Giuseppe Garibaldi
Memorie sulla sua vita
 
di Felice Venosta
 

«Garibaldi! chi è costui? Un uomo!
Non altro che un uomo,
ma un uomo in tutta la estensione della parola.
Un uomo dell’umanità...
Braccio di guerriero e cuore di profeta
è l’eroe dell’ideale».
Vittor Hugo

«Avvi un Eroe in Europa. Uno solo. Non ne conosco due.
Quest’uomo è Giuseppe Garibaldi,
l’uomo della libertà, dell’umanità.
Vir direbbe Virgilio».
Michelet

I - Al Campo di Carlo Alberto

Nei primi giorni del mese di luglio 1848 al quartiere generale di Re Carlo Alberto, a Roverbella, si presentava un uomo che le sventure d’Italia avevano tenuto per molti anni lontano dalla terra nativa e che le speranze di lieti destini vi riconducevano festoso. Biondi capelli gli cadevano sulle spalle, coperte di una tunica rossa, stretta ai fianchi da una cintura di cuoio cui era assoggettata la spada. La fronte purissima, gli occhi celesti e sicuri, la spessa barba che gli adornava il mento, la severità del portamento, l’aspetto intero della persona, alla quale i patimenti, i pericoli, le prove di coraggio indomabile avevano impresso tutti i diversi generi di bellezza che tanto piace di ritrovare in un uomo anelante il sacrificio per il santo principio dell’indipendenza e dell’unità della patria, facevano di lui qualcosa di affascinante, irresistibile, da inspirare in chiunque lo vedeva quella simpatica deferenza che la fama del valore e l’uso dell’autorità non mancano di partecipare agli uomini dai forti propositi.
Quest’uomo, i lettori lo avranno già indovinato, era Giuseppe Garibaldi.
All’insorgere che con il grido di patria e libertà avevano fatto gli Italiani contro i tiranni, che li tenevano divisi e martoriati, il cuore di Garibaldi palpitò per la sua terra nativa. Con ottantacinque dei più provati uomini della Legione Italiana, egli partiva da Montevideo per l’Italia sul brigantino Bifronte, di proprietà di Gaetano Gazzolo, battezzato per l’occasione col nome: La Esperanza, e con felice navigazione giungeva in Nizza il 24 giugno 1848. Erano circa quattordici anni che non vedeva il cielo nativo, e come vi fu sotto, a Palo, faceva issare il vessillo tricolore formato con un mezzo lenzuolo, una camicia rossa, e alcune divise verdi dell’assisa di bordo uniti insieme.
A Nizza fu ricevuto con gran festa. A quanti dei conterranei lo circondavano, gridandogli solo ormai Carlo Alberto prima spada d’Italia, disse: «Io non sono ora repubblicano, ma italiano, e pronto a versare l’ultima goccia del mio sangue per il Re e per l’Italia... La mia Repubblica è fare il bene della patria!».
Fra i festeggiamenti in suo onore si diede il 25 un banchetto nell’albergo York. Alla fine del simposio Garibaldi esprimeva di nuovo questi sentimenti politici:
«Voi lo sapete, amici; io non fui mai fautore di Re. Ma poiché Carlo Alberto si è fatto difensore della causa popolare, credo mio dovere portargli la cooperazione mia e dei miei compagni».
Era sua convinzione fin da quei giorni che l’Italia dovesse fare da sé, e quando alcuni vollero gettare il dubbio che senza l’aiuto della Francia sarebbe stata impossibile la vittoria, egli, indignato, esclamò:
«Se gli uomini temono, radunerò le donne italiane che basteranno a cacciare gli Austriaci!».
Abbracciata la vecchia madre, che da anni non vedeva, e la moglie ed i figli, che l’avevano preceduto di qualche mese, il 28 giugno, a bordo del suddetto Bifronte, partiva per Genova.
Il Corriere Mercantile così ne annunciava il 29 giugno l’arrivo:
«In questo momento, ore 11 del mattino, il generale Giuseppe Garibaldi sta entrando nel porto, accompagnato da una parte della sua legione, a bordo del naviglio Bifronte, armato in guerra con sei pezzi d’artiglieria, proveniente da Nizza, sua città natale, ove approdò sono ora pochi giorni. La città si prepara ad accogliere questo suo prode concittadino con dimostrazioni di vera simpatia. Il popolo è impaziente di seguirlo: toccherà ora al Governo emulare il popolo, assegnando al valoroso un posto degno di lui».
Ed ebbe, infatti, acclamazioni entusiastiche. Al Circolo Nazionale ripeté i suoi sentimenti. Disse: «Il pericolo maggiore che minaccia gli Italiani è una guerra prolungata con l’Austria; perciò sento il dovere di concorrervi con tutti i mezzi per abbreviarla. Cura dei buoni, dei veri patrioti sia l’affogare nel germe lo spirito di parte, le oziose e nocive dispute sulle forme governative. Una la bandiera. Tutti debbono correre a difenderla in campo, a vincere ed a morire per essa. Per la guerra sia ogni maniera di sacrificio, perché maggiori se ne avranno a patire dai nemici se vigliaccamente chiacchieroni, o per isolati combattimenti cadessimo».
In Genova, Garibaldi non si ritenne sicuro dai sospetti della polizia piemontese, ed accettò la ospitalità in casa Gazzolo in Nervi.
Non dimenticò nella sua sosta di visitare Francesco Anzani, il prode colonnello in seconda della Legione Italiana di Montevideo, ritornato con lui in Italia a prendere parte alla guerra santa, costretto a fermarsi in Genova, perché gravemente ammalato. Il 2 luglio, Garibaldi, quando mosse per il campo di Carlo Alberto, ebbe uno stringimento di cuore; presagi che non avrebbe più riveduto l’amico. E così fu!
Il 3 Garibaldi sostò qualche minuto a Piacenza. Come si seppe del suo arrivo fu festeggiatissimo dal popolo che era accorso.
Carlo Alberto accolse gentilmente il prode Italiano, e gli volse parole di molto elogio circa le imprese da lui compiute in America. Egli con piglio di modesta semplicità gli rispose:
«Sire, combattei in terra straniera per la libertà di un paese ospitale, e Dio benedisse le nostre armi, illustrando il nome dei Legionari italiani. Con pochi dei miei giunsi ancora in tempo per l’impresa onorata della liberazione della mia patria. Ho qui dentro un cuore che ama l’Italia davvero, e richiede come compenso di poter operare con gli altri ciò che a lei porti vantaggio ed onore...».
Il Re gli disse di manifestare quel suo desiderio ai Ministri e lo accomiatò con testimonianze d’affetto.
