Incontro al buio
 
di Mario Luigi Colangelo
 

Genova, 24 settembre 2005.
Le tenebre avvolgevano la città da alcune ore ormai. Lo stradone che costeggia il Bisagno era completamente deserto. L’autunno era al suo inizio e in quella notte il buio sembrava ancor più buio e la solitudine era l’unica sua compagna di viaggio.
Aveva le mani al volante e la testa piena di inquietanti pensieri.
Non c’era anima viva nel quartiere di Staglieno e tra pochi minuti sarebbe avvenuto l’incontro.
Diede uno sguardo al cimitero e continuò per la sua strada.
“Chi mai potrà essere? Sarà solo uno che bluffa, spero... Cosa vorrà da me?”. Questi e tanti altri pensieri affollavano la sua mente. Fino a poche ore prima pensava che tutto fosse filato liscio. Poi in serata una misteriosa telefonata, una voce nitida, decisa e secca: “Ho visto tutto quello che hai fatto al casolare. Sei tu l’assassino. Trovati tra un’ora in piazzale Bligny 2 nell’area abbandonata degli ex macelli comunali. Ti conviene venire se non vuoi che spifferi tutto alla polizia” e subito dopo lo sconosciuto aveva riattaccato il telefono.
Dopo aver ascoltato tali parole il suo stato d’animo era un alternarsi di panico e di scetticismo. “Sarà solo un balordo che vuole ricattarmi, quel giorno non c’era nessuno” pensava per farsi coraggio. Ma subito dopo la paura ebbe la meglio. “Quella voce al telefono sembrava sincera... Maledettamente sincera”. Ora più che mai gli venivano alla mente quelle frasi classiche, di circostanza, i vecchi detti popolari, quelle battute che si sentono fin da bambini e che rimangono impresse nella memoria, ma non vengono mai prese in considerazione finché non se ne constata la fondatezza in prima persona. Una frase, più delle altre, rimbombava nella sua mente: “Il delitto perfetto non esiste”. Eppure il piano era stato progettato, studiato nei minimi dettagli. Ma la telefonata del pomeriggio gli aveva sconvolto la mente. L’ansia aumentava sempre più man mano che la strada procedeva.
Dopo una manciata di minuti arrivò e posteggiò nella piazza dell’ex macello comunale debolmente illuminata da un neon vecchio e consunto. Scese dalla macchina e si incamminò... Di lì a poco nel buio totale del capannone del ex mattatoio si sarebbe conclusa la sua assurda storia di odio e di sangue.
Ansimava e i battiti del cuore gli rimbombavano nel petto.
La tensione era sempre più intensa. La luna illuminava solo le ombre degli edifici abbandonati. Dopo un centinaio di metri si trovò davanti al deposito. Il vento flebile e fresco faceva scricchiolare in modo sinistro un ammasso di cassette di legno vecchio e marcito nel tempo. Non vedeva nessuna sagoma che potesse assomigliare a un essere umano e pensò quindi di essere in anticipo. Si mise in piedi davanti alla porta dell’edificio e chiamò: “C’è nessuno?”. Un secondo e la pronta risposta gli raggelò il sangue: “Sono qua. Entra”.
Con l’adrenalina a mille entrò…
 

Capitolo 1

Tutto ebbe inizio...

22 gennaio 2004, ore 10, riunione del Rotary Club Genova Est all’hotel Bristol.
La mattinata prometteva bene. Il tempo era bello e un leggero venticello nordico asciugava l’atmosfera rendendola nitida e rilassante. Tutti non vedevano l’ora che la riunione iniziasse per poter dire la propria su quello che era l’argomento più importante per il mondo della imprenditoria marittima.
Il sole filtrava attraverso i vetri dell’austera sala del rinomato hotel di Genova, luogo di incontro tra i personaggi che contano.
