Il groviglio del Kashmir
Origini del conflitto e possibili soluzioni
 
di Thomas Benedikter
 

Capitolo I
Lo Jammu ed il Kashmir
Incrocio di culture fra l'India e il Pakistan

Lo Jammu ed il Kashmir si collocano nel triangolo fra la Cina, l’India e il Pakistan nel Nord-ovest del subcontinente indiano. Confina ad Ovest con la provincia pakistana del Punjab, al Nord con l’Afghanistan, ad Est con il Sinkiang ed il Tibet, occupati dalla Cina, ed a Sud con gli stati indiani Himachal Pradesh e Punjab. Tutto il territorio dell’ex-principato dello Jammu e del Kashmir comprende 222.236 km2 (più di due terzi della superficie dell’Italia), di cui 97.547 km2 sono amministrati dal Pakistan, 81.954 km2 dall’India e 42.735 km2 dalla Cina. La parte indiana è composta da tre regioni geografiche: cioè dallo Jammu, dalla Vallata del Kashmir (Vale of Kashmir) e dal Ladakh. La Vallata e lo Jammu sono le regioni più densamente popolate (insieme raggiungono 9,45 milioni di abitanti), mentre il Ladakh, che copre più della metà della superficie dello stato membro dell’India Jammu and Kashmir, è abitato da meno di 200.000 persone. La parte pakistana con l’Azad Jammu and Kashmir e le Northern Areas (il Gilgit ed il Baltistan) contano 4,2 milioni di abitanti, mentre per l’Aksai Chin, annesso dalla Cina, in assenza di cifre ufficiali si presume una popolazione di poche migliaia di nomadi tibetani. La popolazione totale dello Jammu e del Kashmir, nelle sue frontiere originali dell’agosto 1947, alla fine del 2003 potrebbe arrivare a 14 milioni. Nel ventennio 1981-2000 la popolazione nella parte pakistana è cresciuta leggermente di più rispetto alla popolazione della parte indiana, data la presenza di forti flussi di migrazioni dovuti all’arretratezza economica e sociale e all’immigrazione di profughi espulsi nel corso del conflitto nel Jammu e Kashmir indiano. Si stima che almeno un milione di kashmiri, oriundi dell’Azad Kashmir, per motivi di lavoro vivano all’estero, di cui 500.000 nei paesi del Golfo Persico, 300.000 in Gran Bretagna e 200.000 in Nordamerica ed Australia. Anche in Italia, fra tanti Pakistani, ci sono alcune migliaia di kashmiri.

Regione
Superficie
Popolazione 1981
Popolaz. 2000 (stima)
Kashmir (vallata del Kashmir)
15.668
3.135.000
4.700.000
Jammu
25.891
2.718.000
4.550.000
Ladakh
40.395
134.000
200.000
Jammu e Kashmir indiano
81.954
5.987.000
9.450.000
Azad Jammu e Kashmir
12.616
1.983.000
3.100.000
Northern areas (Gilgit-Baltistan
84.931
575.000
1.100.000
Jammu e Kashmir pakistano
97.547
2.558.000
4.200.000
Aksai Chin
37.555
alcune migliaia
Shaksgam
5.180
Territori annessi dalla Cina
42.735
alcune migliaia
Totale Jammu e Kashmir (storico)
222.36
8.545.000
13.660.000

Fonte: Kashmir Study Group, Kashmir a way forward, Washington 2000

Il cuore del paese è formato dalla fertile Vallata del Kashmir che, incorniciata dall’Himalaya ad Est, dal Pir Panjal a Sud-ovest e dalla catena di Murree a Nord-ovest, si estende per 130 km di lunghezza e 55 km di larghezza lungo il fiume Jhelum. I territori del Nord – Gilgit e Baltistan – sono dominati dallo Hindukush e dal Karakorum con cinque vette che superano gli 8.000 metri. Proseguendo verso est si entra nella vasta area del Ladakh, geograficamente già parte dell’altipiano del Tibet, che per un millennio era stato un regno indipendente come il Tibet, il Sikkim ed il Bhutan. La regione dello Jammu, che prende il nome dalla capitale omonima, si estende sui pendii settentrionali della catena Pir Panjal. Il paesaggio è collinoso e scende verso la pianura del Punjab, diviso fra il Pakistan e l’India. Punjab significa “terra dei 5 fiumi”, dato che cinque grandi fiumi – Indus, Neelam, Jhelum, Chenab e Tawi – attraversano lo Jammu ed il Kashmir da Nordest verso Sud-ovest. Anche il nome del Kashmir, dai greci all’epoca chiamato Kasperia, sembra derivare dalla parola “Ka” per “acqua”. Storicamente i kashmiri chiamavano il loro paese Kasheer, più tardi trasformato in Kashmir.

