|
Gli Italian
pioneer nella guerra di Liberazione
A fianco degli Alleati dalla
Puglia alla venezia Giulia 1943-45
di Marco Ruzzi
I primi capitoli del libro
L’ausiliarietà, una possibile chiave di
lettura
Nel maggio 1945 sono circa 200.000,
suddivisi in otto divisioni più numerosi reparti minori, gli italian pioneer o
più semplicemente gli “ausiliari”. Le loro gesta, le memorie di questo segmento
dell’esercito del Sud sono praticamente inesistenti, scivolate via nella storia
del biennio 1943-1945 lasciando esili tracce. Paradossalmente, la parte più
consistente delle forze messe in campo dal Regno d’Italia dopo l’armistizio è la
più ignorata, sebbene sia stata quella maggiormente utile agli Alleati.
L’ausiliarietà nasce spontanea nei giorni successivi all’8 settembre 1943 quando
inglesi ed americani chiamano i militari italiani per aiutarli nello scarico
delle navi e dei treni. Gli Alleati intuiscono immediatamente la grande
potenzialità di questi uomini e provvedono ad accordarsi con i comandanti per
poter disporre, regolarmente e puntualmente, di tale indispensabile sostegno. Il
governo regio, alla ricerca di ogni possibile appiglio atto a favorire la
cobelligeranza, avverte l’importanza e comanda di dare inquadramento e struttura
organizzata a queste unità. La dipendenza è duplice: alleata per l’impiego ed
italiana per l’amministrazione anche se saltuariamente, per sopperire alle
carenze, inglesi e americani si faranno carico di rifornire i reparti. L’impatto
iniziale, per i soldati scivolati al rango di manovalanza in divisa, è aspro:
alcuni mugugnano, i più subiscono, ma tutti, rapidamente, si fanno apprezzare ed
in tempi brevissimi sono chiamati ad effettuare missioni in linea o nelle
immediate vicinanze. All’entusiasmo alleato non corrisponde altrettanto
interesse nazionale. Per le istituzioni militari gli ausiliari restano tali e
sono talmente male equipaggiati al punto di non riuscire a capire se sono “male
in arnese” perché ausiliari oppure se sono ausiliari e quindi “male in arnese”.
Il reclutamento è condotto con modalità e criteri discutibili, ma i soldati
sanno crearsi una buona fama. Dall’inizio, in sordina, legato allo scarico delle
navi nei porti, si passa ad una organizzazione più consona alle esigenze
alleate, tale da abbracciare, globalmente, le necessità logistiche e di supporto
del XV Gruppo di Armate. Fin dalla tarda primavera del 1944 compagnie di italian
pioneer sono attive sulla linea del fronte ed alla fine dell’anno un buon numero
di unità segue l’8ª Armata inglese nell’avanzata lungo la dorsale adriatica,
fornendo supporto logistico e di manovra apprezzabile. Gli “ausiliari” hanno
assunto una fisionomia ed una professionalità precisa, esplicata nello
stoccaggio dei materiali, nella ricostruzione di opere stradali e ferroviarie
(ponti, strade, strutture murarie), nello sminamento, nella bonifica dei
territori devastati dalla guerra e nell’assistenza ai combattenti feriti ed alle
popolazioni civili residenti nelle aree di guerra, costrette a vivere ben al di
sotto della soglia tollerabile.
Abilità e capacità sono ampiamente riconosciute dagli alleati che sovente non
accettano di perdere tali reparti e allora gli italiani vengono frammentati,
divisi, parcellizzati e sono attivi ovunque ci sia urgenza di costruire,
organizzare, sistemare e aiutare anche se poi, lentamente, le loro gesta sono
offuscate dalla “guerra guerreggiata”.
Questa ricerca vorrebbe recuperare tali episodi e restituirli al lettore nella
loro complessità. La storia dei pioneer italiani non è semplice e tantomeno è
eroica nel senso più abusato del termine. È una vicenda complessa fatta di
privazioni, di amarezze, di molte delusioni e pochissime soddisfazioni. Gli
interrogativi restano aperti anche se spero, con le pagine seguenti, di aver
contribuito ad illuminare, almeno a tratti, i percorsi di questi uomini.
