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Irresistibili
bastardi
Amori, sesso e intrighi raccontati da
donne
a cura di Adriana Albini
dal libro
Prendete nota, bambine
di Raffaella Grassi
Torno a casa, è mezzanotte passata, mi
tolgo il cappotto, e poi il maglione, le scarpe, i jeans.
Rimango in mutandine e reggiseno, a piedi nudi sul tappeto, poi mi tolgo tutto e
mi annuso piano, per sentire il tuo odore.
Dura qualche ora, non di più, e stanotte vorrei dormirci dentro, addormentarmi
dentro, al risveglio non ci sarà più, evaporato come i segni delle tue labbra
sul mio seno.
“Quando ci rivediamo, Fede?”.
“Non lo so, sono incasinato”.
“Domani magari ti chiamo”.
“No guarda, non chiamare, meglio di no, non essere ossessionante”.
“Così, solo per sentirti”.
“Lascia stare, lo sapevo, adesso ricominci con le richieste”.
“Non è una ri…”.
“Vai a casa, è meglio, adesso arriva la telefonata, lo sai, e voglio che tu sia
già andata via”.
“Allora ciao”.
“Ciao”.
La figura dell’amante non è popolare, eufemismo.
L’amante è una fatalona perversa rubamariti.
In una parola, una troia.
Una che s’infila nelle storie d’amore degli altri.
Una ladra di baci, carezze, orgasmi.
I romanzi e i film sono pieni di povere innocenti tradite, annientate dalla
perfidia dell’altra. Che in genere è una tipa senza scrupoli, sexy e
vendicativa, che alla mattina esce di casa in tacchi a spillo, autoreggenti e
guêpière.
Prendete nota, bambine, che un giorno poi magari vi potrà servire, da qualunque
delle due parti vi capiterà di trovarvi, le cose non stanno così.
Le amanti sono donne uguali alle altre.
Le amanti hanno la cellulite, la ricrescita dei capelli, corrono agli
appuntamenti (corrono, le amanti per definizione corrono, e poi aspettano) in
scarpe da ginnastica e con il trucco un po’ sfatto dopo una giornata di lavoro.
Spesso sono imbranate, insicure, indecise.
Per le occasioni speciali si sistemano anche loro, vanno dal parrucchiere per i
colpi di sole, fanno la maschera al viso e si comprano il balconcino di pizzo
nero ai saldi, ma né più né meno delle altre, le ufficiali.
Le amanti sono donne normali, solo che hanno incontrato l’uomo della loro vita
al momento sbagliato. Bastava incrociarlo qualche anno prima, quando lui era
ancora libero e bello e il gioco era fatto.
“Saremmo stati felici insieme, vero Fede?”.
“Aspetta, fammi fare i calcoli, sì, se ci incontravamo nel 2000 sì. Nel 1995 no
perché stavo con un’altra, un’avvocatessa”.
E io che facevo nel 2000? Avevo una storia con il mio maestro di yoga, ma lo
avrei lasciato all’istante.
Benedetto anno 2000, in cui tutto sarebbe potuto accadere.
Ma le amanti sono scoordinate, incasinate, fuori sincrono.
Sì, avete indovinato.
Sì.
Non era difficile.
Io sono un’amante.
Da due anni.
Sì, sono anch’io una serpe che manda gli sms mentre lui è seduto sul divano a
guardare il tg vicino a lei, la vittima ignara e senza colpe; sono anch’io una
stronza che spedisce mms hard mentre loro sono sotto l’ombrellone a fare i
cruciverba.
Non per cattiveria, non per farci scoprire, non sono così stupida, so che lo
perderei.
Molto più banalmente per ricordargli che esisto, che ci sono anch’io,
rannicchiata su una poltrona da qualche parte, da sola, lontano dai suoi
pensieri e dai suoi gesti; che esisto anch’io, che lo penso e lo immagino anche
quando lui non c’è. Soprattutto quando lui non c’è.
Patetica, concordo.
Masochista, concordo, concordo.
Assolutamente cretina, vi ho detto che concordo.
Sono due anni che lui mi sbatte il telefono in faccia se lo chiamo nei momenti
sbagliati.
Che sono: quando è con lei, e questo è ovvio. Quando è con gli amici di lei.
Quando è con i suoi amici che però conoscono anche lei. Sul lavoro. Appena
uscito dal lavoro perché i colleghi sono nei paraggi. A volte anche quando è da
solo, perché lei lo deve chiamare ed è meglio che non trovi il telefono
occupato. Se fate i calcoli, i momenti sbagliati sono praticamente sempre. Da un
po’ di tempo non ho più il coraggio di telefonargli se non in casi eccezionali,
gli mando sms, o gli scrivo lunghe mail in orario d’ufficio. Ci siamo inviati
milioni di mail, io e Federico. Potremmo pubblicare un libro di mail, io le ho
salvate tutte, lui non credo, penso le cancelli digitando velocissimo senza
neanche leggerle fino in fondo, troppo rischioso.
