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Inchiesta su Cristoforo
Colombo
Il dossier Bobadille
di Consuelo Varela | Isabel Aguirre
Prefazione
di Gabriella Airaldi
“Lì mi giudicano come
se fossi un Governatore della Sicilia...”.
Nel
febbraio del 1507, il Gran Capitano Gonzalo de Cordova, duca di Sessa, di
Terranova e di Santangelo, perse, per volere del suo re, il titolo di Vicerè di
Napoli. Quando ciò accadde, Colombo, che allora aveva già perduto il suo
vicereame, era morto quasi da un anno. L’Ammiraglio del mare Oceano, che aveva
scritto quelle profetiche parole all’ama del principe Juan sei anni prima
sulla nave che lo riportava in Spagna incatenato, non poteva certamente pensare
che sarebbe finito nella stessa collezione di delusi di cui avrebbe fatto parte
un uomo tanto diverso da lui, un hidalgo di antico e famoso lignaggio, un fedele
servitore della Corona, un potente membro dell’entourage fernandino. È pur vero
però che la liturgia del potere ha bisogno delle sue vittime. E per la storia,
che inscrive le vicende del Gran Capitano e dell’Ammiraglio del Mare Oceano sul
duplice binario della politica mediterranea e atlantica delle Corone unite di
Aragona e di Castiglia, l’analoga vicenda dei due “eroi” diventa soltanto uno
dei tanti simboli del modus operandi messo in atto dai Re Cattolici. Fernando e
Isabella, severamente impegnati nella razionalizzazione del sistema monarchico,
procedono infatti con inesorabile determinazione: puntano sul “sacrificio
rituale”, cacciando gli ebrei; cancellano definitivamente il regno moresco di
Granata; sacrificano la fanciulla Giovanna, fragile e inutile erede di Enrico IV
di Castiglia; e infine, last but not least, demoliscono senza pietà gli arditi
progetti di due personaggi del calibro di Gonzalo de Cordoba e di Cristoforo
Colombo, dissipando il contenuto delle loro operazioni in risultati ben diversi
dal progetto iniziale. O forse davvero, in tutti e due i casi, si è trattato
soltanto di un’invincibile diffidenza di fondo verso il genio?
Come Colombo anche Gonzalo aveva dovuto subire qualche indagine; anche a lui si
era chiesto di rendere conto delle spese; anche lui, infine, dopo tanti
successi, era stato privato della sua prestigiosa carica; anche lui sarebbe
morto lontano dalla Corte, nella solitudine di chi é dispiaciuto al potere ma
non ne capisce il perché.
Chi conosce la storia e i documenti di quel tempo lontano sa che, quando si
mette in moto un’inchiesta su qualcuno, di fatto già si è deciso come andrà
finire. Gli archivi sono pieni di queste presunte operazioni di “pulizia”, che
si susseguono con allucinante ripetitività, ed esiste una raffinata letteratura
storica che si occupa di “inquisizioni” e processi del passato e del presente.
Difficili da usare ai fini dell’accertamento di una possibile “verità” storica
(dato che manca la terzietà del potere giudiziario), queste testimonianze sono
però molto utili per conoscere il più generale contesto in cui i fatti
avvengono.
A grandi linee, il contenuto della “pesquisa” condotta da don Francisco de
Bobadilla nei confronti di don Cristóbal Colón era già noto grazie a ciò che ne
avevano tramandato autorevoli testimonianze. Ma il fascicolo, scoperto da Isabel
Aguirre nell’Archivio di Simancas e commentato da Consuelo Varela, nota studiosa
di Colombo, rappresenta comunque una pietra miliare nell’ambito degli studi su
un personaggio che, contrariamente a ciò che spesso si ritiene, è tutt’altro che
obsoleto, e sull’ambiente e l’età in cui è vissuto. Per questo è parso opportuno
presentare un’edizione italiana del libro sulla “pesquisa”, che ha visto la luce
nel 2006, anno del Cinquecentenario della morte del suo protagonista.
Alle analogie individuate nelle vicende di Gonzalo de Cordoba e di Cristoforo
Colombo può essere aggiunto qualche altro riscontro. Non ultimo quello che
rinvia al congelamento degli enormi crediti che i genovesi hanno con la Corona
spagnola, deciso da Filippo IV nel 1627, forse giustificato dal fatto che, a
quel tempo, si annunciavano tempi duri per l’Impero spagnolo. Ciò avrebbe
certamente avuto qualche ricaduta sul network genovese, che fino a quel momento,
come ha scritto Braudel, aveva dominato il mondo degli affari e della finanza.
