Il libro nero delle olimpiadi di
Torino 2006
 
di Stefano Bertone e Luca Degiorgis
 

Primo Capitolo

Breve storia delle olimpiadi:
da De Coubertin a Hitler e alla sua torcia olimpica
passando per la strage di Città del Messico

Nel 1896 i “giochi” sono nati male.
L’ideatore delle olimpiadi moderne, il barone francese De Coubertin, aveva infatti già alla fine del secolo XIX un’idea di sport piuttosto particolare: alle olimpiadi dovevano accedere soltanto atleti dilettanti; quindi, per i tempi che correvano, nobili come era lui o persone che potessero permettersi il lusso di non lavorare. Per giunta l’atleta perfetto era maschio: divieto totale alle donne. Insomma, un ideale alquanto elitario e sessista, per essere... sportivo!
Col passare dei decenni il retaggio di nobiltà non è venuto meno: ci sono la Princess Royal d’Inghilterra, la Infante Doña Pilar de Borbón, la Princesse Nora de Liechtenstein, il Principe Alberto di Monaco, ma la discriminazione tra i sessi sembra essersi protratta fino ai giorni nostri: nel 1998 dei 118 membri del CIO solo 7 erano donne. Nel 2005 il numero è salito a 12 su 116 ma una sola di loro siede nel Comitato Esecutivo, il governo del CIO. E sopratutto, questo basso numero stona con la ripartizione per sesso nelle competizioni sportive: ad Atene 2004 il 44% degli atleti era rappresentato da donne.
Quando si parla di olimpiadi – dicevamo prima – si tende volentieri a ricordare gli aspetti sportivi, il record del salto in lungo di Bob Beamon o quello dei 200 metri di Pietro Mennea; meno quelli scomodi o chiaramente squalificanti. Eppure, le edizioni dei giochi olimpici hanno più volte significato – o coinciso con, o tollerato – violazioni di diritti umani, civili e politici, arrivando talvolta ad una vera e propria immedesimazione con crudeli regimi dittatoriali.
Chi può dimenticare Berlino e Garmish 1936, i giochi nazisti? Le olimpiadi quell’anno, sia invernali che estive, si svolgono in Germania nonostante la oramai evidente ascesa prebellica del Terzo Reich e un clima caratterizzato dall’intensa campagna denigratoria della razza ebraica, studiata ad hoc dal ministro della propaganda nazista, Goebbels.
Il Comitato olimpico Internazionale, noto come CIO, le aveva assegnate entrambe nel 1931, senza cambiare idea quando al potere salì il partito nazista. A partire dal 1933 la Germania era già conosciuta come paese governato da un regime antisemita e razzista, il campo di concentramento di Dachau era stato inaugurato e le scene tristemente note delle pubbliche umiliazioni, o dei militari intenti ad apporre cartelli che invitavano a non comprare in negozi di ebrei, si potevano vedere nelle strade.
Nacquero proteste contro la permanenza dei “giochi” in Germania in diversi paesi, e nonostante ciò CIO e intero mondo olimpico si strinsero attorno agli organizzatori nazisti: dall’interno un solo membro del consesso, lo statunitense Jahncke, provò a dissentire pubblicamente e venne espulso senza esitazione (l’unica epurazione di un membro CIO nel secolo che va dal 1896 al 1999). D’altronde i parolai olimpici esistevano già allora: il presidente del Comitato olimpico statunitense dell’epoca, Avery Brundage, successivamente presidente del CIO, si oppose al boicottaggio contro Berlino 1936 sostenendo che “le olimpiadi appartengono agli atleti e non ai politici”. Non era vero per due motivi.
Non solo perché istituzionalmente le olimpiadi erano allora – e sono oggi – di proprietà esclusiva del CIO che è un grande gruppo privato svizzero, ma anche perché la storia insegna che molti atleti olimpici ed ex olimpici finirono nelle mani dei nazisti, e ci morirono. Dal sito dello United States Holocaust Memorial Museum si scoprono le brevi, tristi storie di Werner Seelenbinder, tedesco, atleta di lotta che ottenne il quarto posto a Berlino 1936, antinazista e per questo decapitato per tradimento nel 1944. Ilja Szrajbman, nazionale polacco che gareggiò nei 200 metri stile libero alle olimpiadi di Berlino 1936, morì di fame e malattie nel ghetto di Varsavia. Per i nazisti neppure lo status di ex-atleta olimpico significava qualcosa: tre delle 12 atlete olandesi che nel 1928 ad Amsterdam vinsero la medaglia d’oro nella ginnastica artistica a squadre vennero assassinate nei campi di concentramento nazisti. Melena Nordheim, oltre a suo marito e la figlia di 10 anni, venne uccisa nelle camere a gas di Sobibor. Stessa sorte per Anna Polak e la figlia di 6 anni. Estella Agsterribe, la figlia di 6 anni e il figlio di due furono invece giustiziati ad Auschwitz.
Esattamente 70 anni prima dei “giochi olimpici” di Torino 2006, e alcuni mesi prima di quelli estivi di Berlino, si celebravano a Garmish-Partenkinken le prime olimpiadi invernali naziste.
Nell’inverno 1935-1936 Hitler passa in rassegna le truppe presenti a Garmish; l’estate successiva 1936 e le olimpiadi più importanti vengono inaugurate, tra enormi svastiche e saluti romani, dal Fuhrer in persona.
Emblemtiche le immagini dell’epoca che ritraggono l’arrivo dell’ultimo tedoforo allo stadio olimpico di Berlino, 1936: il pubblico, tra cui moltissimi militari, ordinatissimo per file e per ranghi, e sullo sfondo enormi stendardi nazisti. Se non fosse stato per la guerra da loro iniziata, i nazisti avrebbero ospitato anche le olimpiadi invernali del 1940, sempre a Garmish, assegnate nuovamente dal CIO nel giugno del 1939, all’unanimità.
