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Le guerre anglo-boere
di Alberto Caminiti
Capitolo 1
Storia dei Boeri
Introduzione
Immaginate per un momento che il Lussemburgo dichiari guerra agli Stati
Uniti d’America, ossia al Paese militarmente più forte del pianeta; e che poi la
sua piccola armata tenga in scacco per oltre tre anni l’esercito USA.
Vi pare possibile?
Eppure qualcosa di simile è avvenuto sul finire del secolo XIX; parliamo dei due
conflitti anglo-boeri svoltisi nell’Africa australe, nonché dell’eroica
resistenza che i Boeri seppero opporre alle sterminate forze dell’Impero
britannico.
Ma chi erano i Boeri? Come mai una popolazione bianca si trovava in quelle terre
africane immense e desolate?
Per rispondere a tali domande e al fine di poterci inserire nel vivo del nostro
racconto, dobbiamo fare però – prima – un bel passo indietro nel tempo.
Storia del popolo boero
Senza proprio partire dalla preistoria, ricordiamo che gli indigeni autoctoni
del Sudafrica vivevano appunto lì da sempre ed erano di stirpe cosiddetta
Koi-san.
Questo popolo era un amalgama di tribù le cui principali aggregazioni erano
costituite dai cacciatori-raccoglitori San, dai Koi-koi (pastori) nonché da una
miriade di etnie, come i Xhosa, i Cafri, i Bantù e soprattutto come gli Zulù,
una vera razza guerriera insediata nello Zululand (Alto Natal). Incontreremo
quest’ultima tribù molto spesso, in quanto per secoli si scontrò militarmente
sia con gli Inglesi che, come vedremo, anche con i Boeri. Tutti i discendenti
delle etnie sopra indicate popolano ancora oggi il Sudafrica fino ai territori
desertici del Kalahari.
Sinora abbiamo conosciuto solo i popoli neri; i bianchi spuntano agli inizi del
XV secolo, sotto la spinta dei grandi navigatori, di coloro che aprivano le
grandi vie del mare, spianavano – per così dire – gli oceani e, nel caso
particolare, dell’Africa, giunsero a circumnavigarla e a ricercare più veloci
rotte verso l’Oriente.
Furono quindi i portoghesi con Bartolomeo Diaz che nel 1486 passarono
dall’Atlantico all’Oceano Indiano, doppiando il Capo di Buona Speranza alla
ricerca – per il loro Re – di nuove rotte e di luoghi ricchi di giacimenti d’oro
da sfruttare.
Sempre i portoghesi, oltre un decennio dopo, nel 1497 si portarono in zona con
Vasco de Gama che, dopo aver doppiato il solito Capo di Buona Speranza,
raggiunse le coste del Natal, appunto il giorno di Natale.
Egli aveva ricevuto da Re Emanuele del Portogallo (Manoel I) l’incarico di
condurre una spedizione navale verso le Indie per aprire nuove vie commerciali
con Persia e Cina, paesi ricchi di merci pregiate, i cui traffici con l’Europa
assicuravano alti guadagni.
In pratica Manoel I si proponeva il raggiungimento del monopolio commerciale
nell’Oceano Indiano, un traguardo perseguito senza riguardi nei confronti delle
popolazioni indigene, che in alcuni luoghi vennero addirittura decimate.
Vasco de Gama, con un ricco carico di merci da scambiare, fece sosta alla foce
dello Zambesi, poi risalì lungo la costa del Mozambico fino a Mombasa (oggi nel
Kenya). Era allora una zona in mano ai mercanti arabi che non videro ovviamente
di buon occhio l’arrivo dei Lusitani. Vasco de Gama, imbarcati piloti indigeni,
però fece il grande salto e il 20 maggio 1498 raggiunse Calicut, importante
centro mercantile del continente indiano.
Passarono i secoli e dopo i grandi navigatori venne l’ora dei più smaliziati
commercianti inglesi e olandesi, che cercando basi d’appoggio per i loro
traffici verso l’Oriente, ovviamente misero gli occhi su porti, insenature e
rade utili per il riparo delle navi, ricchi d’acqua dolce per il rifornimento di
bordo e – possibilmente – abitati da popolazioni indigene miti.
Table-Bay (oggi Città del Capo) che doveva il suo nome all’alto tavoliere che la
sovrastava, aveva tutte le necessarie caratteristiche per diventare il più
importante scalo verso l’Oriente. Fu così che il 6 aprile 1652 una spedizione
olandese guidata da Jan van Riebeeck vi si insediò per conto della “VOC”.
Era questa una Compagnia mercantile olandese che intendeva sfruttare le rotte
commerciali orientali; l’esatta denominazione era “Vereenidge Oostindische
Companie”, ossia la Compagnia delle Indie Orientali.
