I giovedì di Agnese
Donne in guerra
 
di Cristina Rava
 

Un bombardamento sbagliato

“Quando vengon giù le bombe non puoi perdere un minuto, nemmeno per pensare. Se ti andrà di lusso, avrai tempo dopo per spaventarti, per farti delle domande, per stupirti o per imprecare: lì per lì hai una cosa sola da fare ed è nasconderti, cercando di salvare la pelle. Il frastuono delle esplosioni rende sordi e stupidi, tanti, tra quelli che muoiono, hanno esitato un attimo a pensare, a domandarsi, hanno voluto arraffare qualcosa in casa per non perderlo e hanno perso se stessi.
Tutte le volte che racconto questa storia, mi sembra di esserci ancora, è come se non fossero passati sessant’anni, è come se stesse succedendo adesso, e mi creda, per quei pochi di allora che sono ancora vivi, è la stessa cosa, ma mi lasci andare con ordine.
Come le ho detto all’inizio, non si è mai capito perché gli alleati abbiano bombardato Toirano. Non c’era niente, dal punto di vista militare, ma forse strategico è la parola giusta, che giustificasse la distruzione del paese. Sono state fatte tante ipotesi, ma secondo me una sola resta attendibile”.
“E quale?”.
“Si sono sbagliati!”.
A questo mondo si può sbagliare in tante occasioni, perché non nell’atto di bombardare un territorio nemico? È possibile… Mi rimane solo il dubbio se fosse più facile ai tempi della seconda guerra mondiale, con le bombe ‘inconsapevoli’, o se sia più facile adesso, che le bombe sono diventate intelligenti.
“Perché dice questo?”.
“Perché, e non soltanto secondo me, molti la pensano così e lo pensarono anche allora, i bombardieri fecero confusione nella scelta della vallata!”.
“E cosa avrebbero voluto o dovuto bombardare?”.
“Cisano”.
“E perché Cisano?”, domando io, pensando alle case e alle vie di quel paese a me così familiare.
“Perché a Cisano c’era la sede del 1° Battaglione dell’80° Grenadierregiment e perché le SS ci ‘capitavano’ molto spesso. I nomi dei due paesi si somigliano, perlomeno per quanto riguarda la desinenza, si trovano entrambi all’imboccatura di due valli strette, quasi parallele e distanti pochi chilometri in linea d’aria, quindi l’errore è una possibilità tutt’altro che fantasiosa”.
“Ma battaglioni della Wehrmacht ce ne saranno stati anche in altre sedi, o no?”.
“Infatti. Assodato che Toirano abbia fatto la fine che avrebbe dovuto fare Cisano, entrando nel merito dell’azione bellica, qualcuno ha fatto anche delle altre ipotesi”.
“E quali?”.
“Si diceva che gli americani con quel bombardamento di ‘pulizia’, chiamiamolo così, volessero indurre i tedeschi a credere che ci sarebbe stato uno sbarco sul litorale tra Finale e Albenga.
Poi si raccontava che la notte precedente il 12 agosto del ’44 a Villa Gollo, una dimora signorile poco fuori del paese, sto parlando di Cisano intendiamoci, avesse dormito il feldmaresciallo Kesselring che non era proprio un signor nessuno tra gli alti papaveri. Mi sembra comunque difficile credere che gli americani avessero ottenuto quell’informazione in tempo utile per organizzare un bombardamento: stiamo parlando di uno stormo di quelli che noi chiamavamo le ‘fortezze volanti’. Comunque sarebbe difficile, oggi, appurare il vero motivo, visto che nessuno riuscì a scoprirlo allora, tutte le ipotesi restano buone. Il risultato fu che sopra il mio paese si schiantarono almeno duecento bombe da cinquecento e mille libbre”.