Una platea di circa cinquanta persone, tutti uomini. Il pianeta dello shipping: uno degli ultimi baluardi maschili. La stanza era piena e tutti i posti a sedere erano stati celermente occupati. In prima fila l’assessore alle Opere e ai lavori pubblici e il vice sindaco. Il resto delle plata era composto dai più famosi armatori, broker, spedizionieri e agenti marittimi. Il tema del giorno era tipicamente genovese: il mercato delle assicurazioni navali. In quella sala molti personaggi erano eredi di famiglie celebri che avevano fatto la storia economica della Superba. Una storia piena di gloria e di successi, ma anche di tante faide e guerre intestine. Era seduto sul palco davanti al microfono il dottor Marco Risso, presidente del Rotary Club Genova Est e grande assicuratore.
“La realtà genovese nel campo delle assicurazioni marittime non solo è ai vertici della competitività e competenza, ma promette di espandersi ulteriormente e di acquisire ulteriori quote di mercato in tutto il Mediterraneo. Vi faccio vedere il titolo in prima pagina sul ‘Financial Times’... Leggete da voi: Maritime insurance sector of Genoa is developing in the Mediterranean. Insomma, signori, voi capite che importanza abbia il nostro comparto nel quadro globale. Certamente abbiamo avuto alcuni anni di crisi, non possiamo negarlo, ma oggi Genova è l’unico grande polo per la copertura assicurativa dei traffici marittimi in Italia. Secondo i dati più recenti, UMS Generali Marine e le altre compagnie che operano a Genova tra cui cito Siat, Lloyd Italico, Axa e Sasa controllano una quota tra il 60 e il 65% del mercato assicurativo marine nel settore corpi. E i broker genovesi detengono oltre il 90% del mercato italiano.
In questo panorama però i problemi non mancano. La globalizzazione, che ha coinvolto in maniera significativa il nostro mercato, ha creato e continua a creare non pochi disagi in tutta un’area che fino a pochi anni fa contava su tante piccole aziende. Per citare un esempio: siamo passati dai 403 sindacati, di cui 150 marine, del 1993 agli attuali 60 sindacati di cui 20 marine. Il mercato è cambiato radicalmente. Il tradizionale sistema dei Lloyd’s è andato in grave crisi e ha lasciato il posto ai ‘corporate capital’, società di capitali, che puntano su una ripresa del mercato. Insomma, grandi investimenti e capitali enormi ai Lloyd’s ma, per contro, un nuovo sistema in cui le grandi società finanziarie hanno peso rilevante. Dal puro mondo tecnico si è passati al dominio finanziario. Conseguentemente la tendenza odierna è di costruire una flotta mondiale con navi di maggior carico con esposizioni più alte. Altra conseguenza è l’aumento di concorrenza...”.
Risso parlava in maniera spiccatamente genovese. Un uomo distinto dal viso abbronzato e gli occhi intelligenti e calcolatori. Il tipico personaggio che vive nelle stanze dove le parole non sono chiacchiere e dove le decisioni possono cambiare nel bene o nel male la vita di tantissime persone.
Era seduto davanti a un elegante tavolino in legno ricamato sul quale stonava un po’ il vetro verdastro e banale dell’immancabile bottiglia di minerale, utile a rischiarare le corde vocali provate da ore di oratoria.
La riunione era iniziata già da un’ora scarsa ed erano stati già fatti alcuni interventi da parte degli imprenditori presenti. La discussione si faceva sempre più viva e i problemi venivano analizzati con meticolosa precisione, in un turbinio di termini tecnici e di bilanci, previsioni, accordi, progetti. La stanza emanava una composta tensione e un forte interesse da parte dei presenti. La’tmosfera fu interrotta da una persona che comparve con educata timidezza sula porta che immetteva nella sala.
Alla visione di quel volto sconosciuto sia il moderatore sia le voci sommesse tra le file si zittirono.
“Scusate, mi chiamo Lucia Canessa. Vorrei poter ascoltare la vostra conferenza...”.
Una donna giovane e carina con i capelli castani, lisci e raccolti in un fermaglio azzurro, un tailleur grigio reso ancor più elegante da un corpo aggraziato e esile. Un donnino con un quaderno e una Bic in mano e due occhi castani dolcissimi e un po’ impauriti da quel pubblico di pezzi da novanta.
Risso con curiosità e tatto interpellò la ragazza: “Buongiorno signorina. Mi dica, lei vuol partecipare alla nostra riunione? Ma certo. Non c’è problema. Però mi scusi... Lei è socia del Rotary? E per che ditta lavora?”.
