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Giuseppe Garibaldi
Memorie sulla sua vita
di Felice Venosta
«Garibaldi! chi è costui? Un uomo!
Non altro che un uomo,
ma un uomo in tutta la estensione della parola.
Un uomo dell’umanità...
Braccio di guerriero e cuore di profeta
è l’eroe dell’ideale».
Vittor Hugo
«Avvi un Eroe in Europa. Uno solo. Non ne conosco due.
Quest’uomo è Giuseppe Garibaldi,
l’uomo della libertà, dell’umanità.
Vir direbbe Virgilio».
Michelet
I - Al Campo di Carlo Alberto
Nei primi giorni del mese di luglio 1848
al quartiere generale di Re Carlo Alberto, a Roverbella, si presentava un uomo
che le sventure d’Italia avevano tenuto per molti anni lontano dalla terra
nativa e che le speranze di lieti destini vi riconducevano festoso. Biondi
capelli gli cadevano sulle spalle, coperte di una tunica rossa, stretta ai
fianchi da una cintura di cuoio cui era assoggettata la spada. La fronte
purissima, gli occhi celesti e sicuri, la spessa barba che gli adornava il
mento, la severità del portamento, l’aspetto intero della persona, alla quale i
patimenti, i pericoli, le prove di coraggio indomabile avevano impresso tutti i
diversi generi di bellezza che tanto piace di ritrovare in un uomo anelante il
sacrificio per il santo principio dell’indipendenza e dell’unità della patria,
facevano di lui qualcosa di affascinante, irresistibile, da inspirare in
chiunque lo vedeva quella simpatica deferenza che la fama del valore e l’uso
dell’autorità non mancano di partecipare agli uomini dai forti propositi.
Quest’uomo, i lettori lo avranno già indovinato, era Giuseppe Garibaldi.
All’insorgere che con il grido di patria e libertà avevano fatto gli Italiani
contro i tiranni, che li tenevano divisi e martoriati, il cuore di Garibaldi
palpitò per la sua terra nativa. Con ottantacinque dei più provati uomini della
Legione Italiana, egli partiva da Montevideo per l’Italia sul brigantino
Bifronte, di proprietà di Gaetano Gazzolo, battezzato per l’occasione col
nome: La Esperanza, e con felice navigazione giungeva in Nizza il 24
giugno 1848. Erano circa quattordici anni che non vedeva il cielo nativo, e come
vi fu sotto, a Palo, faceva issare il vessillo tricolore formato con un mezzo
lenzuolo, una camicia rossa, e alcune divise verdi dell’assisa di bordo uniti
insieme.
A Nizza fu ricevuto con gran festa. A quanti dei conterranei lo circondavano,
gridandogli solo ormai Carlo Alberto prima spada d’Italia, disse: «Io non sono
ora repubblicano, ma italiano, e pronto a versare l’ultima goccia del mio sangue
per il Re e per l’Italia... La mia Repubblica è fare il bene della patria!».
Fra i festeggiamenti in suo onore si diede il 25 un banchetto nell’albergo
York. Alla fine del simposio Garibaldi esprimeva di nuovo questi sentimenti
politici:
«Voi lo sapete, amici; io non fui mai fautore di Re. Ma poiché Carlo Alberto si
è fatto difensore della causa popolare, credo mio dovere portargli la
cooperazione mia e dei miei compagni».
Era sua convinzione fin da quei giorni che l’Italia dovesse fare da sé, e quando
alcuni vollero gettare il dubbio che senza l’aiuto della Francia sarebbe stata
impossibile la vittoria, egli, indignato, esclamò:
«Se gli uomini temono, radunerò le donne italiane che basteranno a cacciare gli
Austriaci!».
Abbracciata la vecchia madre, che da anni non vedeva, e la moglie ed i figli,
che l’avevano preceduto di qualche mese, il 28 giugno, a bordo del suddetto
Bifronte, partiva per Genova.
Il Corriere Mercantile così ne annunciava il 29 giugno l’arrivo:
«In questo momento, ore 11 del mattino, il generale Giuseppe Garibaldi sta
entrando nel porto, accompagnato da una parte della sua legione, a bordo del
naviglio Bifronte, armato in guerra con sei pezzi d’artiglieria,
proveniente da Nizza, sua città natale, ove approdò sono ora pochi giorni. La
città si prepara ad accogliere questo suo prode concittadino con dimostrazioni
di vera simpatia. Il popolo è impaziente di seguirlo: toccherà ora al Governo
emulare il popolo, assegnando al valoroso un posto degno di lui».
Ed ebbe, infatti, acclamazioni entusiastiche. Al Circolo Nazionale ripeté
i suoi sentimenti. Disse: «Il pericolo maggiore che minaccia gli Italiani è una
guerra prolungata con l’Austria; perciò sento il dovere di concorrervi con tutti
i mezzi per abbreviarla. Cura dei buoni, dei veri patrioti sia l’affogare nel
germe lo spirito di parte, le oziose e nocive dispute sulle forme governative.
Una la bandiera. Tutti debbono correre a difenderla in campo, a vincere ed a
morire per essa. Per la guerra sia ogni maniera di sacrificio, perché maggiori
se ne avranno a patire dai nemici se vigliaccamente chiacchieroni, o per isolati
combattimenti cadessimo».
In Genova, Garibaldi non si ritenne sicuro dai sospetti della polizia
piemontese, ed accettò la ospitalità in casa Gazzolo in Nervi.