Ecco che cosa Garibaldi scriveva del colloquio avuto con Carlo Alberto (la lettera è riprodotta dalla signora Jessie Mario nella biografia di lui): «Io lo vidi, vidi quell’uomo che aveva uccisi dei più nobili figli d’Italia, che aveva condannato alla morte me e tanti altri, e capii la freddezza del suo accoglimento. Eppure io avrei servito l’Italia sotto gli ordini di un Re con lo stesso fervore che sotto una repubblica, e avrei condotto i miei giovani guerrieri sullo stesso sentiero, perché essi avevano piena fiducia in me. Fare l’Italia una, liberarla dal maledetto straniero, questa era la mia meta ed era quella di tutti i miei compatrioti a quell’epoca...».
Da Roverbella il grande Volontario della libertà mosse per Torino. Dopo molte anticamere, ammesso al fine alla presenza del reggente il Ministero della guerra, il generale Ricci, fu accolto assai freddamente. Attraverso il frasario dei complimenti Garibaldi comprese che gli Italiani di una certa tempra non potevano sperare di combattere nelle file del Regio Esercito, che egli, Garibaldi, era tenuto in conto di avventuriero e di peggio.
«Io vi consiglierei di partire per Venezia, gli disse fra altre cose il Ricci; là prenderete il comando di alcune piccole barche, e, come corsaro, potrete essere utilissimo ai Veneziani. Io credo sia quello il vostro posto migliore!».
Garibaldi volse le spalle a chi l’insultava senza rispondere. Addolorato nel vedersi accolto tra i fratelli in quel modo, e messo nella necessità di essere semplice spettatore nella guerra che si combatteva, passeggiava sotto i portici di Po, quando s’incontrò con Giacomo Medici. Questi era alquanto in collera con lui, perché, partito il 23 febbraio per l’Italia con istruzioni di suscitare insurrezioni in Toscana, da Viareggio ed altrove, lo aveva invece abbandonato per correre al campo di Carlo Alberto. Tuttavia, come lo vide, gli aprì le braccia, e si strinsero fraternamente l’un l’altro. Il Medici aveva assistito a Genova negli ultimi istanti il colonnello Anzani, il quale gli raccomandò Garibaldi, profetando: «Non essere severo con lui; l’avvenire d’Italia è nelle sue mani!». E così fu! Il Medici obbediva al morente. L’eroico compagno di Garibaldi, sin da quel tempo subiva il fascino dell’uomo immortale, presentiva nel glorioso Guerrillero del nuovo mondo il capitano predestinato ad epiche imprese; l’Ulisse e l’Achille dell’epopea nazionale italiana.
Non disse Garibaldi al Medici delle umiliazioni sofferte e a Roverbella dal Re e a Torino dal Ricci. Il Medici lo aveva saputo da altri. L’amico lo consigliò di recarsi a Milano ad offrire i suoi servigi al Governo provvisorio di Lombardia. Il momento era propizio; si erano ricevute le notizie delle prime sconfitte dell’esercito piemontese. Garibaldi aderiva e con lo stesso Medici partiva per Milano, dove giungeva il 14 luglio.
Ecco quanto scrissero i giornali torinesi di lui:
«Ieri (13) il valoroso Garibaldi lasciava Torino, recandosi a Milano. Noi speriamo, anzi abbiamo certezza, che tanta forza, tanto coraggio, un così grande impeto di amore per la causa italiana non andrà perduto per la santa guerra. Chi respingesse quel sussidio, e freddamente od incompiutamente l’accogliesse, ora che le falangi tedesche si accrescono di molti sussidi e le cose della guerra si fanno più gravi, assumerebbe sopra il suo capo una grave responsabilità».
L’arrivo di Garibaldi a Milano venne partecipato al popolo il successivo giorno 15 dal Governo Provvisorio con queste parole:
“Garibaldi, prode carissimo a tutti gli Italiani, e che la prima stima si è acquistato anche presso gli esteri per le gloriose sue gesta, passò da Milano or sono pochi giorni per recarsi in Torino, ed è ritornato ieri sera in questa città che gli è affezionata. Con vera compiacente attenzione non pochi che si accorsero di lui seguivano ieri sera ogni passo che egli muoveva in mezzo a due suoi amici nel nostro principale Corso, così notando la semplicità del suo vestire cittadino, come la modestia dei suoi modi e quell’aria serena di animo forte e pacato in lui mirabilissimo. Nella via all’Albergo del Marino, dove egli prese alloggio, si affollò tanto la gente che più non era permesso il transito. Con acclamazioni fu reclamato al balcone, dove apparve per ringraziare e dire cortesie al Popolo Lombardo”.
Due bande musicali si recarono a festeggiarlo sulla Piazza di S. Fedele, di modo che fu costretto a passare nell’Albergo della Bella Venezia per corrispondere più agevolmente a tutti questi tratti di rispetto e di affezione. In mezzo ai ripetuti viva, egli raccomandava ai Milanesi, ai Lombardi, agli Italiani tutti l’UNIONE per poter vincere e scacciare definitivamente il nemico; accennò alle stragi, agli insulti con cui i barbari ci opprimono, e domandò se tanto fossimo noi deboli da abbandonare loro ogni nostra preziosa cosa, e all’abominio anche le care e belle nostre donne. “Non sia, per Dio! ed armatevi per sbaragliarlo, e da voi soli, egli disse, o Italiani, non mai con l’aiuto d’intervento straniero”. Queste furono pressoché le sue parole, ed i plausi, e le musiche allegre non cessarono che ad ora avanzata della notte.
Il generale Garibaldi fu incaricato dell’ordinamento dei Battaglioni Volontari. Egli stabilirà il suo quartiere generale a Como ove quei corpi verranno mano mano avviati».
Il Sanseverino, capitano della milizia cittadina, si presentò a Garibaldi, e gli espresse i sensi d’ammirazione e di affetto che i Lombardi professavano all’illustre Italiano, il quale mentre la patria era calpestata, ne seppe tenere alto il nome nella lontana America, appunto allora in cui si osava dagli stranieri gridare impunemente: «L’Italia è la terra dei morti» oppure: «L’Italia è un’espressione geografica!» Garibaldi rispose maschie parole, esortando il popolo agli estremi sacrifici per far sì che la gloriosa conquista dell’indipendenza abbia ad essere opera di mani italiane.
Mentre Garibaldi era a Milano festeggiatissimo, lo stesso giorno, 14 luglio, vi giungeva la salma del colonnello Anzani che da Genova era trasportata ad Alzate, dove doveva avere in quel cimitero solenne sepoltura. La salma dell’Anzani era stata scortata a Milano dalla Guardia Nazionale pavese, che subito doveva ripartire; ma quando i militi udirono dei festeggiamenti per Garibaldi, differirono ad ora più tarda il ritorno a Pavia per potere unire le proprie alle grida dei Milanesi che salutavano «il prode e valoroso guerriero».
«Più di un generale, è un eroe» si scriveva di Garibaldi sin dal 1848.
Ma che cosa aveva egli mai operato per acquistarsi già tanta rinomanza?