La ragazza diede due o tre colpetti di tosse e fece un sorriso tenero che accrebbe la bellezza del suo viso.
“Sono una studentessa di Economia e commercio e sto preparando la tesi sulle assicurazioni nel campo navale. Non sono socia del Rotary e ho letto della conferenza sui giornali”. Quindi abbassò un po’ gli occhi con fare strategico, tipicamente femminile, per suscitare comprensione e ottenere ciò che voleva: “Se disturbo me ne vado. Scusatemi tutti” aggiunse subito dopo. Il dottor Risso tolse lo sguardo dalla donna e lo rivolse alla platea: “Mi pare che la signorina possa ascoltare la nostra relazione, non credo ci siano problemi. Siete d’accordo?”.
“Certo! Nessun problema. Signorina venga, le lascio il posto. Io vado a procurarmi un altra seggiola”. La frase detta con decisione e garbatezza provenne dalla terza fila dove il signor Ferdinando Mc Bride era sistemato.
Ferdinando Mc Bride, figlio di John Mc Bride, colosso delle assicurazioni Lloyd’s inglesi, non esitò a introdurre la ragazza e a toglierla dall’imbarazzo.
“Grazie. Lei è molto gentile. Ma mi spiace darle disturbo. Stia comodo. La seggiola me la procuro io e...”.
“Venga qua e si accomodi. Una tesi è importante e io posso anche appostarmi su uno sgabello di fortuna”. Ferdinando apparve molto, forse troppo, gentile al pubblico in sala che lo conosceva bene. Si alzò e si diresse verso Lucia: “Venga venga. Si accomodi”. I due si incrociarono e lui poté vedere da vicino la donna anche se per pochi secondi. “Ci vediamo nella pausa...” le bisbigliò.
Ferdinando trovò una sedia e si sistemò nell’ultima fila in posizione utile per poter osservare la giovane donna. Il giovane e bel Ferdinando Mc Bride non seguì più neanche una parola della riunione. Guardava Lucia. Le piaceva moltissimo il suo modo di fare, la sua concentrazione professionale a quei discorsi che sarebbero stati preziosissimi per la sua tesi... E poi era bella. Un corpo magro, ma con le forme femminili rotonde al punto giusto, due occhi espressivi e una classe nei comportamenti sicuramente inusuale per la sua generazione.
La riunione continuò fino alle 12.30, ora in cui Risso con la solita flemma annunciò un intervallo.
“Signori, io proporrei la pausa pranzo. Abbiamo preparato un buffet a base di spuntini tipici genovesi. Buon appetito. La riunione riprenderà alle 14.30”.
Dopo le parole del presidente Risso vi fu il classico vociare liberatorio e il rumore delle seggiole spostate dai presenti che si alzavano scambiandosi battute di ogni tipo.
Anche Lucia si alzò e per alcuni secondi si intrattenne a parlare con il signore che aveva seduto a fianco, un uomo con la testa imbiancata dai capelli ben pettinati.
Ferdinando ebbe un piccolo sussulto e si rese conto che era geloso. Incredibile per lui! Mai e poi mai una donna lo aveva colpito al punto da esserne geloso e per di più dopo averla conosciuta solo due ore prima.
“Signorina Lucia, posso accompagnarla al pranzo? Mi farebbe piacere poter parlare un po’ della sua tesi” disse Ferdinando dopo aver lestamente raggiunto la ragazza che acconsentì.
“Sì volentieri! Lei è proprio gentile... Ma allora i cavalieri esistono ancora!”.
Un leggero rossore comparve sulle gote di Lucia che si ricordò, nonostante la gioia per l’invito di Ferdinando, di salutare il signore anziano che aveva avuto seduto di fianco durante la conferenza e con il quale aveva scambiato alcune parole.
“Piacere di averla conosciuta, signor...”.
“Davide Scorzesi. Ho una ditta di import-export e conosco molto bene il suo cavaliere Ferdinando... Vero Ferdi?”. Il signore dai capelli grigi fece per andare lasciando una scia di profumo secco e piacevole.
Ferdinando lo trattenne per un braccio: “Ciao Davide, salutami Marilena”.