“Le racconto come è andata: era piena estate, il 12 agosto 1944. Al mattino sono passati dei mitragliatori a bassa quota. Io mi ricordo che ero in casa e stavo facendo il pane e mia madre si stava dando da fare per accendere il forno. Quando si sono sentite le prime scariche di mitragliatrice aerea, quell’incosciente di mia sorella è uscita sul balcone a guardare. Mio padre era in un terreno sopra Toirano che si chiamava Quassoei, però riuscì a raggiungerci illeso. Quando fu in casa ci impose di andare a nasconderci nel nostro orto ‘dei Pagliacci’, dove si apriva una piccola cavità nella roccia. La gente stava già scappando verso le grotte e qualcuno si era nascosto negli scantinati delle case. Mio padre scelse quel minuscolo riparo soprattutto perché era vicino a casa ed il tragitto, sotto l’attacco dei mitragliatori, sarebbe stato breve. Era proprio un buco, aveva un finestrino, una porta di legno e in passato aveva funzionato sia da conigliera che da magazzino per gli attrezzi agricoli”.
Io la ascolto senza aprire bocca. Chissà quante volte ha già raccontato questa storia, ai suoi figli, ai suoi nipoti, agli allievi, alle persone che le hanno fatto domande in proposito, eppure mentre parla sembra anche a me che l’orologio sia andato all’indietro, che sia successo ieri, tant’è l’intensità della sua voce, il suo potere evocatorio, e questa sarà una sensazione che proverò spesso, durante i racconti di Agnese.
“Quando dico noi, intendo la mia famiglia e quella di un inquilino con moglie, figlia adulta e nipotine. Questa giovane donna con le sue creature era venuta a rifugiarsi a Toirano, sfollando da Genova, proprio perché si pensava che fosse un posto più tranquillo. La moglie teneva le bambine, la figlia stringeva una pentola di minestra, mentre lui proteggeva il suo violino. I proiettili della mitragliatrice aerea facevano schizzare terra e schegge di rocce e potevano essere micidiali anche se non colpivano direttamente, ma lui aveva paura soltanto per il suo violino. In un modo o nell’altro riuscimmo a raggiungere questo buco nella roccia e ad infilarci lì dentro, chiudere la porta sgangherata e aspettare che quell’inferno finisse. Ma l’inferno doveva ancora cominciare. Mentre eravamo lì in attesa, mia madre pensava al suo pane che stava lievitando. Ci fu un attimo di quiete, nel quale i mitragliatori tacquero e lei pensò di poter tornare a casa per infornare, ma apparvero dal fondo della vallata, come se arrivassero dal mare, parecchi bombardieri, uno stormo insomma. Non sono mai stata un tipo tanto fantasioso, però in quel momento mi sembrarono avvoltoi. Producevano un rombo grave, che si avvicinava velocemente, ma dopo aver raggiunto il massimo del volume prese ad affievolirsi: stavano puntando verso nord. ‘Vanno verso Torino’, commentammo. Ma fu un sollievo che durò poco, perché quando giunsero sul monte S. Pietro invertirono la rotta e puntarono nuovamente verso il nostro paese. Non era un buon segno. Siccome eravamo usciti tutti a sbirciare, mio padre ci fece rientrare nel nostro piccolo buco e sprangò la porta. Trascorsero pochi istanti, ma il fischio delle bombe che cadevano me lo ricorderò tutta la vita: erano le 11,13. Fu una specie di cataclisma: il fragore delle esplosioni, lo scroscio delle rocce che s’infrangevano e della terra che veniva sollevata, all’inizio erano ancora distinti, poi cominciarono a sovrapporsi e a confondersi perché il numero delle bombe era enorme. Non avevano una gran mira, però possedevano munizioni in abbondanza. Fuori del finestrino non si vedeva più niente, la luce del sole era offuscata dalla polvere che riempiva l’aria. Non so quanto durò, certo che a noi là dentro, in quello spazio angusto, parve un’eternità. Ad un certo punto ci fu silenzio. Ci guardammo, a lungo, increduli: era finita?
No, non era finita, perché ancora per parecchio tempo dopo la fine del bombardamento, continuammo a sentire il crepitio della mitragliatrice aerea. La Pieretta, seppi poi, fu una vittima di quest’ultima violenza: s’erano decisi tardi, lei ed il marito a cercar rifugio nelle grotte, lui si salvò, ma lei fu falciata. Alla fine anche l’aereo mitragliatore si allontanò, ma noi attendemmo per un tempo infinito il rombo del suo ritorno. Il silenzio prolungato c’indusse a pensare che non sarebbe più ricomparso. Mai nella mia vita un silenzio m’era parso così… totale, assoluto e disumano.