 

II - I primi anni

In un’alpeggio sulle montagne del Tirolo, scrisse un nostro amico, in luogo alto alto, dove vive una gente che parla un tedesco incredibile, che porta le ginocchia nude, che si fa cento volte al giorno il segno della croce, e che manda regolarmente in Italia l’obolo per mantenere il Papa prigioniero e per comperare la paglia del suo giaciglio, mi è avvenuto di trovare il ritratto di Garibaldi.
«Un giovane montanaro, che l’aveva dipinto sulla pipa (e notate che si era nel fedelissimo Tirolo) mi diceva con l’aria semi-ardita di chi si appresta a pronunciare una famosa birichinata:
«I vecchi credono nella Beata Vergine e in Andrea Hoffer. Io credo in questo».
«Perché?» chiesi io.
«Perché questo è l’amico dei poveri, degli oppressi».
«Ed è italiano», soggiunsi io con l’aria di chi ha l’amor proprio soddisfatto.
«No», mi rispose in quel suo rozzo linguaggio: «questi non è né italiano, né tedesco, né slavo: è di tutto il mondo, tutti gli vogliono bene».
Non ci fu uomo, infatti, più popolare di Garibaldi in tutto il mondo. Invano si tenterebbe di nominarne un secondo. E noi, prendendo oggi a scrivere di lui, ci sentiamo altamente commossi; temiamo ci possano venire meno le forze per parlare degnamente del grande italiano. Invochiamo con il cuore le fibrille dell’atavismo antico e gridiamo: «Proviamoci!».

Il 4 luglio 1807, in Nizza, nella camera stessa in cui nel 1750 nacque il Massena, nel Quai Cassini, dirimpetto al porto, venne alla vita l’uomo che ogni nazione doveva invidiarci.
Eccone nell’originale francese l’atto di nascita:

MAIRIE DE NICE
(Alpes Maritimes)
Extrait des registres des actes de l’Etat Civil

Naissance de Garibaldi Joseph Marie.
«L’an dix huit cent sept, le quatre du mois de juillet à six heures après midi à Nice, par devant nous François Constantin adjoint en cette Mairie, faisant fonctions d’officier de l’Etat civil, par délégation de Mr. le Maire, et dans la maison commune, est comparue la Dame Catherine Bandinello sage femme et épouse Giraudi, âgée de quarante six ans, native et domiciliée a Nice, laquelle nous a déclaré que cejourd’hui à six heures du matin est né un enfant du sexe masculin qu’elle nous présente, et auquel elle a déclaré de donner les prénoms de Joseph Marie; lequel enfant est né de la Dame Rose Raymondi, âgée de trente et un ans, native de Loano, département de Montenotte, domiciliée à Nice, demeurant au port de cette ville de Nice, épouse du sieur Jean Dominique Garibaldi, capitaine au grand cabotage. Les dites déclaration et présentation ont été faites en présence des Sieurs Ange Garibaldi, négociant, âgé de soixante et cinq ans, ayeul paternel du nouveau ne, et Honoré Blanqui, ex religieux, âgé de soixante ans, domiciliés a Nice, les témoins ont signé avec nous».