Davide Scorzesi. Uno dei più grossi importatori di tessuti orientali. Un uomo vicino alla sessantina con un bagaglio professionale invidiabile. Iniziò la sua attività circa trent’anni prima quando decise di licenziarsi dalla casa di spedizioni Gondrand, dove lavorava come impiegato contabile, e di aprire un piccolo ufficio in proprio. Le cose si misero bene per Davide che in pochi anni imbroccò i contatti commerciali giusti con i paesi cosiddetti “emergenti”. Incominciò con qualche negoziazione per poi divenire, neanche cinque anni dopo, il boss del commercio mondiale di tessuti dall’oriente.
“Marilena è di là che mi aspetta. Lei viene solo per mangiare! Se volete pranziamo insieme”.
Ferdinando non aveva nessuna intenzione di condividere la sua nuova conoscenza con i due coniugi Scorzesi. Per di più Marilena, donna che veleggiava sui 50 anni, si dimostrava un po’ appiccicosa con lui.
“No grazie Davide. Scusa il mio egoismo, ma questa simpatica signorina vorrei averla in esclusiva... Almeno oggi” azzardò Ferdinando accompagnando la frase con un sorriso da marpione.
Davide Scorzesi conosceva bene il giovane Mc Bride e capì che la ragazza gli interessava parecchio.
“Va bene, come volete. Buon appetito allora. Ci vediamo dopo pranzo”.
La sala adibita a buffet era molto elegante e dava sul terrazzo dal quale si ammirava una buona parte della città, resa ancor magnifica dalla giornata invernale secca ma soleggiata.
Due giovanotti vestiti impeccabilmente da maggiordomi giravano con vassoi traboccanti di bicchieri colmi di Dom Perignon. Una bevuta alcolica e morbida avrebbe preceduto in modo idoneo l’abbuffata di leccornie salate e dolci.
“Allora, Lucia Canessa... Innanzitutto mi presento come Dio comanda. Mi chiamo Ferdinando Mc Bride, Ferdi per gli amici. No, non si spaventi! Sono italiano anzi... genovesissimo e ne sono fiero. Il cognome l’ho ereditato dai miei genitori che sono di Liverpool. Mio padre aveva una delle più grosse agenzie di assicurazioni navali dell’Inghilterra e aveva parecchi rapporti di lavoro con i genovesi. Si rese conto di essere innamorato di questa terra meravigliosa e programmò di passare la sua vecchiaia qua. Nel 1968 aprì un’agenzia in via Caffaro, dove attualmente lavoro io, e comprò un appartamento in corso Firenze dove si trasferì con mia madre, ben lieta di vivere qua. Gli inglesi amano molto la Liguria e soprattutto Genova”.
Lucia stava bevendo un analcolico, unica alternativa al Dom Perignon, e mentre lo sorseggiava non staccava gli occhi dal biondo Mc Bride. Sembrava parecchio attratta dal suo bel l’interlocutore. Lo guardava in quel modo inequivocabile che usano le donne quando sono particolarmente incuriosite e interessate alla persona che hanno di fronte.
“Piacere, signor Mc Bride. Oggi non mi aspettavo di conoscere un genovese di origini inglesi. Anche noi genovesi apprezziamo l’Inghilterra. È una nazione affascinante e con un passato glorioso. I suoi genitori vivono qua a Genova?”.
“Mio padre nei primi anni e cioè fino al 1975 viveva un po’ a Genova e un po’ a Liverpool. Doveva controllare entrambi gli uffici. Io sono nato nel 1969 alla villa Serena di Albaro, mi son laureato nel 1994 e dal 2000 ho preso il posto di mio padre definitivamente. Tre anni fa i miei genitori hanno acquistato una bella casa con giardino in riviera, a Loano, dove se la passano ottimamente. Io vivo da solo in corso Firenze. Ed ora eccomi qua a chiacchierare con una bellissima genovese...”.
“Allora piacere signor Mc Bride. Mi chiamo Lucia Canessa e sono genovese al 100%, mio padre è un commerciante di carne e mia madre è casalinga e rompipalle a tempo pieno!”.
I due fecero una risata sincera.
“Figlia unica?”.
