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Il guaritore di
maiali
Anno Domini 1589
di Lorenzo Beccati
I
Una moltitudine di donne, uomini e bambini
sta divorando una balena ancora viva. Morti di fame, affondano i denti. I più
disperati riescono a strappare lembi scuri di pelle, e ridono con il grasso che
gli cola giù dal mento. Un uomo a torso nudo, con un’ascia, ha squarciato il
ventre della balena. Con furia scava una nicchia e avanza verso l’interno della
bestia. L’intruso è travolto dalla fuoriuscita delle viscere calde e ributtato
sulla sabbia. Uno sciame di ragazzi si getta sugli intestini fumanti e si
azzuffa per ogni gramo boccone.
Le comari riempiono i grembiuli, gli uomini le camicie. Molti si portano
immediatamente alla bocca le interiora conquistate, e mangiano con rivoltante
ingordigia.
Una balena si è arenata sulla spiaggia alla foce del fiume pigro che attraversa
Genova e subito s’è sparsa la voce.
Verso la testa dell’enorme mammifero, un ragazzo è riuscito, con la lama lunga
di un coltello, a tagliare una striscia di carne grande quanto lui. Mette il
bottino tra collo e spalla, e corre per cercare di portarlo in salvo. Il pezzo
di balena gli sculaccia il sedere a ogni passo.
L’animale muove appena la coda. Osserva stupito, seguendo l’attività di quegli
strani pesci che scappano via isterici con le sue membra.
Uno sciancato raggiunge il foro sulla testa della bestia e, curioso, ci guarda
dentro. Per dispetto, la balena sputa fuori un fiotto d’acqua di mare mista a
sangue. È l’ultimo gioco della sua vita. Si lascia andare con un sospiro e muore
adagiandosi mollemente sulla spiaggia.
Tre persone rimangono schiacciate dal cedimento della balena.
Nessuno li soccorre. Ognuno è impegnato a salvare se stesso, o la famiglia,
dalla fame. Tre suore con le vesti lorde degli umori della balena esortano, a
spintoni, una fila ordinata di orfanelli a far man bassa di ciò che trovano. È
manna santa che viene dal cielo. O dal mare. Da lontano, si confondono.
Un cieco sbraita e mena il bastone per l’aria a pochi passi dalla balena cui dà
le spalle. Impreca perché non riesce a orientarsi. Neppure la fame lo aiuta.
Un gruppo della consorteria dei manovali fa passamano, al modo dei mattoni, con
grumi di carne impilati su un carretto trainato da un cavallo secco come un remo
al sole.
La bestia da soma gira il collo cercando qualche pezzo di pelle da addentare.
Quando ci arriva, una frustata gli fa capire che non è il caso, e allora si
accontenta di leccare il liquido giallastro che cola incessante sulla sabbia
accanto agli zoccoli.
La carestia strazia Genova da troppi anni.
Molti sono convinti che tutto cambierà con l’avvento dell’anno nuovo, il 1590.
Dall’ombra dei primi alberi sul mare, Pimain osserva l’apocalittica scena. È un
uomo dalla pelle ambrata, nel pieno degli anni vigorosi.
Ha il busto muscoloso e solido. Non così le gambe, che sono magre, corte, e si
staccano da un culo piccolo da bertuccia. Sembrano parti di corpo di persone
differenti. Vedendolo alla finestra, dalla cintola in su, nessuno potrebbe
immaginare che il resto sia tanto risicato.
Capelli neri mossi e basette gli incorniciano il bel volto. Ha sguardo deciso,
gesti sicuri, denti bianchi e un sorriso da farabutto.
Vestito in modo modesto, non tradisce appartenenza di classe. Piace alle donne
ma non lo sa.
Fa un lavoro diverso da tutti, che a molti puzza di stregoneria.
Pimain abbassa la mano che tendeva la falda del cappello di saggina per
ripararsi dall’ultimo sole. Sistema la bisaccia che gli segna la spalla e chiama
il cane battendo il palmo sulla coscia. L’animale, di media grandezza, abbaia a
rimbrotti sordi e arriva a strusciare il pelo rosso sui polpacci del padrone.
L’uomo e il cane riprendono il sentiero verso le alture.
Già ai primi passi, una moltitudine di miserabili sbarra loro il cammino, e li
urta correndo nella direzione opposta.
La fame ha tanti figli, e alla tavola della balena non si aspetta.
II
Anche il porco, perché ha
l’unghia spartita
ma non rumina. È per voi impuro.
Non dovete mangiare della loro carne,
e non dovete toccare i loro corpi morti.