Il battesimo lo ricevette il 19 successivo nella chiesa di San Martino, come consta dal seguente atto:

«L’an mil huit cent sept, le jour dix neuf du mois de jullet, a été baptisé par moi soussigné, Joseph-Marie, né le quatre du courant, fils du sieur Jean Dominique Garibaldi, négociant, et de M.me Rosa Raymondi, mariés en face de l’église de cette succursale. Le parrain a été le sieur Joseph Garibaldi, négociant; la marraine, Martine Julie-Marie, sa soeur, mes paroissiens. Le parrain a signé, la marraine déclaré ne savoir. Le père, présent, a signé. Messieurs Félix et Michel Gustavin, témoins.

La famiglia dei Garibaldi era oriunda di Chiavari e si trasferì in Nizza verso la fine del secolo VIII. Il nome (Gar o Garde-bald) farebbe pensare a un’origine tedesca e antica, mentre alcuni vorrebbero proceda in retta linea da Garibaldo duca di Torino, e da tutta quella non interrotta progenie di capitani di mare, di uomini d’armi e di magistrati. Paghi, quanto a noi, come il nostro eroe, di antenati meno illustri e più certi, ci basta essere sicuri di questo: che verso la metà del secolo scorso viveva in Chiavari un Angelo Garibaldi di vecchia ed onesta casata di capitani di mare ed armatori, capitano ed armatore egli stesso; che quell’Angelo andò a stare verso il 1780, con tutta la famiglia a Nizza; che in quella famiglia v’era un figlio di nome Domenico, e che questi, sposata Rosa Raimondi di Loano, divenne il padre di cinque figli, tra cui il nostro Giuseppe.
Domenico Garibaldi, o come lo chiamavano i compagni del porto, Padron Domenico, non fece studi di sorta; imparò la nautica sui bastimenti del padre, e, a forza di navigare, più per pratica che per teoria crebbe abile ed esperto marinaio. Rimasto orfano e padrone di un po’ di ben di Dio, non lasciò per questo l’arte paterna; armò bastimenti di suo, ne prese il comando egli stesso e li portò con alterna fortuna, ma sempre con onore, per tutti i porti del Mediterraneo. Non oltre però: poiché per cimentarsi alle lontane navigazioni e perfino ai più vicini scali di Levante gli fecero difetto la portata dei bastimenti e le cognizioni del navigatore. Rimase sempre un modesto capitano di cabotaggio, pratico di tutti i paraggi del mare ligure da girarvi ad occhi chiusi, da non temere rivali sulla poppa della sua tartana, la Santa Reparata, sicuro come in casa sua; ma incapace di uscire dal giro tradizionale della sua vita, ed alieno dal rischiare il suo patrimonio borghese sopra tavolieri troppo vasti e rischiosi. «Del resto» – dice il Guerzoni – «bravo uomo, cuor largo, probo, servizievole, benevolo, quindi beneviso».
Ma più viva e venerata di Padron Domenico, dura in Nizza il ricordo della moglie Rosa Raimondi, o per chiamarla con il nome pieno di riverente affetto con cui la conobbe sempre il popolo di Nizza: la signora Rosa. Discendeva da una casa popolare, ma benestante, di Savoia, venuta in Loano; era donna di bellezza non comune, di costumi semplici e modesti, e di straordinaria pietà. Nessuno però avrebbe potuto accusarla di melensa bacchettoneria; osservava senza farisaismo come senza vergogna le pratiche del suo culto: ma sapeva, e lo dimostrava coi fatti, che la vera religione di Dio è essenza del bene, amore dei simili e fiamma di carità. E come il cuore così eletta aveva la mente. Fin da fanciulla aveva potuto far tesoro di qualche istruzione; amava molto le letture, intendeva, meglio forse del marito, i segni del suo tempo e le segrete vocazioni del suo secondogenito di cui sentiva maturare con amore atterrito la pericolosa grandezza. Del resto passava le ore che le consentivano le cure domestiche al letto degli ammalati, distribuiva con sapiente larghezza gran parte del suo ai poveri, e diveniva per la sua gentilezza e carità tanto popolare, specialmente negli umili quartieri del Porto. Bastava nominare la signora Rosa perché tutti corressero con il pensiero a colei che n’era, in un certo senso, la fata benefica. Ma nessun maggiore elogio di Rosa Garibaldi delle parole che il figliuolo stesso, le consacrava nelle sue Memorie. Anche del padre rammenta con gratitudine la vita laboriosa ed onorata, gli sforzi fatti per la sua educazione, il rammarico d’avere retribuito di così scarsi frutti tante cure e tanti sacrifici. Ma quando viene a parlare della madre gli erompe dal cuore tale un grido d’affetto e di riconoscenza, che nessun figlio non potrebbe maggiore. «Mia madre, lo dichiaro con orgoglio, era il modello delle madri e credo con questo avere detto tutto. Uno de’ miei maggiori rammarichi sarà quello di non poter fare felici gli ultimi giorni della mia buona genitrice, la cui vita io amareggiai tanto coll’avventurosa mia vita. Soverchia fu forse la di lei tenerezza, ma non devo io all’amor suo, all’angelico di lei carattere il poco di buono che si rinviene nel mio? Alla pietà di mia madre, all’indole sua benefica e caritatevole, alla compassione sua verso il tapino, il sofferente, non devo io forse la poca carità patria che mi valse la simpatia e l’affetto dei miei disgraziati ma buoni concittadini? Oh!... benché non superstizioso, certamente non di rado, sul più arduo della strepitosa mia esistenza, sorto illeso dai frangenti dell’Oceano, dalle grandini del campo di battaglia mi si presentava genuflessa, curva al cospetto dell’Altissimo, l’amorevole mia genitrice implorando per la vita del nato delle sue viscere!... ed io credevo all’efficacia della preghiera!».