Il CIO, come si è visto, sorvola sugli aspetti sostanziali non negando lo svolgimento a Hitler dei suoi “giochi” ma neppure si preoccupa di cancellarne negli anni successivi le testimonianze concrete: il retaggio delle olimpiadi di Hitler sopravvive così ai giorni nostri con la manifestazione della Torcia olimpica, creata appositamente dal regime nazista per il 1936: da allora il CIO non l’ha più abbandonata e oggi Torino 2006, 70 anni dopo, persevera sfruttandola commercialmente assieme agli sponsor Coca Cola e Samsung, con un percorso che da Olimpia, in Grecia, arriverà in Italia e poi a Torino, in tempo per il febbraio 2006.
Nel 1968 vi fu il bagno di sangue alle olimpiadi estive di Citta’ del Messico. È l’anno delle contestazioni, che durante le olimpiadi non possono essere accettate – oggi la Carta olimpica del CIO all’Art. 61 recita, alla faccia della solidarietà e del rispetto dell’uomo: “Non è consentito alcun genere di dimostrazione o propaganda di carattere politico, religioso o razziale all’interno delle aree olimpiche”– e pochi giorni prima dell’inizio dell’olimpiade il regime affronta la questione nel modo più barbaro massacrando, con l’esercito, circa trecento manifestanti riunitisi nella piazza delle Tre Culture / Tlatelolco.
Anche in questo caso il CIO, nonostante il massacro compiuto, prosegue indisturbato con la sua manifestazione: non cancella le olimpiadi né le rimanda, in modo che i giochi si svolgano regolarmente, come se nulla fosse successo. Uno dei manifesti apparsi dopo la strage di piazza del Tlatelolco recita: “Il Governo del Messico ha vinto la sua prima medaglia olimpica: quella del crimine!”. In quel clima di contestazione e tragedia i due atleti neri americani Tommy Smith e John Carlos, primo e terzo nei 200 metri piani, dominatori sulle piste di velocità, saliranno sul podio con i guanti delle Pantere Nere, ascoltando l’inno americano a capo chino, pugno chiuso levato al cielo e a piedi scalzi, in segno di ribellione alla loro nazione che li sfrutta, li porta ad una dignità di durata effimera durante le olimpiadi per poi abbandonarli e discriminarli. Anche il secondo arrivato, l’australiano bianco Peter Norman, mostra una spilla di solidarietà. Dopo la clamorosa e inaspettata scena di protesta davanti alle telecamere di mezzo mondo i due atleti americani vengono sospesi dalla squadra e banditi dal villaggio olimpico.
Oggi, grazie alle inchieste che si stanno svolgendo dopo quasi quarant’anni, i principali storici messicani concordano su un punto: la scelta del massacro venne orchestrata ai livelli più alti del governo per evitare imbarazzi internazionali durante il periodo olimpico. Un atleta della delegazione italiana presente a Città del Messico in quei giorni, citato nel libro La Noche de Tlatelolco e intervistato il giorno dopo l’eccidio, conferma questa impressionante verità: “Se stanno uccidendo gli studenti perché si possano disputare le olimpiadi, sarebbe meglio che questo non accadesse, poiché nessuna olimpiade, né tutte insieme, valgono la vita di uno studente”. Nove anni più tardi, quando l’ex presidente Diaz Ordaz, in carica nel 1968, viene nominato ambasciatore messicano in Spagna, l’ambasciatore messicano in Francia – lo scrittore Carlos Fuentes – si dimette “per non dover condividere la carica con un assassino”. Questo per testimoniare la rilevanza del crimine di stato compiuto in piazza del Tlatelolco.

La civiltà dell’immagine. Allontanamento del “non compatibile”
Le olimpiadi sono uno spot pubblicitario permanente per gli sponsor del CIO. Per definizione, basta leggere la Carta olimpica per farsene un’idea, il mondo attorno ai giochi deve essere patinato, un sistema chiuso, perfetto e libero da distrazioni agli occhi dei telespettatori, dei consumatori dei prodotti, altrimenti la scommessa del marketing è perdente. Ecco che allora Atlanta, negli USA, si prepara alle sue olimpiadi estive del 1996 con una meticolosa azione di 9.000 arresti di homeless afroamericani. Lo stesso, anche se in scala molto maggiore, si era verificato a Seoul dove le stime delle dislocazioni di persone per motivi legati alle olimpiadi del 1988 arrivano sino a 700.000, e in scala minore a Sydney nel 2000. Medesima musica ad Atene prima delle olimpiadi del 2004 a danno della minoranza degli zingari Rom. Già nel 2003 erano 69.000 gli allontanamenti causati dai progetti per le olimpiadi estive di Pechino del 2008. È indicativo del carattere repressivo di tali strategie il fatto che le prime tracce di persecuzione olimpica risalgano all’anno 1936, prima dei giochi nazisti di Berlino. Ve ne parliamo nel capitolo nove, dove analizzeremo le applicazioni di questa dottrina della pulizia dell’incompatibile alla Torino che si prepara ai suoi giochi invernali.

Mamma mi compri il gioco invernale? La corruzione dei membri del CIO
Probabilmente ricorderete dai giornali e dalle televisioni lo scandalo della corruzione alla fine del 1998. Tutto nacque dalla denuncia del membro svizzero Marc Hodler sull’irregolarità delle votazioni e scelta di Salt Lake City 2002, nonché di Atlanta 1996, Nagano 1998 e Sydney 2000. Quotidiani del mondo intero hanno descritto i membri del CIO intenti alla vendita dei loro voti per le elezioni delle successive olimpiadi in cambio di automobili, cani, estinzione di spese condominiali, denaro in contanti, borse di studio, cure mediche, viaggi per il Superbowl, per Disneyland, per Las Vegas: in poche parole, la città candidata che offriva di più, non necessariamente quella che presentava la migliore offerta sportiva, si accaparrava i Giochi. Secondo le dichiarazioni di Hodler, la possibilità che la scelta olimpica fosse stata drogata in tale modo anche in altri casi era definibile come buona. La principale accusa dello svizzero è che esisterebbe da almeno 10 anni un network di 4 agenti, tra cui un membro CIO, che hanno sempre cercato tangenti per assicurare voti alle città candidate, proponendo pacchetti di voti ad un costo compreso tra 500.000 e 1 milione di dollari e che poi riscuotevano ancora 3-5 milioni di dollari in caso di vittoria. La fantasia dei corruttori e dei corrotti è encomiabile e le modalità di accaparramento delle preferenze sono state davvero tante. Lo scandalo non ha risparmiato neanche il grande capo di allora: la moglie dello stesso presidente Samaranch venne presa di mira dal Congresso americano che chiese spiegazioni per un viaggio che nel 1990 ella fece insieme ad un’amica, un viaggio da 12.000 dollari pagato dal comitato promotore di Atlanta 1996. Secondo Samaranch sua moglie accettò “con lo spirito col quale quel viaggio e tanti altri sono stati offerti, amicizia e ospitalità”. L’ex sindaco di Atlanta Andrew Young e l’ex presidente del Comitato Organizzatore di Atlanta ’96 Billy Payne hanno ammesso la violazione delle regole interne del CIO sui regali ai membri in fase di candidatura. Parimenti, i membri del comitato promotore di Toronto, che non ottenne le olimpiadi estive del 1996, hanno dichiarato di aver messo in guardia il CIO già parecchi anni prima che lo scandalo scoppiasse, avvisandoli ad esempio che già nel 1991 un numero di membri stesse impropriamente approfittando di voli gratis e avesse fatto intendere di voler ricevere gioielli o denaro in contanti. Sempre secondo gli ex promotori canadesi, le spese per coprire i costi di 26 membri CIO che avevano violato o forzato le regole che governavano le visite alle città candidate raggiunsero circa 800.000 dollari. Addirittura i contribuenti di Nagano e Quebec City hanno fatto causa al CIO per farsi restituire i soldi pubblici assorbiti illegittimamente dai membri del CIO: nel primo caso il Comitato promotore non ha trovato di meglio da fare che bruciare i libri contabili.
