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Incantevoli stronze
Amori, sesso e intrighi raccontati da uomini
a cura di Armando d'Amaro
dal libro
Marco Bonini
Il furgoncino del gelataio
Parte
prima
Mi considerano un bravo ragazzo; gentile, educato, mai una parola di troppo.
Faccio sport, non fumo e spendo i miei soldi per lo più in libri e dischi. Nel
cortile della scuola mi riconoscereste subito; sono quello che arriva in Vespa
con un sacchetto di Disco Club attaccato al gancio sotto il manubrio: lo uso da
tempo al posto della cartella. Sorrido di rado, ma passo per uno spiritoso; il
mio diario Linus (quest’anno edizione ’74/’75) gira sempre tra i banchi; adatto
le strisce a professori e compagni con discreto successo. Studio quel che basta
ad avere tutte le sufficienze e un sette nelle materie che preferisco; potrei
scrivere un trattato sull’importanza del tempo libero.
Essendo alto, sto sempre all’ultimo banco con la sedia appoggiata al muro. Vado
volentieri alla lavagna quando ci sono da fare schemi o cartine, l’attività che
preferisco subito dopo le due ore settimanali di disegno. Cerco di andare
d’accordo con tutti e, a parte una squadra di calcio, non odio niente e nessuno.
Eppure stamattina, mentre salgo le scale per andare in classe, avverto uno
strano senso di tensione. Potrei distrarmi buttando giù la classifica dei venti
LP più belli dell’anno scorso, ma non ci riesco. Quando entro in aula e vedo
molti chini sui libri capisco immediatamente e, ricordando, sento una fitta allo
stomaco; oggi, alla quarta ora, c’è da affrontare un’altra volta la nuova
professoressa di scienze...
L’abbiamo soprannominata la Gallona perché sembra una gallina con le
dimensioni di un gallo; sessant’anni circa, capelli corti tinti di nero
antracite, rossetto marcato; indossa sempre tailleurs con un grosso spillone al
petto. Per lei, dopo anni d’insegnamento alle medie, è la prima esperienza al
liceo; ormai non ci sperava più. Guida una Dyane verde pisello che, ogni volta
che vi sale sopra, si abbassa di svariati centimetri; molti compagni, passandoci
vicino, fanno tintinnare le chiavi in tasca e non è difficile capire perché. Sin
dalla prima lezione ha chiarito a tutti che non si parla, non ci si muove e non
ci si distrae per nessuna ragione al mondo; ad ogni infrazione le sanzioni
sarebbero severissime: note sul registro, interrogazioni puntigliose, voti
irrimediabili.
Mi siedo al banco e controllo subito se è arrivato William (pronuncia:
villiam) Pugnaghi, un nuovo compagno proveniente da Modena; dovrebbe avermi
portato qualcosa cui tengo molto. Incontro il suo sguardo; lui mi fa un cenno
d’assenso e, roteando l’indice, rimanda la questione all’intervallo.
Sabato scorso, vedendolo ancora spaesato, mi ero fermato a scambiare due
chiacchiere con lui: “Allora Villiam, come ti trovi qui a Genova?” gli
chiesi offrendogli una Sanagola.
“Insommmma” rispose (proprio con quattro emme...). E poi: “Grasssie” (proprio
con tre esse...).
La sua cadenza emiliana mi era familiare e glielo dissi: “Sai che anche i miei
sono emiliani? Il vostro accento, che tanti non sopportano, a me mette sempre
allegria...”.
Sembrava contento, poi si rabbuiò: “La professoressa di siense l’altra
settimana non mi è sembrato la pensasse come te. Credeva la pigliassi in giro
durante l’interrogassione parlandole di soologìa e mi ha rifilato
un tre”.
“Ma quella è una carogna!” notai, alzando le spalle.
“Dì pure che è una stronssa” precisò lui, seguendo con la coda degli
occhi una dell’ultimo anno.