Nessuno aveva il coraggio di muoversi, le labbra di mia madre sussurravano ancora una preghiera impercettibile. Poi mio padre ed il nostro vicino giudicarono che fosse trascorso abbastanza tempo per tentare una sortita, se non altro per vedere cos’era successo. Quando provarono a spingere la porta del nostro rifugio, quella non si mosse di un palmo: davanti era atterrata una montagna di pietre e terriccio scaraventato lì dalle esplosioni. Non restava altro da fare che gridare, sperando che qualcuno sentisse. Una nipotina della nostra vicina, quando si rese conto della ragione per cui i grandi erano allarmati, cominciò a piagnucolare che si sentiva soffocare. Per fortuna l’attesa non durò a lungo. Ci sentì un soldato, all’inizio non riuscivo a capire se fosse o meno italiano, solo dopo mi resi conto che era tedesco. Stava passando lì davanti e cominciò a spostare terra e pietre, quel tanto che permise alla porta di aprirsi abbastanza da lasciar uscire gli uomini a finire il lavoro. Quando fui all’aperto guardai quel soldato. Era sporco, l’uniforme lacera e sudata, gli occhi da cane randagio, non era più arrogante: il suo, adesso, era un destino da poveraccio, come noi, anche se insanabili distanze continuavano a separarci. Lo scenario di devastazione che ci circondava toglieva il fiato. Non c’erano più orti, ma solo cumuli di terra e voragini dov’erano atterrate le bombe. Le case di Toirano o quel che rimaneva di esse non si vedevano, nascoste da una spessa cortina di polvere che continuava ad aleggiare nell’aria rovente di agosto.
In lontananza si cominciarono a sentire voci, o meglio grida ed i primi rumori di vanghe e di zappe. Noi non sapevamo cosa fare. Mia sorella Anna era la più impaziente, lei voleva andare a vedere. Mio padre disse soltanto: “Là c’è mio fratello e sua moglie…”. Tra le folate di polvere e fumo, cominciammo a vedere qualcosa: la nostra casa era mezza scoperchiata, ma almeno era ancora in piedi. Poi riprese a parlare e aggiunse: “Andiamo tutti a Santa Lucia, Toirano non esiste più… Io passo un momento da casa”, e con mio fratello, che per lo shock per un bel po’ aveva abbracciato tutti piangendo, si diresse verso casa. C’incamminammo anche noi ed attraversammo il fiume: le bombe ne avevano deviato il corso e il greto era disseminato di carcasse di cavalli. Quando fummo all’inizio del paese, proprio davanti alla ‘Purtassa’, ricomparvero i caccia con i mitragliatori. La bambina scappò e la madre la inseguì, restando sempre attaccata alla sua pentola di minestrone. L’idea era di raggiungere la scuola, ma ormai l’edificio scolastico era ridotto ad un mucchio di macerie. Da quel punto fino alla fine del paese, le case erano state tutte bombardate, vedevo soltanto rovine. C’erano soldati sia italiani che tedeschi che scavavano per tirare fuori i superstiti, ma era un’impresa ardua, macchinosa, con i pochi mezzi che avevano a disposizione. Nella memoria m’è rimasta impressa per sempre la voce di una madre che da sotto al cumulo di calcinacci che era stata la sua casa, supplicava: “Salvate almeno il mio Bertino!”: era un bimbo di due anni! Tanti rimasero a lungo là sotto e quando finalmente furono estratti, in parecchi morirono. Su quelle rovine vagava don Roba, il parroco, che cercava di portare conforto ai derelitti sepolti, vivi, morti o morenti che fossero. Con mio padre Bertumé ci ritrovammo poi alla grotta di S. Lucia, ma dopo un bel po’, perché a rendere tutto più difficile, c’era stato l’andirivieni degli aerei che mitragliavano. Chissà quanto tempo era passato: abbastanza perché ignoti sciacalli fossero riusciti a rubarci parecchi sacchi di grano che avevamo stipato nel magazzino, avvantaggiati dalla porta divelta per lo spostamento d’aria. Mio padre aveva recuperato, almeno quello, un po’ di denaro che aveva nascosto in un tubo qualche tempo prima.
