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Il
legionario
di Franco A. Ferri
Capitolo primo
Giugno 1990
La porta d’uscita del carcere di
San Vittore gli si aprì davanti alle otto di quella mattina. L’uomo fece i primi
passi con una certa titubanza. Erano passati esattamente trent’anni da quando
era entrato in prigione. Nella sua memoria era impressa la figura del giudice
del Tribunale di Milano che pronunciava la condanna, una condanna spaventosa:
ergastolo! Aveva tanto sperato nell’appello, ma la pena era stata confermata.
La disperazione lo aveva accompagnato per anni rendendogli la condizione di
carcerato ancora più cupa. Poi, un giorno, ricevette la visita dell’avvocato che
lo aveva difeso in tribunale. Ricordava ancora con chiarezza l’episodio.
Era ormai in prigione da parecchi anni e quel giorno ricevette la notizia che
accese una piccola luce di speranza: lo Stato aveva stabilito che la pena
dell’ergastolo poteva essere commutata in trent’anni di prigione se il carcerato
avesse tenuto una buona condotta.
Si era ripromesso di rispettare completamente le regole che gli erano imposte
dalla sua condizione di recluso. Questo comportamento gli avrebbe permesso di
uscire dal carcere, sia pure un giorno lontano. Nel frattempo aveva cominciato a
coltivare un nuovo pensiero, un nuovo desiderio: la vendetta. Se veramente fosse
uscito un giorno da quell’inferno l’uomo che ne era stato il responsabile
avrebbe dovuto pagare. L’idea lo aveva sostenuto per tantissimo tempo, anzi man
mano che gli anni scorrevano assaporava con sempre maggiore soddisfazione quel
pensiero. Un pensiero, una speranza che con il passare del tempo, degli anni, si
era trasformata in lui in una vera ossessione, l’unica vera ragione per
continuare a lottare, a vivere.
Erano trascorse poco più di ventiquattro ore dalla sua scarcerazione e Sabino
Bolzoni sapeva che quelle che aveva davanti sarebbero state certamente le ultime
ore di libertà che avrebbe assaporato nella sua vita. Dopo lo avrebbero preso e
ributtato in prigione da dove non sarebbe più uscito. La cosa non aveva molta
importanza, la sua vita fuori dalla galera era senza senso: lo aveva ben capito
prima di essere rilasciato e le poche ore di libertà che aveva avuto glielo
avevano confermato. Non avrebbe mai più potuto rifarsi una vita, sia per la sua
età non più giovane, sia perché tanti anni di carcere lo avevano reso come un
corpo estraneo alla società e perché nei suoi confronti non c’era benevolenza da
parte di alcuno.
L’ergastolo era una cicatrice orrenda e ben visibile. Nessuno avrebbe voluto più
avere a che fare con lui, portatore di una specie di lebbra. In realtà era
divenuto membro di una casta messa al margine dalla vita civile. Era divenuto un
“intoccabile”!
Bolzoni si era appostato sul marciapiede di fronte alla questura in via
Fatebenefratelli. Da quel portone, prima o poi, “lui” sarebbe uscito. Finalmente
lo avrebbe rivisto dopo trent’anni. Lo avrebbe riconosciuto? Anche se tutto quel
tempo aveva certamente molto cambiato il suo nemico, il suo persecutore, era
certo che il suo istinto lo avrebbe guidato.
Mise la mano destra nella tasca dei pantaloni. Si sentì rassicurato. Il coltello
era lì, al suo posto, dove lo aveva messo poche ore prima.
Aveva tanto pensato a come procurarsi un’arma, avrebbe dato chissà cosa per
avere una rivoltella. Ma lui non aveva alcuna possibilità di procurarsela. Aveva
pochissimo denaro, solo quello che il vice direttore del carcere gli aveva
consegnato il giorno prima: gli aveva detto che quel denaro era la ricompensa
per il lavoro fatto in carcere e che gli sarebbe servito per affrontare le prime
spese da uomo libero.
Poco denaro e nessuna conoscenza. Il tempo aveva lentamente cancellato le poche
amicizie che aveva avuto. Era solo, completamente solo.
Come avrebbe potuto uno come lui procurarsi una rivoltella? Era praticamente
impossibile. Ma se non poteva avere una rivoltella poteva avere un’altra arma.