“No, ho un fratello più grande di me. Gli voglio un gran bene. Ha 33 anni, è avvocato penalista ed esercita in uno studio in via Rimassa. Non è ancora sposato, si è lasciato con la fidanzata due mesi fa. Viviamo con i genitori in corso Italia. Lei è single?”. Ferdi, dopo aver svuotato con sorsi delicati il bicchiere, propose di avvicinarsi al tavolo degli spuntini.
“Non sono sposato e nemmeno fidanzato. Non ho ancora trovato la persona giusta... Ora Lucia andiamo, prima che questi squali ripuliscano il tavolo! Lei è giovane e deve nutrirsi”.
I due si allontanarono dal bordo del terrazzo e si incamminarono non smettendo di conversare e, ovviamente, di osservarsi in modo interessatissimo.
“Sta preparando la tesi sulle assicurazioni navali, vero? Bene, se posso esserle utile sarò ben lieto e...”. La frase fu spontaneamente interrotta dalla graziosa Lucia: “Si! Grazie... però non vorrei approfittare della sua gentilezza”.
Ferdinando sorrise e guardò negli occhi la ragazza: “Non lo dica nemmeno! A proposito...” si avvicinò alla ragazza guardandola in modo penetrante negli occhi e proseguì con la spontaneità tipica del suo modo di fare “...a proposito, diamoci del tu se non ti dispiace. Ora una domanda un po’ personale la avrei anche io da fare...”.
La ragazza mosse le gambe in modo nervoso e gli occhi che giravano da una parte e dall’altra per poi parare implacabilmente addosso a Ferdinando. “Sì, diamoci del tu. So già cosa vuoi sapere... Ho avuto un ragazzo, mio compagno di università, ma l’anno scorso ci siamo lasciati. Era troppo infantile. A me piace avere a fianco un uomo, Non un moccioso che gioca alla Playstation...”.
La gente faceva la coda e si riempiva il piatto con le tante ghiottonerie liguri a disposizione: focaccia al formaggio, salatini con ripieno di acciughe, tartine alla salsina verde piccante, torta pasqualina. Le voci allegre, le battute, i commenti sulla conferenza alternati a pettegolezzi vari rendevano l’ambiente animato e rumoroso. Ma due persone sembravano estraniate dal resto del mondo. Nei loro occhi solo altri due occhi da baciare con lo sguardo, nella loro bocca solo parole accompagnate da sorrisi compiacenti, nei loro movimenti l’espressione del desiderio.
Ferdinando era un bell’uomo, alto quasi un metro e novanta, asciutto, con una chioma castana chiara che ricadeva in un ciuffo sulla la fronte e due occhi azzurri come il mare appiattito dalla bonaccia, un viso maschile dai tratti nordici ingentiliti da un’espressione perennemente allegra. Un inglese con la simpatia di un genovese, sempre incline alla battuta e con una predispozione all’ironia. Insomma un figo, di quelli che fanno girare facilmente la testa alle donne. Inoltre era una persona intelligente, un gran lavoratore e anche appassionato sportivo. La sua passione, e questa era una caratteristica sicuramente anglosassone, erano i cavalli.
Lucia sembrava rapita da quell’uomo di bei modi e le movenze sensuali. “Forse è un sogno... È troppo bello questo uomo per essere vero e io sono una ragazza normalissima” pensò dimenticandosi completamente di mangiare.
“Lucia, posso dirti una cosa?”.
La ragazza con voce tremante rispose con la poca forza che le rimaneva da quell’ubriacamento ormonale: “Sì, dimmi”.
L’uomo si avvicinò, tolse una piccola briciola dalla spallina destra del tailleur e con la scusa non staccò la mano dal braccio della ragazza: “Lucia sei bellissima. Io... Sarei onorato se domani tu mi potessi raggiungere in ufficio nell’ora di pausa, verso le 13. Mi piacerebbe pranzare insieme”.
Lucia accolse l’invito con entusiasmo: “Sì Ferdinando. Domani sarò da te in ufficio. Vorrei dirti una cosa anche io... Sei un uomo molto gentile e...”.