Annuii convinto e cambiai discorso: “Senti musica?”.
“Sì, ogni tanto”.
“Che cosa?”.
“Per lo più Elton John e Cat Stevens. E tu?”.
Mascherai la delusione e sparai quattro nomi che ero sicuro non conoscesse;
notato con una certa soddisfazione il suo smarrimento, decisi pietosamente di
andargli in soccorso: “...e poi Lou Reed e David Bowie”.
Il suo viso s’illuminò: “Quelli mi sembra di conoscerli...”.
Quel sembra mi fece istantaneamente passare ad altro: “E le tue letture?”
chiesi.
“Più che altro fumetti: Marvel, Supereroica, Diabolik... e poi Quattroruote:
leggo quello di mio padre, mi piacciono le macchine...”.
Lo interruppi perché mi venne un’intuizione: “Ma tu le hai ancora le macchinine
di quando eri piccolo?”. Stavo parlando di cinque anni fa come fossero secoli
prima.
“Sì, devono essere in uno scatolone nella cantina della casa di Modena; ne avevo
un sacco, soprattutto Ferrari...”.
E ti pareva... Nonostante ciò, ebbi un piccolo sussulto interno perché
colleziono da tempo automobiline prodotte da due marche inglesi; immagino che
continuerò a cercarle per chissà quanti anni (pare ci sia qualcuno che lo fa
ancora a cinquant’anni, mi sembra incredibile...).
Da precisino quale sono gli chiesi: “Hai per caso anche la Corgi Toys n. 474, il
Ford Thames Musical Wall’s Ice Cream van?”.
Strabuzzò gli occhi: “Non ho mica capito di che parli...”.
Tradussi: “Quel furgoncino del gelataio Wall con il carillon incorporato che
faceva i chills, i suoni, come quello vero, ti ricordi?”.
Fece di sì con la testa: “Sorbole, me l’avevano regalato a un compleanno,
ma non l’ho mai usato. Roba che andava bene per le ragasssine, a me
piacevano solo le auto da corsa con il numero sopra...”.
E meno male, pensai tra me. “Senti, m’interesserebbe... Lo cerco da tanto
perché ho il n. 447, il Ford Thames versione senza musica, e vorrei metterli
vicini nella vetrinetta di camera mia...”. Sospirai velocemente con una certa
indifferenza e aggiunsi: “Potrei darti in cambio gli LP Don’t shoot me di
Elton John e Tea for the Tillerman di Cat Stevens; sono come nuovi, senza
una riga, non li sento quasi mai...”.
Non gli sembrava vero: “Vacca se ci sto... questo pomeriggio torno a Modena coi
miei per prendere dell’altra roba e lunedì te lo porto...”.
Oggi è il giorno della consegna. All’intervallo prendo i due LP dal mio
sacchetto (nella cartella non ci sarebbero mai stati...) e vado da William. Lui
tira fuori la macchinina, fasciata nella carta, e me la passa guardandosi
intorno con fare furtivo. Poi si allontana. Io torno al mio banco e non mi
vergogno ad aprire il pacchetto davanti a tutti. Faccio un rapido controllo alle
condizioni del furgoncino: prima le molle, poi la scorrevolezza delle ruote,
infine la manovella che fa uscire il suono del carillon... Tlin! Tlin!
Tlitlin! Perfetto! Lo rifascio e lo metto sotto il banco. Non vedo l’ora di
tornare a casa e metterlo nella vetrinetta.
Alla quarta ora entra in classe la Gallona e la classe ammutolisce. Un gesto
sbagliato potrebbe costare caro. Apre il registro e, per puro sadismo, sale e
scende con l’indice lungo la lista di nomi almeno tre volte prima di chiamare le
due vittime da immolare. Mentre interroga rivolge lunghe e continue occhiate
alla classe.