Non dimenticò nella sua sosta di visitare Francesco Anzani, il prode colonnello
in seconda della Legione Italiana di Montevideo, ritornato con lui in
Italia a prendere parte alla guerra santa, costretto a fermarsi in Genova,
perché gravemente ammalato. Il 2 luglio, Garibaldi, quando mosse per il campo di
Carlo Alberto, ebbe uno stringimento di cuore; presagi che non avrebbe più
riveduto l’amico. E così fu!
Il 3 Garibaldi sostò qualche minuto a Piacenza. Come si seppe del suo arrivo fu
festeggiatissimo dal popolo che era accorso.
Carlo Alberto accolse gentilmente il prode Italiano, e gli volse parole di molto
elogio circa le imprese da lui compiute in America. Egli con piglio di modesta
semplicità gli rispose:
«Sire, combattei in terra straniera per la libertà di un paese ospitale, e Dio
benedisse le nostre armi, illustrando il nome dei Legionari italiani. Con pochi
dei miei giunsi ancora in tempo per l’impresa onorata della liberazione della
mia patria. Ho qui dentro un cuore che ama l’Italia davvero, e richiede come
compenso di poter operare con gli altri ciò che a lei porti vantaggio ed
onore...».
Il Re gli disse di manifestare quel suo desiderio ai Ministri e lo accomiatò con
testimonianze d’affetto.
Ecco che cosa Garibaldi scriveva del colloquio avuto con Carlo Alberto (la
lettera è riprodotta dalla signora Jessie Mario nella biografia di lui): «Io lo
vidi, vidi quell’uomo che aveva uccisi dei più nobili figli d’Italia, che aveva
condannato alla morte me e tanti altri, e capii la freddezza del suo
accoglimento. Eppure io avrei servito l’Italia sotto gli ordini di un Re con lo
stesso fervore che sotto una repubblica, e avrei condotto i miei giovani
guerrieri sullo stesso sentiero, perché essi avevano piena fiducia in me. Fare
l’Italia una, liberarla dal maledetto straniero, questa era la mia meta ed era
quella di tutti i miei compatrioti a quell’epoca...».
Da Roverbella il grande Volontario della libertà mosse per Torino. Dopo molte
anticamere, ammesso al fine alla presenza del reggente il Ministero della
guerra, il generale Ricci, fu accolto assai freddamente. Attraverso il frasario
dei complimenti Garibaldi comprese che gli Italiani di una certa tempra non
potevano sperare di combattere nelle file del Regio Esercito, che egli,
Garibaldi, era tenuto in conto di avventuriero e di peggio.
«Io vi consiglierei di partire per Venezia, gli disse fra altre cose il Ricci;
là prenderete il comando di alcune piccole barche, e, come corsaro, potrete
essere utilissimo ai Veneziani. Io credo sia quello il vostro posto migliore!».
Garibaldi volse le spalle a chi l’insultava senza rispondere. Addolorato nel
vedersi accolto tra i fratelli in quel modo, e messo nella necessità di essere
semplice spettatore nella guerra che si combatteva, passeggiava sotto i portici
di Po, quando s’incontrò con Giacomo Medici. Questi era alquanto in collera con
lui, perché, partito il 23 febbraio per l’Italia con istruzioni di suscitare
insurrezioni in Toscana, da Viareggio ed altrove, lo aveva invece abbandonato
per correre al campo di Carlo Alberto. Tuttavia, come lo vide, gli aprì le
braccia, e si strinsero fraternamente l’un l’altro. Il Medici aveva assistito a
Genova negli ultimi istanti il colonnello Anzani, il quale gli raccomandò
Garibaldi, profetando: «Non essere severo con lui; l’avvenire d’Italia è nelle
sue mani!». E così fu! Il Medici obbediva al morente. L’eroico compagno di
Garibaldi, sin da quel tempo subiva il fascino dell’uomo immortale, presentiva
nel glorioso Guerrillero del nuovo mondo il capitano predestinato ad
epiche imprese; l’Ulisse e l’Achille dell’epopea nazionale italiana.
Non disse Garibaldi al Medici delle umiliazioni sofferte e a Roverbella dal Re e
a Torino dal Ricci. Il Medici lo aveva saputo da altri. L’amico lo consigliò di
recarsi a Milano ad offrire i suoi servigi al Governo provvisorio di Lombardia.
Il momento era propizio; si erano ricevute le notizie delle prime sconfitte
dell’esercito piemontese. Garibaldi aderiva e con lo stesso Medici partiva per
Milano, dove giungeva il 14 luglio.
Ecco quanto scrissero i giornali torinesi di lui:
«Ieri (13) il valoroso Garibaldi lasciava Torino, recandosi a Milano. Noi
speriamo, anzi abbiamo certezza, che tanta forza, tanto coraggio, un così grande
impeto di amore per la causa italiana non andrà perduto per la santa guerra. Chi
respingesse quel sussidio, e freddamente od incompiutamente l’accogliesse, ora
che le falangi tedesche si accrescono di molti sussidi e le cose della guerra si
fanno più gravi, assumerebbe sopra il suo capo una grave responsabilità».
L’arrivo di Garibaldi a Milano venne partecipato al popolo il successivo giorno
15 dal Governo Provvisorio con queste parole:
“Garibaldi, prode carissimo a tutti gli Italiani, e che la prima stima si è
acquistato anche presso gli esteri per le gloriose sue gesta, passò da Milano or
sono pochi giorni per recarsi in Torino, ed è ritornato ieri sera in questa
città che gli è affezionata. Con vera compiacente attenzione non pochi che si
accorsero di lui seguivano ieri sera ogni passo che egli muoveva in mezzo a due
suoi amici nel nostro principale Corso, così notando la semplicità del suo
vestire cittadino, come la modestia dei suoi modi e quell’aria serena di animo
forte e pacato in lui mirabilissimo. Nella via all’Albergo del Marino,
dove egli prese alloggio, si affollò tanto la gente che più non era permesso il
transito. Con acclamazioni fu reclamato al balcone, dove apparve per ringraziare
e dire cortesie al Popolo Lombardo”.
