Gli Italian pioneer nella guerra di Liberazione
A fianco degli Alleati dalla Puglia alla venezia Giulia 1943-45
 
di Marco Ruzzi


Prefazione

di Michele Calandri

La visione storica della Seconda Guerra Mondiale è sicuramente influenzata da una imponente filmografia soprattutto americana. I colossal sui grandi eventi bellici, la cui produzione continua, fa premio spesso sulla conoscenza scientifica, documentata, dei fatti e crea interpretazioni basate sull’emotività e la visione di parte, sull’esaltazione dei “buoni” e sulla inevitabile sconfitta dei “cattivi”.
Anche la Campagna d’Italia (1943-1945) può contare su un gran numero di ricostruzioni cinematografiche, in cui si sono sperimentati grandi registi nostrani e con taglio neorealistico, lontano dagli aspetti spettacolari della guerra, più attenti a quelli sociali, alla riproposizione di una Italia contadina e povera investita dalla grande ventata di modernità portata dagli eserciti alleati, dagli americani in particolar modo.
Quello che è totalmente mancato in queste rappresentazioni, ricche di páthos sulle condizioni umane degli italiani, sulla occupazione e sulle stragi tedesche, sull’allegro arrivo degli americani nel Sud, sulla liberazione delle grandi città e della capitale, sulla guerra partigiana nel Nord e nelle retrovie tedesche è l’azione del governo monarchico nell’Italia man mano liberata e soprattutto l’azione delle sue Forze Armate, in vari modi “ricostituite” per affiancare gli Alleati o con l’aspirazione ad esserne cobelligeranti.
Viene così cancellato uno scenario non secondario, sbrigativamente liquidato anche dalla storiografia con ricostruzioni sul Corpo Italiano di Liberazione (CIL) e sui Gruppi di Combattimento.
La realtà è molto, molto più complessa e vasta, costellata di mille particolari, disseminata di vicende nazionali e internazionali che si intrecciano e si influenzano, rendendo quella storia difficile da dominare per un pubblico non specialistico. Ad un tentativo di abbracciare oltre 22 mesi di lotta per la liberazione della penisola da parte di Alleati e esercito regolare del Regno del Sud si è cimentato Marco Ruzzi, con il suo poderoso, lungo saggio dal titolo Gli Italian Pioneer nella Guerra di Liberazione. A fianco degli Alleati dalla Puglia alla Venezia Giulia, 1943-45.
Mosso dal reverente ricordo di un padre che ha combattuto in quell’esercito, senza essere capito nella sua onesta e retta scelta di uomo che ha fatto la sua parte, una parte così dimenticata e, quindi, addirittura disprezzata, Ruzzi scopre un mondo a lui sconosciuto, un insieme di migliaia di combattenti di cui nessuno vuole avere o rivendicare il patrocinio. È un iceberg, quello dell’esercito del Regno del Sud, di cui effettivamente è emersa solo la punta del CIL e dei Gruppi di Combattimento. Completamente sommersa è rimasta la parte più cospicua, la base larga e indispensabile, anche perché – da un certo momento in poi – quello italiano diventa un fronte secondario, a cui sono stati tolti quegli aiuti insopprimibili per condurre una guerra non statica, a favore invece di quello francese, che mira direttamente al cuore della Germania nazista.
Mi sembra scontato che anche nella Campagna d’Italia si scontrino le logiche delle grandi potenze e le speranze della tardiva conversione della monarchia e di Badoglio alla causa della coalizione antifascista. Molto meno noto che la politica nazionale e internazionale stia alla base del risorgere dell’esercito italiano dalle rovine delle guerre fasciste e dallo sfacelo dell’8 settembre. Trapela dunque, nella ricostruzione di Ruzzi, il punto di vista della monarchia, dei governi del Regno del Sud e della casta militare (punti di vista divergenti), assieme alla visione per il futuro che ne hanno inglesi e americani, mentre al nord i tedeschi diffidano per motivi opposti di coloro che vogliono creare un esercito della RSI. I risorgenti partiti fanno giustamente il loro gioco nella ricostruzione dell’esercito e, addirittura, nei lontani campi di prigionia dell’Unione Sovietica – con le scuole di antifascismo – si guarda al futuro dell’Italia, istruendo quei militari caduti in mani russe.
Appare dunque chiaro che le componenti decisive in campo – da una parte e dall’altra – non hanno alcuna intenzione, per diffidenza, per sottovalutazione o addirittura per disprezzo del soldato italiano, di lasciare crescere un nuovo esercito del Regno del Sud o della RSI, ma al contempo intendono utilizzare le forze disponibili per una importante, anzi indispensabile, ausiliarietà o vera e propria manovalanza al proprio servizio. Per non parlare quasi di “bande armate” che vivono all’ombra o con la connivenza alleata.