A un certo punto sbotta, dando come sempre del lei: “Pittaluga, lei sta
mangiando! Che cosa sono? Biscotti? Crede di essere al bar di piazza Manin? Le
metto un tre sul registro...”. E poi, con un sogghigno: “Comunque, se prende
nove alla prossima interrogazione, rimedia...”.
Due compagne della terza fila, pensando di non essere viste, fanno una smorfia.
“E a voi due laggiù...” continua la Gallona, gonfiando, se possibile, ancora di
più il petto, “una bella nota sul registro, così imparate a fare commenti...”.
Mentre assisto a questa ennesima sceneggiata, senza rendermene conto muovo
nervosamente su e giù il ginocchio destro. Una spinta in alto un po’ più forte
mi fa sbattere contro la base del banco. Mi sento raggelare. Nel silenzio della
classe si espande un suono delicato: Tlin! Tlin! Tlitlin!
La professoressa si alza dalla cattedra e viene verso di me, proprio come un
gallo infuriato; si china e afferra la mia macchinina; mi guarda negli occhi e
sputacchiandomi in faccia, urla: “Un tre anche a lei! E questa... gliela
confisco!”. E se la mette nella tasca destra del suo tailleur, oggi di un verde
pisello proprio come la sua Dyane.
Parte
seconda
Mi considerano una professoressa antiquata, fuori dal tempo e incapace
d’insegnare in un liceo. Tutta invidia. I colleghi non sanno tenere a bada quel
gruppo di fannulloni buoni a nulla. So che mi chiamano la Gallona, ma io
conosco bene i miei pollastri... Oggi, per esempio, nella quarta ho rifilato un
paio di tre senza bisogno di interrogazioni. A quello alto dell’ultima fila ho
anche sequestrato un’automobilina; l’ho ancora in tasca. Sono proprio dei
bambini. E l’anno prossimo dovrebbero essere dichiarati maturi... Ma dove?
Bestie...
Mentre guido noto che oggi sono vestita in tinta con l’auto; che eleganza! Non
voglio pensare alle due nuove righe che ho trovato sulla fiancata; un’inezia...
Se scopro invece quello che mi ha tagliato la capote, lo faccio espellere da
tutte le scuole dello Stato. Tanto non m’importa; loro non sanno che è un’auto
da battaglia, che in garage ho anche una BMW 1600 Touring bordeaux nuova di
zecca e una Mercedes 280 oro metallizzato ereditata dal mio defunto marito.
Branco di animali! E dire che non lavoro per necessità, potrei tranquillamente
farne a meno... ma godo troppo nel vederli muti e tremebondi; mi danno la
carica. Una mezza giornata a incutere paura è quello che ci vuole. Questo
pomeriggio, se il sole tiene, farò un po’ di giardinaggio, o meglio un controllo
su quello che ha fatto il giardiniere: anche a lui devo sempre dire il fatto
suo; altrimenti, dopo un riposino, mi comprerò il “Corriere Mercantile” e
controllerò in ultima pagina se c’è qualche bel film del terrore da andare a
vedere; mi piace vedere l’espressione delle vittime prima di essere uccise... Mi
ricordano quelle di certi miei alunni quando do i compiti delle vacanze...
Arrivata davanti al cancello di casa, do tre rapidi colpi di clacson; aspetto
che Sania, l’inserviente indiana, venga ad aprirmi. Come al solito ci mette
un’ora! Quando avrò parcheggiato mi sente...
Percorro il viale di ghiaia godendomi beata la vista del mio lussureggiante
eremo: una villa monofamiliare immersa nel verde, a un passo dal centro e con
una meravigliosa vista sulla città. Scesa dall’auto passo dalla porta-finestra
direttamente in sala da pranzo. Noto che la tavola è apparecchiata e ogni cosa è
in ordine: la mia sfuriata di ieri evidentemente è servita a qualcosa.
Mentre vado a lavarmi le mani, incontro Sania che sta per uscire. “Domattina
puntuale alle sette e mezzo!” le ricordo.
