La guerra russo giapponese
1904-1905
 
di Alberto Caminiti
 

 

capitolo primo
Introduzione e antefatto

Parlare della guerra russo-giapponese significa riesumare dopo oltre un secolo un conflitto di cui ancor oggi si ha scarsa memoria.
Quando poi si intendesse approfondire l’argomento, si scoprirà che pochi sono i libri o comunque gli scritti contemporanei su quello scontro che, invece, fu importantissimo per gli assetti mondiali, come cercheremo di chiarire.
Allora la prima domanda è: perché se ne è parlato poco?
Ritengo che principalmente abbia influito il successivo – di poco – immane carnaio della Prima Guerra Mondiale che “oscurò” senza dubbio la limitata (al confronto) campagna di guerra nell’Estremo Oriente, per noi europei così distante nello spazio.
L’altro motivo, sempre a mio personale parere, va ricercato nel fatto che per una inesplicabile legge di natura (o “forma mentis”?) tutta la storia, sia a livello scolastico che scientifico, è ancora oggi impostata su un assoluto eurocentrismo.
Se riguarda noi o un paese europeo bene, altrimenti è come se non ci riguardasse. Abbiamo recentemente seguito le vicende della Bosnia e del Kossovo, ma le Malvine (Falkland) ci hanno lasciati totalmente indifferenti.
Eppure quel conflitto asiatico del 1904-1905 fu di enorme importanza, sia perché evidenziò l’ormai inarrestabile indebolimento dell’impero Zarista (un decennio dopo sarebbe crollato a seguito della Rivoluzione d’Ottobre), sia perché pose all’attenzione del mondo intero la nascita di una nuova grande potenza in Asia: il Sol Levante.
Strategicamente quella guerra rappresentò, poi, il crinale fra il passato e la condotta militare dei conflitti moderni: l’ultimo assedio statico di una piazzaforte (Port Arthur), la prima grande battaglia navale (Tsushima) in cui telecomunicazioni e tiro centralizzato delle artiglierie di bordo furono la carta vincente; e infine la dimensione globale della guerra, che ebbe allora il suo apice nel periplo del continente africano da parte della squadra navale russa partita dal Baltico quale rinforzo alla flotta zarista del Pacifico di base a Vladivostock e a Port Arthur.
Senza contare, per la parte squisitamente politica, l’alleanza fra Giappone ed Inghilterra (che durerà fino a tutta la Prima Guerra Mondiale) e l’asse antinipponico che si venne a formare tra Russia-Germania-Francia che volevano bloccare sul nascere il sorgente espansionismo del Sol Levante che, a loro parere, perturbava gli equilibri asiatici.
Non si può utilmente trattare dell’argomento se non si va a rappresentare la situazione politica dell’Estremo Oriente conseguente alla Pace di Shimonoseki (17 aprile 1895) che aveva posto fine al 1° conflitto cino-giapponese. Quest’ultimo era sorto per il comune interesse che entrambe le potenze asiatiche avevano sul regno di Corea, vassallo nominale della Cina, ma agognato obiettivo d’espansione politico-economica dell’impero nipponico in piena esplosione demografica.
Bisogna comprendere lo stato d’animo giapponese in ordine alla incombente (geograficamente) penisola coreana, sia nel subconscio, in quanto da lì erano partiti nel passato i vari tentativi d’invasione da parte delle armate mongole, sia nella più immediata necessità di trovare uno sbocco alla propria emigrazione, storicamente orientata, appunto, verso la Corea.
Appare chiaro che il punto nevralgico di tale conflitto fu proprio la Corea: la dinastia Qing (Cina) non voleva perdere il controllo della citata penisola, mentre l’impero nipponico (dinastia della restaurazione Meiji) ne aveva assolutamente bisogno ai fini della propria espansione commerciale, ma anche, si ripete, demografica. Ricordiamo che la Corea era ricca di risorse naturali indispensabili per una moderna industria (carbone e materiali ferrosi).
Sicché la guerra cino-giapponese sarebbe diventata lo specchio della reale situazione politica nell’Estremo Oriente, dove la Cina appariva in fase di avanzata degenerazione e declino della dinastia Qing, presso la cui corte la corruzione dei dignitari era diffusissima e praticata apertamente.
Dall’altra parte stava il Giappone, in piena apertura alla occidentalizzazione e modernizzazione, che cercava di emulare le politiche imperialistiche esercitate dai suoi maestri occidentali.
Il concetto era il seguente: se tutti gli stati europei si stanno impadronendo dei porti e dei commerci cinesi, perché non possiamo farlo anche noi?