La collaborazione dei genovesi con la Corona castigliana esisteva da secoli, era
stata importantissima per le due parti, dato che, per continuità, profondità e
varietà di impegno, aveva sempre superato la pur vivace attività di ogni altro
operatore economico. Non è un caso che, al tempo di Colombo, siano presenti a
Siviglia almeno 23 dei 28 “alberghi” genovesi. Senza venir meno al tradizionale
e stabile rapporto con l’Islam, da secoli la lobby genovese rappresenta, in
alternativa o assieme al capitale ebraico, un solido appoggio per la Corona,
sempre a corto di liquidità. Dopo la cacciata degli ebrei, il fenomeno si
sarebbe progressivamente consolidato, raggiungendo il suo apice nel cosiddetto
“secolo dei genovesi”, tra Cinque e Seicento. D’altra parte fin dall’età di
Colombo, i genovesi, prima attivi solo nel fornire capitali, tecnici e navi in
area iberica, impiantano aziende e fazendas nell’area americana di
colonizzazione spagnola, monopolizzando zucchero e caffè grazie al loro traffico
di schiavi. Nello stesso tempo ottengono privilegi e feudi nell’Italia
meridionale. Supporto militare ed economico nelle guerre europee a tutto
vantaggio dell’Impero spagnolo (ma non solo per quella parte), sono i soli,
grandi fruitori dell’oro e dell’argento americano. D’altra parte sono molti i
segnali che testimoniano l’appoggio che la lobby genovese fornisce a Colombo,
che mai, a quel tempo, avrebbe potuto agire come un solitario eroe in cerca di
fortuna. Là dove lo si incontra, nelle zone di frontiera portoghesi e spagnole,
si muovono da secoli le operazioni dei grandi clan, i loro tecnici, i loro
capitali e le loro maestranze.
Anche all’epoca di Colombo l’“entente cordiale” tra l’élite ligure e la Corona
castigliana é vivissima – lo dimostra l’operazione condotta sulle Canarie, coeva
a quella americana. In Spagna, i grandi nomi della “repubblica internazionale
del denaro” sanno come investire al meglio il loro denaro, hanno parenti e amici
legati alla Corona e imparentati con i potenti locali. Sanno calcolare con
attenzione i rischi, il primo dei quali però consiste proprio nell’eventuale
improvviso revirement del più stabile compare d’affari – in questo caso la
Corona. Il consolidamento dei crediti è solo un esempio di quello che può
succedere in una società in cui le élites sono abituate a vivere di consumi e di
guerra, come d’abitudine nella più antica tradizione europea. Tra la gente del
Comune genovese, però, l’acquisizione di nuovi spazi non significa quasi mai
conquista, piuttosto possibilità d’investimento. In effetti, per quanto riguarda
la relazione tra la Corona castigliana e i genovesi, la dinamica espansionistica
va letta con l’aiuto di una lente bifocale. Essa si configura, infatti, come un
progetto inteso a mantenere lo status quo delle élites – sia di quelle
castigliane che di quelle genovesi –, ma il comportamento delle seconde è assai
diverso, più elastico e adattabile, disponibile a variare le proprie alleanze a
seconda delle occasioni e a superare qualsiasi eventualità politica.
Nell’esercizio delle loro attività, i genovesi non fanno troppo caso neppure ai
brevi anni di signoria straniera nella madrepatria. Il dominio milanese e
francese dell’età colombiana sono signorie temporanee, utili solo a impedire
l’eventuale affermazione di un potere monocratico locale, fumo negli occhi per
un’élite politico-economica decisa a difendere la “libertà” di fare a modo suo.
Il modello dell’espansione genovese è l’esatto contrario di quello castigliano,
sicché, se le convergenze sono utili ad ambedue le parti, è inevitabile però che
spesso si arrivi allo scontro (salvo rinegoziare subito dopo nuovi patti).
Si dà il caso che, a fine Quattrocento, le due parti accettino una nuova sfida.
Ma riproporre il tema della frontiera, cercare altri spazi di operatività,
obbliga a ridisegnare i rapporti in modo diverso da quello usato in ambito
ispanico, dove la collaborazione è sempre scivolata senza troppe scosse.