Perché Federico ha il terrore che ci scoprano.
Così se ci incontriamo a teatro, al cinema, in un ristorante o in una qualsiasi
situazione pubblica, lui fa finta di non vedermi. Non di non conoscermi,
attenzione, perché per lavoro frequentiamo lo stesso ambiente e la gente sa che
ci conosciamo, no no lui fa proprio finta di non vedermi. Come se io fossi
trasparente, o lui afflitto da un attacco di cecità temporanea e localizzata.
Quando fa così, io sto male.
Magari la sera prima abbiamo fatto l’amore a casa sua e lo abbiamo fatto nel più
tenero e sensuale dei modi, lui ha inventato le cose più porche e poi le più
dolci e al momento di salutarci i nostri corpi non riuscivano a staccarsi e
abbiamo dovuto respirare forte per rivestirci e rientrare nelle nostre vite, e
il giorno dopo lui come se niente fosse non mi saluta e fa finta di non vedermi.
Le prime volte mi veniva da piangere, più avanti mi saliva su per la pancia la
voglia di prenderlo a schiaffi e sputtanarlo davanti a tutti; adesso invece me
ne sto da una parte, lo guardo dal mio angolo polveroso e ingoio tristezza,
senza dire una parola.
All’inizio era diverso.
All’inizio giravamo per strada camminando vicini e ci guardavamo in un modo che
era come gridarlo al mondo, “ehi, noi due siamo innamorati, si vede, vero,
abbiamo appena fatto l’amore e le lenzuola sono ancora calde dei nostri corpi,
si vede vero?”, e andavamo a cena nei ristorantini e ci sfioravamo di continuo
le dita, e al cinema lui mi teneva la mano, un po’ nascosta sotto il sedile
d’accordo ma la teneva stretta, e mi sfiorava il seno e io mi riempivo di
brividi belli.
Poi lui ha iniziato a guardarsi sempre intorno, e una volta c’era quello, e
un’altra volta c’era quell’altro.
“Ci hanno guardato strano, hai notato?”.
“No, Fede, a me non sembra”.
“E invece ti dico di sì, vedrai che domani in ufficio cominciano a rompere”.
Così le cene nei ristorantini sono finite, e sono diventate cene a casa sua, al
riparo da pettegoli e spie. Io ero contenta lo stesso, a me bastava (a me basta)
stare con lui. Facevo i quattro piani di ardesia di corsa e arrivavo col
fiatone, con tutti i pacchettini in mano, le trofie, il pesto, la torta
pasqualina, la Sacher. Appena entravo lui buttava tutto sul tavolo o dentro al
frigo, così, a caso, mi prendeva per i fianchi già nel corridoio e mi spingeva
baciandomi verso la camera da letto, togliendomi in sequenza maglietta, gonna,
calze, reggiseno, mutandine, sussurrandomi tra i capelli “mi fai impazzire, ti
desidero da morire”. E io lui. Poi anche questa fase è finita.
“Non me la sento più di fare i fidanzatini che fanno la cenetta romantica, mi
sento in colpa, cerca di capirmi. Da questo momento non verrai più a cena qui.
Verrai solo per fare l’amore, e poi subito dopo andrai via”.
Quando me lo ha detto, al telefono, ho perso l’equilibrio. Stavo facendo San
Matteo in discesa e ho vacillato, un ragazzo che passava se ne è accorto e mi ha
tenuto un gomito per non farmi cadere.
Io e Fede quando siamo insieme siamo speciali. Lo so, lo dicono tutti, ma noi lo
siamo davvero. Basta che i nostri occhi s’incontrino e rimaniamo agganciati per
ore, senza aver voglia di fare altro che non sia accarezzarci e toccarci. E poi
ridiamo, mangiamo, guardiamo la tv sul divano, chiacchieriamo sotto le coperte e
inventiamo storie. Non capivo, e non capisco: come fa Fede a rinunciare a tutto
questo? E perché poi? Complessi di colpa?
La felicità non è una colpa, non può esserlo.
L’infelicità invece sì, perché è da vigliacchi.