Lo scandalo della corruzione dei membri CIO – che tanto scandalo non è perché già era stata preconizzata con anni di anticipo dai giornalisti inglesi Simson e Jennings – ha costretto lo stesso Comitato olimpico internazionale a prendere delle contromisure soprattutto in fatto di immagine, nel tentativo di restituirsi una credibilità di fronte alle pressanti obiezioni che provenivano in particolare dai grandi sponsor. Per far questo il CIO ha operato in tre direzioni, tramite a) una commissione interna ad hoc; b) un’agenzia specializzata di public relations; e infine c) procedendo con l’epurazione di alcuni dei membri tra i più compromessi. L’agenzia scelta è stata la Hill & Knowlton, figura chiave per le strategie di comunicazione delle grandi multinazionali del tabacco o della petrolifera Shell. La commissione interna, denominata CIO 2000 è stata creata con l’inserimento di personaggi internazionali di spicco tra i quali Giovanni Agnelli, Boutros Ghali e Henry Kissinger. A quest’ultimo, appartenente all’esclusivo e ristretto gruppo di membri d’onore, sono dedicate due parole nel prossimo paragrafo dedicato ai personaggi più interessanti del CIO.

Cos’è il Comitato olimpico internazionale (CIO).
Il Comitato olimpico internazionale (International olympic committee) è stato fondato il 23 giugno 1894 dal barone francese Pierre de Coubertin con la dichiarata volontà di far rivivere gli antichi giochi greci di Olimpia. Oggi è uno dei più formidabili gruppi di potere del pianeta, poiché “governa il Movimento olimpico, e i giochi olimpici sono proprietà esclusiva del CIO che ne possiede tutti i relativi diritti, in particolare, e senza limitazioni, i diritti relativi alla loro organizzazione, sfruttamento, trasmissione, e riproduzione attraverso qualunque mezzo”. È il titolare di tutti i diritti riguardanti sia i giochi olimpici invernali che le olimpiadi estive: simboli, bandiera, immagine, motto, inno, compreso il simbolo dei 5 cerchi. Controlla di fatto anche la maggioranza delle Federazioni internazionali degli sport. Ha assunto la forma dell’associazione non governativa privata e svizzera stabilendo la sua sede presso lo Chateau de Vidy, a Losanna; l’ingresso nel CIO avviene non con elezione ma tramite un meccanismo di cooptazione del presidente, e i membri non hanno la facoltà di esprimere opinioni ufficiali discordi dalla versione CIO. L’amministrazione si svolge attraverso l’assemblea plenaria, ma il potere vero è in mano al comitato esecutivo, fondato nel 1921, composto da 15 membri tra cui il presidente del CIO, quattro vicepresidenti e altri dieci che durano in carica quattro anni e sono scelti dall’assemblea con voto segreto. Le relazioni tra CIO e le città organizzatrici delle olimpiadi vengono tenute da commissioni di coordinamento.
Il Movimento olimpico. È un’altra creazione del Comitato internazionale olimpico e comprende il CIO stesso, i Comitati organizzatori dei giochi olimpici (Organising committees of the olympic games – OCOG, come Torino 2006 o Pechino 2008), i Comitati olimpici nazionali (National olympic committees – NOC, come il CONI italiano), le Federazioni sportive internazionali (International federations – IF), le associazioni nazionali, i club e gli atleti.
La provenienza dei fondi. Il CIO dichiara che, possedendo tutti i diritti relativi all’organizzazione, al marketing, allo sfruttamento mediatico e alla riproduzione dei giochi olimpici, i finanziamenti provengono dalla vendita dei diritti televisivi. Inoltre ha accordi economici con una serie di grosse multinazionali, i top sponsor, che generano ulteriori altissimi introiti. Infine, riceve quote percentuali dei proventi del marketing effettuato dai Comitati organizzatori.
Ma il Comitato olimpico internazionale di chi è? Bene, sbaglia chi crede che esso, probabilmente per l’altisonanza del nome, sia un “organismo” alla stregua dell’Unicef: il CIO infatti è a tutti gli effetti un ente privato, autonomo, senza rapporti organici con apparati istituzionali pubblici, sia svizzeri che stranieri come ONU o Unione Europea: è molto più semplicemente, assieme a WTO e World Bank, un grande gruppo di potere privato ad influenza internazionale.
L’attuale presidente, dal 16 giugno 2001, è Jacques Rogge. I membri italiani all’epoca della candidatura di Torino erano, a parte Giovanni Agnelli, onorario, Mario Pescante, Franco Carraro e Ottavio Cinquanta. A questi ultimi fa compagnia dal dicembre del 1999 Manuela Di Centa.

