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Io so
L'enigma di Mariani
di Maria Masella
Capitolo 1
Lunedì
È inutile girarci intorno: la settimana non è iniziata bene.
I motivi? Solo l’imbarazzo della scelta. Primo motivo: ho l’auto guasta. Quando
me ne sono accorto Francesca era già uscita con la sua Panda per portare le due
belve grandi, Manu e Abdul, a scuola. Non ho potuto chiederle un passaggio e
neppure usufruire della sua consulenza tecnica.
Così sono arrivato in Questura in bus.
Oggi farò solo lavori sedentari, perché non mi piace muovermi con l’auto di
servizio. Farò quello che il correttissimo e pudico Anselmi chiamava cazzeggiare,
cioè ciondolare senza scopo.
Ho passato la mattina esaminando casi di poco conto, ma anche quelli sono da
sbrigare. Ora sono disoccupato: è il momento giusto per riordinare la scrivania,
anzi tutti gli scaffali. Ma in modo tortuoso è anche pratica espiatoria.
Iachino stava facendo un bel lavoro. Prendeva un fascicolo dal ripiano in basso,
esaminava il contenuto, buttava il superfluo (doppioni: le copie che mi portavo
a casa o in giro), pinzava il tutto e sistemava in alto. Con data del caso e
nome in codice. Era stato Anselmi ad insegnargli come fare.
Avviso che sto lavorando e non mi disturbino, se non per questioni della massima
importanza. Mi sento attivo. Tolgo il maglione, rimbocco le maniche della
camicia e mi metto al lavoro.
Due ripiani da schifo, peggio di come immaginavo.
Dopo un’ora getto la spugna. Certi casi sono troppo intrecciati alla mia vita,
come quello del cartomante ammazzato. Così ho conosciuto Cabel e da lì ho
trovato Abdul… Per ottenerne l’affido io e Francesca abbiamo messo una pietra
sopra al divorzio. Ma tutto quanto ci aveva portato a crederlo inevitabile è
ancora lì, irrisolto.
Forse sta marcendo.
Che ruolo ha Alberto Mauri nella vita di Francesca? Questa notte lei ha fatto
all’amore con me, oscuro questurino, ma cosa vuol dire? Quante volte sono stato
a letto con una e poi con lei! So che si vedono molto spesso. Mi ero ripromesso,
approfittando del fine settimana, di portare il discorso su Mauri, non l’ho
fatto; da vigliacco. E questo è il secondo motivo per prevedere una cattiva
settimana.
Almeno avessi un caso da stordirmici dentro. Come certi si fanno di alcool o di
coca. Invece non ho lavori urgenti.
Neppure riordinare mi fa sentire meglio. Rinuncio e mi ritiro giù le maniche
della camicia e parte anche un bottone. Non lo cerco! Tanto non ho mai capito a
cosa servano i bottoni dei polsini.
Esco dall’ufficio e lo stesso agente cui ho comunicato che avevo un lavoro
importante mi dice che ha telefonato mia moglie.
È serissimo, ma lo so che dentro sta ridendo. Anch’io, alla sua età, ero
diventato uno specialista nel ridere mantenendo un viso impassibile. Lo avevo
imparato ai cineforum amati da mio padre, ai comizi di mammà, e perfezionato il
tutto da studente. Un po’ di esercizio lo faccio ancora alle poche
manifestazioni ufficiali che non riesco ad evitare.
– Perché non me l’hai passata?
– Ho chiesto se era importante, mi ha detto di no.
Io questo lo disfo. Ritorno nel mio ufficio e prendo il cellulare. Spento.
Accendo e controllo chiamate ricevute. Cellulare di Francesca.
– Oh, Anto, ti ho chiamato. Mi hanno detto che eri in riunione… – Non correggo e
lei continua: – Un problema di lavoro, improvviso e torno tardi. Ho già chiamato
Emma e Carla e sistemato tutto.
– D’accordo.
Non ricordo che mi abbia mai chiamato per avvisarmi di un ritardo. Teme che la
cerchi?
Potrei farmi accompagnare a casa da un’auto di pattuglia. Potrei chiamarmi un
taxi.
Andrò a piedi alla prima fermata dei taxi. Non mi farà male respirare un po’
d’aria inquinata. Alla fermata uno è libero. Salgo e do l’indirizzo di casa.
Ha appena avviato che gli chiedo di allungare fino a Marassi, le vie attorno
allo stadio.
– Se poi vuole andare a Quarto si allunga di molto.
– Mi va bene così.
– Se va bene a lei…
Conosco bene la zona, Marassi, non lontano da stadio e carceri. Non sono mai
salito a casa di Iachino, ma qualche volta gli ho dato un passaggio. Zona con
tante vie di fuga. Zona trafficata; però nessuno ha notato una moto ferma con
due uomini in attesa.
Non è difficile scoprire dove abita uno di noi. Sappiamo che può accadere. A noi
e a chi ci lavora accanto.
E così ripasso da quelle vie, dove è stato colpito Iachino; al tassista ho
chiesto di procedere lentamente, come se potessero dirmi qualcosa.
Niente. Sorpassiamo il suo portone e poi il bar da cui è uscito pochi minuti
prima che gli sparassero. Procediamo così lentamente che vedo il barista, Ciro
Esposito, fumarsi una sigaretta sulla porta.
Mi chino in avanti verso il tassista: – Accosti un attimo, per favore. Lo
gradisce un caffè?
– Il tassametro gira.
– Non c’è problema.
Così entro a prendermi un caffè con il tassista.
Esposito mi riconosce, mi chiede notizie dell’ispettore Iachino, gli dico che è
sempre uguale.
Ripartiamo. L’autista si gira: – Davvero lei è un commissario?
– Sì. Perché?
– Niente.
Forse non assomiglio a quelli del cinema e della tv, con pistole spianate.
– Le ha chiesto di uno, non per impicciarmi, ma un suo collega? – Mentre parla
guida veloce, senza distogliere gli occhi dalla strada: traffico incasinato come
sempre.
– Sì, un ispettore. Gli hanno teso un agguato proprio lì, mentre usciva da casa.
Stava prendendo il casco, sono arrivati due in moto e gli hanno sparato.
– Cazzo!
Forse è per il motociclista che gli ha tagliato la strada.
– Che cazzo! Che tempismo! Con il traffico che c’è beccare il momento buono.
Anche con una moto. Non è che avete orari tanto alla spacca minuto, vero?
– Vero.
È un radio taxi e alle nostre si sovrappone la voce di donna che ripete e ripete
le chiamate…
– Prendiamo la strada a mare.
– Faccia lei.
Andiamo verso Levante e il mare è uno spazio scuro alla nostra destra.
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