Gli Italian pioneer nella guerra di Liberazione
A fianco degli Alleati dalla Puglia alla venezia Giulia 1943-45
 
di Marco Ruzzi


Nota dell'Autore


Questo studio prende le mosse da lontano. Le ragioni più profonde sono da ricercarsi nei vincoli familiari e affettivi.
Quando cominciai ad occuparmi della Seconda Guerra Mondiale e della Resistenza, rimasi folgorato dalle lotte e dai sacrifici sopportati dai partigiani per restituirci la libertà. Nulla al di fuori o all’esterno della Resistenza era, per me, degno di rilevanza, di interesse e con questo atteggiamento assolutista non riuscivo a vedere oltre, a comprendere nel profondo i mille percorsi in cui si concretizzava invece la guerra di Liberazione. Le rare volte in cui mio padre narrava la sua vicenda di soldato del Regno del Sud, mi ritraevo con un senso di avversione, di disturbo interiore e con una malcelata rabbia scoppiava la domanda “perché non hai fatto il partigiano?”
Confidai questo rovello ad alcuni amici del mondo resistenziale e loro mi spinsero a cercare di capire, a non indugiare sui luoghi comuni, sulle facili soluzioni, ma questo avveniva quasi contemporaneamente alla scomparsa del mio genitore. La curiosità allora divenne una necessità irrinunciabile, un quesito cui dovevo dare una risposta, specie quando ritrovai – fra le sue carte – una sgualcita proposta di decorazione alleata per un atto di valore da lui compiuto nel 1944 in Romagna. Trasformandosi in un imperativo morale, il desiderio di comprendere mi spingeva a cercare: iniziai a chiedere agli Istituti storici, prima di Rimini, poi di Pesaro, ma non trovai risposte e, analogamente, le reiterate sollecitazioni inviate alle istituzioni militari e alle associazioni combattentistiche e d’arma non ottennero alcuna soddisfazione. Nessuno sapeva, nessuno voleva sapere, voleva aiutarmi a capire. Ai miei accenni, quando pronunciavo il termine “ausiliaria”, la replica – quasi sempre laconica, introdotta dai “non so”, “forse”, “mah”, “chissà” – bruciava. La cartella personale, il documento ufficiale, l’unica traccia che avrebbe potuto quietare la mia sete di sapere, era sparita, scomparsa, svanita. In quel periodo costellato di dinieghi, di frasi fatte, di finta indignazione, di proposte tanto assurde quanto inaccettabili (mi venne ventilata l’ipotesi di decorare – in assenza dell’interessato – la vedova o il primogenito) decisi che la mia non sarebbe più stata una semplice anamnesi dettata dagli affetti familiari, ma avrebbe assunto un valore più universale, sotto la forma di una piccola “crociata”, una missione per riportare alla luce la vita ed i sacrifici di numerosi italiani il cui operato modesto, troppo silenzioso e sicuramente a volte non sempre irreprensibile e immacolato, ha contribuito alla cacciata di nazisti e fascisti non meno di tanti altri gesti ormai entrati nel patrimonio della memorialistica ufficiale.
Così nacque l’idea della ricerca sugli Italian Pioneer. L’indagine è stata pionieristica in tutti i sensi: nessun soldo pubblico ha finanziato la ricerca. Ho goduto del supporto tecnico dell’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Cuneo e dell’appoggio in loco degli omologhi di Rimini, Pesaro, Ancona e Napoli. Altri istituti, pur sollecitati, non hanno dato segnali di vita, al pari delle istituzioni e dell’associazionismo che hanno denunciato un vuoto sconfortante. Dietro alle roboanti affermazioni – pubblicate sugli organi di stampa – relative al desiderio di “riaccendere” la ricerca sulle Forze Armate della Liberazione per allinearla, giustamente, a quella relativa alla Guerra Partigiana, c’è un’assenza desolante minimamente mascherata, ormai da decenni, dalle solite e stereotipate affermazioni inconcludenti ed intrise della magniloquenza più consumata. Pur senza voler fare delle gerarchie o delle meritocrazie, ma