Deuteronomio 14,8
Al convento dei Carmelitani Scalzi di
Sant’Anna, sulla prima gobba rocciosa chiamata poggio di Bacheria, alle spalle
della possente Genova, il buio si mangia in fretta le ombre.
Per ora, della notte c’è solo il presagio.
Gli undici monaci del convento oltrepassano il refettorio, il chiostro, le
celle, e si dirigono in chiesa chinando il capo nel corridoio angusto, alle cui
pareti sono appese delle reliquie di dubbia provenienza ed efficacia.
Due frecce di San Sebastiano, pare provenienti da Costantinopoli, l’omero di San
Cristoforo che sostenne il piccolo Gesù per fargli attraversare il fiume,
trucioli di San Giuseppe, e la reliquia più preziosa, un’ampolla che contiene
gocce di latte della Madre di Cristo. Fissati a un legno tondo, alcune decine di
cuori d’argento, bombati e cavi, suonano a ogni refolo d’aria.
L’umidità e il fumo delle candele hanno ridotto le reliquie a identico colore.
Chiude la fila dei monaci, come di consuetudine, padre Nicolò di Gesù Maria
Doria, il superiore del convento.
Quando tocca a lui abbassarsi per passare sotto la volta a botte del corridoio,
benché incappucciato e di spalle, sa che chi lo precede è padre Ortolano, poiché
ha lo scapolare trapuntato d’ogni sorta di spiga e di rovo.
È compieta, e i carmelitani vanno all’interno della minuscola chiesa per le
ultime preghiere del giorno.
Appeso alla parete opposta a quella dell’entrata, c’è un crocifisso di legno
imbarcato. Sotto c’è l’altare, una lastra di travertino povero sorretta da
pilastri di legno intarsiati a rilievo. Non ci sono cassapanche, solo un
inginocchiatoio da un lato che serve da confessionale.
Il pavimento è fatto d’assi grezze, incrostate dal tempo e da troppe mani di
pittura.
Al lato della chiesa c’è il quadro di una Madonna con in grembo il bambino
girato come se volesse scendere e correre via. Dietro di loro è raffigurato un
giardino rigoglioso. I rami di una pianta di limoni sfiorano il viso
dell’Immacolata e lo illuminano. Il bambino tende la mano verso un angelo che fa
capolino da un rampicante punteggiato da fiori gialli.
Appena varcata la soglia, un irrigidimento improvviso del monaco in testa alla
fila fa capire agli altri che qualcosa non va.
Rompendo l’ordine del gruppo, i carmelitani si avvicinano all’altare. Ai piedi
del quale giace un maiale morto, con il grifo spalancato in un orrido ghigno.
La bestia ha la testa fracassata e alcune ossa del cranio sono esposte. Ma un
particolare spaventa ancora di più i monaci: sul ventre dell’animale c’è una
croce cristiana incisa con due tagli profondi.
Molti si segnano e sputano sulla carogna. Padre Nicolò Doria scosta i
confratelli per vedere meglio.
La scena raccapricciante, immonda, gli fa sobbalzare lo stomaco.
I padri si guardano intorno, terrorizzati dal maligno che aleggia. Senza
criterio e razionalità, scrutano gli angoli più bui alla ricerca del demone.
Il superiore alza lo sguardo al Cristo sul crocifisso: ha gli occhi infuocati
dal riverbero delle candele. Sembra inorridito anche lui.
Padre Nicolò Doria dispone che si rimuova il maiale, per porre fine alla
profanazione dell’altare.
Nessuno si fa avanti. Solo la paura.
III
Pimain, con il bastone, piega le erbacce
che gli ostacolano il passo.
Il profumo della lavanda si attacca alle narici e prepotente scaccia ogni altro
effluvio.
La primavera non ha fretta di incontrare l’estate, quest’anno.
L’uomo deve raggiungere la casa di un contadino, ma ben prima di arrivarci una
decina di bambini lo accoglie sul sentiero. Due treccine bionde gli offrono una
ciotola con dell’acqua. Una testa arruffata gli chiede se davvero ci sono stati
nuovi sbarchi di feroci mori saraceni a ponente. Si dice che non abbiano pietà
che per i figli maschi, che abbiano spade ricurve, che parlino come le scimmie.
Pimain ammette che sono meglio informati di lui.
Una manina dalle unghie nere gli porge una piccola radice dolce. Il visitatore
rifiuta con un movimento armonico del bastone. Non così il cane, che addenta con
un balzo il dono e lo mangia trotterellando.
Il bambino più grande corre verso il casolare ad annunciare l’atteso arrivo.