Ferdinando prese, con tocco dolce, la ragazza per un braccio: “Andiamo di là. Qua c’è troppa gente e sai come è... Nessuno rispetta l’undicesimo comandamento...”.
I due uscirono dalla sala buffet e si incamminarono nel corridoio che dava verso l’uscita. Sulla destra, vicino all’ingresso, un’altra porta dava su un salottino che in quel momento era deserto. I due entrarono. Ferdinando chiuse la porta, prese la donna per i fianchi e iniziò a baciarla, pienamente e passionalmente corrisposto. Baci bollenti. Una scena da film. Una cosa splendida e quasi commovente tanto era tenera e sensuale al tempo stesso.
Ma ad un certo punto la porta si schiuse in modo silenzioso. I due non sentirono nulla fino a quando una voce metallica e rabbiosa interruppe quel meraviglioso quadretto amoroso: “Ferdi, scusa se disturbo, ma mio marito ti cercava... E poi... ti ricordo che siamo a una riunione del Rotary”.
Una donna sulla cinquantina, vestita in modo sfacciatamente appariscente, con un fisico quasi sfasciato e un viso carico di rabbia contenuta a stento, aveva colto in flagrante l’uomo nel bel mezzo delle sue effusioni.
Ferdinando rimase molto seccato dall’intrusione della terza incomoda: “Marilena, di’ a tuo marito che arrivo. Poi, comunque, non è il caso che fai la morale...”.
Lucia in preda a imbarazzo da panico si sentì in dovere di intervenire. “Scusi signora. Veniamo subito e...”.
Marilena Scorzesi colse l’occasione per dare sfoggio della sua magistrale acidità: “Signorina, io e lei non ci conosciamo. Mi son rivolta a Ferdi e non a lei...”.
Mc Bride a questo punto era veramente scocciato: “Marilena, ti presento Lucia Canessa”.
“Lucia Canessa? Io conosco molto bene un Arturo Canessa, l’avvocato. Siete parenti?”.
“Arturo? Sì, è mio fratello. Che coincidenza…”.
Le due donne si strinsero la mano con educazione forzata. Lucia era molto rattristata dall’episodio e Marilena era in parte adirata, in parte soddisfatta di aver interrotto l’idillio. Magra consolazione.
La moglie di Davide Scorzesi si avviò alla sala buffet emettendo ghigni isterici.
Ferdinando e Lucia si ricomposero: “Scusa, chi è questa signora? Si vede lontano un miglio che è gelosa marcia di te!” affermò Lucia con uno sguardo depresso e irritato al tempo stesso.
Ferdinando fece una smorfia rassicurante e ironica: “La signora è la moglie di Davide Scorzesi, l’uomo che avevi seduto di fianco. Gelosa di me? Cavoli suoi! Son sei o sette anni che la conosco e cerca in tutti i modi di avere una relazione con me. Scusa, forse è poco carino dirti queste cose, ma io sono un tipo diretto”.
“E il marito che dice?”.
“Il marito? Davide non sa nulla, non sa che Marilena è innamorata di me e...”.
“Addirittura innamorata?”.
“Lucia, non ci far caso. Non mi frega niente di quella donna. Le ho già fatto capire in tutti i modi che non voglio avere nulla a che fare con lei. men che meno del sesso... Scusa ma l’hai vista bene? È proprio la negazione della femminilità con quella faccia rugosa da mastino incazzato e poi il fisico... Non mi è mai piaciuta. Il marito, invece, è un brav’uomo, molto in gamba e me lo tengo buono. È uno dei più grossi importatori d’Europa”.
La storia d’amore appena iniziata era già tormentata dalla gelosia di un’altra donna. Lucia dopo i primi istanti di sgomento reagì con filosofia: “Inevitabile che un uomo come lui faccia innamorare le donne” pensò e sorvolò sull’episodio.
“Ferdi, non vedo l’ora di essere nel tuo ufficio domani” disse ritornando al sorriso.
Ferdinando tirò fuori un biglietto dalla tasca interna della giacca blu e lo porse alla ragazza.

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Sembrava un incontro amoroso come tanti. Un bell’uomo di 34 anni e una splendida laureanda di quasi 25. Ma di banale non c’era nulla. Quel momento di passione avrebbe segnato in modo drammatico la vita di entrambi.