Come si legge, Garibaldi, al pari di Mazzini, narrò l’ascendente che la madre ebbe sulla sua vita. Il sorriso materno aleggia sempre nelle vite dei grandi uomini.
Il solo ritratto di donna che si vedeva in Caprera al capezzale di Garibaldi, era quello di una bella vecchia, con il capo avvolto in un fazzoletto rosso, che sorrideva dolcemente: il ritratto della madre. Garibaldi, dal marzo 1852 non festeggiava più il proprio onomastico, perché quel giorno coincideva con l’anniversario della morte della madre, ed era giorno sacro alla sua memoria. Dal che si vede che l’amore vero può suggerire le più affettuose raffinatezze della pietà anche ai lupi di mare.
Peppino era il vezzeggiativo con cui Garibaldi era chiamato in casa; finché giunse il giorno in cui i Nizzardi lo chiamarono monsu Pepin. Egli veniva secondo fra quattro altri fratelli. Angelo, che l’aveva preceduto, Michele, Felice, ed una sorella, che lo avevano seguito. Angelo, la testa quadra della famiglia, il braccio destro del padre, fu uomo di molta perizia e riputazione negli affari mercantili e marinareschi e finì negli agi, console di Sardegna, negli Stati Uniti d’America. Michele si dedicò più specialmente al navigare; divenne capitano marittimo; non uscì quasi mai dalla modesta penombra dell’arte sua e morì il 21 luglio 1866. Felice lasciò dietro a sé la nomea di elegante zerbino; esercitò con qualche fortuna il commercio; fu agente per molti anni della casa Avigdor a Bari, e morì non ancora vecchio nel 1856. La sorella, bambinetta ancora, avvolta per funesto caso dalle fiamme, morì orrendamente bruciata.
La casa di Garibaldi era sì modesta, ma vi regnava il benessere, vi sorrideva l’amore, vi splendeva l’onestà. «Il padre la nutriva col lavoro, dice il Guerzoni; la madre la santificava colla pietà; la gaia brigata dei figliuoli rallegrava de’ suoi strilli argentini, del suo moto rumoroso, de’ suoi innocenti trastulli. Tutti insieme diffondevano attorno al domestico focolare quell’aura di pace serena e di pura letizia, che non era forse troppo omogenea alle spirituali ginnastiche del pensiero, ma che certamente era più d’ogni altra propizia a custodire e fortificare, colla salute del corpo, quella altresì più preziosa ed importante, la salute del cuore, che è la più vitale condizione d’ogni vera grandezza».
È facile immaginare come crescesse in quella casa, da quei genitori, sotto il cielo di Nizza, lungo quel mare, il nostro Giuseppe. Noi ce lo figuriamo un bel ragazzo dai capelli biondi, dalle gote incarnate, dallo sguardo azzurro e profondo, dalle membra snelle e tarchiate, che cresce libero e selvaggio ai venti e al sole della sua costiera nativa, che passa le giornate ad arrampicarsi su per le sartie dei bastimenti paterni, a sguazzare e tuffarsi nell’acqua, a ruzzolare e fare alle braccia con i monelli del porto, a correre per la montagna a caccia d’uccelli e di grilli, ed a frugare la scogliera a pesca di ricci e di granchi. Con quell’indole e quella tempra, il ragazzo fu maestro a sé stesso degli esercizi corporei. «Imparai – diceva – la ginnastica arrampicandomi su per le sartie, o lasciandomi sdrucciolare giù pei cordami: la scherma tentando di difendere da me la mia testa e di spaccare quella de’ miei avversari; l’equitazione prendendo a modello i migliori cavalcatori del mondo e studiandomi di far come loro. Quanto al nuoto, dove e quando l’imparassi, non mi sovviene, mi sembra di averlo sempre saputo e d’esser nato anfibio. Però quantunque tutti quelli che mi conoscono sappiano che sono stato sempre restio a fare il mio elogio, dirò molto schiettamente e senza crederlo un vanto, che io sono uno dei più gagliardi nuotatori che esistano. Non bisogna dunque attribuirmi merito alcuno se, mercé questa gran fiducia che ho sempre avuto in me, non ho mai esitato a buttarmi nell’acqua per salvare la vita d’uno de’ miei simili».
«Ed a queste mirabili attitudini del corpo» – dice il Guerzoni – «rispondevano, già adeguate e conformi, le qualità dell’animo; non tutte forse le qualità; ma quelle due principalmente che più gli erano necessarie per sollevarsi dal volgo e drizzare la nativa gagliardia delle membra a nobile meta: il coraggio e la bontà. Il coraggio gli veniva dalla natura, che fin da bambino gli aveva cinti i nervi d’una corazza impenetrabile a tutte le impressioni della paura e radicata nell’animo, quella non sapremmo dire se provvida o improvvida, inconsapevolezza del pericolo, che pare talvolta colpevole follia, ed è l’inconscia virtù dei fanciulli e degli eroi. Della bontà poi, egli stesso ripeteva il dono da Dio e da sua madre, e non ne pretendeva per sé merito alcuno».