Il teatro bellico in Italia
Un’analisi attenta della guerra combattuta
in Italia fra il 1943 ed il 1945 non può prescindere da una serie di
considerazioni generali relative ai contendenti, tedeschi ed Alleati, ed alle
loro diverse impostazioni procedurali. Fin dalle prime battute è chiara la
priorità accordata dagli Stati Uniti alla lotta contro il Terzo Reich, lasciando
in secondo piano la guerra al Giappone imperialista. La scelta si concretizza
nell’arco di pochi mesi sia con l’intensificazione degli aiuti materiali a
sovietici e inglesi, sia con l’impegno diretto assunto nello sbarco in Marocco
(novembre 1942).
La successiva cacciata dell’Asse dall’Africa determina quasi automaticamente le
ulteriori tappe: l’occupazione della Sicilia e l’attacco alla penisola italiana.
Hitler, dal canto suo, ha un compito molto più semplice: mantenere il nemico
lontano dal territorio tedesco e quindi combattere ovunque e con tutti i mezzi,
per cui, a tal fine, ordina di controllare con il minimo indispensabile di forze
lo scacchiere mediterraneo, concentrando la macchina militare germanica ad est,
per tentare di arginare l’Armata Rossa. “Per la strategia hitleriana
l’Italia, come già il Mediterraneo e la Libia, [sono] comunque un fronte
secondario da tenere con la minore quantità possibile di uomini e di mezzi,
salvo quando [pare] possibile un successo di prestigio importante, come per la
testa di ponte di Tunisia o lo schiacciamento dello sbarco di Anzio”.
Lo sbarco in Sicilia, il 10 luglio 1943, vede circa mezzo milione, fra americani
e britannici, (suddivisi in due armate, la 7ª e l’8ª agli ordini rispettivamente
di George Patton e di Bernard Montgomery) confrontarsi con più di 300.000 uomini
dell’Asse. Lo sfaldamento delle unità italiane – fatte salve alcune eccezioni –
fa gravare il peso della manovra quasi esclusivamente sui tedeschi i quali,
nell’impossibilità di respingere in mare gli avversari, si pongono sulla
difensiva, ritirandosi lentamente per permettere al grosso delle forze il
passaggio del braccio di mare fra l’isola e il continente. “Nonostante le
condizioni sfavorevoli, i tedeschi fecero una ritirata studiata ed eseguita in
modo brillante. E l’avrebbero fatto di nuovo durante la campagna d’Italia, fino
all’ultima fase in cui subirono la disfatta più completa”. La battaglia per
il controllo dell’isola si conclude il 17 agosto, con l’entrata delle truppe
alleate a Messina, sebbene il successo più consistente è sicuramente
l’accelerazione impressa ai programmi cospirativi della “fronda” interna al
Partito Nazionale Fascista – operante con la complicità della monarchia e dei
grandi centri del potere industriale e finanziario – interessata a portare
rapidamente l’Italia fuori dalla guerra senza perdere il controllo della
nazione.
I piani per l’invasione del territorio metropolitano sono approntati dagli
Alleati tra il luglio e l’agosto 1943, quando – alla luce della modesta
resistenza incontrata in Sicilia e del rapido deterioramento della situazione
politica italiana – si azzardano ottimistiche previsioni circa una felice e
fulminea conclusione della Campagna d’Italia. Il 3 settembre, unità dell’8ª
Armata di Montgomery (la 5ª divisione inglese, la 1ª canadese e la 231ª brigata)
prendono piede in Calabria; sei giorni dopo un’altra divisione britannica – la
1ª aerotrasportata – sbarca a Taranto e, in due giorni di marcia e con la
collaborazione delle autorità italiane, raggiunge Brindisi e Bari.
