L'isola ritrovata
Comune di Capraia Isola, Provincia di Genova.
Per una storia della comunittà capraiese attraverso le carte
conservate presso l'Archivio Storico della Provincia di Genova

 
di Fausto Brizi
 

Prefazione


di Gabriella Airaldi

Racconta Oberto Cancelliere che, nel corso dell’anno 1166, nonostante divampassero a Genova aspre lotte civili tanto che nessuno osava circolare senz’armi, i consoli non cessavano di preoccuparsi di ciò che egli definisce “l’utile della città”. Come ciò avvenisse è presto detto: anche fuori dal porto e per largo tratto dello spazio marittimo circostante bisognava essere costantemente in armi, pronti a difendersi da ogni possibile attacco dei più acerrimi nemici del momento, e cioè i pisani. Fu così che, tra la primavera e l’estate, pur essendo strenuamente impegnati a dirimere le contese interne, i consoli non cessarono di prendere provvedimenti in tal senso. Armarono quattro galee per impedire ai pisani l’accesso ai porti provenzali; ne inviarono tre verso la Sardegna per dimostrare ai nemici la subordinazione dei giudicati di Arborea e di Cagliari; infine fecero apprestare nove galee onde procedere alla definitiva conquista dell’isola. Inevitabilmente lo scontro si inasprì. Diciassette galee pisane mossero, nel golfo dell’Ogliastra, incontro alle genovesi, che, più veloci, riuscirono tuttavia ad evitare lo scontro; anzi, se ne tornarono a Genova dopo aver incendiato un certo numero di imbarcazioni nel porto pisano, mentre in città già si apprestava una flotta di trentadue galee. A dar retta a Oberto, pare che i pisani, impauriti dalla determinazione dei genovesi, avessero allora tentato azioni di pace. Erano arrivati, infatti, a Genova, in abito di eremiti e con istanze pacifiche, l’abate dell’isola di Gorgona, un eremita e un terzo ignoto personaggio; ma gli incontri successivi, svoltisi a Portovenere, non avevano dato alcun risultato, come di solito accadeva. Nel frattempo due galee pisane, mentre navigavano verso le coste provenzali, ne avevano catturato due savonesi, affondando, inoltre, un certo numero di imbarcazioni minori. Subito erano partite da Genova sette galee, dirette verso le isole, onde braccare con più facilità le pisane. “E presso l’isola di Capraia” – dice il cronista – “trovarono cinque galee dei pisani: quando quelle videro le nostre da lontano, si diedero alla fuga e, issata la vela, quella notte si salvarono”. L’isola di Capraia spunta dunque per la prima volta all’orizzonte genovese avvolta in una luce guerresca che immediatamente ne segnala la forte valenza strategica. A quel tempo, nel Mediterraneo occidentale, solo Pisa poteva tener testa a Genova, anche se la sua posizione decentrata, la minor capienza in movimentazione e distribuzione, la compresenza di altri centri concorrenti, alla lunga l’avrebbero penalizzata. Dopo quell’episodio, le scaramucce continuarono intorno all’Elba e in prossimità della Corsica. Di fatto, la lotta fra Genova e Pisa proseguì a lungo e senza esclusione di colpi, coinvolgendo tutto il Mediterraneo e intrecciandosi alle grandi questioni, che interessavano l’impero, il papato, i comuni e i regni. Finché giunse il giorno della famosa battaglia della Meloria (1284) a sollevare, almeno temporaneamente, i genovesi da qualche preoccupazione. In primo luogo, dal problema della difesa finitima, che poterono finalmente superare con l’acquisizione definitiva della Corsica e estendendo il proprio controllo, attraverso i De Mari, già da tempo signori del Capo Corso, anche a quello scoglio di rara bellezza che, per la sua posizione essenziale, rappresentava un approdo obbligato. In effetti, proprio la sua naturale conformazione ambientale, che in età altomedievale aveva attratto eremiti e monaci, ricca di anse e approdi protetti e sicuri, e la sua estrema vicinanza al Capo Corso facevano di Capraia un’interessante testa di ponte per chi volesse operare liberamente nell’area mediterranea. Corre dunque sul mare il filo rosso che lega la storia di Capraia e Genova, da quando, mille anni fa, la scelta di operare in un’economia di libero mercato, aveva fatto convergere sul principale porto del Mediterraneo tutte le attenzioni dell’Occidente europeo.
In ogni caso, allora l’Europa guardava ad un mare Mediterraneo, considerato e definito “medium terre tenens”, il centro della terra. Il mondo era piccolo, si navigava di cabotaggio e la lotta per la supremazia e per la libertà di movimento faceva del mare un campo di battaglia, dove la pirateria commerciale si confondeva continuamente con la guerra politica. Ma lo spazio marittimo era anche altro: un ambito particolare, nel quale – come ha ben dimostrato Jacques Heers – maturavano qualità peculiari. Navigare tra le isole, scivolare nelle anse protette e nascondervisi, piombare a sorpresa sul nemico o inseguirlo in mezzo a mille pericoli, rappresentavano le tappe di un processo di formazione continua, erano la grande scuola creatrice di quelle capacità marittime che avrebbero reso famosi e ricercati dappertutto i genovesi. Nell’incontro con la Capraia, isola che incrociava le rotte e consentiva manovre insperate e fruttuose, si legge dunque una parte essenziale della storia genovese.
Ma la guerra di mare non bastava a risolvere i problemi. Chi conosce il sistema degli insediamenti genovesi nel mondo sa che, tra tante e diverse soluzioni, il controllo diretto – faticoso e dispendioso – fu generalmente evitato, usato soltanto quando si trattasse di salvaguardare località ritenute essenziali sul piano di una strategia globale. Come sempre, anche in questi casi l’intreccio tra pubblico e privato fu l’elemento guida del network genovese: si avvalse, infatti, di signorie d’investitura esterna in qualche rapporto con il Comune genovese, come nel caso degli Embriaci a Jibeil; di domini diretti, come fu per la Corsica, destinata più tardi a passare attraverso la gestione di una “maona” e poi del Banco di San Giorgio; di amministrazione diretta per le colonie del mar Nero, infine cedute al Banco di San Giorgio; della signoria degli Zaccaria sull’isola di Chio, più tardi ripresa e controllata da una “maona”. Capraia, prima controllata dai De Mari, passerà poi al Banco di San Giorgio e infine alla Repubblica. Questi esempi, tra i tanti che se ne potrebbero fare, sono indicativi dell’importanza del ruolo che i genovesi riconoscevano a certe località, considerate non solo anelli di una catena economica, ma punti imprescindibili per la difesa del sistema o addirittura, come nel caso della zona insulare prossima a Genova, necessari alla sopravvivenza della città e del suo porto.
È questo il caso di Capraia; nella quale, come nella vicina Corsica, si può cogliere l’impronta guerresca conferita dai genovesi alla configurazione ambientale, in cui il segno della potente fortezza di San Giorgio e il pullulare delle torri di avvistamento rappresentano un linguaggio forte pari, per incisività e profondità, alla persistenza di forme linguistiche omologhe, che dimostrano anch’esse l’esistenza di un lungo e intenso rapporto. Un rapporto di cui si conoscono bene le radici, che, come in altre storie importanti per la costruzione dell’identità europea, affondano nel lontano Medioevo.


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