Due bande musicali si recarono a festeggiarlo sulla Piazza di S. Fedele, di modo
che fu costretto a passare nell’Albergo della Bella Venezia per
corrispondere più agevolmente a tutti questi tratti di rispetto e di affezione.
In mezzo ai ripetuti viva, egli raccomandava ai Milanesi, ai Lombardi, agli
Italiani tutti l’UNIONE per poter vincere e scacciare definitivamente il nemico;
accennò alle stragi, agli insulti con cui i barbari ci opprimono, e domandò se
tanto fossimo noi deboli da abbandonare loro ogni nostra preziosa cosa, e
all’abominio anche le care e belle nostre donne. “Non sia, per Dio! ed armatevi
per sbaragliarlo, e da voi soli, egli disse, o Italiani, non mai con l’aiuto
d’intervento straniero”. Queste furono pressoché le sue parole, ed i plausi, e
le musiche allegre non cessarono che ad ora avanzata della notte.
Il generale Garibaldi fu incaricato dell’ordinamento dei Battaglioni Volontari.
Egli stabilirà il suo quartiere generale a Como ove quei corpi verranno mano
mano avviati».
Il Sanseverino, capitano della milizia cittadina, si presentò a Garibaldi, e gli
espresse i sensi d’ammirazione e di affetto che i Lombardi professavano
all’illustre Italiano, il quale mentre la patria era calpestata, ne seppe tenere
alto il nome nella lontana America, appunto allora in cui si osava dagli
stranieri gridare impunemente: «L’Italia è la terra dei morti» oppure: «L’Italia
è un’espressione geografica!» Garibaldi rispose maschie parole, esortando il
popolo agli estremi sacrifici per far sì che la gloriosa conquista
dell’indipendenza abbia ad essere opera di mani italiane.
Mentre Garibaldi era a Milano festeggiatissimo, lo stesso giorno, 14 luglio, vi
giungeva la salma del colonnello Anzani che da Genova era trasportata ad Alzate,
dove doveva avere in quel cimitero solenne sepoltura. La salma dell’Anzani era
stata scortata a Milano dalla Guardia Nazionale pavese, che subito doveva
ripartire; ma quando i militi udirono dei festeggiamenti per Garibaldi,
differirono ad ora più tarda il ritorno a Pavia per potere unire le proprie alle
grida dei Milanesi che salutavano «il prode e valoroso guerriero».
«Più di un generale, è un eroe» si scriveva di Garibaldi sin dal 1848.
Ma che cosa aveva egli mai operato per acquistarsi già tanta rinomanza?
II - I primi anni
In un’alpeggio sulle montagne del Tirolo,
scrisse un nostro amico, in luogo alto alto, dove vive una gente che parla un
tedesco incredibile, che porta le ginocchia nude, che si fa cento volte al
giorno il segno della croce, e che manda regolarmente in Italia l’obolo per
mantenere il Papa prigioniero e per comperare la paglia del suo giaciglio, mi è
avvenuto di trovare il ritratto di Garibaldi.
«Un giovane montanaro, che l’aveva dipinto sulla pipa (e notate che si era nel
fedelissimo Tirolo) mi diceva con l’aria semi-ardita di chi si appresta a
pronunciare una famosa birichinata:
«I vecchi credono nella Beata Vergine e in Andrea Hoffer. Io credo in questo».
«Perché?» chiesi io.
«Perché questo è l’amico dei poveri, degli oppressi».
«Ed è italiano», soggiunsi io con l’aria di chi ha l’amor proprio soddisfatto.
«No», mi rispose in quel suo rozzo linguaggio: «questi non è né italiano, né
tedesco, né slavo: è di tutto il mondo, tutti gli vogliono bene».
Non ci fu uomo, infatti, più popolare di Garibaldi in tutto il mondo. Invano si
tenterebbe di nominarne un secondo. E noi, prendendo oggi a scrivere di lui, ci
sentiamo altamente commossi; temiamo ci possano venire meno le forze per parlare
degnamente del grande italiano. Invochiamo con il cuore le fibrille
dell’atavismo antico e gridiamo: «Proviamoci!».
Il 4 luglio 1807, in Nizza, nella camera stessa in cui nel 1750 nacque il
Massena, nel Quai Cassini, dirimpetto al porto, venne alla vita l’uomo
che ogni nazione doveva invidiarci.
Eccone nell’originale francese l’atto di nascita:
MAIRIE DE NICE
(Alpes Maritimes)
Extrait des registres des actes de l’Etat Civil
Naissance de Garibaldi Joseph Marie.
«L’an dix huit cent sept, le quatre du mois de juillet à six heures après midi
à Nice, par devant nous François Constantin adjoint en cette Mairie, faisant
fonctions d’officier de l’Etat civil, par délégation de Mr. le Maire, et dans
la maison commune, est comparue la Dame Catherine Bandinello sage femme et
épouse Giraudi, âgée de quarante six ans, native et domiciliée a Nice,
laquelle nous a déclaré que cejourd’hui à six heures du matin est né un enfant
du sexe masculin qu’elle nous présente, et auquel elle a déclaré de donner les
prénoms de Joseph Marie; lequel enfant est né de la Dame Rose Raymondi, âgée
de trente et un ans, native de Loano, département de Montenotte, domiciliée à
Nice, demeurant au port de cette ville de Nice, épouse du sieur Jean Dominique
Garibaldi, capitaine au grand cabotage. Les dites déclaration et présentation
ont été faites en présence des Sieurs Ange Garibaldi, négociant, âgé de
soixante et cinq ans, ayeul paternel du nouveau ne, et Honoré Blanqui, ex
religieux, âgé de soixante ans, domiciliés a Nice, les témoins ont signé avec
nous».