È vero che esiste il precedente della combinazione portoghese-genovese, ma esso
rappresenta un’eccezione nel quadro occidentale. Si tratta di una collaborazione
costante che, dall’inizio del Trecento, ha consentito ai portoghesi di avviare
una politica mercantilista sul genere di quella che, in direzione mediterranea,
aveva promosso la Corona aragonese attraverso i punti forti di Barcellona e di
Valenza. Non a caso è proprio la parte catalana dell’entourage fernandino, che
ha dalla sua un’ antica e smaliziata capacità di movimento (anche se al momento
un po’ decaduta), la più attenta nell’esaminare il comportamento degli antichi
nemici genovesi. I catalani certamente ricordano ciò che aveva scritto Ramon
Muntaner, cronista della Expedició dels Catalans a Orient che, nel 1302,
si era impadronita di Gallipoli senza però tenerla definitivamente: “È pazzo
quel signore e chiunque altro si fidi dell’uomo del Comune, perché chi non sa
che cosa è la fede non può serbarla...”.
In verità due modelli di espansione, due modi diversi di vedere il mondo,
compaiono anche sullo sfondo della “pesquisa”. A questo proposito converrà,
allora, offrire un altro tassello alla composizione del quadro.
Abituati fin dal Mille al governo di città libere da ogni potere superiore,
genovesi e liguri hanno imparato a usare anche i mezzi tradizionali, e cioè gli
uomini delle loro terre e le loro navi, come uno degli strumenti del loro
capitalismo rampante, un sistema che conoscono bene e che sanno ben sostenere
con un apparato documentario snello e appropriato. Infatti le élites dei Comuni
tra le Alpi e il Tevere, creatrici di un nuovo sistema politico, che hanno
chiesto dagli esperti di diritto di costruire una serie di strumenti giuridici
atti a dimostrare la loro sostanziale “parità” con gli altri poteri esistenti,
hanno voluto da loro anche la produzione di una tipologia contrattuale nuova,
più consona alle loro esigenze e alla nuova cultura urbana in via di formazione.
Usati ormai da secoli, questi contratti non solo hanno agevolato la fioritura e
la salvaguardia degli affari, ma hanno pure contribuito a forgiare la mentalità
con la quale questi uomini hanno letto e interpretato il mondo anche sul piano
delle relazioni internazionali.
Insieme con la procura e l’assicurazione, contratti familiari a chi traffica nel
mercato e nella finanza, i genovesi del medioevo amano usarne un altro, l’“acomendacio”;
un atto che, non a caso, è stato all’origine della fortuna individuale di molti
di loro e ha contribuito più di altri a costruire la loro forma mentis. Quando
si ragiona dei patti intercorsi tra la Corona e Colombo, non bisogna lasciarsi
ingannare dalla forma dell’atto di concessione graziosa, tipica della tradizione
seguita nell’Occidente europeo, ma guardare invece il “dispositivo”del
documento, nel quale si manifesta ciò che davvero conta. Nel caso in questione –
ovvero nelle Capitolazioni di Santa Fe – ovviamente il rapporto è sbilanciato in
partenza a favore di una delle due parti, dato che, seppure protetto dalle sue
lobby, Colombo resta sempre – come lui stesso dirà – meno di “un moscerino
sbattuto dalla tempesta” di fronte ad una Corona, per la quale non esistono né
contropoteri nè terzietà giudiziaria.
Tuttavia Colombo sa bene come bilanciare la situazione e, anzi, sa perfino come
volgerla a suo vantaggio e a vantaggio della lobby di appartenenza. I genovesi
come lui, abituati da secoli ad essere protagonisti di atti in cui sono
coinvolti poteri di vario genere, li interpretano sempre alla stessa maniera. Li
leggono cioè come se si trattasse di un’“acomendacio”, contratto usatissimo già
nella Genova del XII secolo, nel quale è prevista l’esistenza di un “socius
stans” e di un “socius tractans”, ovvero di un socio che mette il capitale e di
un altro socio che va per il mondo, o, come diligentemente, ma un
po’maliziosamente, scrive l’onnipresente notaio, “quousque Deus vel Fortuna
administraverit”.
