destro dove, da giovane, il procuratore Ghilarzu vi era già stato per sostenere
gli orali del concorso di uditore giudiziario; si ricordò che, con il suo
collega Santemi, si guardavano intorno quasi stupiti per la grandiosità del
palazzo, del suo assoluto rigore. Quella volta erano stati veicolati al primo
piano in una delle stanze dove ad attenderli c’era il presidente della
Commissione: un magistrato che poi divenne presidente della Corte Costituzionale
per qualche mese, come si conviene ai grandi giudici che sono vissuti intorno a
questo palazzo e, difficilmente, riescono ad abbandonarlo.
L’insignificante uomo accompagna Ghilarzu invece verso il terzo piano e, subito
dopo le scale, lo invita ad attendere in un salotto di un verde opaco e liso,
dove il procuratore preferisce non sedersi e dove appoggia solo la sua borsa
sulla poltrona smorta.
L’uomo scompare e Ghilarzu ne approfitta per accendere una sigaretta ed
osservare, seppure in penombra, alcuni quadri che arredano questa sala d’attesa.
Quadri che ripercorrono battaglie epocali, scene di caccia, guerre napoleoniche,
tutte croste di fine ’700.
Il ridicolo uomo ricompare sempre più viscido e fa cenno di seguirlo all’interno
di un corridoio silenziosissimo dove scorrono altri quadri sempre di uguale
fattezza e che nessuno sognerebbe mai di sistemare nel proprio salotto.
Si avvicinano verso una porta di mogano, altissima, con le maniglie di ottone
lucidate che l’accompagnatore insulso sfiora dolcemente e la apre senza che
nessuno, dall’altra parte, abbia dato alcun ordine.
“Dottor Ghilarzu, che piacere conoscerla. Mi hanno parlato molto bene di lei
sa?”.
Il signore distinto, dietro la scrivania è il dottor Saverio Lo Presti, il capo
di Gabinetto e, anch’egli, ha un sorriso perfido mentre velocemente porge la
mano. “In questo luogo hanno tutti partecipato ad un corso di formazione su come
prendere per il culo le persone” pensa Ghilarzu, mentre gli stringe la mano in
maniera decisa.
“Prego dottor Ghilarzu, si accomodi. Gradisce un caffè?”.
Non attende neppure la risposta o un cenno, che già il piccolo uomo è uscito
dalla stanza per eseguire l’ordine.
“Allora, come va nella vostra isola? Quanto mi piacerebbe lavorare in Sardegna.
Mare, sole, silenzio, tranquillità, non come a Roma, traffico, routine, sempre a
rispondere al telefono, a dover spiegare, comprendere, suggerire. Sa, è un
mestiere difficile”.
“Immagino. Tutti i mestieri hanno le loro difficoltà”.
“È vero. Come la capisco. Ma veniamo a noi. Io l’ho chiamata per una questione
diciamo delicata, che riguarda il suo sostituto Marceddo”.
“Marceddu, Claudio Marceddu”.
“Ah, sì, Marceddu. Ha ragione. D’altronde tutti i cognomi sardi finiscono per ‘u’.
Io, per esempio, ho un segretario che si chiama Urru, sardo. Un bravo ragazzo
sa”.
“Il mio segretario si chiama Piras e, oltre ad essere un bravo ragazzo è anche
sardo, ma il suo cognome finisce con la ‘s’, come quello di mia madre Loiris”.
Lo Presti biforca lo sguardo e gli si stempera tutto il miele che aveva deciso
di spalmare nella sua inutile introduzione e quasi vacilla, riprendendosi dopo
qualche attimo.
“Piras, Urru, sardi insomma. Come Marceddu. Sardi e tosti. Che non ascoltano,
non sanno apprezzare, hanno una visione un po’ anarchica della vita. Hanno...
come dire… poco amore per le cose semplici, amano complicarsi la vita, devono
ascoltare, rintuzzare, analizzare, con quel loro silenzio saccente, dall’alto,
un silenzio che produce angoscia. Mescolano troppo le carte”.
Ha deciso per cancellare il sorriso di circostanza e tamburellando con le dita,
nervosamente su quel tavolo enorme, senza fogli e senza pratiche, continua
stizzosamente a giocare con le parole.
“La Sardegna. Terra antica. Bella, brulla, ma difficile. Voi potete permettervi
alcune libertà, tanto siete lontano da queste stanze. Poi – tamburella con
insistenza – poi le cose arrivano, arrivano anche dentro questo vecchio e
stupido palazzo. Ci mettono del tempo ma arrivano e questo Marceddu... insomma…
questo Marceddu è un problema”.