La riunione finì verso le 17. Durante tutta la conferenza i due innamorati stettero vicini di sedia. Davide Scorzesi aveva lasciato il posto a Ferdinando.
Prima che la giornata si concludesse però doveva succedere qualcosa di strano e inquietante.
Nella hall dell’hotel, la gente si riappropriava dei cappotti e si accingeva al ritorno a casa: “Arrivederci Paolo”. “Salutami la moglie”. “Domani in ufficio per la pratica di sdoganamento...”. Insomma, le solite frasi di congedo. Tanta formalità e gentilezza, a volte vera a volte artificiale. Ferdinando e Lucia uscirono per ultimi. Mc Bride prese il cappotto di cashmire beige dopo aver fatto indossare il soprabito a Lucia.
“Lucia sei a piedi? Vuoi un passaggio?”.
“L’accompagno io. Grazie lo stesso”.
Un tipo vestito di tutto punto, con cappotto blu e guanti grigio azzurri di pecari si presentò loro. Era grassottello e basso di statura con gli occhi di un marrone banale e un paio di baffetti che donavano solo un po’ di virilità al suo viso insignificante.
“Sono Arturo Canessa, fratello di Lucia, piacere di conoscerla”.
“Piacere mio! Sua sorella è molto in gamba e mi ha già parlato di lei”.
Ferdinando osservava il giovanotto elegantissimo, ma dal fisico poco felice, e non gli sembrava vero che potesse essere il fratello di Lucia.
“Avrà parlato malissimo di me immagino...” disse Arturo ridacchiando.
“Sì malissimo! Ha detto che lei è malvagio!”. I tre risero. “Lei è avvocato penalista, giusto?” continuò Ferdinando.
“Esatto. Ha bisogno?”.
Arturo aveva un comportamento incolore che si intonava bene al suo aspetto da uomo di legge.
“Gli avvocati... Voi avvocati siete sempre utili, purtroppo. Comunque, scherzi a parte, sono lieto di aver conosciuto lei e sua sorella” disse il bel Ferdinando e dopo aver stretto la mano ad Arturo si rivolse con occhi pieni di gioia a Lucia: “Allora, a domani Lucia... alle 13. Ok?”.
“Sì Ferdi... A domani”.
I due Canessa si avviarono, salirono su una BMW blu marino posteggiata in seconda fila in via Venti settembre e partirono. Ferdinando osservò la macchina partire: “Mi sto innamorando o forse lo sono già... Sei proprio bella” pensò mentre metteva la mano in tasca per prendere le chiavi. Fu in quel momento che sentì all’interno un pezzo di carta. Lo estrasse: era un foglietto con una frase scritta in stampatello:
ME LA PAGHERAI SIGNOR FERDINANDO. TI ROVINERÒ.
L’uomo rimase allibito.
“Che roba è questa?” esclamò.
Alle sue spalle il maggiordomo, un uomo alto e magro con il naso aquilino e gli occhi scuri cerchiati dalla stanchezza, stava mettendo ordine nelle sale con movimenti energici e fu richiamato dalla voce di Ferdinando: “Ha bisogno di qualcosa signore?” domandò.
Mc Bride staccò gli occhi increduli dal biglietto che aveva in mano e si girò dalla parte da cui proveniva la voce. L’hotel era deserto ormai. L’unica persona presente era l’uomo che gli stava parlando. Lo guardò ed ebbe un brivido strano e irrazionale. Aveva uno sguardo glaciale e inquietante al tempo stesso, la camicia sbottonata e una gocciolina di sudore che scendeva lentamente dalla tempia sinistra.
“Lei è il maggiordomo? Ho trovato questo biglietto in tasca. Lo legga. Cosa potrebbe essere secondo lei?”.
L’uomo si avvicinò con una camminata goffa. Aveva la schiena un po’ ingobbita. Emanava un non so che di strano e orrido. Qualcosa di negativo trasudava dal suo aspetto, già di per sé sgradevole. Prese il biglietto dalla mano di Ferdinando e lo lesse.
Uno sorriso sarcastico rese il suo viso ancor più odioso.
“Sembrerebbe una minaccia. Allora qualcuno non le vuole bene...” disse con voce metallica.