Il battesimo lo ricevette il 19 successivo
nella chiesa di San Martino, come consta dal seguente atto:
«L’an mil huit cent sept, le jour dix
neuf du mois de jullet, a été baptisé par moi soussigné, Joseph-Marie, né le
quatre du courant, fils du sieur Jean Dominique Garibaldi, négociant, et de
M.me Rosa Raymondi, mariés en face de l’église de cette succursale. Le parrain
a été le sieur Joseph Garibaldi, négociant; la marraine, Martine Julie-Marie,
sa soeur, mes paroissiens. Le parrain a signé, la marraine déclaré ne savoir.
Le père, présent, a signé. Messieurs Félix et Michel Gustavin, témoins.
La famiglia dei Garibaldi era oriunda di
Chiavari e si trasferì in Nizza verso la fine del secolo VIII. Il nome (Gar o
Garde-bald) farebbe pensare a un’origine tedesca e antica, mentre alcuni
vorrebbero proceda in retta linea da Garibaldo duca di Torino, e da tutta quella
non interrotta progenie di capitani di mare, di uomini d’armi e di magistrati.
Paghi, quanto a noi, come il nostro eroe, di antenati meno illustri e più certi,
ci basta essere sicuri di questo: che verso la metà del secolo scorso viveva in
Chiavari un Angelo Garibaldi di vecchia ed onesta casata di capitani di mare ed
armatori, capitano ed armatore egli stesso; che quell’Angelo andò a stare verso
il 1780, con tutta la famiglia a Nizza; che in quella famiglia v’era un figlio
di nome Domenico, e che questi, sposata Rosa Raimondi di Loano, divenne il padre
di cinque figli, tra cui il nostro Giuseppe.
Domenico Garibaldi, o come lo chiamavano i compagni del porto, Padron Domenico,
non fece studi di sorta; imparò la nautica sui bastimenti del padre, e, a forza
di navigare, più per pratica che per teoria crebbe abile ed esperto marinaio.
Rimasto orfano e padrone di un po’ di ben di Dio, non lasciò per questo l’arte
paterna; armò bastimenti di suo, ne prese il comando egli stesso e li portò con
alterna fortuna, ma sempre con onore, per tutti i porti del Mediterraneo. Non
oltre però: poiché per cimentarsi alle lontane navigazioni e perfino ai più
vicini scali di Levante gli fecero difetto la portata dei bastimenti e le
cognizioni del navigatore. Rimase sempre un modesto capitano di cabotaggio,
pratico di tutti i paraggi del mare ligure da girarvi ad occhi chiusi, da non
temere rivali sulla poppa della sua tartana, la Santa Reparata, sicuro come in
casa sua; ma incapace di uscire dal giro tradizionale della sua vita, ed alieno
dal rischiare il suo patrimonio borghese sopra tavolieri troppo vasti e
rischiosi. «Del resto» – dice il Guerzoni – «bravo uomo, cuor largo, probo,
servizievole, benevolo, quindi beneviso».
Ma più viva e venerata di Padron Domenico, dura in Nizza il ricordo della moglie
Rosa Raimondi, o per chiamarla con il nome pieno di riverente affetto con cui la
conobbe sempre il popolo di Nizza: la signora Rosa. Discendeva da una casa
popolare, ma benestante, di Savoia, venuta in Loano; era donna di bellezza non
comune, di costumi semplici e modesti, e di straordinaria pietà. Nessuno però
avrebbe potuto accusarla di melensa bacchettoneria; osservava senza farisaismo
come senza vergogna le pratiche del suo culto: ma sapeva, e lo dimostrava coi
fatti, che la vera religione di Dio è essenza del bene, amore dei simili e
fiamma di carità. E come il cuore così eletta aveva la mente. Fin da fanciulla
aveva potuto far tesoro di qualche istruzione; amava molto le letture,
intendeva, meglio forse del marito, i segni del suo tempo e le segrete vocazioni
del suo secondogenito di cui sentiva maturare con amore atterrito la pericolosa
grandezza. Del resto passava le ore che le consentivano le cure domestiche al
letto degli ammalati, distribuiva con sapiente larghezza gran parte del suo ai
poveri, e diveniva per la sua gentilezza e carità tanto popolare, specialmente
negli umili quartieri del Porto. Bastava nominare la signora Rosa perché tutti
corressero con il pensiero a colei che n’era, in un certo senso, la fata
benefica. Ma nessun maggiore elogio di Rosa Garibaldi delle parole che il
figliuolo stesso, le consacrava nelle sue Memorie. Anche del padre
rammenta con gratitudine la vita laboriosa ed onorata, gli sforzi fatti per la
sua educazione, il rammarico d’avere retribuito di così scarsi frutti tante cure
e tanti sacrifici. Ma quando viene a parlare della madre gli erompe dal cuore
tale un grido d’affetto e di riconoscenza, che nessun figlio non potrebbe
maggiore. «Mia madre, lo dichiaro con orgoglio, era il modello delle madri e
credo con questo avere detto tutto. Uno de’ miei maggiori rammarichi sarà quello
di non poter fare felici gli ultimi giorni della mia buona genitrice, la cui
vita io amareggiai tanto coll’avventurosa mia vita. Soverchia fu forse la di lei
tenerezza, ma non devo io all’amor suo, all’angelico di lei carattere il poco di
buono che si rinviene nel mio? Alla pietà di mia madre, all’indole sua benefica
e caritatevole, alla compassione sua verso il tapino, il sofferente, non devo io
forse la poca carità patria che mi valse la simpatia e l’affetto dei miei
disgraziati ma buoni concittadini? Oh!... benché non superstizioso, certamente
non di rado, sul più arduo della strepitosa mia esistenza, sorto illeso dai
frangenti dell’Oceano, dalle grandini del campo di battaglia mi si presentava
genuflessa, curva al cospetto dell’Altissimo, l’amorevole mia genitrice
implorando per la vita del nato delle sue viscere!... ed io credevo
all’efficacia della preghiera!».