constatando semplicemente lo “stato dell’arte”, mi ha lasciato senza parole comprendere come, nella nostra Repubblica nata dalla Resistenza e dalla Guerra di Liberazione, si ricerchi e si dibatta di più in merito ai “Ragazzi di Salò” che ai militari delle divisioni ausiliarie. Paradossalmente, oggi, ci sono maggiori probabilità di riuscire a ricostruire le vicende di un milite repubblichino che di trovare il fascicolo personale di un caporale maggiore del 412° reggimento IPL proposto per una decorazione. Per superare le secche della “retorica patriottarda”, per rompere il cerchio della convenzione elevata a way of thinking, è stata necessaria l’analisi di carte custodite a Roma, Napoli e Londra. I perfezionisti, giustamente, invocando la completezza, segnaleranno l’assenza delle fonti statunitensi in quanto gli ausiliari erano anche US-ITI, ma le mie finanze non permettono voli e soggiorni a Washington, sicché lascio l’arduo compito ad altri più fortunati studiosi.
Proprio perché questa ricerca è stata condotta in termini “privati” mi corre l’obbligo morale di dilungarmi nei ringraziamenti. Anzitutto esprimo gratitudine a mia madre, a mio fratello Riccardo, a mia cugina Carmela e alle rispettive famiglie per l’indispensabile supporto affettivo e logistico occorsomi durante il quinquennio 1999-2004, periodo in cui è maturata e si è sviluppata questa indagine. Agli amici e partigiani – ormai scomparsi, ma per me sempre vivi – Walter Botto e Nuto Revelli, dico grazie perché da loro mi sono arrivate le prime sollecitazioni per capire, per approfondire il percorso di mio padre al quale non davo la giusta importanza. Una particolare parola di gratitudine va a Roberta Busdraghi che ha condiviso con me le non facili giornate londinesi, agevolandomi, in ogni modo possibile, nella ricerca e sobbarcandosi gravose giornate al Public Record Office (ora National Archives) in qualità di interprete e ricercatrice: senza di lei questo libro non ci sarebbe. Un debito di gratitudine ho nei confronti di Claudio Comello che ha rapidamente tradotto e discusso con me buona parte della indispensabile documentazione inglese. Un grazie sentito va a Michele Calandri, Alessandra Demichelis, Luigi Bernardi, Piermario Bologna, Sergio Dalmasso, Alberto Gianola, Adriana Muncinelli e agli amici dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società contemporanea di Cuneo e provincia con cui, in più occasioni, ho discusso queste pagine. Un particolare omaggio ai tenenti colonnelli John Sterling, dell’esercito britannico, e Antonino Zarcone i cui suggerimenti, preziosi ed indispensabili, hanno favorito le mie ricerche. Un giusto riconoscimento anche a Enzo Santarelli, Massimo Papini, Antonio Mazzoni, Francesco Soverina ed Amedeo Montemaggi i quali, in più occasioni, hanno mostrato il loro interesse verso questo lavoro.
Un grazie di cuore ai testimoni, persone che – sebbene io abbia fatto irruzione nelle loro vite da un giorno all’altro – mi hanno concesso la loro fiducia, rispondendo pazientemente ai questionari ed al fuoco di fila delle domande: i signori Pier Vincenzo Mazzoni di Lucca, Silvio Durante di Genova, Giuseppe Parenti di Firenze e Alessio Ugolini di Trieste, tutti già ufficiali di complemento delle Italian Pioneer Coys. A fronte di una diffusa indifferenza penso sia giusto citare le istituzioni che hanno preso in considerazione le mie richieste e quindi desidero ricordare i comuni di Faenza, Firenze, Forlì, Genova, Lucca, Manciano, Montalcino, Napoli, Novara, Parma, Pesaro, Reggio Emilia, Reggiolo, San Severo, Taranto e Trieste.
Paradossalmente proprio la “chiusura” di associazioni, enti, istituzioni e privati da cui spesso son stato cortesemente ignorato è stato lo sprone a proseguire nella ricerca.

Cuneo, giugno 2004
Marco Ruzzi


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