Note su alcuni personaggi significativi (presenti e passati)
Juan Antonio Samaranch. Per oltre un ventennio e fino al 2001 il presidente del CIO è stato un personaggio che pare proprio impossibile associare a quelli che potrebbero essere definiti gli ideali dello sport: il marchese spagnolo Juan Antonio Samaranch Torelló: membro della gioventù fascista spagnola, la Falange, membro del fascistissimo Movimiento Nacional, membro del parlamento fantoccio del dittatore filonazista Franco e sotto di lui presidente del comitato olimpico spagnolo dal 1967 al 1970, prima di diventare presidente della provincia di Barcellona dal 1973 al 1977. Dopodichè, magari anche grazie alla sua appartenenza all’Opus Dei, di cui erano membri molti componenti della giunta franchista – ma d’altronde era spagnolo anche il reazionario Escrivà de Balaguèr, fondatore nel 1928 della controversa prelatura – Samaranch vive una ascesa inarrestabile verso il vertice dello sport mondiale: evidentemente un presidente di tale retaggio in quel mondo andava benone a tutti. E andava bene pure che nominasse come nuovi membri del CIO servitori di altri dittatori (uno su tutti: Bob Hasan, uomo di Suharto), o che consegnasse l’ordine olimpico a Ceausescu, boia della Romania. Il torbido passato di Samaranch è venuto fuori soltanto nel 1992, quando il libro Dishonored Games: Corruption, Money, and Greed at the Olympics dei giornalisti inglesi Vyv Simson e Andrew Jennings ha capovolto l’immagine dei giochi parlando della presenza massiccia del doping, del ruolo predominante e avvolgente dei grandi sponsor e dell’oligarchia del CIO a capo della quale si trovava l’ex falangista. Nel 1996 il solo Jennings ha pubblicato un secondo libro, The New Lords of the Rings: Olympic Corruption and How to Buy Gold Medals pubblicando le foto di Samaranch in momenti ufficiali durante il regime di Franco.
Le rivelazioni e le critiche di Jennings hanno certamente permesso un nuovo approccio al CIO da parte di alcuni giornalisti, ma non hanno scalfito più di tanto l’immagine del vecchio capo, e i protagonisti del movimento olimpico si sono ben guardati da prendere decisioni che andassero in contrasto con la linea ufficiale che avvolge e copre i misfatti dei propri soci: e sì, perché quando si concorre per un’olimpiade, la regola d’oro è muoversi nel senso della corrente. Così il 2 giugno 1999, a due settimane dal voto CIO sulle olimpiadi invernali del 2006, Gianni Agnelli a Losanna fa i complimenti all’ex falangista del quale dice: “Un grande merito va a Samaranch, la personificazione della passione per lo sport: e non poteva essere altrimenti per un uomo che guida il CIO dal 1980, cioè da quasi vent’anni durante i quali nel mondo è successo di tutto attraverso accadimenti epocali che hanno cambiato paesi, ideologie, sistemi politici e modi di vivere”.
Mohamad Bob Hasan. Accusato del crimine di genocidio come membro del governo indonesiano del dittatore Suharto, e condannato per una truffa plurimiliardaria ai danni dello Stato indonesiano, è anche noto per essere uno dei peggiori deforestatori al mondo. Nonostante ciò, nel 2000 il CIO chiedeva che fosse liberato dagli arresti in cui si trovava per poter assistere alle olimpiadi estive di Sydney. Alla fine, dopo esser stato sospeso nel 2001, è stato definitivamente espulso nel 2004.
Henry Kissinger. Kissinger, CIO, Torino 2006. Ovvero la nostra teoria per cui il valore morale di un ente si può misurare anche dal valore morale dei suoi membri d’onore.
Premessa: dal 1970 al 1973 Henry Kissinger ricoprì il ruolo di assistente del presidente USA Nixon agli Affari di Sicurezza nazionale (un ruolo ricoperto negli anni successivi da altre colombe come Condoleeza Rice o Colin Powell) e di Segretario di Stato americano dal 1973 al 1977. Kissinger è accusato di crimini contro l’umanità sfociati nella morte di migliaia di persone: circostanziate accuse sulle sue responsabilità, da Timor Est al Vietnam, sono contenute nel libro di Christopher Hitchens Processo a Henry Kissinger, e “Peacelink” ha addirittura attivato da alcuni anni una campagna di revoca del premio Nobel per la pace assegnatogli nel 1973 per il ruolo nella conclusione del conflitto in Vietnam, un premio che l’altro nominato vietnamita si rifiutò di ritirare. Molto di recente Kissinger è stato pubblicamente indicato come uno dei mandanti dell’assassinio di Renè Schneider.
Schneider nel 1970 era il comandante delle forze armate cilene, un militare appartenente all’area “costituzionalista” e in quanto tale fautore dell’estraneità dei militari dalle responsabilità di governo. Schneider aveva apertamente dichiarato la propria contrarietà ad un eventuale colpo di stato che avesse tentato di rovesciare Salvador Allende qualora questi, inviso agli americani, fosse divenuto presidente con le elezioni di quell’anno. Schneider fu assassinato nell’ottobre del 1970 a Santiago e morì il giorno dopo la nomina di Allende a presidente del Cile. Un’indagine interna della CIA nel 2000 ha permesso di confermare i legami economici e logistici tra i servizi segreti americani e i gruppi di estrema destra che organizzarono l’attentato.
La dichiarazione a video, piuttosto scioccante, che individua Kissinger come mandante dell’omicidio Schneider è espressa dall’ex ambasciatore statunitense in Cile nel 1970 Edward Korry, nel film-documentario su Salvador Allende proiettato nei cinema italiani a settembre 2005. Due figli di Schneider hanno addirittura intentato causa a Kissinger negli Stati Uniti per l’omicidio del padre: nel mese di agosto 2005 la Corte d’appello che ha trattato il caso ha rigettato la domanda degli Schneider: non nel merito, ma perché i fatti attribuiti all’ex Segretario di Stato ricadrebbero nell’area degli atti di carattere politico, sottratti alla giustizia.