“Sì signora, in cucina è tutto pronto”. E poi, da più lontano: “Arrivederci
signora”.
Strana ’sta ragazza, penso; non sorride mai. Entro nel bagno ma non accendo la
luce per risparmiare. Mi guardo allo specchio nella penombra: forse dovrei
andare dal parrucchiere. Inarco il sopracciglio destro come faccio in classe
durante un’interrogazione quando tarda ad arrivare una risposta: l’effetto non è
male, agghiacciante al punto giusto.
Sento sbattere il portone d’ingresso. Finalmente sola! Io e Sania c’incrociamo e
basta perché non voglio nessun altro in casa quando ci sono io: è il mio regno,
il mio tempio, nel quale vivo e voglio vivere indisturbata... Mi piace il
silenzio...
Ehi, ma cosa è stato? Tendo le orecchie: mi sembra di aver sentito un rumore
provenire dalla sala da pranzo...
Scosto la porta: dallo spiraglio vedo un’ombra muoversi velocemente e poi
sparire. Dannazione! Vuoi vedere che ho lasciato aperta la porta-finestra della
sala? Riuscissi ad andare in camera a prendere una delle mie pistole, potrei far
fuori quel bastardo con un colpo solo... Ma lui probabilmente sa che ci sono;
deve aver già visto la tavola apparecchiata e la roba sul fuoco in cucina... Mi
starà cercando... Non mi resta nient’altro da fare che nascondermi!
Non devo chiudermi a chiave però, altrimenti capisce subito che oltre la porta
c’è qualcuno. Devo mimetizzarmi in qualche modo. Mi guardo intorno... Ho un gran
bel bagno, rifatto da poco, delle dimensioni di un miniappartamento. La vasca ad
altezza pavimento sembra una piscina. Nascondermi dietro la tenda della doccia,
nell’angolo là in fondo, non se ne parla: è troppo ovvio... Meglio il cesto
della biancheria sporca; fortuna che ne ho comprato uno enorme; per la gioia di
Sania ogni giorno lo riempio con lenzuola, asciugamani, tovaglie e quant’altro.
Perché ho anche la mania della pulizia, si capisce.
Mi ci ficco dentro con qualche difficoltà e mi ricopro coi panni... Ora non
rimane che aspettare e sperare che l’intruso, preso quello che vuole – tanto
sono assicurata! – se ne vada. Ma stare accucciata è veramente fastidioso, mi si
è già addormentato un polpaccio...
Chissà ora quel maledetto dov’è... Comincio ad avere caldo; mi fossi almeno
tolta la giacca quando sono arrivata! Anzi no, sarebbe stato peggio, un altro
indizio della mia presenza. Inizio a sudare. Non sento più niente, deve muoversi
come un gatto.
All’improvviso, sento un clic e si accende la luce del bagno. La vedo attraverso
le canne intrecciate. Trattengo il respiro... porca miseria, mi sta venendo un
crampo! Faccio inconsciamente un movimento e, nel silenzio del bagno, si espande
un suono delicato: Tlin! Tlin! Tlitlin!
Parte
terza
Non mi considerano niente perché non mi conoscono. Ho sempre agito in
incognito. Il mio segreto è non farmi mai riconoscere. E per mantenerlo a volte
arrivo a decisioni estreme. Sono anni che mi muovo nell’ombra e nessuno si è mai
accorto di me. Il mio modo d’agire è sempre legato al caso, mai alla
programmazione. Non faccio piani, non metto niente per iscritto. Mi pongo
all’opera solo quando circostanze casuali me ne danno l’opportunità. Quando
nessuno se l’aspetta. Come poco fa...
Dalle inferriate della cancellata che circondava la casa ho subito notato, dopo
il vialetto, il prato all’inglese su cui si affacciava una porta-finestra bianca
coi vetri a quadri. Mi sono sempre piaciuti, ho un certo gusto e prediligo le
cose belle; col mio secondo mestiere me le posso anche permettere.