Come ha rilevato Roberto Lopez, in linea di principio il mutuante sopporta tutti
i rischi di perdita del capitale e perciò, di solito, ha diritto a una quota che
può addirittura toccare i 3/4 del profitto. Da parte sua il mutuatario sopporta
invece i rischi della gestione e intasca il resto dei profitti. Di fatto però i
terzi entrano in rapporto solo con lui, che assume su di sé tutti i rischi
diretti dell’operazione anche di fronte a loro. In effetti il contratto non è
affatto quello che sembra, e cioè un atto di prevaricazione del capitalista nei
confronti del poveraccio. Infatti se al gestore toccano tutti i rischi, spetta a
lui soltanto però trarre tutti i vantaggi possibili dall’operazione. Totalmente
privo di controlli, non solo egli può tranquillamente svolgere più ruoli, ma in
realtà soltanto lui conosce il reale ammontare dei profitti realizzati.
Ma c’è altro. Colombo – che certamente ha visitato la Chio gestita dai Maonesi
in regime semiprivato, ma in accordo con il Comune genovese – è l’erede di una
lunga e variegata esperienza coloniale. Diversamente dai castigliani, lui sa
bene che cosa è una colonia e sa che può succedervi di tutto, compresa la
violazione costante delle regole, peraltro ritenuta parte integrante del gioco.
Anche i genovesi prevedono che il funzionario considerato inadempiente debba
essere oggetto di inchiesta e magari di destituzione, ma sanno altrettanto bene
però che si fa un’inchiesta solo quando l’interessato non gode o non gode più di
copertura “politica”.
Colombo sa anche che, lobby o no, di fatto egli è un uomo solo di fronte alla
Corona. Mai il Comune di Genova ha svolto una parte ufficiale in trattative di
questo tipo e molto raramente sono stati siglati patti da parte di suoi
rappresentanti ufficiali, a parte i soliti, generici trattati, di solito inutili
e costantemente disattesi o superati. Da parte sua la lobby spinge, ma si guarda
bene dall’esporsi in caso di difficoltà; tende anzi a nascondersi nell’ombra per
non dover pagare prezzi di nessun genere. Così capita nel 1098 con Boemondo di
Antiochia e poi succede così con tutti gli altri, dal basileus bizantino
al re di Portogallo: protagonisti diretti della trattativa sono di volta in
volta singoli individui o gruppi di privati, che di solito hanno già piantato
qualche radice delle loro aziende familiari in loco. D’altra parte questo
comportamento rende più facili i rapporti, lascia mano libera a tutti,
consentendo un disimpegno utile a tutte e due le parti. Di regola il documento,
che esce dalla trattativa iniziale, è ineccepibile e tale resta se ambedue le
parti ne rispettano l’essenza. L’abilità del capitalista consiste nel saper
scegliere bene il “socio” del momento, sperando che non vi siano da parte sua
troppe sorprese. Se il gioco va in porto, la resa è alta. Non a caso i fratelli
Colombo girano per le corti portoghese, francese e inglese, dove le loro lobby
sono da tempo attive. E non è un caso che Bartolomeo Colombo arrivi all’Hispaniola
dopo esser rimasto a lungo a trattare con le Corone francese e inglese.
Le capitolazioni di Santa Fe testimoniano dunque soltanto che la Corona avrà
nuove terre, nuovi introiti e schiavi per farne ciò che aggrada a lei e alla sua
élite e che, dal canto loro, Colombo e i genovesi avranno in cambio le cose che
chiedono sempre e che sono sempre le stesse: mettere i loro uomini – familiari,
dipendenti o amici (come quel Cattaneo o quel Fieschi, ambedue di grande
famiglia, costantemente accanto a Colombo a Santo Domingo) –, in postazioni
chiave per impiantare monopoli e traffici gestiti da loro.
Di per sé le Capitolazioni di Santa Fe sono la dimostrazione che il rapporto dei
genovesi con la monarchia castigliana è sempre lo stesso e che funziona. D’altra
parte basta scorrere la lunga serie di privilegi, che singoli genovesi e la
stessa comunità genovese ottengono nel tempo, per capire che il patto tra
Colombo e la Corona non è assolutamente una novità,come non è una novità per lui
l’essere diventato ammiraglio. Quasi tutte le monarchie medievali – eccetto
quella inglese, entrata nell’agone internazionale più tardi – hanno prima o poi
un ammiraglio genovese. I portoghesi ne hanno fatto addirittura una dinastia e
hanno genovesi e liguri tra i loro “capitani donatari”. E appare logico che,
nella prima operazione coloniale castigliana – quella delle Canarie –, ci siano
dei genovesi e per di più amici di Colombo.