In attesa di conoscere quali eventuali ulteriori sviluppi avrà, va detto che quest’iniziativa giudiziaria è solo una di quelle in cui Kissinger è stato coinvolto a vario titolo, e si può finalmente dire che, rispetto agli anni dell’oblio favorito dalla secretazione dei documenti, un cerchio si stia stringendo intorno all’ex “statista”. Alcuni esempi dell’aumentato interesse internazionale. Attivisti dell’East Timor Action Network da anni, e ripetutamente, prendono di mira Kissinger accusandolo, mentre presenzia come relatore a conferenze pubbliche, delle sue responsabilità personali come ex Segretario di Stato nel massacro di 200 mila loro connazionali a partire dalla metà degli anni ’70 ad opera del regime indonesiano di Suharto. Oggi, grazie alla declassificazione di documenti segreti, esistono infatti le prove che Kissinger e il presidente USA Gerald Ford, in visita a Suharto in Indonesia, vennero informati dal dittatore delle sue intenzioni di invadere Timor Est e che essi autorizzarono l’utilizzo di armamenti americani (che secondo gli accordi dovevano avere invece unicamente scopo difensivo), purché l’attacco fosse scattato dopo il loro rientro negli USA: i due politici partirono da Giakarta il 6 dicembre 1975, e Suharto lanciò l’offensiva il giorno seguente. Nel maggio del 2001, secondo l’articolo del newyorchese “Village Voice”, “Kissinger è stato costretto ad allontanarsi alla svelta da Parigi dove la polizia cercava di notificargli alcuni atti”. Gli atti erano quelli del giudice Roger le Loire, che lo voleva sentire come testimone in un processo penale sul famigerato Piano Condor ideato dalle dittature latinoamericane degli anni ’70 e ’80, che Kissinger supportava, per eliminare i dissidenti, processo celebrato anche a carico di Pinochet in persona per la uccisione di 5 cittadini francesi durante la dittatura cilena. Nel 2002 il giudice spagnolo Baltasar Garzon, impegnato anch’egli con indagini sul Piano Condor, ha chiesto alle autorità inglesi di poter sentire Kissinger quando questi si fosse recato a Londra per una conferenza, ma non ci risulta che Garzon vi sia riuscito. Simili richieste sono state avanzate da un giudice argentino che ha ingiunto a Kissinger di testimoniare in un processo su violazione di diritti umani sempre nell’ambito del Piano Condor; nel luglio del 2001, il giudice cileno Guzman ha richiesto informazioni a Kissinger in qualità di testimone nella causa per l’omicidio del giornalista americano Charles Horman, ucciso durante il colpo di stato di Pinochet mentre stava indagando sull’omicidio di Renè Schneider e dalla cui vicenda è stato tratto il film Missing. Kissinger non è andato in Cile a rispondere alle domande degli inquirenti e secondo il “Guardian”, “il giudice Juan Guzman era talmente indisposto dalla mancanza di cooperazione di Kissinger” da meditare addirittura la richiesta a suo carico di estradizione.
Queste vicende si riferiscono a fatti avvenuti decenni fa. Ma il personaggio sembra avere qualche questione aperta, o forse qualche verità non confessabile, anche rispetto ad aspetti contemporanei della storia mondiale: piuttosto recente è infatti la vicenda relativa all’11 settembre 2001. Kissinger venne nominato da George W. Bush presidente della commissione sugli attentati al World Trade Center e al Pentagono, ma lasciò dopo appena 16 giorni. I media hanno spiegato che le dimissioni sono state motivate dall’esigenza di evitare conflitti di interesse, il che, secondo noi, è abbastanza indicativo dello spessore internazionale del personaggio. Sembra inoltre che Kissinger, prima delle dimissioni, abbia cercato di non rivelare al Senato, come invece previsto da alcune norme, l’elenco dei maggiori clienti della sua società di consulenza internazionale Kissinger Associates, proponendo di rivelarli soltanto alle famiglie delle vittime ma con un preciso accordo di riservatezza. Con questi aneddoti su Kissinger, ripetiamo ancora una volta, uno dei tre soli membri d’onore del CIO, abbiamo cercato di darvi un’altra misura di quali possano essere i valori incarnati dal Movimento olimpico.
Mario Pescante. Mario Pescante ricopre nella vicenda di Torino 2006 un numero interessante di ruoli tra di loro piuttosto incompatibili: in fase di candidatura è stato infatti membro del CIO (ente privato), presidente del CONI (ente pubblico) e membro di Torino 2006 (ente misto pubblico privato).
Nella fase organizzativa ha continuato ad essere membro CIO, ha assunto la carica di viceministro per le Attività Culturali e lo sport (naturalmente pubblica), di membro del consiglio di amministrazione di Torino 2006 (ente misto pubblico privato, ma sedicente privato) e infine di supervisore del Governo per Torino 2006 (che perlomeno teoricamente dovrebbe essere una carica pubblica). Per conto e nell’interesse di chi ha lavorato in questi ultimi 7 anni Pescante? Per lo Stato italiano o per l’ente svizzero? Non ci sembra campato in aria sostenere che su questo punto ci siano perplessità. Ma a dire la verità a noi interessa parlare di Mario Pescante soprattutto a proposito della lunga presenza all’interno del CONI, del quale egli è stato segretario generale dal 1981 al 1994 e presidente dal 1995 al 1998.
Nel 1998, ad ottobre, dà le dimissioni: “Il presidente del CONI Mario Pescante, preso atto della difficile situazione e delle polemiche in materia di lotta al doping con le quali oramai quotidianamente il mondo dello sport italiano è costretto a confrontarsi… ha maturato il convinto orientamento a presentare le dimissioni dalla propria carica, ritenendo che questo suo gesto – assunto in assoluta autonomia – possa in qualche modo contribuire a rasserenare l’ambiente”.
Pescante lascia proprio in pieno scandalo doping; in quel periodo nasce l’inchiesta della Procura di Ferrara, curata dal PM Soprani, sugli ultradecennali rapporti CONI/Università degli Studi di Ferrara che costituiscono secondo noi una delle pagine meno nobili della storia sportiva italiana, quelle degli atleti con prestazioni agonistiche falsate da farmaci e terapie.