La Vallata del Kashmir e lo Jammu sono ricchi di terreni coltivabili, di foreste e corsi d’acqua, mentre i territori del Nord sono aridi eccetto le aree irrigate. Il clima dello Jammu è simile a quello caldo della pianura del Punjab, mentre la Vallata del Kashmir, collocata ad un’altitudine media di 1600 metri, è famosa per il suo clima mite e temperato. Nelle regioni del Nord gli inverni sono duri e lunghi, le estati brevi e secche. L’Azad Kashmir è caratterizzato da un paesaggio quasi alpino lungo la catena Pir Panjal, mentre al Sud condivide il clima del Punjab pakistano.

Lo Jammu ed il Kashmir si trovano all’incrocio di diverse culture: quella indo-ariana, quella centro-asiatica, quella cinese e quella arabo-persiana. L’essere crocevia si manifesta oggi in un pluralismo etnico e culturale che non permette di parlare di un “popolo kashmiri” sul territorio dell’ex-principato dello Jammu e del Kashmir. Inoltre, le regioni di montagna del Nord furono conquistate ed annesse solo nella seconda metà dell’´800. Dunque, per motivi storici, i vari gruppi etnici delle cinque regioni geografiche dello Jammu e del Kashmir non si sentono appartenenti ad un unico popolo. Il problema politico di questi anni e decenni si focalizza non solo sulla Vallata del Kashmir, ma ha coinvolto fortemente anche lo Jammu, ha toccato il Ladakh, ed è legato alle sorti dello Jammu e del Kashmir pakistano.

Pluralismo religioso

Il buddismo arrivò al suo apice nel Kashmir nel II secolo d.C. ad opera del grande imperatore indiano Ashoka. Nel VII secolo d.C. in Kashmir esistevano ancora 400 monasteri buddisti di cui oggi si conservano solo pochi ruderi. Da qui i monaci diffondevano il buddismo nelle regioni di alta montagna del Gilgit, del Baltistan e del Ladakh. Il buddismo nel Kashmir fu gradualmente soppiantato dall’induismo a partire dal ’600. Nel 1323 arrivarono i primi sultani musulmani dalla Persia, ma la maggior parte dei sudditi rimasero indù. Nel 1346 l’ultimo re indù fu sostituito dal sultano Shams-ud-Din. All’inizio del ’400, quando fu costruita la Jama Masjid, la grande moschea di Srinagar, la maggior parte della popolazione si era già convertita all’Islam.

Un ruolo chiave in questo processo assunse l’Alamdar-i-Kashmir, la “luce del Kashmir”, il maestro spirituale sufi Nuruddin Nurani, che trasferiva il pensiero islamico nel mondo spirituale e culturale dei kashmiri. I suoi poemi famosi e amati in Kashmir sarebbero frutto di un incrocio fra il sufismo e lo “shivaismo” (cioè l’adorazione di Shiva) indù. Nuruddin Nurani è tuttora venerato in Kashmir come il patrono del paese e rappresenta una figura di santo ecumenico. La figura del rishi (santo) compare solo nel Kashmir. I musulmani kashmiri svilupparono una peculiare cultura religiosa mistica ispirata ai maestri sufi. La tolleranza religiosa predicata da grandi maestri favoriva la mutua interferenza di convinzioni e pratiche dei musulmani, degli indù e dei buddisti sullo stesso territorio. Il buddismo, gli antichissimi testi dei Veda ed il misticismo islamico nel Kashmir per secoli sono coesistiti pacificamente dando luogo a forti scambi ed intrecci culturali e religiosi. La pratica della venerazione di reliquie, altrove estranea al culto islamico, è riconducibile alle tradizioni buddiste di queste aree. Ne è esempio spettacolare la conservazione di un capello del profeta Mohammed nella moschea di Hazratbal vicino a Srinagar, che viene esposto per un solo giorno dell’anno nell’ambito di una grande cerimonia. D’altra parte nella Vallata del Kashmir si incontrano tombe di sufi musulmani che sono venerati anche come deità indù.