Pochi istanti dopo, l’uomo è accolto dal contadino con pacche sulla spalla e una
bestemmia di benvenuto. La moglie sdentata, con i capelli indecorosamente
scoperti, lo saluta sulla soglia della casa. Ha in braccio un neonato pallido
stretto nelle fasce che non ricordano più nulla dell’antico candore.
Dall’interno si sente uno sbraitìo lamentoso. Il contadino entra in casa. Torna
portando una sedia su cui è seduta una vecchia minuta con la faccia da prugna, e
la sistema in un angolo dove c’è l’arcolaio. La donna, contenta, ora guarda e
lavora.
I bambini attorniano il cane che d’improvviso si è immobilizzato con una zampa
davanti sollevata a puntare un cespuglio. Nulla lo distoglie dalla rigidità
assoluta. Neppure il cibo. I piccoli spettatori sono incuriositi e timorosi.
Il suo padrone rivela d’averlo trovato mentre girovagava sperso sul molo più
lontano del porto di Genova. Lo ha chiamato Mat, e non ricorda più se come
diminutivo di mattone, come il colore rosso del pelo, o di matto, visto il suo
modo bizzarro di comportarsi.
– Che poi tanto strano non è – assicura Pimain prendendo un sasso da terra e
lanciandolo nel cespuglio puntato dal cane.
Subito due grossi merli spiccano un balzo con un gran sbattere d’ali. I bambini
salutano il volo con squittii di meraviglia, e accarezzano il cane che è tornato
a leccare i loro piedi scalzi.
Ora il visitatore chiede che l’accompagnino nel recinto dei maiali.
Il padrone delle bestie lo precede girandosi di continuo per indicare la strada
al guaritore.
I due passano davanti a un capanno di legno dal pavimento in terra battuta.
Un maiale adulto, del giusto peso di mezzo uomo robusto, è appeso al soffitto a
muso in giù, vivo. Il manto è di colore marrone con striature nere.
Il figlio maggiore mette un vaso sotto il muso dell’animale. Solleva la scure e
l’abbatte con forza sulla testa del maiale. L’arma scivola sulle setole, e
spezza uno dei lunghi canini che arrivano sino davanti agli occhi del suino. C’è
bisogno di un secondo e più preciso colpo. La bestia caccia un grido acuto. Il
ragazzo si sbriga a sgozzare il maiale. Ha ancora molto da imparare, pensa
Pimain.
Più il porco strilla, più il sangue sarà buono, si dice. Il sangue cola in due
rivoli nel vaso sottostante. Il ragazzo esorta il fratellino a mescolare senza
fermarsi, per non farlo coagulare. Il piccolo esegue girando veloce un cucchiaio
di legno.
Intanto il maggiore, con un coltello dal manico d’osso, taglia un pezzo
d’orecchio per farlo bollire e poi gettarlo nel letamaio, un sistema sicuro per
scongiurare le malattie.
Pimain sorride conoscendo l’usanza.
Il contadino esalta la bravura del figlio precoce, e lo definisce una
benedizione per la sua casa. Socchiude la camera della macellazione quando sente
il maggiore ordinare d’accendere un fuoco per togliere le setole.
Più lontano, i due uomini raggiungono il posto dove i maiali sono radunati: una
bassa palizzata di rami intorno a una quercia. Così gli animali si cibano delle
ghiande che cadono a terra. Secondo la bontà della stagione, e il morso delle
carestie, a questa dieta sono aggiunte faggiole, castagne, fave.
Il contadino indica a Pimain un verro che si contorce con furia su se stesso
sbattendo di continuo il muso contro l’albero.
È venuto il momento per l’uomo di cominciare il suo lavoro.
Pimain è un guaritore di maiali.
Per prima cosa entra nel recinto, nonostante il contadino cerchi di fermarlo. Lo
avvisa che il porco carica con i canini in resta chiunque si avvicini. Il
guaritore ordina all’uomo di tacere e di restare discosto.
Il verro annusa l’aria. È indeciso e scava la terra con l’unghia di una zampa,
ma non si muove.
Pimain gli parla piano. L’animale scarta di lato e parte a muso basso,
ingobbendosi per essere compatto e colpire più forte.
Il guaritore resta calmo, evita la carica spostando il peso sulle gambe. Poi,
prima la bestia si rigiri, le mette una mano sulla testa e subito si cheta.
L’uomo esamina l’animale sotto le pieghe del collo. Ha già capito di cosa si
tratta. Chiede al contadino del fuoco.