Sul sito internet “Sport Pro, Doping e News” sono contenuti alcuni atti d’indagine sul quel periodo buio. Leggiamo alcuni dei passi più importanti. Innanzitutto la relazione tra Comitato olimpico Italiano e Università di Ferrara, che inizia nel lontano 1980 con una lettera spedita da Francesco Conconi dell’Università di Ferrara al segretario CONI Pescante: secondo la procura, da quel momento inizia un rapporto associativo finalizzato a “perseguire con determinazione, gli intenti di ricerca biochimica applicata allo sport, con il primario scopo di migliorare artificiosamente le prestazioni di vari atleti di varie discipline sportive”.
I finanziamenti CONI all’Università vengono erogati sin dal 1981 con delibera sottoscritta da Pescante e dal presidente Carraro che, al pari del primo, è membro CIO e membro del consiglio d’amministrazione di Torino 2006.
Pescante, nella ricostruzione del PM Soprani, “ha svolto un ruolo fondamentale e determinante nel conseguimento degli obbiettivi concordati con il professor Conconi e il suo staff” e in conclusione a suo carico, nonché di Carraro e altri soggetti, il PM ritiene che possano ipotizzarsi “i reati di cui all’art. 416 c.p. in relazione all’art. 445 c.p. e dal 1989 in relazione all’art. 1 legge n. 401/89: per aver ognuno dei su citati, nelle proprie funzioni all’interno del CONI, associandosi per un medesimo fine, aver indotto alla somministrazione di farmaci per incrementare le prestazioni sportive per raggiungere un risultato diverso da quello conseguente al corretto e leale svolgimento di una competizione sportiva, senza che all’atleta non siano documentate né documentabili condizioni cliniche che rientrano nelle indicazioni terapeutiche per cui vari medicamenti: auto emotrasfusione, anabolizzanti, eritropoietina ed altri farmaci di cui alle delibere su citate, ne giustifichino l’impiego”.
Al dibattimento l’inchiesta per Pescante e Carraro non arriverà: per loro si arresta immediatamente con la richiesta di archiviazione presentata dallo stesso PM, secondo “Sport Pro”, “principalmente per decorrenza dei termini temporali dei vari reati”, mentre, sostituito Soprani da altro magistrato poco prima dell’inizio, il processo procede nei confronti di Conconi e altre due persone concludendosi con l’assoluzione integrale nel novembre del 2003 “per prescrizione dei termini per quanto riguarda i fatti attribuiti loro fino al ’95 e l’assoluzione piena per quelli successivi a quella data”, sempre secondo “Sport Pro”.
Restano però, al di là delle sanzioni penali che non arriveranno, conclusioni storiche che danno un colpo fortissimo all’etica dello sport a livello professionistico e al ruolo dei suoi controllori istituzionali: un dischetto sequestrato dai carabinieri dei Nas nel centro di studi biomedici contiene nomi e i relativi livelli di ematocrito di un gruppo di atleti ai quali sarebbe stata somministrata l’eritropoietina, la sostanza che incrementando il trasporto di ossigeno ai muscoli favorisce la resistenza alla fatica. “RAI Sport” ne parla il 27 dicembre 1999: “Il 1999 si chiude sotto il segno del doping. L’ennesima lista che coinvolge tanti nomi di grandi atleti azzurri, ha posto ancora una volta l’accento su quello che ormai è troppo riduttivo definire problema. Tanti i nomi tirati in ballo, tra cui Di Centa e Albarello (sci di fondo); Bugno, Chiappucci e Fondriest (ciclismo); Maurizio Damilano (atletica). La replica degli interessati è immediata: i rapporti con Conconi c’erano, ma l’eritropoietina non c’entra. La difesa più forte è quella di Manuela Di Centa, atleta simbolo degli anni ’90 per lo sport italiano. La fondista parla di “valore del sacrificio”, ricorda di essere stata affetta “da una malattia alla tiroide”, nega di “aver mai preso nulla da Conconi”. Secondo RAI Sport, “il buco nero della vicenda non è tanto la somministrazione o meno di sostanze proibite, quanto il rapporto tra eventuali irregolarità e il palazzo dello sport mondiale. Se e quando il rapporto tra il professore e i campioni sconfinava in pratiche illecite, in che modo erano coinvolti o consapevoli i vertici dello sport italiano o mondiale? Mario Pescante, indagato da Soprani, ricorda che la convenzione con Ferrara fu firmata da Carraro, da lui rinnovata e poi disdetta. Ma Conconi proseguì le sue ricerche sull’epo, su impulso del CIO.
Nella trasmissione RAI viene intervistato Sandro Donati dell’Istituto dello sport del CONI, il quale così commenta gli sviluppi dell’inchiesta di Ferrara. “Il centro di studi biomedici applicati allo sport di Ferrara altro non era che un grande bluff che faceva comodo a molti e che ora crea imbarazzo a molti: ai committenti del centro, cioè coloro che a pagamento commissionavano ricerche per far ottenere grandi risultati agli atleti; ai media; al CIO e all’UCI”.
Ottobre 2005, 25 anni dopo l’inizio della corposa attività di doping di Stato: non sono cambiati i protagonisti istituzionali dello sport italiano, ma quel che è più grave, a quanto pare non sono cambiate (neppure un poco) le loro abitudini: “Sospira Pescante, perché a Roma l’allarme sui conti del Toroc sembra solo una baruffa di fronte a un altro ‘problema molto serio che qualcuno sta sottovalutando’. Quel problema non ha il colore violaceo dei biglietti da 500 euro. ma quello bianco della Gazzetta Ufficiale sulla quale è stata pubblicata la legge antidoping italiana. Una legge che il Comitato olimpico non apprezza: per i signori dello sport internazionale, il doping è punibile come illecito sportivo e non come reato penale e le sanzioni dovrebbero essere di competenza del CIO. Così, a meno di 4 mesi dai giochi invernali, Pescante lancia l’allarme: ‘Serve un’intesa tra Governo, Parlamento e CIO perché altrimenti c’è il rischio di assistere a gare dimezzate, senza atleti professionisti soprattutto dell’America del Nord’. Altro che qualche mela marcia, tipica definizione usata dagli organizzatori olimpici dopo che i controlli antidoping hanno escluso l’atleta di turno: qui, senza una scappatoia che Pescante continua a caldeggiare, metà dei professionisti olimpici sopratutto del Nordamerica – che evidentemente sono dopati e rischiano di essere arrestati – se ne staranno a casa. E così una volta di più le parole di Torino 2006, che definisce lo sport “il sacrificio per partecipare. Il coraggio profuso nella sfida. La lealtà dimostrata nel confronto agonistico”, sanno di pura vetrina.