Tutto ciò che era piccino, debole, disgraziato, sin da giovinetto lo toccava e lo impietosiva. Era già in lui pietà virile, operosa, pugnace; quella pietà che si sdegna dell’ingiustizia, si ribella alle prepotenze, fa sua totalmente la causa degli oppressi e dà lietamente il sangue e la vita per essi. A otto anni aveva già tratto dalle acque di un fosso profondo una vecchia lavandaia che vi annegava, manifestandosi così intero fin da allora l’eroe dell’umanità. A tredici salvava, gettandosi a nuoto nel Varo, una barca di compagni prossimi a naufragare. Non poteva veder soffrire non solo gli uomini, ma neppure gli animali. L’uomo che, muovendo contro il nemico, sostava ad ascoltare il canto d’un usignolo; che balzava dal letto prima dell’alba per cercare tra gli scogli o nel monte l’agnello smarrito e recarselo sulle spalle alla madre; che s’accendeva di sdegno tutte le volte che sorprendeva un soldato a maltrattare senza ragione il cavallo, era quello stesso fanciullo che a sette anni, fatto prigioniero un grillo e, nel maneggiarlo troppo inavvedutamente, strappatagli una gamba, fu preso da tanta pietà per il povero animaluccio e da tale rimorso della propria crudeltà, che ne pianse amaramente.
Padron Domenico pensò per tempo all’educazione intellettuale del secondogenito e lo mandò a scuola; ma Giuseppe, insofferente di una esistenza troppo quieta, propose un giorno a tre suoi compagni, Cesare Parodi, Raffaele De Andreis e Celestino Berman, di fuggire a Genova. «Detto fatto! – scriveva – Prendiamo un battello, imbarchiamo alcuni viveri ed attrezzi da pesca, e voga verso levante. Già eravamo all’altura di Monaco, quando un corsaro, mandato dal mio buon padre, ci raggiunse e ci ricondusse a casa mortificatissimi. Un abate che ci aveva veduti partire, svelò tutto».
Tra’ suoi maestri conservò cara memoria, specialmente di padre Giaccone e d’un tale Arena.
«Col primo trattai pochissimo» – scrisse Garibaldi – «più intento allora a divertirmi che ad imparare, e mi rimase quindi il rimorso di non aver studiato l’inglese, rimorso risuscitato in ogni occasione della mia vita, in cui mi sono trovato con inglesi. Poi essendo il padre Giaccone di casa, nocevami la troppa famigliarità. Al secondo, eccellente militare, io devo il poco che so, soprattutto riconoscenza d’avermi avviato nella lingua patria colla lettura della storia romana».
Giuseppe ancora ragazzo si diede a navigare. Il padre capì che di quel figliuolo altro non poteva farsene fuorché un marinaio. Il primo viaggio fu per Odessa con il brigantino Costanza, capitano Angelo Pesante. Non dimenticò mai quel suo primo tirocinio nel mare. Era ben felice! Il secondo viaggio fu a Roma con il padre a bordo della tartana Santa Reparata, che era carica di vino. Era l’anno 1825 (l’anno del famoso giubileo). In questo tragitto corse gran rischio. La tartana fu investita da una bombarda francese e fu un miracolo, girato il Capo Mele, riuscire a riparare in Alassio. Trascorsi 55 anni, Garibaldi doveva rammentarsi di quell’avventura, cioè quando vi ritornò l’8 novembre 1880.
Lo studio della storia romana, fatto con l’Arena, gli fece apprezzare fin da quel tempo tutta la decadenza di quella nobile città. «...La Roma ch’io scorgevo nel giovanile mio intendimento» – scrisse – «era la Roma dell’avvenire, coll’idea rigeneratrice d’un popolo conculcato dalla gelosia dei potenti, perché nato grande, perché marcato all’indice delle prime nazioni che fuor da lui furono guidate all’incivilimento!... Roma mi diventava cara sopra tutte le esistenze mondane, ed io l’adoravo con tutto il fervore dell’anima mia non solo nei superbi propugnacoli della grandezza di tanti secoli, ma nelle minime sue cose! E racchiudevo nel mio cuore, preziosissimo deposito, l’amor mio per Roma, non isvelandolo se non che per esaltare caldamente l’oggetto del mio culto. Anziché scemarsi il mio amore per Roma si ingagliardì colla lontananza e coll’esilio...».
Fu a Cagliari sul brigantino Enea, poi in altri luoghi a bordo di bastimenti della casa Gioan. In questi viaggi per tre volte il bastimento in cui si trovava fu preso dai pirati e fu spogliato tutto l’equipaggio. In questi assalti, Garibaldi, come egli stesso ricordò, imparò a famigliarizzarsi con il pericolo e ad accorgersi, che senza essere Nelson, per la grazia di Dio, poteva al pari di lui domandare: «Che cosa è la paura?».
In un viaggio con il brigantino Cortese, capitano Carlo Semeria, cadde ammalato a Costantinopoli, dove dovette rimanere anche dopo guarito a causa della guerra che ferveva tra la Russia e la Porta. In quel tempo gli riuscì, per le raccomandazioni del suo medico, certo Diego, d’impiegarsi come maestro di calligrafia, di lingua italiana e francese in casa di una signora vedova Timoni, la quale aveva tre figliuoli. Trascorse alcuni mesi in quell’ingrato compito, quindi, appena poté, riprese a navigare imbarcandosi con il capitano Antonio Casabona sul brigantino Nostra Signora delle Grazie, che fu il primo che Garibaldi comandò in seguito quale capitano effettivo, e come tale inscritto il 27 febbraio 1832 nella Matricola dei Capitani della Direzione di Nizza.
Si avvicinava il tempo in cui l’Italia doveva nuovamente tentare di spezzare le sue catene, e in Tangarog, la città russa, al cospetto dei cosacchi, Garibaldi scriveva:

