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John Martin
Il trombettiere di Apricale
Da Garibaldi a Custer
di Claudio Nobbio | David Riondino
Prologo
Valle del Little Bighorn, Stati Uniti d’America, estate 1876
John Martin non ha più la sua tromba.
Si volta a guardare la figura di Lunaluz il cui profilo scuro si staglia sul
tramonto in cima all’altura. L’indiana è avvolta nella coperta con la lucertola
nera cucita sopra e continua ad agitare in aria la mano che tiene la tromba.
Gliela doveva, la sua tromba, e poi era ora di farla finita. John Martin la
guarda e sorride, poi sprona il cavallo e sparisce nella notte che si avvicina.
Ora non ha più la sua tromba.
Non sente più il suo peso alla cintola. Una malinconia sottile gli attraversa il
cuore e lo fa ululare a uno spicchio di luna che spunta tra le nuvole. John
Martin che cavalca veloce verso ovest si immerge in quella malinconia.
Quanti posti aveva visitato e aveva dovuto lasciare, e quante persone e quante
donne aveva conosciuto, e aveva voluto lasciare. Lui, che da bambino voleva solo
stare con i cavalli, ora ha solo un cavallo a tenergli compagnia.
Ma la decisione, la prima in vita sua, è presa.
Basta con gli eserciti, basta con gli indiani, basta con i viaggi e basta con la
musica. Ora è il tempo di trovare un buon posto dove fermarsi.
Ripensa a quando si chiamava ancora Giovanni, e al piccolo paese di Apricale, in
Liguria, dove era nato, arrampicato in cima alla collina, con i suoi carruggi
stretti lastricati di pietre antiche che si avvitavano attorno al castello del
marchese della Lucertola. Quante corse, quante fughe nei vicoli contorti e per
le ripide scalinate, nei suoi giochi di bambino.
Ripensa a quando lo zio Antonio gli mise in mano per la prima volta una
cornetta. Al secondo tentativo era già riuscito ad emettere un suono e lo zio
gli aveva detto: – Hai della stoffa, ragazzo! – Per anni e anni quella vecchia
cornetta era stata arnese di lavoro e compagna fedele, rifugio alle nostalgie e
strumento di seduzione.
Imparò allora a legarsela con una corda attorno alla cintola, con un doppio nodo
che bastava un dito per scioglierlo.
John Martin galoppa per distese immense sotto un ampio cielo e si ricorda di
quando dovette scappare dal paese di notte, in fretta e furia, per non dover
sposare quella ragazzetta che aveva disonorato, portandosi dietro solo la tromba
e una coperta del marchese, tutta gialla con quella lucertola nera cucita in un
angolo.
Che ne sapeva lui di come andavano le cose tra un uomo e una donna!
Si trovò quasi senza accorgersene sopra a quella ragazzetta che non faceva altro
che stuzzicarlo e scherzarlo.
– Sei mica un uomo... – le diceva. – Sei un bambinetto... vediamo che sai
fare... – e giù a tocchignarlo dappertutto. Stufo di sentirsi prendere in giro,
la inseguì fin dentro il fienile dove fu lei a lasciarsi prendere, fu lei a
farlo sprofondare in un letto di fieno, a calargli le braghe con due manine
svelte e...
Ma che ne poteva sapere lui di quel che stava facendo!
Ricorda il tenente sabaudo che lo aveva accolto nella sua brigata e ricorda
ancor meglio la moglie del tenente, la bella Francesca, che gli faceva gli occhi
dolci ogni volta che lui suonava.
La bella Francesca lo adescò e si lasciò andare in una notte di luna piena, in
riva al fiume. Quella volta Giovanni sapeva bene quello che doveva fare e lo
sapeva così bene che le acute urla di gioia della bella mogliettina scivolarono
sull’erba, scossero i rami, smossero le fronde, risvegliarono gli uccelli e non
sarebbero bastate cento miglia di distanza per sfuggire all’ira del tenente. –
Ti prenderò prima o poi, diavolo d’un trombettiere, dovessi attraversare
l’oceano! – aveva urlato al vento il povero cornuto.
Ripensa al suo arrivo nel Granducato di Toscana e al piccolo paese di Talamone,
adagiato tranquillo su quella rocca a picco sul mare, che gli diede rifugio
senza fare troppe domande. C’era altro a cui pensare in quegli anni tumultuosi.
Anche lì un marchese, anche lì i cavalli e lui che trovò lavoro come stalliere,
proprio nelle scuderie del marchese.
Nel silenzio della notte, John Martin si scopre a cantare una vecchia marcia di
paese e ripensa a quando il suo amico e capo della banda musicale di Talamone,
il sarto Castellani, lo aveva chiamato perché cercava un bravo trombettiere per
il concerto in occasione della festa del patrono.
– Ma se ti fai distrarre dalle donne, giuro che ti spacco la tromba in testa! –
gli aveva detto minaccioso il sarto, che conosceva l’animo umano.
Il cavallo rallenta il passo. È stanco. Sono stanchi entrambi.
John Martin si ferma a guardare l’orizzonte. Il sole è tramontato, ma il suo
bagliore dipinge ancora di rosso il profilo dolce delle colline. Davanti a lui
solo praterie e silenzio. Forse laggiù, lontano ad ovest, troverà un posto dove
fermarsi per sempre, un posto dove inventare un bel finale.
– Al diavolo tutto! – pensa. – Al diavolo le nostalgie e i rimpianti.
Ora c’è il tempo e lo spazio per se stesso, per le sue scelte future e per il
ricordo del suo passato.
– Mi ricordo bene quando il mio viaggio è cominciato... – si ripete a voce bassa
John Martin nella notte che lo sovrasta.
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