Nel 1981, in base all’ultimo censimento ufficiale, la popolazione dello stato dello Jammu e del Kashmir era composta dal 74,9% di musulmani, dal 22,6% di indù, dal 2,2% di sikh e dal 2% di buddisti. La composizione religiosa varia all’interno delle singole regioni dello Jammu e del Kashmir. Nella Vallata del Kashmir, dopo l’esodo dei 150.000 pandit, indù kashmiri autoctoni, nei primi anni ’90 ormai vivono quasi solo musulmani, come pure nell’Azad Kashmir e nel Gilgit e nel Baltistan. La situazione più mista si presenta nello Jammu con il 29,6% di musulmani, il 66,3% di indù e il 4% di sikh e di altri gruppi minori. Nelle regioni meridionali dello Jammu (Kathua, Jammu e Udhampur) prevalgono gli indù, quelli settentrionali hanno una maggioranza musulmana. Il Ladakh invece è diviso simmetricamente in due parti: il distretto di Leh è abitato all’83% da buddisti, mentre il distretto di Kargil, contiguo alla Vallata del Kashmir, è popolato all’82% da musulmani sciiti.

Anche sotto il profilo linguistico nello Jammu e nel Kashmir si registra una grande varietà. Sono presenti due famiglie linguistiche, quella indoeuropea e quella sino-tibetana, mentre la lingua burushaski, parlata dagli hunza dell’alto Gilgit, non è classificabile. Nella Vallata del Kashmir, a prescindere dall’appartenenza religiosa, tutti parlano kashmiri, una lingua di origini darde, ma parente dell’Urdu, scritto in alfabeto persiano. I dardi erano la popolazione indigena della zona di confine fra il Karakorum e l’Himalaya. Attraverso il Kashmir per molti secoli solevano transitare le carovane fra il Tibet, la Cina ed il mondo arabo-persiano lasciando profonde tracce nella cultura, nei costumi e nelle lingue di quest’area. Il teatro, la letteratura, la danza, l’arte e l’architettura diffusi in tutta questa regione riflettono questo miscuglio di influenze. I kashmiri vanno fieri di questa peculiarità che amano definire kashmiriyat (kashmirità). Affini alla lingua kashmiri e pure di origini darde sono altre lingue minori, come il shina, ed il khowar, parlate nel Gilgit e Baltistan.

La seconda lingua per numeri di parlanti sul territorio dello Jammu e del Kashmir è il punjabi, che domina nell’Azad Kashmir, mentre il dogri, spesso considerato solo un dialetto del punjabi, è la lingua principale dello Jammu. Fanno parte della famiglia indoeuropea alcune lingue minori diffuse a livello di distretti dello Jammu, come per esempio il gojri parlato dalle etnie dei Gujjar e dei Bakerwal. Inoltre sui pendii a Sud-ovest della lunga catena del Pir Panjal si parlano una varietà di dialetti definiti semplicemente pahari, cioè le “parlate dei montanari”.

Infine due varianti della lingua tibetana dominano rispettivamente il Baltistan, ora controllato dal Pakistan, ed il Ladakh, parte dello Jammu e del Kashmir indiano: sono il balti ed il ladakhi, i cui parlanti si comprendono a vicenda. Va rimarcato che la diffusione di queste lingue in varie zone non rispetta la delimitazione amministrativa delle regioni e dei distretti. Il multilinguismo di tutto lo stato viene ancora accentuato dalla forte presenza ed importanza di altre tre lingue: l’urdu, lingua ufficiale del Pakistan e dello stato dello Jammu e del Kashmir indiano; l’hindi, la lingua più diffusa in India, penetra continuamente in ogni casa dello Jammu e del Kashmir dotata di televisore ed infine vi è l’inglese, lingua d’obbligo per la comunicazione internazionale e per l’educazione scolastica superiore. Nello Jammu e nel Kashmir non è raro incontrare persone normalissime che con facilità si esprimono in 5-6 lingue.

L’Azad Kashmir

L’Azad Kashmir (Kashmir libero) come regione politica esiste solo dal 1947 quando invasori pakistani e ribelli kashmiri, spinti dalle truppe indiane, dovettero ritirarsi verso Ovest. Su questo territorio, difeso con l’aiuto del Pakistan, il 24 settembre 1947 fu proclamato lo stato indipendente del “Kashmir libero”, una striscia a ridosso della catena del Pir Panjal, lunga 200 km e larga 50 km in media. L’Azad Kashmir ha una superficie di 12.616 km2 ed una popolazione stimata di 3,1 milioni di persone (secondo una stima del 2000), di cui l’88% abita in zone rurali. La capitale Muzaffarabad nel Nord dell’Azad Kashmir conta circa 200.000 abitanti. Tutta la regione ancora oggi è caratterizzata dalla prevalenza dell’economia agraria di sussistenza basata su piccole unità produttive di proprietà familiare, ma non mancano i grandi proprietari terrieri che formano clan molto influenti sul piano politico.