Era stato facile. La sera prima aveva dormito in una piccola pensione vicino al
carcere. Lì aveva passato le prime ore di libertà e lì aveva cenato. La prima e
quasi sicuramente l’ultima cena da uomo libero. Avrebbe dovuto gustarla, ma non
ricordava nemmeno cosa avesse mangiato. Poi, più tardi, nel silenzio della
notte, si era introdotto nella cucina dove aveva trovato il coltello, non tanto
grande: la lama era lunga meno di quindici centimetri, ma affilatissima. Come un
rasoio.
Rimise la mano in tasca: sentì il freddo della lama d’acciaio. Sapendola usare,
sapendo tirare il colpo giusto, per la sua vittima non ci sarebbe stato scampo.
A San Vittore, già da tempo, si era preparato. Attraverso i secondini e gli
altri carcerati aveva ottenuto le notizie necessarie. Il rischio era che quell’uomo
fosse stato trasferito altrove o che non fosse più poliziotto o che gli fosse
capitato qualcosa. Invece era stato fortunato, era riuscito ad avere delle
notizie dapprima vaghe poi, man mano, sempre più precise. Alla fine aveva saputo
ciò di cui aveva bisogno.
Era venuto a conoscenza che Carlo Lodovisi non era più commissario della squadra
omicidi. Prima era divenuto commissario capo, poi vice questore, indi
addirittura questore e con quel titolo ora era capo della polizia a Milano.
Aveva ottenuto tutto ciò mandando in galera un mucchio di gente. Senza mostrare
un minimo di comprensione per quei poveri diavoli che aveva fatto rinchiudere,
molto spesso per decine d’anni, dietro le sbarre.
Ricordava ancora la figura di quel poliziotto mentre testimoniava contro di lui
in Tribunale. Lo aveva descritto come una belva assetata di sangue, come un
assassino senza scrupoli, uno che aveva ucciso senza la minima pietà. Ma non era
vero. Nessuno aveva capito. Era stato costretto ad agire così perché, se non lo
avesse fatto, lui ed i suoi amici avrebbero perso la possibilità di arricchirsi,
di acquistare posizione e potere in una società che non concedeva nulla agli
inetti. Aveva ucciso perché non aveva avuto altra scelta per difendere ciò che
aveva conquistato. Quel poliziotto aveva testimoniato contro di lui senza
concedergli la minima attenuante: era solo colpa sua se lo avevano condannato
all’ergastolo.
Ora era giunto il momento; ora avrebbe fatto quello che per anni aveva sognato
di fare. Tra poco lo avrebbe avuto ai suoi piedi e avrebbe potuto guardarlo
negli occhi mentre moriva.
Sabino Bolzoni assaporava quel momento: trent’anni aveva atteso! All’improvviso
lo vide. Era lui! Ne era certo.
Carlo Lodovisi uscì dal portone della questura e, mentre passava, i due
poliziotti di guardia scattarono sull’attenti e portarono la mano alla visiera
nel saluto militare.
Sabino Bolzoni rimase stupito. Quell’uomo era il capo della polizia, era il
questore, eppure usciva in strada tranquillo, come una persona qualsiasi, senza
nemmeno guardarsi attorno. Nessuno a scortarlo. Sarebbe stato facile, molto
facile, molto più facile del previsto. Con passo lento ma con un senso di gioia
nel cuore iniziò ad attraversare la strada.
Si avvicinò tranquillamente al suo nemico. Ora solo un metro li separava.
Sabino Bolzoni tolse la mano dalla tasca.
Al sole la lama brillò.
Colpì! Colpì per tre volte.
Capitolo secondo
Ricordava l’uomo dall’aspetto
dimesso che, dopo aver attraversato la strada, veniva verso di lui. Non ci aveva
fatto caso, gli era sembrato un passante come se ne incontrano tanti. Quando la
distanza era ormai ridotta ad un metro, il viso dell’uomo cambiò. L’espressione
d’indifferenza all’improvviso fu sostituita da una specie di ghigno, un ghigno
di trionfo. In quell’istante Carlo Lodovisi si rese conto che stava accadendo
qualcosa. Che cosa? Non aveva ancora finito di porsi la domanda che un
fortissimo dolore lo colse all’addome, una fitta terribile. Di colpo vide tutto
nero e mentre si accasciava a terra sentì le grida degli agenti di guardia che
correvano verso di lui. Poi più nulla.