Come si legge, Garibaldi, al pari di Mazzini, narrò l’ascendente che la madre
ebbe sulla sua vita. Il sorriso materno aleggia sempre nelle vite dei grandi
uomini.
Il solo ritratto di donna che si vedeva in Caprera al capezzale di Garibaldi,
era quello di una bella vecchia, con il capo avvolto in un fazzoletto rosso, che
sorrideva dolcemente: il ritratto della madre. Garibaldi, dal marzo 1852 non
festeggiava più il proprio onomastico, perché quel giorno coincideva con
l’anniversario della morte della madre, ed era giorno sacro alla sua memoria.
Dal che si vede che l’amore vero può suggerire le più affettuose raffinatezze
della pietà anche ai lupi di mare.
Peppino era il vezzeggiativo con cui Garibaldi era chiamato in casa; finché
giunse il giorno in cui i Nizzardi lo chiamarono monsu Pepin. Egli veniva
secondo fra quattro altri fratelli. Angelo, che l’aveva preceduto, Michele,
Felice, ed una sorella, che lo avevano seguito. Angelo, la testa quadra della
famiglia, il braccio destro del padre, fu uomo di molta perizia e riputazione
negli affari mercantili e marinareschi e finì negli agi, console di Sardegna,
negli Stati Uniti d’America. Michele si dedicò più specialmente al navigare;
divenne capitano marittimo; non uscì quasi mai dalla modesta penombra dell’arte
sua e morì il 21 luglio 1866. Felice lasciò dietro a sé la nomea di elegante
zerbino; esercitò con qualche fortuna il commercio; fu agente per molti anni
della casa Avigdor a Bari, e morì non ancora vecchio nel 1856. La sorella,
bambinetta ancora, avvolta per funesto caso dalle fiamme, morì orrendamente
bruciata.
La casa di Garibaldi era sì modesta, ma vi regnava il benessere, vi sorrideva
l’amore, vi splendeva l’onestà. «Il padre la nutriva col lavoro, dice il
Guerzoni; la madre la santificava colla pietà; la gaia brigata dei figliuoli
rallegrava de’ suoi strilli argentini, del suo moto rumoroso, de’ suoi innocenti
trastulli. Tutti insieme diffondevano attorno al domestico focolare quell’aura
di pace serena e di pura letizia, che non era forse troppo omogenea alle
spirituali ginnastiche del pensiero, ma che certamente era più d’ogni altra
propizia a custodire e fortificare, colla salute del corpo, quella altresì più
preziosa ed importante, la salute del cuore, che è la più vitale condizione
d’ogni vera grandezza».
È facile immaginare come crescesse in quella casa, da quei genitori, sotto il
cielo di Nizza, lungo quel mare, il nostro Giuseppe. Noi ce lo figuriamo un bel
ragazzo dai capelli biondi, dalle gote incarnate, dallo sguardo azzurro e
profondo, dalle membra snelle e tarchiate, che cresce libero e selvaggio ai
venti e al sole della sua costiera nativa, che passa le giornate ad arrampicarsi
su per le sartie dei bastimenti paterni, a sguazzare e tuffarsi nell’acqua, a
ruzzolare e fare alle braccia con i monelli del porto, a correre per la montagna
a caccia d’uccelli e di grilli, ed a frugare la scogliera a pesca di ricci e di
granchi. Con quell’indole e quella tempra, il ragazzo fu maestro a sé stesso
degli esercizi corporei. «Imparai – diceva – la ginnastica arrampicandomi su per
le sartie, o lasciandomi sdrucciolare giù pei cordami: la scherma tentando di
difendere da me la mia testa e di spaccare quella de’ miei avversari;
l’equitazione prendendo a modello i migliori cavalcatori del mondo e studiandomi
di far come loro. Quanto al nuoto, dove e quando l’imparassi, non mi sovviene,
mi sembra di averlo sempre saputo e d’esser nato anfibio. Però quantunque tutti
quelli che mi conoscono sappiano che sono stato sempre restio a fare il mio
elogio, dirò molto schiettamente e senza crederlo un vanto, che io sono uno dei
più gagliardi nuotatori che esistano. Non bisogna dunque attribuirmi merito
alcuno se, mercé questa gran fiducia che ho sempre avuto in me, non ho mai
esitato a buttarmi nell’acqua per salvare la vita d’uno de’ miei simili».
«Ed a queste mirabili attitudini del corpo» – dice il Guerzoni – «rispondevano,
già adeguate e conformi, le qualità dell’animo; non tutte forse le qualità; ma
quelle due principalmente che più gli erano necessarie per sollevarsi dal volgo
e drizzare la nativa gagliardia delle membra a nobile meta: il coraggio e la
bontà. Il coraggio gli veniva dalla natura, che fin da bambino gli aveva cinti i
nervi d’una corazza impenetrabile a tutte le impressioni della paura e radicata
nell’animo, quella non sapremmo dire se provvida o improvvida, inconsapevolezza
del pericolo, che pare talvolta colpevole follia, ed è l’inconscia virtù dei
fanciulli e degli eroi. Della bontà poi, egli stesso ripeteva il dono da Dio e
da sua madre, e non ne pretendeva per sé merito alcuno».