La campagna di guerra nipponica iniziata il 1° agosto del 1894 con lo sbarco di un forte contingente di truppe a Chemulpo (oggi Inchon, Corea del Sud) e l’immediato rafforzamento da parte cinese dell’esercito stanziato in quella penisola, rappresentarono quindi le naturali conseguenze delle rispettive posizioni militari. Chiaro obiettivo strategico del Giappone era il controllo della Corea, e altrettanto evidente era l’alzata d’orgoglio cinese, che non tollerava offese al proprio prestigio né perdite d’influenza sulla malcapitata penisola coreana.
Non è questo il posto per esporre le vicende di quest’altro conflitto, ma si deve pur accennare al fatto che per il Giappone fu di assoluta necessità assicurarsi il dominio del mare, dovendo trasportare il proprio esercito (7 divisioni per 120.000 uomini) dall’arcipelago nipponico sul territorio coreano prima e nella Manciuria dopo.
Qui salta evidente per la prima volta l’accortezza della politica di modernizzazione dell’esercito e della flotta svolta negli anni precedenti dal Giappone, che si era ispirato ai più avanzati concetti militari europei. Infatti le moderne navi giapponesi, quasi al completo acquistate nei principali cantieri d’Europa (Germania, Inghilterra e Italia) hanno ragione in più riprese dell’antiquata flotta cinese; mentre sul fronte terrestre, le magistrali manovre dei corpi d’esercito del Sol Levante consentono il superamento delle linee del Celeste Impero, le cui truppe, mal comandate e poco o nulla addestrate a un conflitto moderno e, soprattutto, prive di regolari rifornimenti, vanno rapidamente allo sbando.
L’impero cinese, pur lungi dall’aver esaurito le proprie capacità di resistenza, era tuttavia gravemente scosso, avendo perduto le migliori navi, le poche truppe modernamente armate e le più importanti piazzeforti. Quindi, anche per le pressioni franco-russo-tedesche, la Cina si indusse a chiedere un armistizio (30 marzo 1895), cui fece seguito la Pace di Shimonoseki (17 aprile 1895).
Se le potenze europee fossero state più attente, il segnale doveva esser chiaro: era nata in Asia una nuova, grande entità politica (il Giappone).
Negli anni a venire non si sarebbe potuta assumere alcuna decisione nell’Estremo Oriente senza tenere conto dell’Impero del Sol Levante.
E veniamo alle conseguenze del trattato di pace, che avrebbe dovuto accogliere in toto le aspettative nipponiche. Il Giappone infatti ottenne l’isola di Formosa, il gruppo delle Pescadores, una forte indennità di guerra (oltre 200 milioni di taels, pari al prezzo pagato dalla marina nipponica per l’acquisto delle nuove corazzate dai cantieri europei), nonché la libertà di traffico commerciale delle navi giapponesi in alcuni porti continentali.
Sembrava a questo punto soddisfatta ogni istanza nipponica e il Giappone si aspettava di essere riconosciuto come prima potenza asiatica al pari delle nazioni occidentali. Non avvenne però così.
Infatti proprio le potenze europee compresero che il colpo definitivo assestato dal Giappone alla dinastia Qing consentiva di fatto il predominio sulla esausta Cina. Intervenendo sul territorio della quale avrebbero impedito l’ulteriore espansione della nuova minacciosa potenza asiatica.
Russia, Francia e Germania si allearono tra loro con un patto, chiamato “Triplice Intervento”, per bloccare le mire imperialistiche giapponesi e sfruttare le ancora abbastanza floride ricchezze cinesi, soprattutto nella regione settentrionale della Manciuria.
Con un atto d’imperio obbligarono il Celeste Impero a consegnare loro i principali porti commerciali; la Russia occupò quasi immediatamente la penisola di Liaotung ed iniziò a fortificare la città di Port Arthur. Per le pressioni di tale Triplice, dunque, i nipponici furono costretti ad abbandonare i territori cinesi continentali faticosamente conquistati. L’orgoglio giapponese ne risentì pesantemente, per cui vennero gettate le premesse per il futuro conflitto russo-giapponese.
Ecco che rimane evidenziata la funzione di antefatto che la cosiddetta Prima guerra cino-giapponese costituì rispetto all’imminente scontro fra gli imperi dello Zar e del Sol Levante.
La Cina da parte sua capì l’antifona: era l’ora di modernizzarsi se voleva salvare un minimo di indipendenza e di sovranità. E passiamo al nostro argomento. La cessione della penisola di Liaotung, per la cui conquista migliaia di soldati giapponesi si erano inutilmente immolati, amareggiò profondamente l’opinione pubblica nipponica. Ancor più la colpì la politica di strisciante inserimento svolta dall’impero zarista che ottenne, in quegli anni, dalla stremata Cina, il passaggio attraverso la Manciuria cinese della ferrovia Transiberiana che collegava Mosca a Vladivostock, la grande piazzaforte marittima russa sul Pacifico (ferrovia lunga ben 9.280 km).