Quando si era risvegliato, non aveva capito cosa fosse successo e non sapeva
dove si trovasse, né il perché. Tutto era confuso, incomprensibile. Poi un
dolore, un dolore sordo al basso ventre.
Finalmente una voce. Una voce amica. Fu come essersi destato da un sonno
profondo. La voce continuò a parlargli e così finalmente capì.
La degenza in ospedale si protrasse per tre lunghe settimane. Di quel doloroso
periodo ricordava le attenzioni che i medici e gli infermieri gli avevano
riservato e l’affetto che gli avevano dimostrato tutti i colleghi che, a turno
ed in continuazione, erano venuti a trovarlo.
Ora sapeva perfettamente quanto gli era accaduto: Sabino Bolzoni, dopo trent’anni,
era riuscito a vendicarsi.
Quell’uomo, un vile assassino che lui aveva arrestato negli anni Sessanta, lo
aveva ritenuto il responsabile della condanna che aveva subito. Tutto ciò gli
era stato chiarito dal giudice che, incaricato di seguire il caso del suo
ferimento, era venuto a trovarlo in ospedale. E così gli era tornata alla mente
quella lontana indagine il cui ricordo era andato sempre più affievolendosi con
il passare degli anni. Allora i giornali avevano dato a lui, a quel tempo capo
della squadra omicidi, il merito di aver risolto il caso di “Toulouse-Lautrec”.
Si era trattato di un caso complicato: una banda di falsificatori d’opere
d’arte, quattro omicidi in pochi giorni, i colpevoli da lui prima scoperti e poi
arrestati. Ne ricordava i nomi: Sabino Bolzoni autore materiale degli omicidi,
condannato all’ergastolo; Claude Boulanger, francese e capo della banda,
condannato a vent’anni e Sophie Albert, anch’essa di nazionalità francese,
condannata a quindici anni.
Per curiosità aveva cercato notizie di questi ultimi ed aveva saputo che, sia
l’uomo che la donna, erano stati rilasciati dal carcere rispettivamente da
quindici e da dieci anni. Di loro si erano completamente perse le tracce.
Bolzoni invece era stato scarcerato tre settimane prima e, subito, aveva tentato
di ucciderlo. L’odio, sordo ed implacabile, coltivato per tanti anni lo aveva
spinto a cercare vendetta rivelando nuovamente il lato feroce e malvagio di
quell’uomo che ora non avrebbe più potuto nuocere ad alcuno.
Quando, dimesso dall’ospedale, era tornato a casa in via Pio IV si era
affacciato alla finestra ed aveva potuto nuovamente ammirare la distesa verde di
piazza della Vetra con la basilica di San Lorenzo e, più lontano, il grande
parco delle Basiliche con l’antica chiesa di Sant’Eustorgio. Quella vista, alla
quale si era troppo abituato nel corso degli anni, improvvisamente gli fece un
effetto strano; di colpo si rese conto di quanto era stato fortunato: le
pugnalate non lo avevano ucciso solo per puro caso.
Sapeva di avere davanti a sé almeno un mese di convalescenza prima di poter
tornare al lavoro. Se fosse stato per lui sarebbe tornato subito in Questura, ma
era evidente che non gli sarebbe stato consentito. Il giorno prima, ancora in
ospedale, aveva ricevuto la visita del Ministro dell’Interno che, di passaggio a
Milano, era venuto a trovarlo. L’attentato alla vita di un questore aveva fatto
molto rumore. Alla notizia era stato dato gran risalto dalla televisione e dai
giornali, di conseguenza anche Roma si era mossa. Con gli auguri ed i
complimenti, il Ministro gli aveva dato anche un consiglio, anzi un ordine. Come
aveva detto? Ah, sì: “Deve fare un periodo di riposo, se lo ricordi Lodovisi.
Questo è un ordine. Alla sua età non è solo un diritto ma un dovere. Avremo
ancora bisogno della sua opera”.
“Alla sua età”, aveva detto. Aveva solo sessantadue anni! Si sentiva ancora un
giovanotto! Lo squillo del telefono aveva a quel punto interrotto il corso dei
suoi pensieri e, quando sollevò il ricevitore dell’apparecchio telefonico, la
voce che udì lo rallegrò. Era la voce di un amico, di una persona che gli era
divenuta cara: Gennaro Marino, che aveva conosciuto proprio trent’anni prima.