Tutto ciò che era piccino, debole, disgraziato, sin da giovinetto lo toccava e
lo impietosiva. Era già in lui pietà virile, operosa, pugnace; quella pietà che
si sdegna dell’ingiustizia, si ribella alle prepotenze, fa sua totalmente la
causa degli oppressi e dà lietamente il sangue e la vita per essi. A otto anni
aveva già tratto dalle acque di un fosso profondo una vecchia lavandaia che vi
annegava, manifestandosi così intero fin da allora l’eroe dell’umanità. A
tredici salvava, gettandosi a nuoto nel Varo, una barca di compagni prossimi a
naufragare. Non poteva veder soffrire non solo gli uomini, ma neppure gli
animali. L’uomo che, muovendo contro il nemico, sostava ad ascoltare il canto
d’un usignolo; che balzava dal letto prima dell’alba per cercare tra gli scogli
o nel monte l’agnello smarrito e recarselo sulle spalle alla madre; che
s’accendeva di sdegno tutte le volte che sorprendeva un soldato a maltrattare
senza ragione il cavallo, era quello stesso fanciullo che a sette anni, fatto
prigioniero un grillo e, nel maneggiarlo troppo inavvedutamente, strappatagli
una gamba, fu preso da tanta pietà per il povero animaluccio e da tale rimorso
della propria crudeltà, che ne pianse amaramente.
Padron Domenico pensò per tempo all’educazione intellettuale del secondogenito e
lo mandò a scuola; ma Giuseppe, insofferente di una esistenza troppo quieta,
propose un giorno a tre suoi compagni, Cesare Parodi, Raffaele De Andreis e
Celestino Berman, di fuggire a Genova. «Detto fatto! – scriveva – Prendiamo un
battello, imbarchiamo alcuni viveri ed attrezzi da pesca, e voga verso levante.
Già eravamo all’altura di Monaco, quando un corsaro, mandato dal mio buon padre,
ci raggiunse e ci ricondusse a casa mortificatissimi. Un abate che ci aveva
veduti partire, svelò tutto».
Tra’ suoi maestri conservò cara memoria, specialmente di padre Giaccone e d’un
tale Arena.
«Col primo trattai pochissimo» – scrisse Garibaldi – «più intento allora a
divertirmi che ad imparare, e mi rimase quindi il rimorso di non aver studiato
l’inglese, rimorso risuscitato in ogni occasione della mia vita, in cui mi sono
trovato con inglesi. Poi essendo il padre Giaccone di casa, nocevami la troppa
famigliarità. Al secondo, eccellente militare, io devo il poco che so,
soprattutto riconoscenza d’avermi avviato nella lingua patria colla lettura
della storia romana».
Giuseppe ancora ragazzo si diede a navigare. Il padre capì che di quel figliuolo
altro non poteva farsene fuorché un marinaio. Il primo viaggio fu per Odessa con
il brigantino Costanza, capitano Angelo Pesante. Non dimenticò mai quel
suo primo tirocinio nel mare. Era ben felice! Il secondo viaggio fu a Roma con
il padre a bordo della tartana Santa Reparata, che era carica di vino.
Era l’anno 1825 (l’anno del famoso giubileo). In questo tragitto corse gran
rischio. La tartana fu investita da una bombarda francese e fu un miracolo,
girato il Capo Mele, riuscire a riparare in Alassio. Trascorsi 55 anni,
Garibaldi doveva rammentarsi di quell’avventura, cioè quando vi ritornò l’8
novembre 1880.
Lo studio della storia romana, fatto con l’Arena, gli fece apprezzare fin da
quel tempo tutta la decadenza di quella nobile città. «...La Roma ch’io scorgevo
nel giovanile mio intendimento» – scrisse – «era la Roma dell’avvenire, coll’idea
rigeneratrice d’un popolo conculcato dalla gelosia dei potenti, perché nato
grande, perché marcato all’indice delle prime nazioni che fuor da lui furono
guidate all’incivilimento!... Roma mi diventava cara sopra tutte le esistenze
mondane, ed io l’adoravo con tutto il fervore dell’anima mia non solo nei
superbi propugnacoli della grandezza di tanti secoli, ma nelle minime sue cose!
E racchiudevo nel mio cuore, preziosissimo deposito, l’amor mio per Roma, non
isvelandolo se non che per esaltare caldamente l’oggetto del mio culto. Anziché
scemarsi il mio amore per Roma si ingagliardì colla lontananza e coll’esilio...».
Fu a Cagliari sul brigantino Enea, poi in altri luoghi a bordo di
bastimenti della casa Gioan. In questi viaggi per tre volte il bastimento in cui
si trovava fu preso dai pirati e fu spogliato tutto l’equipaggio. In questi
assalti, Garibaldi, come egli stesso ricordò, imparò a famigliarizzarsi con il
pericolo e ad accorgersi, che senza essere Nelson, per la grazia di Dio, poteva
al pari di lui domandare: «Che cosa è la paura?».