Giri di parole, retorica spicciola per colpire al cuore. Il giovane sostituto
procuratore per il sontuoso capo di Gabinetto del Ministero della Giustizia non
è un problema. È, ormai sicuramente, “il problema”.
“Marceddu ha sempre fatto il suo dovere. Io sono fiero di lui. È a volte brusco,
ma questo non è un mestiere dove bisogna obbligatoriamente essere simpatici”.
“Però aiuta”.
“Non aiuta a trovare la verità”.
“La verità. Marceddu è il grande difensore di questa strabiliante e smisurata
parola. Tutti voi siete paladini di questa nefandezza giuridica. Non esiste la
verità e lei lo sa meglio di me”.
“Esiste la giustizia”.
“Guardi, non l’ho chiamata per disquisizioni filosofiche sul diritto, non ne ho
la voglia né il tempo. Mi levi Marceddu dalle palle; gli dica di fare
volontariamente una domanda di trasferimento, qualcosa insomma. Il ministro è
alquanto preoccupato, quell’indagine che Marceddu segue con esagerata
insistenza, è sinceramente fuori luogo. Rischia di sollevare un grosso
polverone. Un’indagine troppo rischiosa per una piccola città di provincia. Può
essere controproducente. Per la Procura e per la Giustizia. Io direi che un bel
trasferimento in continente, come dite voi, può solo aiutarlo a crescere,
trovare nuovi stimoli. Può scegliere qualsiasi Procura”.
“Marceddu non vuole abbandonare la Sardegna ed intende restarci. Perché non
chiede il trasferimento d’ufficio al CSM?”
“Senta, io sono stanco e le ripeto, non ho voglia di continuare a discutere. Il
problema è suo: convinca Marceddu a lasciare. Noi siamo disposti a…”.
“Lui non sarà disposto”.
“Lo sarà. Dovrà esserlo. Se proprio vuole restare nella sua isola ecco, c’è un
posto libero come magistrato di sorveglianza”.
“È un posto che non fa per lui”.
“È un posto come un altro. I magistrati sanno ricoprire qualsiasi ruolo quando
vogliono e, in molti casi, anche quando non vogliono. Non è possibile continuare
in questo modo. Lei capisce”.
“No. Non capisco”.
“Capirà”.
Fine della discussione. Il capo di Gabinetto con il suo vestito blu ministeriale
ha finito di fracassarsi le dita tamburellandole nervosamente sul tavolo
terribilmente liso e porge la mano per un saluto obliquo, senza possibilità di
risposta. Lentamente, con una lentezza cattiva, Ghilarzu risponde al saluto e,
in un silenzio livido, senza sguardi che si incrociano, si avvia verso l’uscita.
Ci vorrebbe un altro sguardo più attento visto che il dottor. Ghilarzu rimetterà
piede dentro questo palazzo tra altri vent’anni.
Forse.
Ma non ne sente nessuna necessità.
Due
Sassari, 3 febbraio 2003
Tribunale
Interno giorno
Vecchia
piccola borghesia per piccina che tu sia,
non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia.
Claudio Lolli, Borghesia, 1972
Stava rimestando le
ultime scartoffie quando varcai la soglia. Aveva lo sguardo nitido ed asciutto,
dentro i suoi occhiali di tartaruga. Chiusi flebilmente la porta e mi adagiai
sulla poltrona verde anticato con molta leggerezza, accavallando le gambe e
nascondendomi quasi dentro il mio cappotto blu.
Questo era il mio momento. Da sempre approfittavo dell’attimo dedicato alla
firma per parlare con il procuratore. I tempi erano sempre stretti, strettissimi
e nei piccoli anfratti che si incasellavano dentro le brevissime pause, riuscivo
a condensare tutte le mie domande, le mie perplessità, sullo sviluppo delle
indagini e attendevo le sue lente e forti risposte.
Da sempre.
“Procuratore, dobbiamo decidere per quelle intercettazioni. Il tenente Fazzi
insiste, abbiamo scoperto un passaggio fondamentale, ecco, come sottolinea Fazzi,
f o n d a m e n t a l e, perché nessuno lo immagina, nessuno se lo aspetta. È il
tempo di agire. Oggi, domani. Meglio stanotte”.