Contemporaneamente, la 5ª Armata alleata sbarca a Salerno, ove trova – da parte
della 16ª divisione tedesca – una sostanziosa azione di contrasto volta a
rallentarne la penetrazione verso l’interno. La battaglia dura otto giorni ed è
costellata da errori ed omissioni imputabili, per lo più, all’inadeguatezza dei
comandi angloamericani; solo con l’arrivo dell’8ª Armata, il 16 settembre, i
tedeschi iniziano un ripiegamento tragicamente segnato da una serie di massacri
fra i civili. Come scrive Giorgio Rochat, “la battaglia di Salerno [ha] un
peso decisivo nell’impostazione della campagna d’Italia”; gli alleati in
questa fase della guerra subiscono perdite relativamente contenute, ma
consolidano una impostazione fondata sulla superiorità numerica e materiale: un
efficace contrasto dell’avversario sarebbe stato possibile solo in presenza di
queste due componenti indispensabili. Il primo effetto di questa scelta
strategica è il visibile rallentamento del ritmo di progressione verso il Nord
Italia, ma l’andatura è condizionata anche dall’abilità difensiva tedesca,
esempio pratico di come la penisola si possa difendere con discreto successo
senza eccessivo dispendio di forze.
Inoltre, fra inglesi ed americani – come segnalano le parole di Eisenhower ai
capi dello Stato maggiore combinato il 15 ottobre 1943 – la scarsa convinzione e
la poca chiarezza in merito alle priorità strategiche incidono profondamente
sulla determinazione. “Se potremo stare alle loro calcagna [dei tedeschi
nda] fino all’inizio della primavera – dice il generale statunitense –
e se per allora sferreranno un contrattacco, più divisioni impiegheranno tanto
meglio sarà per il piano ‘Overlord’, mentre ciò che potrà accadere a noi non
avrà alcuna importanza”. Eisenhower “[ha] permesso che la campagna
andasse alla deriva nei tre mesi dopo Salerno: [ha] cambiato opinione
troppe volte, e benché [abbia] ricevuto istruzioni contradditorie, e
talvolta inattuabili, da Washington e da Londra, non [ha] saputo
esercitare il vero ruolo del comandante, esigendo direttive chiare in modo da
poter prendere decisioni giuste. [Ha] preferito mantenere lo status quo
perché non [è] abituato ad assumersi responsabilità”.
Questa condizione di incertezza è alla radice di scelte belliche discutibili.
Infatti, sebbene l’importanza di “Overlord”, nome in codice dato allo sbarco sul
territorio francese, lievitasse a dismisura giorno dopo giorno, il fronte
italiano, rimane, fino al 6 giugno 1944, l’unico luogo in cui Werhmacht e
Alleati si affrontano e se questo fatto appare secondario per gli addetti ai
lavori, non lo è certo per il mondo dell’informazione e per l’opinione pubblica
delle principali nazioni impegnate contro il nazismo.
Alla fine del 1943 la guerra è ferma lungo la linea d’inverno presidiata dai
tedeschi e gli alleati hanno bisogno di forze fresche per colmare i vuoti
causati dalla preparazione di “Overlord”. Così giungono in Italia la 2ª e la 3ª
divisione del Corpo di Spedizione Francese (CEF), composte rispettivamente da
marocchini e algerini; i polacchi della 3ª e 5ª divisione, la 2ª divisione
neozelandese e gli indiani della 4ª divisione, tutte unità di fanteria. A
completare lo schieramento giungono anche i primissimi reparti del ricostituito
esercito italiano, fra cui il I Raggruppamento motorizzato.
Dopo la liberazione di Napoli ed il consolidamento della presenza angloamericana
nel Mezzogiorno, la tappa più rilevante dell’avanzata alleata è sicuramente il
superamento – nei pressi dell’abitato di Cassino – della linea difensiva
organizzata da Kesserling fra la foce del Garigliano ed Ortona, chiamata “Gustav”.