In un viaggio con il brigantino Cortese, capitano Carlo Semeria, cadde
ammalato a Costantinopoli, dove dovette rimanere anche dopo guarito a causa
della guerra che ferveva tra la Russia e la Porta. In quel tempo gli riuscì, per
le raccomandazioni del suo medico, certo Diego, d’impiegarsi come maestro di
calligrafia, di lingua italiana e francese in casa di una signora vedova Timoni,
la quale aveva tre figliuoli. Trascorse alcuni mesi in quell’ingrato compito,
quindi, appena poté, riprese a navigare imbarcandosi con il capitano Antonio
Casabona sul brigantino Nostra Signora delle Grazie, che fu il primo che
Garibaldi comandò in seguito quale capitano effettivo, e come tale inscritto il
27 febbraio 1832 nella Matricola dei Capitani della Direzione di Nizza.
Si avvicinava il tempo in cui l’Italia doveva nuovamente tentare di spezzare le
sue catene, e in Tangarog, la città russa, al cospetto dei cosacchi, Garibaldi
scriveva:
Nell’età giovanil...
Là sui ghiacci del Ponto giurava
Per la terra natale morir.
Un giovine di Oneglia, Giovanni Battista Cuneo, emigrato politico, gli aveva
acceso in quella lontana terra un grandissimo il sentimento di italianità.
Strano a dirsi! Il Nicese doveva nella Russia, nel paese più schiavo d’Europa,
intravedere il suo avvenire patriottico. Da Tangarog di nuovo a Costantinopoli,
dove i Sansimonisti gli inspirarono il concetto cosmopolita. Durante la
traversata conobbe fra gli altri Ferdinando di Lesseps, che stava ideando il
taglio dell’Istmo di Suez, Feliciano David, che pensava alle Melodie del
deserto, e Barrault, capo dei Sansimonisti. E trent’anni dopo Garibaldi
scriveva: «Prima di conoscere Barrault amavo la patria e dacché lo conobbi, amo
gli uomini».
Nel ritorno da un viaggio dall’Oriente nell’anno 1833, giunto a Marsiglia,
Garibaldi conobbe un tale chiamato Covi, il quale lo presentò a Giuseppe
Mazzini. Franco e leale, Garibaldi amava la franchezza e la lealtà; dunque, alla
sola esposizione della dottrina predicata dalla GIOVANE ITALIA, accettò di farne
parte, tanto più che aveva l’animo straziato per le uccisioni politiche avvenute
in quel tempo in Piemonte.
L’Associazione era stata fondata da Mazzini, appunto in Marsiglia, nell’anno
1832, con lo scopo di eccitare l’odio verso i tiranni e costituire l’Italia in
nazione Una, indipendente, libera, repubblicana. Nell’Associazione,
Garibaldi assunse il nome di Borel. Ricevette istruzioni e partì per prendere
parte ad un movimento che doveva scoppiare in Genova. La sua missione era
specialmente quella d’impadronirsi, alla prima vittoria dei Repubblicani, della
fregata Des Geneys della regia Marina Sarda, nella quale era stato inscritto
marinaio di terza classe, e precisamente a bordo della nave suddetta con il nome
di Cleombroto. La sua impazienza però non gli permise di seguire
esattamente quanto gli era stato tracciato. Volle prendere parte attiva
all’azione, corse in Piazza Sarzano, dove, era voce, si dovesse assalire la
caserma dei carabinieri; ma la debolezza e l’imperizia dei capi soffocò al suo
nascere il progetto. Eguali cause avevano fatto fallire la spedizione di Savoia,
comandata dal Ramorino (gennaio 1834). Manipoli di soldatesche circondarono la
Piazza per arrestare i facinorosi, e Garibaldi fece appena in tempo a correre
dentro la bottega di una fruttivendola. Questa donna, saputo chi fosse, lo
nascose e gli procurò un travestimento da contadino. Erano le 7 ore della sera
del 5 febbraio 1834. Con l’aria di uno che vada a passeggio, Garibaldi usciva da
Genova dalla Porta Lanterna per cominciare, con tutti i suoi dolori, quella vita
di esilio, di lotta e di persecuzione che non gli lasciò requie per molti anni.
Dopo un penoso cammino di dieci giorni, viaggiando quasi sempre di notte, giunse
a Nizza, dove andò difilato alla casa di una sua zia, Giuditta Cerone Lavagna,
che abitava in Piazza della Vittoria, premendogli di rendere informata la
famiglia di quanto gli era accaduto. Dopo essersi riposato un giorno, riprese la
via dell’esilio, vestito di abiti femminili della Lavagna, abiti che presto si
tolse per riprendere i virili.
Lasciamo descrivere allo stesso Garibaldi l’avventura accadutagli nell’entrare
in Francia.
«La notte susseguente mi rimisi in cammino accompagnato da due amici, Giuseppe
Taun ed Angelo Gustavin. Giunti al Varo lo trovammo ingrossato dalle piogge; ma
per un nuotatore della mia forza non vi erano ostacoli. Lo attraversai per metà
a piedi e per l’altra metà a nuoto. I miei due amici rimasero dall’altra parte
del fiume. Gettai loro un segno di addio. Ero salvo, o quasi salvo. Pieno di
fiducia m’incamminai verso un corpo di guardia di doganieri. Dissi loro chi ero,
e perché avessi lasciato Genova. I doganieri mi dichiararono loro prigioniero
sino a nuovo ordine, e che un tale ordine l’avrebbero chiesto a Parigi. Pensando
che ben presto avrei trovato il modo di fuggire non feci la più piccola
resistenza. Mi lasciai condurre a Grasse e da Grasse a Draghignano. Quivi mi
rinchiusero in una camera del primo piano la cui finestra aperta dava su di un
giardino. Mi avvicinai alla finestra come per guardare il giardino – dalla
finestra al suolo vi erano quindici piedi – feci un salto, e intanto che i
doganieri, meno lesti o più amanti delle loro gambe, scendevano la scala per
raggiungermi, io mi trovai sulla grande strada, e da questa m’internai nella
montagna. Non conoscevo punto la via, ma ero marinaio. Mancandomi la terra, mi
restava il cielo, gran libro su cui ero solito leggere la mia direzione. Coll’aiuto
delle stelle cercai raccappezzarmi, e mi diressi verso Marsiglia. Il giorno dopo
di sera, giunsi in un villaggio del quale non ho mai saputo il nome, avendo ben
altro a fare che di domandarlo.