A quell’epoca Gennaro, giovane agente appena entrato in polizia, era stato
assegnato alla sua squadra come autista. Ricordava bene i suoi esordi. Poi quel
ragazzo aveva fatto tanta strada, da agente a vice ispettore e poi ispettore,
per arrivare ad essere nominato vice commissario dopo che, studiando duramente
all’università serale, si era laureato in Giurisprudenza. In seguito Gennaro si
era sposato ed aveva avuto due figli al primo dei quali lui aveva fatto da
padrino, infatti portava il suo nome: Carlo.
Gennaro aveva fatto grandi passi nella carriera, se lo era meritato. Oggi era
considerato nell’ambiente un ottimo poliziotto e, nominato commissario, aveva
assunto il comando della Polizia a Chiavari dove si era trasferito con la
famiglia.
In quella piccola città, ormai da alcuni anni, Carlo Lodovisi, passava parte
delle vacanze estive. Gli piaceva quella deliziosa cittadina ligure, ordinata e
pulita, con gli antichi e bassi portici, le vecchie strade lastricate sulle
quali si affacciavano moderni negozi ed antiche botteghe che, conservando
vetrine ed insegne della prima metà dell’Ottocento, testimoniavano una storia
nobile ed antica. Gli piaceva l’odore del mare ed il bruciore del sole, il
profumo del pesto e, rito irrinunciabile, la focaccia con un bicchiere di vino
bianco come colazione la mattina. Soprattutto gli piaceva stare con Gennaro, la
moglie Luisa ed i due ragazzi. In quel contesto egli si sentiva come un vecchio
zio circondato da attenzioni. Quelle persone, piano piano, erano divenute la sua
famiglia e spesso, a Milano, in alcuni momenti sentiva che gli mancava il calore
che quella gente sapeva dargli.
Gennaro aveva tanto insistito. Perché stare a Milano a passare la convalescenza?
Perché non passarla a Chiavari? Ormai era giugno. Tempo bello, inizio
dell’estate. E dunque cosa aspettava? Tutti, soprattutto i ragazzi, lo
attendevano.
Lodovisi cercò di fare resistenza. Non era il caso. Gli impegni qui a Milano...
Forse sarebbe andato più avanti. Insomma, il solito gioco delle parti.
L’usuale commedia che lui e Gennaro recitavano ogni volta.
Nel suo intimo, ma non lo avrebbe confessato nemmeno a se stesso, aveva sperato
di ricevere quella telefonata. Bisogna però dire che si rimproverò per aver
ceduto così facilmente alle insistenze di Gennaro. Stava forse diventando
sentimentale?
Il treno era partito in perfetto orario alle dodici e venti. Sarebbe arrivato a
Chiavari alle quindici e trenta. Carlo Lodovisi era seduto in uno scompartimento
da solo ed osservava Milano che scorreva sotto i suoi occhi.
Che strano effetto! Vista dal treno la città sembrava diversa; la ferrovia
passava attraverso vecchi quartieri: Lambrate, l’Ortica, il Forlanini, Rogoredo.
Vecchie officine, orti nascosti e coltivati con amore, tante finestre con i
panni appesi ad asciugare, l’interno dei cortili, i fiori ai davanzali, perfino
un materassaio che cardava la lana in fondo ad una piccola via celata agli
sguardi. Tutte cose che normalmente nelle strade della città non si vedevano più
da tempo. Così Milano abbandonava il suo aspetto di metropoli: tornava ad essere
la città che lui ricordava quando era bambino mostrando nuovamente l’aspetto di
una quotidianità che sembrava scomparsa.
Si accese una sigaretta e aprì il giornale, cercò di concentrarsi nella lettura
di un articolo sportivo. Non ci riuscì.
Proprio come quando aveva pochi anni ed aveva fatto il primo viaggio in treno,
allora non c’era il locomotore ma la locomotiva a vapore, fu costretto dalla
curiosità ad alzare gli occhi, esattamente come allora, e a girarsi verso il
finestrino per osservare il mondo che scorreva sotto il suo sguardo.
Fu un viaggio piacevolissimo. Finalmente, subito dopo Genova, vide il mare. La
distesa azzurra illuminata da un sole splendente, i fiori, le case colorate
delle cittadine lungo la riviera lo resero allegro, contento. Era tempo che non
si sentiva così.
Quando scese dal treno, alla stazione di Chiavari, non fu sorpreso di trovare
Gennaro con i ragazzi.
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