I coloni bianchi però erano pochi, mentre per l’ingente mole di manovalanza
necessaria al carico, scarico e trasporto delle merci occorreva una rilevante
quantità di manodopera. Si cominciò col reclutare gli indigeni sudafricani
Koi-koi, che per la loro atavica indolenza non erano portati ai frenetici tempi
voluti dagli europei. Erano pastori e cacciatori, non facchini da nave.
Fu così che gli Olandesi si rivolsero al grande serbatoio di risorse umane
(forzate) d’allora: la schiavitù. Vennero importati in breve tempo schiavi da
India, Indonesia, Malesia e Madagascar; i loro discendenti contribuiranno a
formare il gruppo etnico sudafricano dei “Coloureds”.
Le attività della “VOC”, monopolista per oltre 150 anni, continuarono a
espandersi notevolmente, stante il grande senso commerciale dei bravi mercanti
dei Paesi Bassi, la loro alacrità lavorativa e la capacità di adattarsi al clima
australe.
Crebbe di conseguenza la necessità di manodopera che oggi definiremmo
“qualificata”, per cui la Compagnia invogliò i contadini olandesi meno abbienti
a cercare fortuna nel territorio di Città del Capo. I Boeri (Voor, appunto, in
lingua olandese significa “contadini”) arrivarono in gran numero, e cominciarono
a espandersi oltre il capoluogo, lungo il fiume Liesback.
C’era una clausola particolare nel contratto della “VOC” (inserita già nel 1657)
che allettava molto i dipendenti. Dopo un certo periodo di tempo essi potevano
sciogliere i loro impegni di contratto, chiedendo di passare alla categoria di
“free burgers” (liberi agricoltori).
Ciò in quanto il continuo afflusso di coloni richiedeva una sempre maggiore
quantità di cereali vari, grano, verdure, ortaggi e frutta; senza contare la
necessità di rifornire di viveri freschi le navi che ingrossavano la flotta di
velieri che faceva base a Cape Town nei viaggi da e per l’Oriente.
E il richiamo della terra era irresistibile per degli agricoltori nati, come gli
olandesi.
Con l’aumento degli immigrati, poi, e per via della maggiore quantità di
prodotti della terra necessari sul mercato, crebbe il bisogno di nuove terre da
mettere a coltura; il che portò a una continua espansione territoriale della
colonia del Capo, con conseguenti scontri con gli indigeni ai quali veniva
portata via la terra.
In questi primi scontri con i più vicini ottentotti e boscìmani, si affinò lo
spirito bellicoso dei Boeri che li rese nel tempo quei magnifici combattenti che
vedremo scontrarsi con gli Inglesi, compiendo veri prodigi di valore.
E saranno proprio i Boeri i principali personaggi della nostra storia. Ad essi
nel 1688 si unirono gruppi di Ugonotti francesi in fuga dalle persecuzioni
religiose. Erano questi, come tutti sanno, i protestanti francesi seguaci di
Calvino, che si batterono strenuamente contro il partito dei Guisa.
Si sa che qualsiasi conflitto religioso difficilmente è sanabile, per cui
malgrado ogni tentativo di conciliazione, si giunse prima alla famigerata Notte
di San Bartolomeo (1572) durante la quale in tutta la Francia gli Ugonotti
vennero massacrati e – dopo alterne vicende e una lunga guerra civile – si
pervenne all’Editto di Nantes (1629) con cui gli Ugonotti rimasero senza nessuna
“place de sureté” (luoghi fuori della giurisdizione reale); in pratica erano in
pericolo di vita.
Per salvarsi presero le strade dell’emigrazione; un folto gruppo partì per il
Sudafrica.
Le fonti storiche sono molto discordi circa il numero; si va da 200 a 800
persone. Appare verosimile questa seconda cifra, in quanto con duecento dovevano
intendersi i capi-famiglia (come allora era in uso), oppure i rifugiati
religiosi del solo primo arrivo.
Infatti la progenie di “stirpe ugonotta” risulta talmente numerosa nel giro di
qualche generazione, che non poteva esser frutto di un gruppo poco consistente.
Abbiamo volutamente ricordato la componente religiosa calvinista, in quanto –
nel tempo – essa costituì una delle caratteristiche dei Boeri: rigidità di
principi, organizzazione politico-militare, rifiuto di leggi dettate da autorità
non elette da loro e ferrea disciplina nelle comunità.
Per tali caratteristiche, in cui la teocrazia si allea a una embrionale
democrazia, il calvinismo diffondendosi in Europa, si trovò in contrasto coi
governi assoluti e venne perseguitato. Lo stesso, vedremo, avvenne per i
discendenti boeri in Sudafrica.