Il fatto è che, al Sud, queste forze saranno nientemeno che circa duecentomila uomini e avranno compiti di seconda schiera, ma alle volte a immediato contatto con la prima linea, e quindi con perdite anche pesanti, e in generale con compiti di importanza fondamentale nel ripristino delle comunicazioni, nel funzionamento dei porti, nel flusso dei rifornimenti. Al di là del desiderio della monarchia e del governo, entrambi desiderosi di figurare al meglio quali cobelligeranti, tutti protesi a schierare le maggiori forze possibili nei combattimenti, occorre realisticamente fare i conti con una popolazione sfinita dalla guerra, senza alcuna volontà (salvo casi abbastanza isolati anche tra gli ufficiali effettivi) di tornare a combattere, tanto che si verificano anche casi di vere e proprie rivolte popolari contro gli arruolamenti come a Ragusa. Si torna a situazioni che mutuano dal brigantaggio post unità nazionale.
D’altronde il tessuto connettivo dell’esercito è disfatto, i distretti zeppi di imboscati, gli equipaggiamenti del tutto dipendenti dalle elargizioni in genere non generose anche degli americani. Insomma: la macchina fa acqua da tutte le parti e i nuclei sfrangiati e dispersi per tutto il territorio liberato della penisola vivono mal nutriti, stracciati, abbandonati alle intemperie senza scarpe né divise e, peggio ancora, senza alcuna struttura sanitaria. Altro che occuparsi del tempo libero del soldato, del suo fattore morale! Arriviamo al punto che diventa estremamente difficile anche avere una licenza.
I problemi si intrecciano ai problemi: non ultimo viene a mancare un’epurazione che, se non tale da eliminare del tutto i compromessi irrimediabilmente col fascismo, riesca almeno a dividere il “grano dal lòglio”, gli elementi validi da quelli bolsi.
Lo studio di Marco Ruzzi fa un po’ i conti con tutti questi problemi, approfondisce di gran lunga rispetto agli studi disponibili e nel contempo fotografa nell’insieme una situazione generale non fermandosi ai soli aspetti militari. Accenna all’importanza dell’affacciarsi della politica tra i militari, della propaganda e dell’attenzione che vi dedicano i partiti e della preoccupazione che tale interesse desta nelle istituzioni, ma che frena anche una partecipazione più cosciente. È il caso dei partigiani via via raggiunti dalla rimonta degli eserciti nell’Italia liberata e che potrebbero essere molto meglio reimpiegati nella lotta al nazi-fascismo.
Sono importanti i suoi carotages su singoli reparti (si tratta per lo più di battaglioni se non di compagnie), su gruppi assolutamente trascurati e la distinzione tra “ausiliari” sotto comando inglese o americano o di altri gruppi alleati. Il dettaglio in cui si addentra è frutto di ricerche in archivi italiani e inglesi e lo stesso lettore deve destreggiarsi in un ginepraio di sigle e di nomi, di luoghi e di tempi. In tal senso, è utile la cronologia generale. Tuttavia la sua ricerca apre spiragli, porta alla nostra attenzione lo scontro che avviene tra le vecchie italiche mentalità militari e la voglia di nuovo, di rinnovamento che nasce dal confronto con gli eserciti moderni degli Alleati. Questo è il melting-pot che avviene nel lungo dopoguerra del Sud dove emerge l’arretratezza di una società spesso ancora analfabeta e i cui soldati possono offrire poco, oltre il sapere sfacchinare e zappare la terra. L’autore sottolinea, però, come anche la sussidiarietà dell’esercito degli ausiliari abbia avuto un ruolo fondamentale che diventa man mano di importanza primaria e sostanzia la cobelligeranza proprio su un fronte secondario e trascurato, dopo l’apertura del secondo fronte europeo in Francia.
La scarsa valorizzazione anche da parte antifascista di questa componente, finisce per abbandonare i 200.000 ausiliari alla berlina dei neofascisti, dei revisionisti, i quali imputano loro di essere stati i “servi” degli Alleati.
La ricerca di Marco Ruzzi tende a far giustizia di tutto questo, a spiegare il faticoso risalire di una china ereditata dallo sfracello del regime mussoliniano e monarchico, con una dovizia di fonti inedite che impressiona per la sua imponenza e per il dettaglio. Ciò non toglie che, come ogni storico di razza, anche Ruzzi finisca per aprire più problemi che non risolverli. Il suo è un contributo importante.


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