Nell’età giovanil...
Là sui ghiacci del Ponto giurava
Per la terra natale morir.

Un giovine di Oneglia, Giovanni Battista Cuneo, emigrato politico, gli aveva acceso in quella lontana terra un grandissimo il sentimento di italianità. Strano a dirsi! Il Nicese doveva nella Russia, nel paese più schiavo d’Europa, intravedere il suo avvenire patriottico. Da Tangarog di nuovo a Costantinopoli, dove i Sansimonisti gli inspirarono il concetto cosmopolita. Durante la traversata conobbe fra gli altri Ferdinando di Lesseps, che stava ideando il taglio dell’Istmo di Suez, Feliciano David, che pensava alle Melodie del deserto, e Barrault, capo dei Sansimonisti. E trent’anni dopo Garibaldi scriveva: «Prima di conoscere Barrault amavo la patria e dacché lo conobbi, amo gli uomini».
Nel ritorno da un viaggio dall’Oriente nell’anno 1833, giunto a Marsiglia, Garibaldi conobbe un tale chiamato Covi, il quale lo presentò a Giuseppe Mazzini. Franco e leale, Garibaldi amava la franchezza e la lealtà; dunque, alla sola esposizione della dottrina predicata dalla GIOVANE ITALIA, accettò di farne parte, tanto più che aveva l’animo straziato per le uccisioni politiche avvenute in quel tempo in Piemonte.
L’Associazione era stata fondata da Mazzini, appunto in Marsiglia, nell’anno 1832, con lo scopo di eccitare l’odio verso i tiranni e costituire l’Italia in nazione Una, indipendente, libera, repubblicana. Nell’Associazione, Garibaldi assunse il nome di Borel. Ricevette istruzioni e partì per prendere parte ad un movimento che doveva scoppiare in Genova. La sua missione era specialmente quella d’impadronirsi, alla prima vittoria dei Repubblicani, della fregata Des Geneys della regia Marina Sarda, nella quale era stato inscritto marinaio di terza classe, e precisamente a bordo della nave suddetta con il nome di Cleombroto. La sua impazienza però non gli permise di seguire esattamente quanto gli era stato tracciato. Volle prendere parte attiva all’azione, corse in Piazza Sarzano, dove, era voce, si dovesse assalire la caserma dei carabinieri; ma la debolezza e l’imperizia dei capi soffocò al suo nascere il progetto. Eguali cause avevano fatto fallire la spedizione di Savoia, comandata dal Ramorino (gennaio 1834). Manipoli di soldatesche circondarono la Piazza per arrestare i facinorosi, e Garibaldi fece appena in tempo a correre dentro la bottega di una fruttivendola. Questa donna, saputo chi fosse, lo nascose e gli procurò un travestimento da contadino. Erano le 7 ore della sera del 5 febbraio 1834. Con l’aria di uno che vada a passeggio, Garibaldi usciva da Genova dalla Porta Lanterna per cominciare, con tutti i suoi dolori, quella vita di esilio, di lotta e di persecuzione che non gli lasciò requie per molti anni.
Dopo un penoso cammino di dieci giorni, viaggiando quasi sempre di notte, giunse a Nizza, dove andò difilato alla casa di una sua zia, Giuditta Cerone Lavagna, che abitava in Piazza della Vittoria, premendogli di rendere informata la famiglia di quanto gli era accaduto. Dopo essersi riposato un giorno, riprese la via dell’esilio, vestito di abiti femminili della Lavagna, abiti che presto si tolse per riprendere i virili.
Lasciamo descrivere allo stesso Garibaldi l’avventura accadutagli nell’entrare in Francia.
«La notte susseguente mi rimisi in cammino accompagnato da due amici, Giuseppe Taun ed Angelo Gustavin. Giunti al Varo lo trovammo ingrossato dalle piogge; ma per un nuotatore della mia forza non vi erano ostacoli. Lo attraversai per metà a piedi e per l’altra metà a nuoto. I miei due amici rimasero dall’altra parte del fiume. Gettai loro un segno di addio. Ero salvo, o quasi salvo. Pieno di fiducia m’incamminai verso un corpo di guardia di doganieri. Dissi loro chi ero, e perché avessi lasciato Genova. I doganieri mi dichiararono loro prigioniero sino a nuovo ordine, e che un tale ordine l’avrebbero chiesto a Parigi. Pensando che ben presto avrei trovato il modo di fuggire non feci la più piccola resistenza. Mi lasciai condurre a Grasse e da Grasse a Draghignano. Quivi mi rinchiusero in una camera del primo piano la cui finestra aperta dava su di un giardino. Mi avvicinai alla finestra come per guardare il giardino – dalla finestra al suolo vi erano quindici piedi – feci un salto, e intanto che i doganieri, meno lesti o più amanti delle loro gambe, scendevano la scala per raggiungermi, io mi trovai sulla grande strada, e da questa m’internai nella montagna. Non conoscevo punto la via, ma ero marinaio. Mancandomi la terra, mi restava il cielo, gran libro su cui ero solito leggere la mia direzione. Coll’aiuto delle stelle cercai raccappezzarmi, e mi diressi verso Marsiglia. Il giorno dopo di sera, giunsi in un villaggio del quale non ho mai saputo il nome, avendo ben altro a fare che di domandarlo.