Quando arrivammo alla grotta di S. Lucia, lo spettacolo che ci trovammo di fronte era allucinante. C’erano già parecchi feriti, curati alla meglio, perché mancava tutto: bende, disinfettanti, farmaci, che ci arrivarono soltanto in seguito dalla farmacia di Borghetto. Qualche prima vivanda ci fu fornita dai soldati, ma nessuno aveva voglia di mangiare, avevamo soprattutto sete, un gran bisogno di pulirci la bocca e la gola impastate da quella polvere color della ruggine. I bambini piangevano, c’era gente che si lamentava, vedevo facce stordite, come di chi non ha capito o non si rende conto. In queste condizioni era soprattutto un vecchio signore che smaniava, voleva tornare a casa, piagnucolava che erano i suoi famigliari ‘cattivi’ che lo trattenevano in quel brutto luogo. Un soldato, forse lo stesso che ci aveva aiutato ad uscire dal nostro primo rifugio, fu colto da una crisi epilettica e non ce la facevano quattro uomini a tenerlo fermo, in seguito fu trasferito all’ospedale di S. Corona. Mia sorella, che già da un po’ dava segni d’impazienza, decise di tornare a casa e quando fu là, infilò in una federa un po’ di roba presa a casaccio: una formaggetta, del riso e dello zucchero che si mischiarono ed il risultato non piacque molto a nessuno. Passò dalla stalla e prese con sé soltanto le caprette perché le pecore non ne vollero sapere di uscire, foraggiò la Nina e tornò insieme a noi. Che manna quelle caprette: mia madre le munse e finalmente i bambini ebbero un po’ di latte. Mi ricordo una bimbetta che non voleva più staccarsi dalla tazza, il problema era che quella tazza era l’unica. Ad un certo punto due donne furono prese dalle doglie, e partorirono lì, in un angolo della grotta, su una specie di giaciglio improvvisato. Nacquero, manco a dirlo, un Lucio e una Lucia. Quanto fu lunga quella notte! Dormire era praticamente impossibile, si stava in piedi o al massimo accucciati perché eravamo in troppi, in quello spazio, per poterci sdraiare.
Il giorno successivo era domenica e di primo mattino vedemmo arrivare il parroco. Doveva essere esausto, perché aveva trascorso la notte tra i soccorritori, ma la stanchezza non gl’impedì di celebrare la messa. Sulla strada provinciale, proprio all’inizio della salita per arrivare alla grotta, c’era un vecchio rudere e qui si stava cominciando a costruire le casse di legno per i morti, che venivano accompagnati al cimitero e sepolti in una fossa comune.
I miei, di buon accordo con altre famiglie amiche, decisero di lasciare la grotta di S. Lucia e di trasferirsi nella grotta dei ‘Basci Rusci’, sarebbe ‘Balzi Rossi’. In questo modo avremmo avuto un poco più di spazio a disposizione. Non c’era più l’angosciosa fretta del giorno del bombardamento, così ci organizzammo una vita, se non confortevole, per lo meno sopportabile. Gli uomini prepararono dei giacigli di rami sui quali furono sistemati dei materassi improvvisati, ma ognuno con le sue coperte e poi cominciammo a mangiare del cibo ‘vero’. Mi ricordo ancora il primo pasto: patate bollite con la buccia, ci mettemmo tutti insieme a pelarle, tagliate a fette, insieme a pomodori, peperoni, cipolle, cetrioli, olio e sale. Che meraviglia!
Nella grotta eravamo in tutto diciotto persone: la mia famiglia, composta di cinque membri, una coppia, marito e moglie, che avevano perduto la loro casa, un’altra coppia di coniugi, con aggiunta di due figlioli, zio, nonni e bisnonna ed un altro piccolo gruppo famigliare. Mi ricordo una stranezza: c’era un bambino che di notte, se si svegliava, attaccava a piagnucolare che voleva il caffè. Così la mamma doveva alzarsi e fargli riscaldare una qualche brodaglia, a quei tempi il caffè, quello vero, era solo un ricordo, ma a lui andava bene lo stesso e, dopo aver bevuto, proclamava: “Bon fefé, ni bratta!”: “Buono il caffè, niente fondi!”. Quando mangiavamo la carne, annunciava gridando che ‘u niniu’ doveva andare a lui, perché non aveva mai mangiato carni diverse da quelle di coniglio. Come facevamo ad avere la carne in una condizione miserevole come la nostra? Ce n’era fin troppa, considerando gli animali morti sotto il bombardamento!