La prima battaglia per cercare di “bucare” la difesa comincia il 20 gennaio
1944, due divisioni americane il 22 sbarcano sul litorale laziale, presso Anzio,
per aggirare alle spalle i tedeschi. Entrambi gli scontri si rivelano
insufficienti e la situazione si arena. A febbraio, la paura dell’accerchiamento
è fugata, anzi sussiste per gli alleati il concreto timore di un possibile,
rapido e poco glorioso reimbarco. Anzio diventa una testa di ponte in territorio
occupato, ma nulla di più e la “Gustav” continua ad essere inviolata nonostante
ripetuti e sanguinosi attacchi.
Le forze statunitensi e britanniche si logorano fino al maggio 1944 quando
riescono a sfondare il sistema difensivo avversario che denuncia la perdita di
oltre 38.000 uomini, 2.100 mitragliatrici, 306 pezzi d’artiglieria e 250/300 fra
carri armati e veicoli blindati. Gli alleati, da parte loro, cominciano ad avere
il “fiato corto”: inglesi e forze del Commonwealth sono in forte crisi per la
quasi assenza di rimpiazzi, mentre gli americani, sebbene riescano a concludere
le sostituzioni entro il giugno 1944 (oltre 17.000 uomini), vedono le riserve
assottigliarsi pericolosamente. Il 4 giugno è liberata Roma e si chiude la prima
fase della campagna d’Italia. I tedeschi si ritirano verso nord.
Kesserling combatte ancora due grosse battaglie di retroguardia, sul Trasimeno e
sull’Arno, per poi portarsi definitivamente dietro la linea difensiva “Gotica”:
una sorta di “Maginot” in sedicesimo, sistemata a cavallo dell’Italia, fra Pisa
e Rimini, il cui maggior elemento di forza – come scrive Rochat – non è tanto
nelle opere in cemento, quanto nella “geografia: montagne aspre, una breve
pianura inzuppata d’acqua, dai primi di settembre pioggia e fango, poi neve e
gelo”.
La seconda parte della campagna di liberazione vede contrapporsi i due
schieramenti dei quali, però, solamente uno ha le idee chiare: Hitler e
Kesserling devono, con ogni mezzo, ritardare l’avanzata nemica, imbastendo una
progettualità squisitamente difensiva e non rigida, in grado di contemplare la
possibilità di piccoli cedimenti locali atti a favorire la solidità e la tenuta
complessiva del fronte. In campo alleato invece si sono diversificate molto le
posizioni circa l’effettivo peso della guerra in Italia nell’economia generale
del conflitto europeo. Churchill propende per un potenziamento del fronte
mediterraneo, per avere una spinta sufficientemente poderosa a penetrare nei
Balcani via Trieste-Lubiana, per compensare la straripante presenza sovietica
nell’Europa Centrale; gli Stati Uniti invece prediligono scagliare tutte le
forze disponibili in Francia, al fine di ottenere successi di ampie dimensioni,
capaci di appannare l’immagine della clamorosa avanzata sovietica.
Risolta la diatriba a favore della seconda soluzione, i vertici militari alleati
in Italia si devono ingegnare per spiegare alle truppe la preminenza
politico/strategica del fronte francese e la “dimenticata” guerra nella
penisola. Devono addurre delle ragioni valide per motivare gli immensi sacrifici
affrontati e da affrontare in un conflitto così difficile. In sostanza,
ufficiali inglesi e statunitensi sono obbligati a trovare degli scopi, degli
obbiettivi, non possono parlare alle truppe della preminenza di “Overlord”:
questa argomentazione avrebbe inciso negativamente sul morale e sulla loro
efficienza. In sintesi, si deve individuare un elemento in nome del quale si può
chiedere di combattere e in molti casi di morire, un elemento più tangibile
delle parole di Eisenhower o della priorità accordata al D Day.