Manuela di Centa. Anche la Manu nazionale è donna pluriruolo: membro del consiglio d’amministrazione di Torino 2006, membro del CIO, vicepresidente del CONI, Responsabile nazionale dello sport di Forza Italia. Come si è appena visto, il suo nome è richiamato dalla stampa nazionale in relazione alle indagini sul doping e alle cure del professor Conconi. Relazioni da lei categoricamente negate. Tuttavia, forse anche per la pubblicazione di quelle liste, l’assunzione del ruolo istituzionale all’interno del CONI non è passata inosservata: queste le dichiarazioni all’Ansa del senatore dei Verdi Cortiana, uno dei padri della legge antidoping all’indomani della nomina: “Sono basito: la nomina di Manuela Di Centa a vicepresidente del CONI è un brutto colpo alla lotta al doping in questo Paese: stiamo parlando di un’atleta che ha ampiamente usufruito delle mirabolanti cure di Conconi e che ha ampiamente fatto ricorso all’epo. Non si tratta di illazioni giornalistiche ma di carte processuali: nell’indagine sul doping, svolta dalla Procura della Repubblica di Arezzo prima e dalla Procura di Ferrara poi verso Conconi, Manuela Di Centa è stata considerata dopata con epo sia dal perito della Procura che dai superperiti nominati dal giudice su richiesta della stessa difesa di Conconi. Tale procedimento terminò per prescrizione, ma il giudice, accettando la prescrizione, confermò la validità dell’impianto accusatorio… Ora il sottosegretario Pescante deve eliminare ogni ambiguità; siamo nell’imminenza dei giochi di Torino, e dobbiamo dare un messaggio chiaro: non vogliamo nessuna medaglia dopata, né a Torino né mai’’.

I membri CIO coinvolti nello scandalo corruzione
In seguito allo scandalo corruzione 23 membri su 120 sono stati reputati dallo stesso CIO come coinvolti direttamente nell’affaire Salt Lake City in cui, come abbiamo scritto, si ipotizza ragionevolmente che il risultato del voto per l’assegnazione dei giochi sia stato falsato grazie ai voti comprati nel 1995. Di seguito la lista delle persone e le sanzioni a cui sono state sottoposte:
– Seiuli Paul Wallwork: proposto come da espellere;
– Kim Un-Yong, Phil Coles: oggetto di severa censura;
– Shagdarjav Magvan, Anani Matthia, Louis Guirandou-N’Diaye, Vitaly Smirnov, Mohamed Zerguini: oggetto di un serio avvertimento;
– Willi Kaltschmitt, Austin Sealy: esonerati;
– Maj. Gen. Henry Edmund Olufemi Adefope, Ashwini Kumar, Ram Ruhee: oggetto di un meno serio avvertimento;
– Bashir Mohamed Attarabulsi, Pirjo Haeggman, Charles Mukora, David Sikhulumi Sibandze, Agustin Arroyo, Jean-Claude Ganga, Zein El Abdin Ahmed Abdel Gadir, Lamine Keita, Sergio Santander: espulsi o dimessisi;
– Anthonius Geesink: avvertito;
Questo invece l’elenco presentato dalla Commissione etica del Comitato organizzatore di Salt Lake City 2002. Come si vedrà, alcuni corrispondono alla lista precedente. Estratto da “la Repubblica”, 10 febbraio 1999.
– Philip Coles (Australia): biglietti aerei gratuiti e posti in tribuna per il Super Bowl di football americano per lui e la moglie. Coles (già membro del Comitato organizzatore di Sydney 2000) ha rassegnato oggi le dimissioni anche se i suoi legali hanno diffuso un comunicato in cui negano che il loro assistito abbia visitato ben quattro volte Salt Lake City nel periodo precedente l’assegnazione dei giochi invernali del 2002.
– Willi Kaltschmitt Lujan (Guatemala): biglietti aerei gratuiti e posti in tribuna per il Super Bowl di football americano per lui e la moglie.
– Henry Olufemi Adefope (Nigeria): biglietti aerei gratuiti per lui e la moglie da Salt Lake City a New York.
– Ashwini Kumar (India): biglietti aerei gratuiti per lui e un accompagnatore per Budapest in occasione della sessione del CIO che assegnò i giochi del 2002 a Salt Lake City.
– Shagdarjaw Magwan (Mongolia): agevolazioni per l’iscrizione del figlio a una università dello Utah.
– Anani Matthia (Togo): biglietti aerei gratuiti per lui e la moglie per Budapest in occasione della sessione del CIO che assegnò i giochi del 2002 a Salt Lake City.
– Rampaul Ruhee (Isole Mauritius): biglietti aerei gratuiti per lui la moglie per Budapest in occasione della sessione del CIO che assegnò i giochi del 2002 a Salt Lake City.
– Austin Sealy (Barbados): contratto di consulenza per una compagnia collegata al Comitato organizzatore di Salt Lake City.
– Seiuli Paul Wallwork (Samoa): contributo di 30.000 dollari per attività non meglio identificate.
– Mohammed Zerguini (Algeria): agevolazioni per il viaggio in USA del nipote.

Dove sta il trucco? Perché si fanno le olimpiadi?
A questo punto possiamo passare ad alcune tra le domande più interessanti relative al panorama olimpico: per quale motivo le olimpiadi si tengono in un luogo piuttosto che in un altro? Perché le città candidate corrompono i membri del CIO, pagandoli profumatamente? Perché si costruiscono così tante infrastrutture? Se c’è un trucco sotto, dove sta? Per la risposta è necessario capire lo schema alla base di ogni edizione olimpica da assegnare.
Le olimpiadi, sia invernali che estive, si ripetono ogni quattro anni, sfalsate di due anni tra di loro: Salt Lake City ha tenuto i giochi invernali del 2002, Atene quelli estivi del 2004, a Torino si svolgeranno nuovamente le olimpiadi invernali del 2006.