Subito dopo, la Russia, proprio giustificandosi col dover costruire il tratto manciuriano della linea e di doverlo rendere sicuro, occupò militarmente la regione e si fece cedere in affitto, a lunga scadenza, Port Arthur e Talien-van, da cui i giapponesi erano stati allontanati dopo Shimonoseki.
La pressione russa era adesso pesante e continua e minacciava di estendere la propria influenza sulla intera penisola coreana.
Peraltro la prima guerra cino-giapponese aveva causato un fondamentale riorientamento della politica estera russa dall’Europa verso l’Asia. Il governo zarista comprendeva che il Giappone ora costituiva una minaccia importante per la sua frontiera siberiana, la quale si manifestava come debolmente difesa. Vennero pertanto accelerati i piani per “colonizzare” l’intera Manciuria e per prima mossa – come già sopra accennato – si decise di prolungare la Transiberiana fino a Port Arthur (il progetto segreto ne prevedeva addirittura il proseguimento fino a Pechino!).
Quando i Boxer nel 1900 fecero scoppiare la rivolta xenofoba e danneggiarono gravemente la citata linea ferroviaria, i russi colsero l’occasione: inviarono ben 100.000 soldati e occuparono l’intera Manciuria.
Il governo giapponese non potè interpretare tale mossa che in un solo modo: la Russia intendeva stabilirsi in Manciuria, anzi avrebbe tentato di espandersi ancora più a sud.
Il Giappone quindi si sentì attanagliare alla gola: non poteva più consentire che la morsa russa lo soffocasse. All’interno esplodevano forti movimenti nazionalistici popolari; i circoli militari soffiavano sul fuoco del patriottismo, sicché i contrasti con l’espansionismo zarista raggiunsero rapidamente il loro acme.
Il governo nipponico si mosse politicamente bene, da una parte iniziando tutta una serie di trattative con la Russia, dall’altra con azioni tendenti ad accaparrarsi le simpatie cinesi o quanto meno a procurarsi la neutralità del Celeste Impero sulla questione in corso. Infine strinse nel 1902 un importante trattato d’alleanza con la Gran Bretagna, quale contrappeso all’alleanza antinipponica corrente fra Russia, Francia e Germania.
Le premesse diplomatiche vi erano tutte; ora necessitava rinforzare le armate di terra e di mare. Venne sviluppato un intenso programma di potenziamento militare. Fu acquistata direttamente dai cantieri inglesi Armstrong la corazzata ammiraglia della flotta d’alto mare, la “Mikasa”; mentre dall’Italia si ritiravano i velocissimi incrociatori “Nisshin” e “Kasuga”.
Equipaggi misti anglo-giapponesi e italo-giapponesi condussero le navi verso il Giappone e già il viaggio fu sfruttato per l’addestramento dei marinai nipponici, soprattutto quelli addetti alle radiocomunicazioni e alle artiglierie di bordo (con continue manovre di fuoco notturno).
Chi scrive ha potuto vedere di persona, anni fa, il diploma e la medaglia-ricordo che il padre di uno zio della propria moglie aveva ricevuto per riconoscenza dalla marina del Tenno, avendo fatto parte dell’equipaggio che aveva condotto uno dei sopra menzionati incrociatori dai cantieri Ansaldo di Sestri Ponente (Genova) in Giappone.
Ricordiamo che entrambi gli incrociatori di costruzione italiana sopra citati si coprirono di gloria sia nella Battaglia del Mar Giallo che in quella finale di Tsushima.
Inoltre i cantieri del Sol Levante provvedevano alla costruzione del naviglio sottile, specialmente delle micidiali torpediniere veloci, mentre le industrie d’armamento sfornavano a getto continuo cannoni, proiettili, spolette, oltre agli strumenti ottici ed elettrici necessari al riallestimento delle navi e al potenziamento delle armate terrestri.
Se da un lato dobbiamo ammirare la spinta di modernità che il Giappone stava imprimendo alle proprie strutture militari, esaltando lo slancio vitale di un popolo che al tempo stesso era antichissimo e giovanissimo (secondo la brillante definizione di uno storico contemporaneo), dall’altro non possiamo che evidenziare l’imprevidenza e la miopia dell’impero zarista che ignorò totalmente le necessità di sbocco della pentola a pressione nipponica e i conseguenti pericoli di guerra. Ormai non era possibile arrestare il naturale sopravvenire del conflitto; stava per divampare l’incendio che avrebbe portato il Giappone definitivamente fuori dal medioevo e che avrebbe stabilito per il futuro la supremazia del Sol Levante in Estremo Oriente.
Con le vittorie di Port Arthur e di Mukden (terra) e di Tsushima (mare), come vedremo il Giappone salirà al rango di grande potenza mondiale.
 


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