Fra la tarda primavera e l’inizio dell’autunno 1944 le principali città del
Centro Italia passano sotto il controllo alleato. Il 12 giugno è liberata
Grosseto, il 18 Ascoli Piceno, il 30 Macerata; il 18 luglio Ancona, il giorno
successivo Livorno; l’avanzata si affievolisce fra Toscana, Marche e Romagna,
quando cozza contro il sistema di contenimento tedesco costituito da due linee
vicine. La battaglia per Firenze comincia l’11 agosto e si conclude il 2
settembre, lo stesso giorno della liberazione di Pesaro. Contemporaneamente
inizia – con scontri violentissimi a Coriano e Gemmano – la manovra per aprire
un varco nella seconda linea difensiva. La dura battaglia per Rimini si protrae
fino al 21 settembre; successivamente le forze alleate procedono nella loro
marcia per la liberazione di Cesena, Forlì, Ravenna e Faenza, poi il logoramento
e il maltempo contribuiscono ad esaurire la spinta, obbligando i contendenti ad
un confronto statico fino all’offensiva del 1945. La Allied Army Italy è
costituta dalla 5ª e dalla 8ª Armata. Nel momento del passaggio di consegne fra
Harold Alexander e Mark Clark, il 16 dicembre 1944, il XV Gruppo di Armate (Clark
ripristina il nominativo in uso prima di Allied Army Italy) è articolato in II
(US), IV, XIII, V, I, II (Br) e X Corpo.
Le considerazioni sulla conduzione bellica del conflitto in Italia devono
assolutamente esulare dai preconcetti, putroppo ormai consolidati, di una abile
campagna di retroguardia germanica a fronte di una presunta inerzia o incapacità
alleata. Se così fosse, la coalizione guidata dagli anglo-americani avrebbe
vinto solamente per esaurimento dell’avversario e non per merito proprio. In
effetti è fuori discussione la maestria germanica nel protrarsi delle operazioni
difensive, bravura però largamente favorita dalle condizioni geografiche e
climatiche, tali da far risultare imprendibile ogni minimo appiglio difensivo.
Quindi, se una lode deve essere fatta, questa va nella direzione di una saggia
utilizzazione del territorio al fine di rallentare un’avanzata avversaria non
priva di errori e di valutazioni approssimate, solo in parte comprensibili con
l’assenza di direttive e di interesse nei confronti di una guerra considerata
secondaria rispetto a quella combattutta in Francia, sino al punto di giungere a
pensare – assurdamente – ad una “eliminazione dello scacchiere italiano”.
Il dominio angloamericano del cielo incide solo parzialmente sulle comunicazioni
fra Nord Italia e Germania; tatticamente, colpire i rifornimenti produce buoni
risultati, ma la chiave per vincere, anche nella guerra tecnologicamente
avanzata messa in atto dalle democrazie occidentali, continua ad essere un
sapiente uso della fanteria e dell’artiglieria (l’apporto delle forze corazzate,
a causa del territorio collinoso e montagnoso, è saltuario e quasi mai
decisivo). In questo ambito i tedeschi, pur essendo numericamente inferiori
(nell’inverno 1944/45 si fronteggiavano 600.000 militari alleati contro 500.000
germanici), schierano forze qualitativamente e quantitativamente sufficienti ad
impegnare l’avversario.
Gli alleati sono consci della “qualità” avversaria e, sia in Italia sia in
Francia, adottano regole generali di ingaggio decisamente rigide che prevedono
l’accettazione dello scontro solo con una superiorità di cinque a uno. In
Italia, la norma rimane puramente teorica poiché gli angloamericani non
conoscono questo rapporto favorevole. “Ne consegue – scrive Giorgio
Rochat – che nella seconda fase della campagna d’Italia gli alleati
[sono] in grado di attaccare posizioni assai forti e difese da truppe di
indiscusso valore con una superiorità di forze indiscutibile, ma tutt’altro che
schiacciante (e largamente inferiore a quella realizzata sul fronte francese e
su quello russo), infliggendo agli avversari perdite uguali e forse superiori
alle proprie. Ci pare che ciò basti a sfatare la leggenda della loro incapacità
bellica”.