Entrai in un albergo. Un giovane ed una giovane si scaldavano vicino alla tavola, la quale non aspettava che la cena. Chiesi qualche cosa da mangiare: dal giorno antecedente non avevo assaggiato grazia di Dio. L’oste mi offrì di sedermi a tavola e di cenare in compagnia sua e di sua moglie. Accettai. La cena era buona, il vino del paese squisito, il fuoco ristoratore. Io provai uno di quei momenti di gioia che si provano, passato un pericolo, e quando credesi aver più nulla a temere. L’oste si rallegrò meco del mio eccellente appetito e della mia faccia allegra. Gli risposi che l’appetito non era straordinario, stanteché non avevo mangiato da diciotto ore. Quanto al mio volto allegro, la spiegazione era semplice – nel mio paese, probabilmente ero sfuggito alla morte – in Francia alla prigione. Ciò detto non potevo più fare un mistero di quanto mi era accaduto. L’oste sembravami franco, la moglie di lui buona, e loro raccontai ogni cosa. Allora, a mia grande meraviglia, vidi la faccia dell’oste diventare oscura. “Or bene” – gli domandai – “che cosa avete?”. “Ho” – mi rispose – “che dopo la fattami confessione, in buona coscienza, credo aver diritto di arrestarvi”. Non volendo prendere sul serio tale risposta, cominciai a ridere. Del resto uno contro uno, non c’era al mondo barba d’uomo che potesse farmi paura. “Benissimo” – gli dissi – “arrestatemi! Avremo tempo di farlo alle frutta. Lasciate che finisca la cena – padrone di farmela pagare il doppio – perché io ho ancora fame». E continuai a mangiare senza mostrare la menoma inquietudine. Ma ben presto mi accorsi che se l’oste avesse avuto bisogno di aiuto per mettere in esecuzione il progetto manifestatomi, l’aiuto non gli sarebbe mancato.
Il suo albergo era il luogo di convegno della gioventù del villaggio; ogni sera vi si radunava per bere, suonare, chiedere notizie, e parlare a tutto pasto di politica. Gli avventori incominciarono, a poco a poco, a riempire la sala, e, in meno d’un’ora, vi si trovò raccolta una dozzina di giovanotti; – quei giovani giuocavano alle carte, bevevano e cantavano. L’oste non aveva più parlato di arrestarmi, e nullameno non mi perdeva di vista. È ben vero che, non avendo valigie, il mio equipaggio non poteva essere mallevadore per conto della cena. Avevo pochi scudi in saccoccia; li feci suonare; parve che quel tintinnio tranquillasse l’albergatore.
Scelsi il momento in cui un bevitore, in mezzo a mille evviva, aveva terminata una canzone, la quale aveva avuto uno splendido successo, afferrai un bicchiere ed esclamai:
“Ora a me!”.
E cominciai ad intonare la canzone: Il bon Dio di Béranger.
Non avendo migliore fortuna, avrei potuto fare il cantante: ho una voce da tenore, che, ben diretta, avrebbe potuto prendere una grande estensione. I versi di Béranger, la franchezza colla quale erano cantati, la fratellanza del ritornello, la popolarità del poeta rapirono gli uditori. Mi fecero ripetere due o tre versetti, in ultimo mi abbracciarono gridando: “Viva Béranger! Viva la Francia! Viva l’Italia!”. Dopo un così lieto successo non si poteva passare all’arresto: l’oste non ripeté parola, di modo che non seppi mai se avesse parlato sul serio, o se avesse voluto farmi uno scherzo. Passammo la notte a cantare, a giuocare ed a bere; poi, all’alba, tutta l’allegra comitiva si offrì per accompagnarmi: onore che accettai, e ci separammo alla distanza di sei miglia».
Il 25 febbraio Garibaldi giungeva a Marsiglia. Qui leggeva sul Popolo Sovrano che era stato condannato a morte come bandito di primo catalogo, ed esposto alla pubblica vendetta. Era la prima volta che si parlava di lui in un giornale. Visto che il suo nome era noto alla Polizia, pensò di cambiarlo con quello di Pane, e visse ospitato da un suo amico, Giuseppe Paris. Dileguatesi tutte le speranze di veder risorgere l’Italia, decise di allontanarsene. Era sul punto di partire da Marsiglia, e si trovava a bordo del brigantino Unione in quel porto, quando un improvviso rumore attirava la sua attenzione. Guardava e vedeva in mare un giovinetto in lotta con le onde e prossimo a soccombere. Nessuno degli astanti osava strappare quella vittima alla morte. Fu un istante. Prima che gli spettatori fossero rinvenuti dallo stupore, il giovinetto era salvo alla riva. Garibaldi era sparito. Ma la famiglia del salvato, una delle ragguardevoli di Marsiglia, lo faceva cercare e lo trovava. Il padre del giovinetto, che era il generale Rambaud, lo ringraziava con effusione e lo pregava ad accettare un ricco dono.
«La vostra mano», rispondeva Garibaldi. «Stringete cordialmente questa e sarò pago. Un dono sarebbe un avvilimento».


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