“Claudio, devo parlarti” rispose secco il dottor Ghilarzu, levandosi i piccoli
occhiali da presbite che gli costruivano un’aria senza dubbio serafica, ma
troppo professionale. Spostò il grosso macigno di carte sulla destra del tavolo,
abbassò lo sguardo quasi a controllare il nodo della cravatta sempre perfetto,
ripose gli occhiali nella custodia che teneva sempre vicino alla foto del suo
splendido nipotino biondo e continuò:
“Ero a Roma ieri”.
“Questo lo so”.
“Sai anche con chi ho parlato?”.
“L’Ippopotamo”.
“Non chiamarlo così. È un giudice, un giudice tra i più anziani, più preparati,
non mi piace questo modo che usate voi giovani per denigrare tutto”.
Aveva un’aria severa il procuratore Ghilarzu, un’aria grave, di altri tempi.
Figlio di un notaio di Tempio, aveva vissuto sempre dentro i libri di diritto
fin da bambino e forse, da subito, aveva scelto questo mestiere. Un
predestinato.
“Cosa avrebbe detto di tanto importante il dottor Lo Presti?” chiesi abbastanza
seccato.
“Abbiamo parlato della situazione generale della Procura. Sai, niente di grave.
Però...”.
“Però...”.
Cercò dentro la tasca il pacchetto di sigarette. Il medico gli aveva proibito di
fumare ma lui, testardamente, continuava. Nei momenti dove si avvicinavano le
decisioni, la sigaretta era il suo conforto.
“Però preferisce risolvere la tua questione senza l’intervento del CSM”.
“In che senso?”
“Lui sostiene che tu sei un magistrato attento, capace, perspicace, preparato,
curioso. Ecco, curioso penso sia l’aggettivo più adatto”.
“Continuo a non capire”.
“Forse troppo curioso”.
“Troppo per chi? Per lui?”.
“Troppo”.
Troppo. Che significa troppo? Esiste per caso un marchingegno, un misuratore
etico che possa soppesare la giustizia? Possiamo, per esempio, agire come
nell’antico Egitto: usare un cuore e una piuma e adagiarle sulla bilancia?
Devono avere entrambi lo stesso peso. Oppure si può costruire un computer
sofisticato, bravo a misurare battiti e parole e sospiri e pensieri e verità –
quale verità poi – e ficcarli dentro un gigantesco data base che si occupi di
comparare i pensieri e le considerazioni e i fatti e la verità – occorre
costruirla, in qualche maniera questa maledetta verità – con gli articoli del
codice? Quale codice poi? Il nostro? Quello internazionale? Quello divino? O ci
mettiamo a scrivere il codice dei codici che sia la summa del diritto, dalla
comparsa dell’uomo sino ad oggi?
Chi è l’Ippopotamo? Il depositario della bilancia? Il padrone del computer? Una
sorta di Bill Gates dei codici mondiali? Una divinità moderna? Un luminare, un
sofista, un esegeta del diritto costituzionale, amministrativo, penale,
comparato, ecclesiastico, un profondo conoscitore dei meccanismi palesi e
occulti, un cesellatore, un fine e profondo conoscitore dei commi, di tutti i
commi dall’unità d’Italia ad oggi?
Uno stronzo.
Uno semplice stronzo. Ecco cos’è l’Ippopotamo.
Non potevo urlare tutta questa rabbia repressa. Non al mio procuratore che
attendeva le risposte e le leggeva, le sapeva leggere, ma continuava a fumare
nervosamente, in silenzio.
Cominciavo anche io ad essere decisamente nervoso. Osservavo con una certa
circospezione il bellissimo schedario fine ’800 che faceva mostra di sé dietro
la scrivania del capo.
Pensai, ma solo per un attimo, che quello schedario sontuoso, pesante,
imponente, dettava i tempi dentro questo Palazzo. Decisi allora per un’arringa
piuttosto banale, senza sovrapporre troppe considerazioni.
“I magistrati devono essere curiosi, devono avere attimi di creatività e dosarla
nel rispetto delle leggi. Come la applichiamo questa benedetta legge? Aspettiamo
che i fatti accadano, che qualcuno ce li racconti senza che costruiamo una
nostra verità, senza una nostra indagine? È questo che l’Ippopotamo – scusa
procuratore – il dottor Lo Presti – vuole da me?”.
“Da te non vuole proprio niente di tutto questo. Ti vuole solo aiutare. Si
rischia di finire al CSM e la commissione disciplinare può decidere per un tuo
trasferimento, per incompatibilità ambientale”.
“Ecco, incompatibilità ambientale. Finalmente qualcuno tira fuori la bellissima
locuzione che funziona sempre, per qualsiasi giudice, per qualsiasi storia. Non
sono io incompatibile con questo ambiente, ma il contrario. È l’ambiente
corrotto, degradato, gonfio di loschi e poveri personaggi che adesso hanno
paura, paura dei giudici, della legge, delle leggi che essi stesso hanno
contribuito a scrivere…”.
