Il groviglio del Kashmir
Origini del conflitto e possibili soluzioni
 
di Thomas Benedikter
 

Introduzione

La storia recente del Kashmir mostra varie facce. Mentre il paese è uscito dal suo 15° anno di guerra e guerriglia un aspetto è fatto dalla quotidianità della violenza a cui la popolazione quasi sembra essersi abituata. Sulla prima pagina dei giornali kashmiri, in un rettangolo tipo quello di “Il tempo oggi” si pubblicano le cifre aggiornate dei morti, nel gergo giornalistico dello Jammu e del Kashmir definite death count. Dal 2000 al 2003 la media annuale delle vittime della guerriglia è scesa a circa 2.000, e questo viene venduto come progresso nella pacificazione della regione. A livello internazionale i frequenti attentati suicidi dei mujahedin, i massacri di civili, le campagne di repressione delle forze armate indiane, la situazione dei diritti umani non vengono degnati di molta attenzione. Il Kashmir sembra uno di quei grovigli, quasi insolubili come quello del Tibet, lontani dall’Europa, che non interessano più nessuno.

Un altro aspetto doloroso di tanti anni di conflitto del Kashmir è la guerra delle parole, fatta di condanne e rivendicazioni, di annunci di vendetta e di minacce. In India, agli occhi dell’osservatore superficiale, la guerra nel Kashmir si è ridotta ad un fronte della guerra internazionale contro il terrorismo fondamentalista islamico, mentre per il musulmano medio il Kashmir è simbolo dell’oppressione di un popolo musulmano. Benché entrambe le versioni non siano interamente sbagliate, hanno prodotto un’ottica distorta nell’opinione pubblica sia indiana che pakistana, che ostacola un’analisi spassionata delle radici e delle possibili vie d’uscita dal conflitto dello Jammu e del Kashmir. La questione è diventata la prova del nove per la credibilità nazionale di ogni cittadino da ogni parte della frontiera e continua a riscaldare le emozioni. Ma invece di accontentare solo i sentimenti nazionalisti del rispettivo elettorato oggi più che mai urge rendersi conto delle ragioni del conflitto per preparare il terreno ai compromessi inevitabili per raggiungere una soluzione duratura.

Poi c’è un aspetto più velato della guerra nello Jammu e nel Kashmir, iniziata nel gennaio del 1990, quando 300 manifestanti disarmati vennero uccisi dalla polizia speciale nelle strade di Srinagar. È l’effetto della violenza sulla società del Kashmir, una storia poco conosciuta in Italia ed in Europa, anche perchè l’India si è guardata bene dal permettere la presenza dei riflettori internazionali nel Kashmir. È anche una storia poco coerente con gli alti principi della “democrazia più grande del mondo”. Fonti attendibili parlano di almeno 60.000 morti, oltre 80.000 feriti, 15.000 stupri, 6.000 persone “sparite” e non si contano i profughi e gli emigrati, i danni per i civili, gli atti di quotidiana repressione ed umiliazione. Sono cifre che hanno un sapore astratto se avulsi dal racconto dei dettagli, dal caso singolo, come quello degli 875 bambini bruciati in una scuola del Kashmir che si trovò nel fuoco incrociato di soldati e guerriglieri, racconti delle sorti di decine di migliaia di giovani sepolti nelle tombe fresche di ogni villaggio della Vallata del Kashmir, racconti che nessuno potrebbe sopportare. Il Kashmir è una società frustrata dalla repressione, lacerata dalla violenza interna, traumatizzata da tanta sofferenza.

Nella primavera 2005 sembra aprirsi un nuovo disgelo fra il governo indiano e pakistano: all’inizio del 2004 ad Islamabad si sono incontrati i capi dei due stati ed a Nuova Delhi i leader moderati del fronte per l’autodeterminazione del Kashmir con esponenti di spicco del governo indiano. Nel febbraio 2004 sono partiti i colloqui ufficiali di pace fra il Pakistan e l’India che includeranno la questione dello Jammu e del Kashmir. Sembra aprirsi non solo uno spiraglio di pace, ma un’ampia apertura al dialogo per risolvere il contenzioso più pericoloso dell’intero subcontinente indiano. Chi sfoglia il sito del governo dello Jammu e del Kashmir ha l’impressione di un problema in evanescenza: ci sarebbe più sicurezza, le strade sarebbero percorribili fino a mezzanotte e nelle città del Kashmir sarebbe tornata la voglia di vivere e divertirsi anche la sera. Il governo cercherebbe di assistere le vittime della guerra e di far rientrare tutti i guerriglieri ad una vita civile; i casi di violazione dei diritti umani verrebbero indagati uno per uno e le forze armate avrebbero sciolto i loro squadroni della morte, anzi man mano si occuperebbero più di interventi umanitari per la popolazione civile che della controguerriglia. L’attività politica si sarebbe normalizzata e si farebbe di tutto per un dialogo politico sul futuro del paese coinvolgendo tutti gli interessati. Le finanze dello stato sarebbero stabilizzate, l’economia in ripresa e l’amministrazione riformata. Perfino i turisti sarebbero tornati in numero crescente. Un futuro rosa quindi per il Kashmir?