Entrai in un albergo. Un giovane ed una giovane si scaldavano vicino alla
tavola, la quale non aspettava che la cena. Chiesi qualche cosa da mangiare: dal
giorno antecedente non avevo assaggiato grazia di Dio. L’oste mi offrì di
sedermi a tavola e di cenare in compagnia sua e di sua moglie. Accettai. La cena
era buona, il vino del paese squisito, il fuoco ristoratore. Io provai uno di
quei momenti di gioia che si provano, passato un pericolo, e quando credesi aver
più nulla a temere. L’oste si rallegrò meco del mio eccellente appetito e della
mia faccia allegra. Gli risposi che l’appetito non era straordinario, stanteché
non avevo mangiato da diciotto ore. Quanto al mio volto allegro, la spiegazione
era semplice – nel mio paese, probabilmente ero sfuggito alla morte – in Francia
alla prigione. Ciò detto non potevo più fare un mistero di quanto mi era
accaduto. L’oste sembravami franco, la moglie di lui buona, e loro raccontai
ogni cosa. Allora, a mia grande meraviglia, vidi la faccia dell’oste diventare
oscura. “Or bene” – gli domandai – “che cosa avete?”. “Ho” – mi rispose – “che
dopo la fattami confessione, in buona coscienza, credo aver diritto di
arrestarvi”. Non volendo prendere sul serio tale risposta, cominciai a ridere.
Del resto uno contro uno, non c’era al mondo barba d’uomo che potesse farmi
paura. “Benissimo” – gli dissi – “arrestatemi! Avremo tempo di farlo alle
frutta. Lasciate che finisca la cena – padrone di farmela pagare il doppio –
perché io ho ancora fame». E continuai a mangiare senza mostrare la menoma
inquietudine. Ma ben presto mi accorsi che se l’oste avesse avuto bisogno di
aiuto per mettere in esecuzione il progetto manifestatomi, l’aiuto non gli
sarebbe mancato.
Il suo albergo era il luogo di convegno della gioventù del villaggio; ogni sera
vi si radunava per bere, suonare, chiedere notizie, e parlare a tutto pasto di
politica. Gli avventori incominciarono, a poco a poco, a riempire la sala, e, in
meno d’un’ora, vi si trovò raccolta una dozzina di giovanotti; – quei giovani
giuocavano alle carte, bevevano e cantavano. L’oste non aveva più parlato di
arrestarmi, e nullameno non mi perdeva di vista. È ben vero che, non avendo
valigie, il mio equipaggio non poteva essere mallevadore per conto della cena.
Avevo pochi scudi in saccoccia; li feci suonare; parve che quel tintinnio
tranquillasse l’albergatore.
Scelsi il momento in cui un bevitore, in mezzo a mille evviva, aveva terminata
una canzone, la quale aveva avuto uno splendido successo, afferrai un bicchiere
ed esclamai:
“Ora a me!”.
E cominciai ad intonare la canzone: Il bon Dio di Béranger.
Non avendo migliore fortuna, avrei potuto fare il cantante: ho una voce da
tenore, che, ben diretta, avrebbe potuto prendere una grande estensione. I versi
di Béranger, la franchezza colla quale erano cantati, la fratellanza del
ritornello, la popolarità del poeta rapirono gli uditori. Mi fecero ripetere due
o tre versetti, in ultimo mi abbracciarono gridando: “Viva Béranger! Viva la
Francia! Viva l’Italia!”. Dopo un così lieto successo non si poteva passare
all’arresto: l’oste non ripeté parola, di modo che non seppi mai se avesse
parlato sul serio, o se avesse voluto farmi uno scherzo. Passammo la notte a
cantare, a giuocare ed a bere; poi, all’alba, tutta l’allegra comitiva si offrì
per accompagnarmi: onore che accettai, e ci separammo alla distanza di sei
miglia».
Il 25 febbraio Garibaldi giungeva a Marsiglia. Qui leggeva sul Popolo Sovrano
che era stato condannato a morte come bandito di primo catalogo, ed esposto alla
pubblica vendetta. Era la prima volta che si parlava di lui in un giornale.
Visto che il suo nome era noto alla Polizia, pensò di cambiarlo con quello di
Pane, e visse ospitato da un suo amico, Giuseppe Paris. Dileguatesi tutte le
speranze di veder risorgere l’Italia, decise di allontanarsene. Era sul punto di
partire da Marsiglia, e si trovava a bordo del brigantino Unione in quel
porto, quando un improvviso rumore attirava la sua attenzione. Guardava e vedeva
in mare un giovinetto in lotta con le onde e prossimo a soccombere. Nessuno
degli astanti osava strappare quella vittima alla morte. Fu un istante. Prima
che gli spettatori fossero rinvenuti dallo stupore, il giovinetto era salvo alla
riva. Garibaldi era sparito. Ma la famiglia del salvato, una delle ragguardevoli
di Marsiglia, lo faceva cercare e lo trovava. Il padre del giovinetto, che era
il generale Rambaud, lo ringraziava con effusione e lo pregava ad accettare un
ricco dono.
«La vostra mano», rispondeva Garibaldi. «Stringete cordialmente questa e sarò
pago. Un dono sarebbe un avvilimento».
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