Vicino alla nostra grotta c’era la ‘Tana sgarbà’, la ‘Tana bucata’, perché aveva un ingresso ed un’uscita. Ora non esiste più perché è stata distrutta da una cava. Ebbene, in questa caverna si erano sistemate due famiglie, mi ricordo ancora i loro nomi, Briozzo e Marchisio si chiamavano, e loro erano organizzati quasi come a casa: pensi che avevano addirittura la madia per impastare il pane! Lui, Briozzo, era fabbro e non mancavano treppiedi e pentole d’ogni foggia. Tutto questo ben di dio era messo a disposizione anche degli altri.
Per l’acqua dovevamo scendere al fiume, ci volevano circa venti minuti e ci lavavamo direttamente laggiù. Presso il fiume c’era un posto di blocco di tedeschi che spesso ci chiedevano di andare da loro a pelare patate e in cambio ci regalavano qualche gallina. Succedeva perfino di sentirli cantare in fondo alla gola, e allora noi rispondevamo con i nostri canti e alla fine delle esibizioni, ci si applaudiva a vicenda: pensi un po’, Cristina, che cose strane, quasi surreali, in quel tempo di guerra!
Gli aerei continuavano ogni giorno a sorvolarci e noi correvamo proprio in fondo alla grotta, ma ormai ci stavamo abituando a vivere in quel modo, si fa l’abitudine anche al pericolo.
Un provvidenziale acquazzone lavò gli orti, quelli rimasti, e gli uomini ripresero ad occuparsi della campagna, mentre le donne compivano sortite alle loro case, per ripulirle alla meglio, raccattando vetri e calcinacci. Mancava l’acqua e noi che avevamo il pozzo, eravamo tra i più fortunati. Con il passare delle settimane, nelle grotte rimanevano soltanto i vecchi e i bambini e poi, pian piano, tornarono anche loro.
Via Garibaldi e una porzione di paese che si chiamava ‘Cantun’, non esistevano più”, e, con questa frase lapidaria, il racconto del bombardamento è finito.
La guardo, adesso è vecchia, ma allora, quando è successo quel finimondo, aveva ventidue anni. Tutto quello che ha raccontato in questo lungo pomeriggio, è accaduto quando lei era poco più di una ragazza, eppure nel suo resoconto non c’è traccia di esagerazione, di sensazionalismo, non vuole stupire e nemmeno commuovere. Me l’ha raccontato così come è successo, non ha inventato niente, non ha interpretato niente. I suoi occhi di ventenne guardavano, la sua memoria registrava, certamente il suo cuore aveva paura, è naturale, ma mentre racconta è come vedere un documentario televisivo, un combat-film, di quelli girati dagli americani, non sembra di ascoltare un resoconto di vita vissuta. E questo m’è già capitato altre volte, proprio guardando la televisione: un reduce dal fronte russo, un sopravvissuto di Cefalonia, un ‘salvato’, come avrebbe detto Primo Levi, di ritorno dalla Shoà. Racconti di orrori e terrori sorretti da ferme voci di vecchi, senz’enfasi, senza giornalismi, accompagnati da volti quasi sereni. Sono speciali? La guerra li ha resi diversi? Sì, la guerra li ha resi diversi, una diversità che chi è cresciuto, come me, in pace e benessere, non può comprendere e nemmeno può comprendere l’immensa natura del proprio privilegio. Finché le guerre sono al telegiornale, le nostre vite possono andare avanti senza intoppi, ci fanno magari anche pena quei bambini senza gambe, con occhi così grandi che occupano tutto lo schermo, poi una pubblicità di ‘sofficini’ spazza via lo sgomento… Ma ad Agnese, all’alpino dell’Armir, all’ebreo di Bergen-Belsen la pubblicità del ‘sofficino’ non basta, quell’orrore è dentro… Eppure, eppure quando raccontano lo fanno con animo schivo, senza retorica.


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