Per non farmi mancare niente ho studiato le foto di lei nei dettagli, le ho
scannerizzate mentalmente e memorizzate. Mentre lui è in bagno a farsi la
doccia, io mi metto d’impegno e seziono primi piani, mezzi busti e piani
americani. Dopo mesi di esami approfonditi, sono arrivata a una conclusione. Lei
non è la donna adatta a Fede. No, bambine, non lo dico per gelosia. Ne sono
davvero convinta, lei non è la donna adatta a Fede. È troppo bassa, troppo
anonima, troppo sciuretta. Non ha seno. E lui impazzisce per il seno. Comincia
sempre da lì. Anche quando siamo per strada me lo guarda, e nei ristoranti, e
sull’autobus.
Io lo conosco bene, Fede, conosco ogni centimetro e ogni angolo del suo corpo,
so che cosa lo fa eccitare, cosa lo confonde, cosa lo fa andare in tilt. Io sono
un flipper e lui è un jukebox.
No, non ve lo dico, bambine, è una cosa solo nostra, ed è un segreto prezioso.
Provate a immaginare la sabbia e l’acqua insieme, il cioccolato fondente e
quello con le nocciole, lo zucchero e il sale, il sole che scotta sulla schiena
a inizio estate la prima volta che andate al mare, cento neon tutti accesi, un
rossetto, A love supreme di John Coltrane e Waltz for Debby di Bill Evans, una
scatola di Caran d’Ache, una nuotata al largo, una corsa in salita, la testa
sotto l’acqua nella vasca da bagno, mettete tutto insieme, e sarete ancora
lontane da come io e Fede facciamo l’amore.
Lontanissime.
Ma io sono l’amante.
“Potremmo essere felici io e te, lo sai Fede? Davvero felici”.
“Non in questa situazione”.
“Dipende da noi cambiarla oppure no. Solo da noi. Non abbiamo mai dormito
insieme io e te, lo sai Fede? mai una volta in due anni”.
“Peccato”.
“Non abbiamo mai passato una serata tranquilla insieme agli amici, mai in due
anni”.
“Peccato, davvero”.
“Staremo mai veramente insieme io e te, Fede?”.
“Piantala, sei ossessiva”.
“Ci vediamo stasera?”.
“Meglio di no”.
“Perché?”.
“Lo sai il perché, te l’ho già detto mille volte”.
“Perché?”.
“Perché tu hai ragione a chiedere cose e io ho ragione a risponderti che non
posso dartele”.
E così, dobbiamo incontrarci divisi, tu là, io qui, la porta appena socchiusa e
tra di noi l’oceano. Emily Dickinson.
Tra di noi l’oceano, anche se siamo nella stessa stanza.
Stasera sei con lei, vi guardo dal mio angolo, sono seduta sul bordo di un
divano, anzi no, non sono seduta sono rattrappita, ho le braccia incrociate che
mi schiacciano il seno e le gambe rigide, ti guardo, vi guardo, tutto intorno a
me funziona, tutto gira, tutto è al suo posto, e io sono a pezzi. Mi saluti da
lontano con un cenno, io anche, come due sordomuti in mezzo alla folla in una
stazione, non osi neanche avvicinarti, l’altro ieri tra le tue lenzuola eravamo
un respiro solo e mi chiedevi con una voce-soffio le cose proibite che ti
rallentano il respiro, certo a lei non le chiedi quelle cose, certo che no, non
riesco a fare a meno di fissarla, lei non mi nota neanche, continua a ridere e a
parlare sfiorandoti leggermente la spalla, non si accorge di questa stupida in
minigonna con troppo rimmel che da due anni va a letto con il suo uomo. Adesso
mi alzo e glielo dico. Adesso mi alzo, vado dritta filata verso di lei e glielo
dico: “piacere tu non mi conosci ma io sì, vedo sempre la tua foto sul frigo di
Fede appena entro in cucina, piacere, io e Fede facciamo l’amore da due anni, ah
non sapevi, non immaginavi, mi dispiace ma è così, il fidanzatino ideale
purtroppo non è tale e ti fa le corna appena può, anche prima di conoscere me”,
non lo sapevi, mi dispiace davvero tanto, sei un po’ impallidita, anche tu Fede.
Adesso mi alzo e vado. Lui si volta di scatto, come se avesse capito, mi guarda
e i suoi occhi sono tristi, occhi da stronzo d’accordo ma tristi, così mi
risiedo, resto qui aggrappata al divano finché un cameriere con vassoio viene a
offrirmi un bicchiere di qualcosa, si mette in mezzo e io non li vedo più,
chiudo gli occhi e bevo tutto d’un fiato, ci sono momenti che hanno una durata
assurda, dilatata, inspiegabile se non con il pulsare salato di una ferita che
si apre.
Torno a casa in autobus. Guardo fuori dal finestrino, macchine, ombrelli, i
palazzi di Sottoripa.