A circa 10 anni dalla data delle competizioni si presentano davanti al CIO, che è il detentore unico del sistema olimpico, diverse città candidate rappresentate dai Comitati promotori. Le città candidate sottopongono il loro programma sportivo e infrastrutturale. Questo viene ripetutamente vagliato e studiato, corretto, il numero delle candidate viene progressivamente scremato finché, quando mancano 7 anni al momento dei giochi, il CIO vota la città vincente. In quel momento le autorità cittadine e statali prescelte stipulano con il Comitato olimpico un complesso contratto internazionale che prevede a loro carico imposizioni e obblighi rilevantissimi: per farvi un’idea, le città e/o i governi nazionali firmatari garantiscono che una percentuale degli incassi, ad esempio quelli del marketing, andranno al CIO; che questi non sarà coinvolto in eventuali passivi dell’organizzazione, dunque accollati al settore pubblico nazionale; e, ancora, le città prescelte accettano di rinunciare alla legge del loro paese sottomettendosi per qualunque controversia alla giustizia della Corte degli Arbitrati per lo sport, che ha sede a Losanna ed è stata creata nei primi anni ’80 dal CIO stesso, e cioè la potenziale controparte.
A fronte di queste visibili limitazioni, è interessante chiedersi cosa ci sia di tanto appetibile nell’ospitare le olimpiadi.
La risposta è: guadagno privato con investimento pubblico, public expense for private gain. Negli ultimi tre decenni la dimensione dei “giochi” è infatti cresciuta a dismisura e, se togliamo il caso di Mosca 1980 dietro al quale riposano precise ragioni di strategia politica, si è basata sulla parola d’ordine costruire. Costruire sfruttando i fondi pubblici. Infatti, con l’insostituibile ausilio di politici e media – sempre pronti a giustificare impatti e costi con le miracolose ricadute sul turismo e sull’immagine internazionale – la maggior parte di impianti, strade, stadi, vengono costruiti con fondi pubblici pilotati da pochi soggetti chiave che gestiscono l’evento. E questi ultimi sono sempre, sostanzialmente, i dirigenti dell’originario Comitato promotore, nel frattempo trasformatosi in Comitato organizzatore. Due enti che costituiscono una diretta emanazione dei gruppi economici locali più potenti e che trasformano in realtà il programma presentato al CIO indirizzando i fondi verso imprese a loro non estranee.
A Torino è capitato qualcosa di diverso? Prendiamo ad esempio i progetti elaborati dal Comitato promotore di Torino 2006, che prevedevano già nel 1998 ben 1091 miliardi di lire da versarsi dallo Stato italiano, di cui circa 70 da investirsi nel comprensorio sciistico della Via Lattea. Il gestore/proprietario della Via Lattea era allora – ed è ancora oggi, nel 2005 – la società a capitale interamente privato Sestrieres Spa. Aggiudicate le olimpiadi e terminati i lavori, in buona parte ben prima del 2006, la Sestrieres Spa si è trovata a beneficiare nell’area della Via Lattea di miglioramenti strutturali in impianti di risalita e innevamento artificiale grazie a rilevantissimi investimenti pubblici. Più avanti vi daremo un interessante esempio, documenti alla mano, di come si concretizzi giuridicamente questo “beneficiare”. E allora torniamo alla domanda iniziale: dove sta il trucco? Perchè quei 70 miliardi pubblici erano da spendersi nella Via Lattea e non, ad esempio, nei comprensori sciistici delle valli del cuneese, sempre in Piemonte, o nelle valli di Lanzo, sempre in provincia di Torino? Ci eravamo dimenticati di dirvi che seduti tra i membri influenti del Comitato promotore di Torino 2006 c’erano il presidente e l’amministratore delegato della Sestrieres Spa.

E dopo le olimpiadi cosa resta?
Con questo ritorniamo alle olimpiadi in generale: si arriva all’evento, si svolgono le gare, trascorrono le frenetiche 2 settimane in cui non si parla d’altro che degli aspetti sportivi, della magnificenza degli allestimenti, dei VIP giunti da ogni parte del mondo e poi... e poi i fasti dell’“olimpiade” svaniscono e, come molte esperienze insegnano, alle città rimangono valli distrutte, quartieri trasformati, stadi enormi ed ingestibili da normali amministrazioni comunali, costi di manutenzione impossibili, altre opere edili sovradimensionate e ben presto inutili. Queste sono verità di cui i promotori preferiscono non parlare durante la fase di candidatura. Non vogliono che si sappia che dopo i giochi arrivano i deficit e con i deficit maggiori tasse.
Nel capitolo dedicato alle edizioni precedenti passeremo in rassegna alcuni casi interessanti, e lì troverete annotazioni su Barcellona, Sydney, Albertville, Lillehammer. Così forse vi faremo venire qualche dubbio anche sulla convenienza di ospitare le olimpiadi. I cittadini di Grenoble hanno “ospitato” le olimpiadi invernali del 1968 e, nonostante abbiano abbattuto i trampolini per il salto con gli sci, inutilizzati e di troppo costosa manutenzione, hanno finito di pagare tasse maggiorate 30 anni dopo, nel 1998. Quelli di Montreal, che le olimpiadi le ebbero nel 1976, estingueranno definitivamente i debiti nel 2006, anche loro dopo 30 anni.
C’è forse un solo caso che si sottrae a questa sequela di fallimenti economici, ed è infatti l’unico per il quale gli organizzatori si siano astenuti da costruire di tutto e di più: il Comitato organizzatore delle olimpiadi estive di Los Angeles del 1984 era infatti sostentato unicamente da privati, dopo l’esito di una consultazione popolare che bloccò i finanziamenti pubblici. Sapendo che rischiavano del proprio, senza possibilità di aiuto pubblico, gli organizzatori fecero i loro conti con largo anticipo, capirono che cosa convenisse edificare e cosa no, limitando le spese al minimo. Alla fine non emersero deficit perché furono davvero recuperate le infrastrutture già esistenti e vennero realizzati ex novo 3 stadi su un totale di 28 infrastrutture “necessarie”.
Dove invece il privato può rischiare con i soldi altrui, le prospettive cambiano totalmente: gli amministratori di Torino 2006, che presenteranno solo 15 discipline sportive, alla fine avranno costruito almeno 10 nuovi impianti sportivi, oltre ad una quantità enorme – più di 130 – di altre opere.


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