Alla fine del XVIII secolo i coloni bianchi possedevano la maggior parte delle
terre della regione intorno a Città del Capo (da loro fondata e sempre più
ingrandita), e avevano fatto di questo capoluogo un porto di primaria importanza
e la meta obbligata per le navi che trafficavano con l’Oriente ed era
considerata la principale stazione intermedia nei lunghi viaggi a vela,
effettuati per gli scambi di merci fra l’Europa e le Indie orientali.
I Boeri intanto continuavano a chiamare i loro parenti in patria e li invitavano
a emigrare in Sudafrica. Tutto questo affluire di europei in cerca di pace
religiosa e di benessere personale, ingrossò nel tempo le file dei coloni, che –
ed ecco la parte più interessante – iniziarono ad avere una propria lingua e
cultura, dette “afrikaans”.
È questa una lingua derivata principalmente dalle parlate regionali olandesi del
XVII e XVIII secolo, integrate da vocaboli prestati sia dall’inglese che,
soprattutto, dai dialetti locali africani. Peraltro questa parte indigena del
lessico era necessaria per la denominazione di animali, piante, e situazioni
africane, che non avevano corrispondenza nell’idioma dei Paesi Bassi.
E “Afrikaners” si autodenominarono i Boeri e anche oggi così vengono nominati i
discendenti dei coloni olandesi della “VOC” e dei calvinisti di Francia.
Comunque, fra loro, i Boeri si chiamavano “burghers”, cioè col semplice termine
di “cittadini”. Ai due grossi ceppi si aggregarono emigranti di altre etnie,
ovviamente di minoranza, fra cui troviamo belgi, scozzesi, tedeschi e perfino un
pugno di piemontesi, pur essi di professione calvinista.
A tale proposito anticipiamo una precisazione. Quando scoppiò la seconda guerra
fra Boeri e Inglesi (1899-1902) era ormai all’apice lo scontro fra il
colonialismo britannico e l’imperialismo tedesco “guglielmino”.
Per aizzare l’opinione pubblica contro i Boeri, il Governo inglese fece
intendere che i Boeri fossero tedeschi; la componente germanica era invece –
come abbiamo visto – minima, e alla confusione che fu fatta forse contribuì la
parlata gutturale olandese (e afrikaans), molto distante dal più scorrevole
idioma shakespeariano.
Quanto sopra a dimostrazione che Goebbels (il grande comunicatore nazista) non
scoprì nulla di nuovo quando combatté le sue battaglie propagandistiche a favore
della potenza hitleriana contro “la bieca Albione”, mentre la Germania era in
guerra con mezzo mondo!
Sin dalle origini della Colonia sudafricana si manifestano talune tipiche
caratteristiche degli afrikaaners, così come hanno brillantemente evidenziato
alcuni storici (i professori Filesi e Gentili). Anzitutto in loro era innata una
componente di intolleranza verso ogni autorità centrale, retaggio – nei geni –
dello spirito d’avventura che aveva portato in Africa i loro progenitori.
Ciò condurrà allo scontro con l’Amministrazione inglese quando questa subentrerà
alla “VOC”, ma già prima aveva creato frizione con i funzionari della citata
Compagnia, avidi spesso di rapidi guadagni da trasferire in patria.
Con un’ulteriore conseguenza: talora per non assoggettarsi alle disposizioni
della “VOC”, preferivano partire con carri e famiglia verso una nuova terra, pur
consci di doversi scontrare con ottentotti e boscìmani che risiedevano lungo le
piste che portavano all’interno.
C’era quindi questa componente irrequieta e intraprendente; e tale linea di
tendenza (penetrazione all’interno) portò a ripetuti conflitti fra
coloni-migranti e guerrieri locali; è il periodo – a partire dal 1780 – delle
cosiddette “guerre cafre”, ossia con i Cafri.
Si agitava poi, nello spirito di un altro folto gruppo di Boeri, una seconda
tendenza che è stata definita “sedentaria” ma che però non è in contrasto con la
componente sopra descritta avventurosa (di movimento), ma ne rappresenta il
naturale contraltare e il logico completamento.
Questi coloni intendevano fare del Sudafrica il loro nuovo Paese, rendere più
feconde le attività economiche, artigianali o commerciali intraprese. Non
ripudiavano la Patria d’origine (fosse l’Olanda o la Francia), non disprezzavano
le radici, ma avevano chiuso col passato.
Ora si sentivano africani, bianchi – se volete – ma ormai africani. Con
l’appoggio della manodopera di schiavi formeranno l’ossatura stabile della
Colonia e daranno floridezza e grandezza al Sudafrica. Rappresenteranno sempre
lo zoccolo duro dell’etnia degli afrikaaners.
Proseguendo nella nostra storia, troviamo subito dopo i primi tentativi di
colonizzazione britannica. Essi furono legati alle guerre napoleoniche (1795) e
alla guerra anglo-olandese del 1797, ma chiaramente il motivo delle due piccole
invasioni non fu militare, bensì meramente commerciale.