Questo piccolo tronco dell’ex-principato dello Jammu e del Kashmir oggi è ufficialmente uno stato con una propria costituzione, bandiera, parlamento, governo e corte suprema. Di fatto però forma una provincia pseudo-autonoma parte del Pakistan, la cui situazione giuridica a causa della disputa internazionale con l’India viene tenuta in sospeso. Centinaia di migliaia di profughi nel corso della guerra di partizione dello Jammu e del Kashmir, avvenuta nel 1947-48, furono cacciati verso questa zona occidentale dell’ex-principato, mentre decine di migliaia di indù dovettero lasciare le loro case e proprietà nei distretti di Muzaffarabad, Kotli, Mirpur. Dopo la fine delle ostilità nel 1949 l’Azad Kashmir, in attesa di un ricongiungimento con il resto dell’ex-principato in base ad un referendum popolare, fu di fatto annesso al Pakistan. Al referendum, rivendicato dal Pakistan, promesso dall’India e sanzionato dall’ONU, non si arrivò mai. La linea di tregua provvisoria (prima Line of Ceasefire, poi Line of Control), che separa le due parti principali dello Jammu e Kashmir, è diventata una cortina di ferro, insormontabile e fino poco fa scenario di scaramucce e sparatorie quotidiane fra soldati e guerriglieri e di bombardamenti con cannoni e mortai che causano numerose vittime fra la popolazione civile. Ancora nella prima metà degli anni ’90 decine di migliaia di profughi dello Jammu e del Kashmir indiano si rifugiarono nell’Azad Kashmir, sistemati in una ventina di accampamenti e villaggi profughi ed assistiti dal governo di Muzaffarabad.

Nonostante l’etichetta di “stato libero” il Pakistan ha negato all’Azad Kashmir un’effettiva autonomia trasformandolo in una specie di protettorato. Benché questa provincia sia dotata di tutte le istituzioni democratiche il controllo è saldamente in mano al governo centrale di Islamabad. Le poche competenze autonome rimaste al governo provinciale sono gestite tradizionalmente dal partito Muslim Conference che, in opposizione alla National Conference di Sheikh Abdullah, si era da sempre battuto per l’adesione al Pakistan. Le forze di sicurezza rispondono agli ordini del ministro degli interni pakistano ed anche lo sviluppo economico e sociale dell’Azad Kashmir è fortemente condizionato dalle scelte del governo nazionale pakistano. La regione denuncia un’alta disoccupazione che ha costretto centinaia di migliaia di kashmiri all’emigrazione in altre province del Pakistan e soprattutto all’estero.

Il Ladakh: il ”piccolo Tibet”

Entrando da Srinagar nelle montagne dell’Himalaya, si arriva nelle valli aride e brulle del Ladakh che copre quasi il 50% del territorio dello stato dello Jammu e del Kashmir indiano. Solo la Vallata dell’Indus fra Leh e Hemis e le confluenze dei fiumi laterali sono abitate. I circa 200.000 abitanti dei due distretti del Ladakh, denominati secondo le loro capitali Kargil e Leh, sono appena l’1,7% della popolazione totale dello stato. Il Ladakh per quasi un millennio era stato un regno buddista indipendente, definito per la sua forte affinità culturale e religiosa col Tibet anche Ngari, cioè “piccolo Tibet”. A partire del 1400 l’Islam penetrava anche in queste valli di montagna per cui il distretto di Kargil oggi è prevalentemente musulmano. A Kargil si parla il balti come pure nel contiguo Baltistan, oggi parte delle Northern Areas controllati dal Pakistan, mentre nel distretto di Leh è più diffuso il ladakhi.

Il Ladakh solo nel 1842 fu conquistato dal maharaja di Srinagar ed annesso al principato dello Jammu e del Kashmir. La continua crisi nel Kashmir ed il pronunciato centralismo e malgoverno all’interno di questo stato membro dell’India si sono riflessi anche in tensioni fra le due comunità religiose, in particolare nella città di Leh. Oggi la maggioranza buddista del distretto di Leh desidera separarsi dallo Jammu e dal Kashmir per costituire un “Territorio dell’Unione” alle dirette dipendenze di Nuova Delhi, con una forma di autonomia speciale. I musulmani balti-ladakhi invece, maggioranza nel distretto di Kargil, ma minoranza in quello di Leh, vogliono mantenere i forti legami tradizionali col Kashmir, eventualmente rafforzando il decentramento amministrativo.