Però essere vicerè è altra cosa. Fino a quel momento la Corona di Castiglia non
ne aveva espressi, diversamente dalla Corona aragonese, abituata a domini
extraiberici.
In effetti, le tre domande, che l’inquisitore Bobadilla pone ai 22 testimoni
scelti per costruire la sua “inquisizione”, sottintendono di fatto una quarta e
assai più grave ipotesi di colpevolezza che sembra trascendere le malversazioni
e che presume il tradimento. A questo hanno alluso nelle loro lettere al
cardinal Cisneros, colme di risentimento contro i “Faraoni” genovesi, i frati
francescani. Che cosa veramente intendevano i frati quando scrivevano che
Colombo voleva “consegnare l’isola ai genovesi”? Che cosa fanno sospettare la
ripresa dei contatti con San Giorgio e Genova da parte di Colombo; le lettere
che l’Ammiraglio invia a genovesi che contano, come il potente Gianluigi Fieschi?
Infine, che cosa significa la costante presenza di Bartolomeo Fieschi a fianco
dell’Ammiraglio, da lui seguito fino al letto di morte? Anche se le
multinazionali genovesi non hanno preferenze, a Genova i Fieschi appartengono
pur sempre a un “partito” filofrancese. Per chi, se non per Renato d’Angiò,
dichiara di aver fatto in gioventù il corsaro Cristoforo Colombo?
In effetti, dall’ottobre del 1499, Genova è avviluppata in una delle sue tante,
fantomatiche signorie: quella francese. Bobadilla parte nell’estate del 1500.
Forse Colombo pensa davvero di fare qualche favore alla parte francesizzante dei
potenti amici del Banco di San Giorgio? Ma che cosa vogliono veramente gli
uomini della lobby che lo sostengono? Non lo sappiamo. Sappiamo soltanto che
questi gentiluomini-mercanti amano di solito tenere un profilo basso (come
faranno in tutti i tempi, onde non danneggiare gli affari) e mantenere un
atteggiamento neutrale, aspettare insomma che la tempesta passi; lasciare,
infine, come in effetti accade, che Colombo se la sbrighi da sé.
Sembra dunque inevitabile che la Corona rescinda unilateralmente il contratto.
Dal suo punto di vista, le regole le fa chi comanda. Lo sapevano già prima le
lobby, lo sa anche Colombo e lo sa certamente Francesco de’ Bardi, l’uomo che
diventerà suo cognato dopo che l’Ammiraglio ha fatto uccidere Miguel Muliart. Il
Bardi, infatti, discende da una grande famiglia di uomini d’affari fiorentini,
falliti proprio a causa del congelamento dei crediti deciso da Edoardo III
d’Inghilterra nell’ormai lontano 1346.
Le Corone sono abituate a disattendere ai loro impegni per le ragioni più varie.
Capita così anche con Colombo. Colombo, il “socius tractans” del contratto,
l’uomo che gioca su più tavoli ed è l’unico detentore della verità, deve dunque
difendersi. Le Capitolazioni di Santa Fe erano chiarissime nel dargli carta
bianca su tutto ciò che ora improvvisamente è messo in questione. Peccato che,
qualsiasi sia la verità, il giudice sia stato scelto solo da una delle due
parti. Peccato che il “socius stans” sia una Corona desiderosa soltanto di
manifestare la sua volontà d’imperio.
Come Gonzalo de Cordova anche Cristóbal Colón perde il suo vicereame. E i
genovesi? I genovesi in effetti non ci rimettono nulla. Nel 1552-56 il 51% dei
prestiti contratti da Carlo V sarà in mano loro, da quel momento in poi
destinati a diventare i protagonisti della scena finanziaria internazionale. Nel
1575 e nel 1596, infatti, i banchieri liguri sottoscriveranno rispettivamente il
63% e il 75% degli “asientos” (prestiti a breve termine) di Filippo II e, tra il
1588 e il 1609, l’88% di quelli a Filippo III. Tra loro ci saranno “signori
della guerra” come Andrea e Antonio Doria e come Giovanni Andrea Doria,
ammiragli di tre Asburgo, da Filippo II a Filippo IV. Ambrogio Spinola comanderà
gli eserciti imperiali nei Paesi Bassi e in Italia dal 1604 al 1631. Dunque,
nonostante Colombo o forse grazie a Colombo, e soprattutto nonostante la
“pesquisa” di Bobadilla, tra la Spagna e i genovesi di fatto non era cambiato
nulla.
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