“Sei superficiale e poi, ricordati, nessuno ha ancora emesso una condanna”.
“Senti procuratore, se questi signori non sono d’accordo su come le loro leggi
vengono applicate o, se non sono d’accordo sui giudici, possono sempre decidere
di rivangare la ‘legittima suspicione’”.
“Non dire fesserie”.
“Vedrai, vedrai, assisteremo anche a questo”.
“La classe politica è cresciuta caro Claudio”.
“È solo diventata più sottile e la corruzione non si è fermata, ma si è, come
dire, adeguata ai tempi. La politica, questo tipo di politica almeno, ha
sicuramente contribuito a…”.
“Adesso basta!”. Lo urlò quasi d’istinto, non perché fosse contro le mie
argomentazioni, ma solo perché, secondo il suo canone etico, un magistrato parla
solo attraverso le sentenze.
“Claudio, penso tu sia uno dei miei migliori collaboratori, ma non posso
permettere che il tuo nome finisca davanti alla sezione disciplinare del CSM per
un trasferimento che sicuramente sarà accettato e ratificato e che ti bloccherà
in futuro. La sezione dovrà scegliere Claudio. Vedrai. Sceglierà per l’allontamento
fuori dalla Sardegna”.
“Incompatibilità ambientale”.
“Incompatibilità ambientale”.
Quale può essere la difesa davanti ad un tribunale che ha già deciso una
sentenza? Davanti ad un giudice che non ascolta, che non intende ricercare
nessuna prova, un giudice che, nel suo magnifico e libero convincimento, ha
emesso la sua condanna.
Incompatibilità ambientale.
Non significa niente.
Un cazzo.
O significa molto.
C’è un senso meticoloso della giustizia.
Tutto deve funzionare, tutto deve coincidere, l’importante è che non si sfiorino
gli altarini del potere e di chi perde molto tempo ad addobbarli.
Quale può essere la risposta? Loro, la maledetta risposta l’hanno trovata:
incompatibilità ambientale.
Potevo solo uscire, uscire violentemente da questa stanza senza neppure
salutare. Il mio capo avrebbe paternamente capito.
Lo feci, sbattendo violentemente la porta.
Potevo gettarmi dentro qualche schifoso bar a rantolare insieme alla rabbia che
ormai era montata, aveva bussato alla mia finestra che stava per sbattersi,
procurando un forte rumore di vetri infranti; potevo, per esempio, ordinare un
elenco di cose incompatibili con la Dea Giustizia o con il concetto balordo che
“IO” avevo della giustizia, oppure potevo congegnare un’operazione mediatica,
ammanettandomi davanti al tribunale con un sorriso serafico, da piccolo martire
globalizzato, con ghigno indefinitamente beffardo, un po’ stronzo.
Potevo chiedermi perché avessi scelto questo fottuto mestiere e perché non
decidevo di cambiarlo, ma, soprattutto, perché continuassi a crederci; potevo
piangere o scaraventare le mie mani dentro questo freddo che mi attanagliava
perché il cappotto l’avevo dimenticato dal procuratore; potevo barattare la mia
biografia di giudice di provincia con uno dei tanti pennivendoli che speravano
così di imbrattare pagine del suo piccolo giornale; potevo attraversare in un
attimo i metri che mi separavano dalla mia stanza e decidere di gettare tutti i
fogli dell’inchiesta dalla finestra, aspettare che finissero sulla strada e
fossero raccolti dal popolo sovrano.
Potevo anche raggiungere un posto che si chiamasse “arrivederci”, ma non
riuscivo, non avevo dentro nessuna goccia di niente, non ero più ubriaco di loro
e, soprattutto, questa non era una dolce e maledetta canzone.
Mi fermai, solo per un attimo, in mezzo ad una piazza d’Italia gialla e deserta
e, sotto la faccia marmorea e sconsolata del Re Vittorio Emanuele II Re d’Italia
per volontà di Dio e della Nazione – ma hanno mai mandato un fax, c’era un
qualcosa firmato da Dio e dalla Nazione che autorizzasse a questo piccolo e
rozzo principe di fregiarsi della loro volontà? – decisi che uno schifoso bar
potesse essere, in questo momento, l’unica soluzione plausibile.
Avevo freddo, un freddo che, probabilmente non aveva più senso, o ne aveva
troppo.
Avevo freddo dentro.
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