Scendo di corsa e vado a passeggiare sui moli, con le mani in tasca, come nel
peggiore degli Harmony. Comincia a piovere e così mi bagno e ovviamente sto
piangendo, figurati se non piango, vorrei uscire dal libro, scaraventarmi fuori
dal film ma non ci riesco, non ne ho la forza.
Ti ho sopravvalutato.
Ti ho idealizzato.
Ti ho immaginato diverso.
Non è colpa tua.
Ti vedevo deciso, allegro, appassionato.
Ti volevo, ostinatamente, vedere così.
Ci ho messo due anni, ma alla fine ecco il flash.
Sei solo un vigliacco, niente di grave, lo sono anch’io.
Tipico caso di cristallizzazione, direbbe Stendhal.
Barthes ci scriverebbe un capitolo del suo libro, sicuramente l’ha già scritto,
appena arrivo a casa lo cerco sullo scaffale e controllo, mi rileggo tutto il
capitolo su Werther che magari mi fa bene, mi fa crollare del tutto così poi
posso provare a rialzarmi.
Mai mettersi con uomini già impegnati, direbbe mia nonna. E lo direbbe in
siciliano stretto, lo direbbe nel suo catanese profumato e cinico che non
s’illude di niente.
Lo sapevo che stavi con un’altra, lo sapevo ancora prima che tu me lo dicessi, e
non mi importava.
Anzi all’inizio mi eccitava, vederci di nascosto, prenderci con la furia degli
amanti che non hanno tempo, scivolare via dalle tue braccia e conservare l’odore
del tuo corpo come un regalo segreto. A volte lei telefonava mentre tu mi
spogliavi e non rispondevi, lasciavi suonare, suonare, suonare, lei chiamava e
tu baciavi me, ti perdevi tra i miei capelli, il mondo fuori dalla tua stanza
piena di libri era neve che si appoggiava sui cornicioni.
Eri coraggioso, allora.
“Cosa faremo di noi due?” dicevi tra le lenzuola.
“Fatti guardare, ti prego, fatti guardare” sussurravi a luci spente.
“Ci vediamo solo per cinque minuti? ne ho bisogno, dove sei, io sono a San
Lorenzo, vienimi incontro, anche solo cinque minuti” e io mi vestivo di corsa e
ci incontravamo in un vicolo, e scappavamo a baciarci dentro il tuo portone, con
le mani che si cercavano sotto i cappotti.
L’altra sera mi hai detto che mi comporto sempre più da puttana.
Non volevi offendermi, non mi sono offesa. Cosa vuol dire poi essere puttana,
desiderare fare l’amore con l’uomo di cui sono innamorata, e desiderarlo così
tanto perché quello è l’unico momento in cui lui mi abbraccia, mi bacia, mi
accarezza e mi chiama sottovoce per nome?
Io pensavo che il mio amore sarebbe bastato per tutti e due, che avrebbe dato la
forza, e il coraggio, io ci credevo, che schifo di parola, amore, non la userò
mai più, non la pronuncerò mai più, non la dirò mai più a nessuno, ci vuole
pudore nell’usarla, ci vuole cinismo, per difendersi e non cadere, per lasciare
di sé un’immagine incompleta, che ti lasci una via di fuga quando hai perso
anche l’ultima dignità.
Il desiderio di te, impermeabile all’assenza.
Ogni slancio, pagato più caro di un crimine.
I tuoi occhi chiari, quello sguardo un po’ swing che hai tu, quel tuo modo di
camminare sempre di corsa, la tua mania di rimettere tutto in ordine, la stampa
di Hopper sopra il letto, i libri così tanti e dappertutto anche nel bagno,
“chiudi gli occhi, abbracciami forte e facciamo finta che fuori è New York nel
1956”, il tuo modo di prendermi per i fianchi quando siamo ancora in piedi nel
corridoio, il mio vagare per il tuo corpo stordita dalla felicità, le tue rabbie
improvvise, le tue tenerezze sfuggite, lo champagne sul divano, la torta di
Klainguti, il tuo modo di accarezzarmi a volte dolce altre violento, il modo in
cui il mio corpo esiste solo dove tu mi tocchi e il resto è fumo, i tuoi silenzi
quando vado via, le mie lettere, la tua barba di qualche giorno, il computer
sempre acceso appoggiato per terra, nessuno nemmeno la pioggia ha occhi così
belli.
Ogni volta che sono nuda davanti a te mi sento fragile e infrangibile, nello
stesso preciso momento, fragile e infrangibile davanti a te.
Tell me the truth about love.
Prendete nota, bambine.
Neppure l’amore a volte risolve niente.
Soprattutto l’amore, a volte, non risolve niente.
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