Ho visto uscire dal portone principale una ragazza asiatica con la faccia
imbronciata. Ho colto anche un arrivederci signora. Ho collegato subito:
nessun allarme e una porta secondaria aperta...
Viaggio sempre leggero: con me porto sempre solo un arnese per le emergenze; gli
altri li trovo ingombranti e superflui. Scavalcare la cancellata di una casa
quasi isolata non è difficile, specie per chi, come me, si tiene allenato con la
palestra di roccia. Una corsa fino alla porta-finestra ed entro.
Noto la tavola apparecchiata per uno. Tutto torna. È facile evitare di essere
visti quando si ha a che fare con una sola persona: basta non trovarsi nella
stessa stanza contemporaneamente, o meglio sapere in quale l’altra si trova e
muoversi di conseguenza. In questo caso la cosa migliore sarebbe addirittura
stare su piani diversi, in quel caso potrei cercare quello che m’interessa con
tutta tranquillità.
Resto in silenzio per capire; la tavola imbandita e l’odore di risotto mi fanno
pensare che si trovi al piano di sotto. Ma potrebbe essere salita di sopra a
lavarsi o a cambiarsi.
Non sento nulla. La situazione si complica. Non è normale. Mi allungo verso la
cucina e constato che anche quella è vuota. C’è la pentola sul fuoco e nessuno
che giri il risotto... mi sembra quasi di sentire odore di bruciato... in tutti
e due i sensi, reale e metaforico.
Devo la mia lunga carriera proprio al mio fiuto. Non solo, anche al fatto che
individuo subito quando è il momento di passare al piano B. Che non è la fuga,
ma ben altro. È il piano che mi consente di proseguire indenne, senza nubi
all’orizzonte; di non lasciare tracce. Colui, anzi colei (è una signora...) che
aspetto deve avermi visto e ora sta nascondendosi da qualche parte. Potrebbe
anche essere scappata, ma da dove? Non posso correre rischi: devo sapere se è
ancora sotto questo tetto con me...
Mi muovo in silenzio al piano terra. Apro la prima porta: è buio. Accendo la
luce: è uno stanzino per le scope, non c’è nessuno. Chiudo la luce. Apro la
seconda porta. C’è una strana penombra, grazie a un oblò sulla parete in fondo.
Accendo la luce: è un bagno enorme. Vado lentamente verso la doccia e scosto la
tenda, ma anche lì non c’è nessuno.
Torno indietro. Nel silenzio del bagno erompe un suono delicato: Tlin! Tlin!
Tlitlin!
Tiro fuori il mio unico arnese, un coltello a serramanico che faccio scattare. È
il momento di usarlo.
Parte
quarta
Sono seduto, col mio sacchetto di Disco Club tra le gambe, davanti alla
porta del magistrato incaricato dell’indagine. Ho chiesto in casa come
rintracciarlo facendo il finto tonto. Ieri, quando ho letto nel giornale
l’articolo con i particolari del delitto, mi sono reso conto che dovevo
assolutamente parlargli. Certe cose vanno fatte.
La porta col vetro smerigliato si apre. Esce un avvocato col suo cliente; tutti
e due scuotono la testa. Vedo il pubblico ministero alla scrivania; sta
chiudendo un voluminoso fascicolo. Mi intrufolo.
“Mi scusi, sono qui per il delitto Laponderosa. Era la mia professoressa di
scienze...” dico con una certa ansia.
Lui alza gli occhi, nota la mia trepidazione e con gentilezza mi chiede: “Ma lei
quanti anni ha? È solo? Lo sa qualcuno che è venuto?”.
Cerca di prendere tempo, ma io mi faccio coraggio e glielo dico subito, finché
posso:
“Quando pensa che potrò riavere la mia macchinina?”.
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