Una grande potenza imperiale come la Gran Bretagna non poteva ignorare
l’importanza strategica di un porto come Cape Town, né lasciarlo in mano altrui.
Purtroppo l’Olanda aveva fatto la scelta sbagliata, alleandosi con la Francia
napoleonica e ne pagò alla fine le conseguenze nei confronti della vittoriosa
Gran Bretagna.
La prima occupazione inglese volle essere più simbolica, come si dice “di
bandiera”, che effettiva.
Una squadra di nove velieri britannici entrò in rada il 16 settembre 1795 e
sbarcò un contingente di soldati che ebbe la meglio sugli impreparati coloni
boeri, che opposero solo una minima resistenza. La conquista territoriale e il
dispiegamento dell’Union Jack (il vessillo inglese) costituì comunque la base
giuridica su cui la Gran Bretagna impose il suo dominio su quel possedimento.
La Corona inglese insediò un Governatore e un presidio, e gli afrikaaners
riconobbero il nuovo potere costituitosi, assicurandosi però che anche gli
Inglesi rispettassero i loro diritti acquisiti. Peraltro “la resa” consentiva il
mantenimento delle buone condizioni di mercato, marittime e terriere, per cui
era interesse di tutti continuare a godere della prosperità della Colonia.
Ovviamente la “VOC” liquidò i propri affari e i funzionari della Compagnia
rimpatriarono in Olanda.
Una seconda spedizione si ripeté nel 1797 al solo scopo della “conferma del
possesso”.
Dal 1806 gli Inglesi occuparono concretamente quel lembo del Sudafrica,
sollecitando coloni e operai britannici a emigrare nel Sudafrica, garantendo
loro privilegi economici e fondiari. Il nuovo Governatore Lord Salisbury iniziò
a questo punto un serrato processo di anglicizzazione in tutti i settori.
Secondo i testi di storia sembra che in quell’anno, sulla base di un sommario
censimento, la popolazione della Colonia del Capo fosse costituita da:
– 26.000 coloni bianchi;
– 20.000 neri ottentotti ecc.;
– 30.000 schiavi di varie stirpi.
Nel 1814 la Corona inglese acquisì ufficialmente la “Colonia del Capo” (così la
denominò) e il flusso dei coloni inglesi divenne man mano più intenso,
soprattutto dal 1820 in poi. Risulta che nel solo anno 1820 ne arrivarono ben
5.000!
Fu la valvola di sfogo per il proletariato inglese senza occupazione e futuro in
patria. L’Amministrazione britannica volle sottolineare la nuova impronta data
alla colonia, con due decisioni che – storicamente – furono alla base delle
successive guerre anglo-boere:
– 1820: la lingua inglese diventa l’unica ufficiale (in documenti e scuole)
della colonia;
– 1834: viene dichiarata ufficialmente abrogata la schiavitù (mossa duplice: si
rendeva necessaria un’altra ondata di sottoproletariato britannico per i lavori
più manuali; si creava una distinzione con l’antica cultura schiavista boera).
Se si voleva creare un divario con gli Afrikaners, aprire un vallo fra le due
etnie di coloni, non si sarebbe potuto scegliere intervento migliore.
Iniziò per i Boeri una difficile convivenza con i nuovi arrivati inglesi; ma – a
parere di chi scrive – quel che è peggio si formò una competizione fra le due
componenti sociali, aggravata sia dalle facilitazioni fiscali stabilite a favore
dei coloni britannici, sia dalla diversa religione.
Il primo elemento – la competizione – riportava le fazioni al clima di tensione
che aveva scosso l’Europa nei secoli precedenti, quando etnie diverse entravano
in conflitto per la stessa terra e per le medesime risorse.
Il secondo – il conflitto religioso – come sempre in questi casi quando la
rivalità è d’ordine confessionale, inasprì il contrasto e alterò profondamente
il sistema di vita boero, che poggiava su un rigoroso codice religioso
d’osservanza puritana.
Le due culture presero a contrapporsi sempre più drammaticamente e i riflessi di
queste divergenze hanno senza dubbio influito sulla storia di quel grande Paese
che ora è il Sudafrica.
Si andava definendo ormai completamente il grande scontro fra le citate culture:
quella inglese più liberale nei confronti dei nativi (forse anche al fine di
prevenire rivolte), e quella dei Boeri affetti da settarismo religioso e
induriti dalle lotte continue per conquistare nuovi spazi.
Si anticipa che purtroppo si giunse alla guerra, ma prima accadde un avvenimento
che influenzò profondamente i rapporti fra le due etnie: il “Grande Trek” (Great
Trek) che tanto avrebbe influito sulla storia dei Boeri e dell’odierno
Sudafrica.
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