Il Gilgit ed il Baltistan

Le Aree del Nord (Northern Areas) del Pakistan, le regioni del Karakorum e Hindukush, accessibili per strada solo attraverso la nuova Karakorum Highway, completata nel 1978, formano un altro mondo. Questi territori portano il nome storico Gilgit e Baltistan e includono l’antico regno degli Hunza all’estremo Nord. I sei distretti Hunza-Nagar, Gilgit, Koh-e-Gazar, Ghanchi, Diamir e Skardu si estendono su quasi 85.000 km2, ma sono abitati da appena 1,1 milioni di persone che appartengono ad almeno dieci etnie diverse. I più numerosi sono i Gilgiti (Shina), seguiti dai Balti e dagli Hunza nella parte contigua con il Sinkiang cinese. Circa il 40% della popolazione professa l’Islam ismailita (ismaili), una variante sciita moderata e moderna che fa capo all’Aga Khan come proprio leader spirituale. Il 39% sono sciiti ed il 18% sunniti. Il Gilgit ed il Baltistan furono conquistati dal regime dei Dogra del Kashmir nel 1842, ma annessi solo nel 1869, mentre il piccolo regno degli Hunza riuscì a resistere all’alleanza fra britannici e Dogra fino al 1891. I Dogra non riuscirono mai a controllare ed unificare tutto questo ampio territorio, Gli sciiti del Gilgit e gli Hunza ismailiti si sentono estranei alla popolazione del Kashmir sunnita e preferirebbero formare una provincia autonoma all’interno del Pakistan. I sunniti, concentrati nei distretti di Skardu e Diamir (il Baltistan) negli anni della partizione dello Jammu e del Kashmir erano solidali con i kashmiri sunniti dell’Azad Kashmir, ma attualmente non progettano più un futuro comune con uno stato dello Jammu e del Kashmir riunificato. Del resto, la popolazione di tutto questo ampio territorio non è mai stata consultata riguardo alle sue preferenze politiche, né nell’´800, cioè nei momenti dell’annessione al principato dello Jammu e del Kashmir, né nel 1947, quando per proteggersi dalle truppe indiane dovette ricorrere all’aiuto del Pakistan. È dal 1948 che questa regione si vede amministrata dall’esterno: un’annessione di fatto mai giuridicamente formalizzata, che ha privato i suoi abitanti autoctoni dei diritti politici fondamentali.

Nel Nord-est infine il territorio dell’ex principato Jammu e Kashmir si estende profondamente sugli altipiani tibetani definiti “deserto delle pietre bianche” (Aksai Chin), per 37.555 km2. Questa regione, già nel 1959 parzialmente occupata dai Cinesi, dopo la breve guerra indo-cinese del 1962 fu annessa dalla Cina. Inoltre, grazie ad un trattato internazionale col Pakistan, la Cina venne in possesso di una striscia lunga 80 km e larga 50 km chiamata Shaksgam nel cuore del Karakorum.

Lo Jammu

La situazione più complicata sotto il profilo etnico-religioso si presenta nello Jammu. La maggioranza della popolazione etnicamente è Dogra che parla la lingua dogri, da poco ufficialmente riconosciuta come lingua dallo stato indiano. Mentre nella pianura dello Jammu meridionale è evidente l’affinità culturale col vicino Punjab indiano, nelle zone montagnose verso la catena del Pir Panjal e verso l’Himalaya occidentale vivono piccole etnie indigene di confessione musulmana. Nel distretto di Poonch la quota musulmana sfiora il 90%, nel Rajouri si colloca al 58% e nel Doda al 57%. Nei tre distretti più a Sud, Udhampur, Jammu e Kathúa, la percentuale di musulmani arriva rispettivamente al 26%, al 7% ed al 4%. I musulmani della regione dello Jammu solo in piccola parte si considerano kashmiri nel senso etnico-culturale, perchè hanno proprie lingue (principalmente il gujjar, bakerwal e pahari), costumi e tradizioni. Però condividono con i kashmiri della Vallata la sorte di essere economicamente sfruttati e politicamente oppressi dal regime dei Dogra. Da qui si formò la forte simpatia per il movimento di liberazione sociale e politica della National Conference negli anni ’40 e più tardi per l’azadi, l’autodeterminazione dello Jammu e del Kashmir. Nel corso delle guerre per il Kashmir del 1947-48 e del 1965 i distretti dello Jammu contigui all’Azad Kashmir pakistano furono scenario principale dei combattimenti e tuttora la zona vicina alla Line of Control nella parte dello Jammu continua ad essere teatro di scontri armati quasi quotidiani.

 


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