Sin dalle prime battute della guerra nella penisola, emergono delle costanti
tipiche della campagna d’Italia. La conformazione del terreno, collinosa o
montuosa, e la relativa scarsità di grandi arterie di comunicazione impediscono
agli alleati lo sfruttamento di tutto il loro potenziale in tema di
meccanizzazione e motorizzazione delle fanterie, favorendo invece le accorte
tattiche difensive delle retroguardie tedesche. La superiorità aerea americana
ed inglese non compensa l’handicap sicché, sebbene abbiano il completo dominio
del cielo, gli alleati non riescono ad applicare largamente e sistematicamente
le lezioni apprese dalla blitzkrieg germanica per l’inesistenza di ampie
zone pianeggianti dove far manovrare congiuntamente aerei e mezzi blindati.
Nell’ottobre 1943, dopo la liberazione di Napoli, la strategia alleata si misura
con il paesaggio desolato e il clima rigido dei massicci dell’Italia
Centromeridionale. “Al di là delle strette fasce di pianura sulla costa
orientale e occidentale, il terreno si presentava estremamente disagevole anche
nella parte meridionale dell’Italia peninsulare. Le valli strette […]. Le
montagne accidentate […]. Le strade a un’unica corsia si snodavano fra i
monti attraverso strette gole […] In questa situazione i muli diventarono
i comuni mezzi di trasporto di prima linea per le unità di fanteria e di
artiglieria […] Il ritmo dell’avanzata oltre Napoli […] era
condizionato dai genieri, sempre al lavoro per costruire ponti, strade,
deviazioni, sgombrare campi minati; quando poi diventava necessario,
imbracciavano le armi e combattevano”. “Ancora una volta i genieri erano
importanti quanto la fanteria – scrivono Graham e Bidwell nella loro
magistrale analisi della guerra in Italia – Erano coadiuvati nei loro sforzi
da manodopera italiana e da tutte le truppe che potevano essere risparmiate,
come quelle dell’allora disoccupata artiglieria contraerea. Su istruzioni dei
Royal Engineers, avrebbero presto imparato a costruire un ponte Bailey”.
La superiorità dei mezzi impiegati naufraga in un teatro bellico accidentato,
con poche strade e la situazione peggiora risalendo la penisola. Nell’inverno
del 1944-45 la maggioranza dei componenti delle forze contrapposte non si
fronteggia in prima linea, è impiegata nelle retrovie per gestire i rifornimenti
ed il controllo del territorio. Con la stabilizzazione del fronte, le unità si
avvicendano in turni di riposo e addestramento, ma a causa del maltempo e
dell’inverno particolarmente inclemente, il rifornimento dei presidi avanzati è
una vera lotta contro gli elementi della natura. Ponti spazzati via dalle piene
improvvise seguite alle copiose piogge autunnali. “I ponti di barche, o
quelli a basso livello costruiti durante l’avanzata, dovettero essere
rimpiazzati da ponti Bailey per consentire il passaggio ai carri e
all’equipaggiamento pesante. L’impiego di ponti Bailey era stato formidabile,
tanto che alla sola 8ª Armata ne occorrevano due o tre al giorno: in tutta la
campagna il genio alleato ne costruì 2.494. Questo prezioso equipaggiamento non
bastava mai, e per continuare un’avanzata o preparare un’offensiva, i ponti
Bailey dovevano essere sostituiti il più in fretta possibile da altri tipi di
costruzioni, e riutilizzati in altri punti. I genieri americani, che erano bravi
a tagliar tronchi e avevano abbondanza di mezzi di trasporto, costruivano al
loro posto ponti in legno, mentre i genieri inglesi preferivano mattoni, pietre
o cemento armato, ricorrendo spesso a manodopera italiana e riaprendo cave e
fornaci, oltre a fornire i mezzi di trasporto e a sorvegliare i lavori. Nelle
montagne il lavoro di costruzione e di manutenzione di ponti e strade non era
mai finito”.
Torna indietro
|
|