Nell’attesa continua a lisciare il verro accovacciato ai suoi piedi. La bestia
lo guarda con occhi lucidi, perché si specchi nella sua sofferenza.
Il guaritore gli tira indietro le orecchie in segno di comprensione.
Arriva una torcia vivida insieme alla famiglia al completo.
Pimain chiede che tutti stiano indietro, oltre lo steccato, e che nessuno
intervenga qualunque cosa accada.
Tenendo ben saldo il ramo infuocato, lo passa sempre più vicino, e sempre più a
lungo, sulla gola del maiale. L’animale non fugge, rimane docile al calore
devastante della fiamma. Strilla, soffia dalle narici, ma non si muove.
Pimain ormai tiene la torcia a contatto diretto con la gola dell’animale che
comincia ad annerire. Il puzzo di setole bruciate si spande intorno.
Finalmente, sotto la pelle del porco, si vede una sacca rigonfia che si muove
convulsamente. Prima una, poi due, poi altre…
Il guaritore continua a insistere con la torcia, e con l’altra mano, la mancina,
estrae un coltello minaccioso con il manico di corno e comincia a incidere la
gola del verro.
La moglie esorta il marito, digrignando i pochi denti, a entrare nel recinto. Il
guaritore è impazzito. La morte di quel maiale è una sciagura per la famiglia.
Il contadino scongiura l’uomo di smettere.
Pimain non dà retta e seguita a tagliare l’animale, senza dare tregua alle
escrescenze che vorticano sotto la cotica.
Insieme al sangue, escono dal collo del verro vermi lunghi tre monete e grossi
una. Il guaritore, con la lama, scarnifica l’animale fino a raggiungere con due
dita l’ultimo verme che continua a rintanarsi nelle carni.
La caccia è finita.
Pimain appoggia la fiamma sulla ferita per cicatrizzare il lungo squarcio. Il
porco seguita a rimanere immobile e vigile.
Il guaritore sente una presenza accanto a lui nel recinto. D’improvviso, si
ritrova a osservare un sandalo pestare l’ultimo verme che si contorce nel fango,
come la raffigurazione di Dio che schiaccia il serpente nell’Eden.
Pimain alza lo sguardo. È un monaco. Dalle vesti sa che appartiene ai
Carmelitani Scalzi.
– Parlate ai maiali, gli tagliate la gola, li offendete con il fuoco, e loro vi
ubbidiscono ugualmente. Basterebbe che io raccontassi quello che vi ho visto
fare a questo maiale, animale di per sé reietto, per farvi finire sul rogo.
– La stregoneria non c’entra. E comunque, voi non avete l’aspetto del delatore.
– Già. Vedo che non conoscete solo la natura dei porci. Io sono padre Custode.
Il superiore dei Carmelitani Scalzi, padre Nicolò Doria, ha bisogno di voi e
subito. Vi prega di seguirmi al convento di Sant’Anna.
Pimain sa che non può rifiutare.
Con uno scatto molla la presa e libera il verro, che si mette a grufolare il
terreno e mangia alcune ghiande, cosa che non faceva più da giorni.
Il contadino e la moglie benedicono il guaritore e s’inchinano a lui.
Più per impressione che per riconoscenza.
Una bambina corre a baciare la mano del carmelitano, che lascia fare di
malavoglia per non deluderla.
Pimain indica l’unico maialino del recinto e raccomanda al padrone di dargli al
più presto dell’essenza di crotontiglio per purgarlo.
– Deve aver mangiato delle felci o del lupino giallo. Se non li dà fuori c’è
pericolo che muoia.
La moglie ha un cestino con delle uova e un salame come compenso. Pimain le
assicura che passerà in un altro momento. Ora deve andare.
Padre Custode annuisce con la testa, si mette il cappuccio per ripararsi
dall’ultimo raggio di sole di pianura e s’incammina.
Il guaritore di maiali allunga il passo. Sentendo gli strilli del verro che
ancora escono dal mattatoio, si precipita nel capanno. Spalanca la porta,
impugna il coltello e sotto gli sguardi allibiti dei due fratelli infila la lama
nel petto del maiale, giusto all’altezza del cuore. L’animale non emette più
alcun verso.
– Non c’è alcun bisogno di farlo soffrire. Eppoi, se soffre, la carne diventa
cattiva, delle volte persino velenosa. Conosco tre famiglie morte così.
Il monaco sorride e pensa che sia uno strano modo di educare.
Il guaritore di maiali pulisce il coltello nell’erba e prende a salire una
collinetta per raggiungere il sentiero.
Il cane, Pimain, se lo ritrova poco dopo tra le gambe con il muso sporco di
sangue.
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