Ferdinando insistette con tono indagatore: “Lei ha visto qualcuno mettere mano al mio cappotto?”.
“No. Io ho da fare. Non guardo questi particolari. Anzi, mi scusi ma dovrei continuare... Buonasera”.
Mc Bride riprese il foglietto e guardò l’uomo con sospetto:
“Va bene... Grazie lo stesso. Scusi, ma io e lei ci siamo già visti da qualche parte?”.
“Non credo. Comunque mi chiamo Gianni. Lavoro in un bar di Piccapietra e per arrotondare vengo qua ognitanto a dare una mano”.
“Va bene, la saluto signor Gianni. Arrivederci”. L’uomo salutò prima di rimettersi a lavorare:
“Arrivederci signor Mc Bride”.
Ferdinando si avviò. Il traffico di Genova era quello tipico di fine lavoro e il buio aveva già avvolto la città. Con il chiarore se ne era andato anche il venticello gentile che aveva reso ancor più nitida la giornata, sostituito ora da una tramontana impetuosa e maligna che faceva ballare i pali della segnaletica. Mc Bride era già sotto i portici a pochi metri dalla porta dell’hotel quando sentì un ghigno strano. Ritornò indietro per vedere di che si trattava. Il portone era ancora socchiuso. Entrò e non vide nessuno.
“C’è qualcuno?”.
Nessuno rispose. Si sentivano dei rumori provenienti dalla stanza delle conferenze. L’uomo si avvicinò e vide il maggiordomo che non si scompose minimamente e continuò a mettere a posto le seggiole e i tavoli.
“Dimmi, Mc Bride, hai paura del biglietto? Non ti preoccupare. Sarà solo uno scherzo...”.
Ferdinando non si era accorto di un particolare molto sospetto: come poteva il maggiordomo conoscere il suo cognome? Sul biglietto compariva solo il nome. Per contro il giovane assicuratore si formalizzò solo per un dettaglio insignificante.
“Non ho paura del biglietto. Ho sentito un urlo strano e son tornato indietro. Perché mi dai del tu? Io e te non ci conosciamo, mi pare...”.
Gianni si alzò in piedi e rivolse le sue pupille dilatate verso quelle di Mc Bride: “Ci siamo conosciuti un minuto fa. Comunque, visto che ti offendi... Mi scusi tanto signor Mc Bride...”.
Ferdinando capì che l’uomo era molto strano e decise di lasciar perdere. Ma prima volle puntualizzare: “Se scopro chi ha messo il biglietto gliela faccio pagare. Io sto agli scherzi purché non siano di cattivo gusto”.
“Cosa vuole che le dica, ha ragione. Mi arrabbierei anche io. Però non ci faccia caso, son cose che capitano. Il mondo è pieno di gente strana. Lo sa come dice il detto: ‘La mamma degli stupidi è sempre incinta’”.
Mc Bride se ne andò. Durante tutta la sera non smise di pensare al biglietto e allo strano maggiordomo. Dopo cena fece la doccia e si coricò.
Certo era stata una giornata piena di emozioni. La conferenza e Lucia Canessa... Già, che colpo di fulmine! Il giorno dopo l’avrebbe vista. Meraviglia delle meraviglie. Sorrideva da solo pensando a quella ragazza dall’aspetto angelico e sensuale al tempo stesso. Poi però ripensava al biglietto e si preoccupava. Dopo varie ipotesi giunse alla conclusione che era stato solo uno scherzo di pessimo gusto di qualche cretino presente alla riunione. Decise di non dare troppo importanza a questa faccenda: “Chi se ne frega! Io sono innamorato per la prima volta in vita mia e domani vedo quella donna meravigliosa. Questo è quello che conta” pensò e spense l’abat-jour. Quindi si addormentò.
L’episodio del biglietto fu velocemente dimenticato da Ferdinando. La mattina successiva sarebbe iniziata per lui una nuova vita. L’amore sarebbe entrato nel suo mondo. Ma non solo l’amore... C’era chi tramava diabolicamente alle sue spalle e studiava nei minimi dettagli un piano perfido che avrebbe sconvolto la sua vita.


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