È prematuro tutto questo ottimismo. È vero, la popolazione dello Jammu e del Kashmir dopo 15 anni di violenza chiede la pace, ma con dignità, come ognuno tiene a sottolineare da queste parti. Quasi ogni famiglia del Kashmir ha subito perdite di propri cari, è stata sconvolta dalle conseguenze delle guerra, ha sofferto per tanti anni paura, rabbia e dolore. Come si potrebbe semplicemente voltare pagina, dando atto alla vittoria dell’apparato militare indiano e dimenticando tutti i sacrifici, tutti i “martiri” morti per la liberazione del Kashmir? Come dimenticare una storia lunga un mezzo secolo di promesse disattese, di autonomia rubata, di diritti politici negati, di umiliazioni e di repressione? Quanto sarà difficile per i kashmiri, piegati dalla violenza, dover piegarsi nuovamente ad una soluzione dettata dall’alto per ragion di stato, escogitata a tavolino, magari senza neanche sentire la popolazione direttamente interessata? È per questo che i kashmiri chiedono “peace with dignity”, per liberarsi dalla lotta armata, ma senza dover subire il dettato di Islamabad e Nuova Delhi. Tuttora la popolazione dello Jammu e del Kashmir non è ancora rappresentata al tavolo del negoziato. E se gli stati contendenti non sapranno coinvolgere coloro che sono direttamente interessati, la guerra andrà avanti, il focolaio rimarrà acceso.

Lo Jammu ed il Kashmir – occorre aggiungere lo Jammu, regione gemella del Kashmir indiano, perché ormai pienamente coinvolta nella guerriglia – è uno dei conflitti nazionali più complicati del mondo. “Complicato” in questo contesto significa che non c’è soluzione semplice, non è immaginabile un colpo di spada per tagliare il nodo gordiano. La riduzione del problema alla disputa fra il Pakistan e l’India sull’annessione di questo territorio rischia di tralasciare altri aspetti essenziali della storia e della sua diversità e conflittualità interna. Ma c’è anche una verità semplice: né Islamabad né Nuova Delhi, dalla partizione del subcontinente indiano e quella del principato dello Jammu e del Kashmir fino ad oggi, non hanno mai dato alle popolazioni di questo grande paese la possibilità di decidere liberamente del proprio destino politico. E sono loro che, in fin dei conti, hanno pagato il prezzo della rivalità fra i due stati che ora sono diventati anche ufficialmente potenze nucleari. Il subcontinente così sta diventando un nuovo teatro della corsa al riarmo nulceare, un fattore che rende ancora più pericoloso l’eterno conflitto territoriale sullo Jammu e sul Kashmir.

Questo testo cerca di spiegare le ragioni principali di questo conflitto. Cerca di far luce sulle origini, analizza le dinamiche e arriva fino agli ultimi sviluppi del conflitto nell’inverno del 2004/05. L’analisi è frutto di una lunga ricerca sul campo, durata alcuni mesi, in tutte le cinque regioni parti dello Jammu e del Kashmir, sia in Pakistan che in India. Ho incontrato esperti, giornalisti, politici, ex-guerriglieri, ma anche raccolto le voci della “gente normale”. Il testo inquadra il conflitto dello Jammu e del Kashmir nel contesto politico in India ed in Pakistan e considera varie opzioni di soluzione. Una soluzione semplice per un conflitto così poco semplice non esiste. Il conflitto del Kashmir è un tragico lascito del colonialismo britannico, della partizione del subcontinente e del nazionalismo dei suoi eredi, un groviglio non destinato a sparire presto. Ed una volta trovato un nuovo assetto politico, ci vorranno molti anni per guarire le ferite di questa società e per ridare serenità a questo paese.

 


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