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Liguria criminale
Dieci casi insoluti di
cronaca nera
di Andrea Casazza | Max Mauceri
dal libro
Il mistero della donna di picche
“Non sono una
bestia da zoo. Lo so, mi considerate perversa e nella migliore delle ipotesi
soggetto da barzellette. Ma so solo io e i pochi che mi sono stati vicini cosa e
quanto ho sofferto… Vi prego, consideratemi una donna come tante altre senza
pregiudizi in questa città che continua ad essere bacchettona”.
È il frammento di un’intervista che Donatella Manunta aveva rilasciato a un
giornalista nel 1986. Poche parole che suonano, anche a distanza di tanto tempo,
come testamento spirituale di un essere umano e della sua straordinaria
avventura.
Donatella Manunta viene trovata morta nel suo appartamento al secondo piano di
via Untoria 14 a Savona. È la sera di giovedì 22 marzo 1990. Qualcuno l’aveva
uccisa colpendola più volte alla nuca con un oggetto di ferro, probabilmente un
pezzo di tubo o un martello. Poi aveva infierito sul corpo abbandonato sul
pavimento della cucina: le aveva alzato la gonna di pelle che indossava, le
aveva sfilato gli slip e le aveva inserito il collo di una bottiglia nei
genitali. Infine se ne era andato lasciandole sul petto, ben visibile, una carta
da gioco: la donna di picche.
Ma chi è Donatella Manunta? Facciamo un passo indietro. Donatella Manunta è di
origine sarda. Arriva a Savona insieme ai genitori, ai fratelli e alle sorelle
nei primi anni Cinquanta, quando era appena tredicenne. Ma allora aveva un altro
nome: si chiamava Salvatore Manunta perché era, per l’anagrafe, un maschio.
Salvatore fin da bambino avverte che in lui c’è qualcosa che non funziona. Non
gli piacciono i giochi tipici dei suoi compagni. Preferisce le bambole. E quando
può ruba i vestiti alla madre e alle sorelle perché indossando quelli si sente
più a suo agio. “Il mio non era uno sfizio – racconterà successivamente – Era
una necessità, un bisogno reale…”. La prematura scomparsa della madre lo lascia
prostrato e il trauma influisce sul suo fisico già delicato e gracile. Ad appena
15 anni viene operato una prima volta al cuore e trent’anni più tardi gli
verranno sostituite due valvole mitraliche. Riformato dal servizio militare per
omosessualità, a vent’anni trova lavoro in un bar nel centro di Savona e per tre
anni di fila consegue il diploma dell’Ente Turismo come miglior barista della
provincia.
È in questo periodo che “nasce” Donatella: Salvatore comincia a travestirsi e a
frequentare locali e ambienti gay. Fino a prostituirsi, soprattutto nelle strade
dell’angiporto di Genova, lontano dagli occhi del padre e dei fratelli.
Salvatore si sente sempre più donna: assume ormoni femminili per far crescere il
seno, e ci riesce. E matura un progetto decisamente ambizioso per i tempi e per
l’ambiente: quello di cambiare sesso definitivamente.
Ma l’intervento chirurgico costa caro: almeno 60 milioni. Salvatore ha qualche
risparmio, frutto della sua attività di prostituta. Altri soldi li ottiene in
prestito. Arriviamo al 24 luglio del 1984 quando il sogno diventa realtà e in un
ospedale di Londra Salvatore si sottopone all’intervento per l’eliminazione del
pene e la creazione della vagina.
È la svolta della sua vita: donna, finalmente, anche se a caro prezzo. Quello
dei pregiudizi dei suoi concittadini e quello più materiale del costo
dell’intervento: per restituire i soldi del prestito è praticamente condannato
alla prostituzione. Oltretutto lo Stato gli sospende la pensione d’invalidità
che percepiva in virtù del doppio intervento al cuore. “Da quando ho deciso di
farmi operare questo mestiere mi pesa sempre di più”, confesserà a uno
psicologo. Ma sa che non potrà farne a meno, indietro non si torna.
L’unica nota positiva di una “vita drammatica”, come lei stessa la definisce,
arriva nel 1986 quando con una sentenza definitiva il Tribunale di Savona
sancisce la definitiva scomparsa di Salvatore. Per la legge e per l’anagrafe
Salvatore è ora diventato Donatella a tutti gli effetti. Ed è il primo caso in
Liguria e uno dei primi in Italia. “Sono felice – confida al cronista Donatella
– Devo ringraziare i miei genitori e i miei fratelli che mi hanno sempre
accettata anche se so di aver creato loro molti problemi con la gente”.
Bionda, con una pettinatura vagamente anni Sessanta, minigonna dai colori
sgargianti, seduta sul cofano di una bmw parcheggiata di notte davanti alla
stazione di carburante all’incrocio tra calata Sbarbaro e via Gramsci:
probabilmente è così che la maggior parte dei savonesi ricorda Donatella Manunta.
Fino a quella maledetta sera di giovedì 22 marzo del 1990.
Pino Torrielli è un amico di vecchia data di Donatella. Qualcosa di più di un
amico. Abita a Stella, un paese nell’entroterra di Varazze e lì lavora come
dipendente comunale. Stella non è un paese molto grande e Torrielli, “Pinassa”
per gli amici, deve fare un po’ di tutto, compreso il necroforo. E da quando la
parrocchia è rimasta senza parroco, fa anche il sacrestano: apre e chiude la
porta della chiesa e suona le campane. Rientrato dopo una gita fuori casa di un
paio di giorni, Torrielli quella sera decide di andare a trovare Donatella
Manunta. Non sa che i suoi vicini di casa e i suoi conoscenti sono in
apprensione perché Donatella è sparita dal giorno prima. Nessuno l’ha più vista,
nemmeno la notte, al solito distributore di carburante, appoggiata alla sua bmw
in attesa di clienti.
Torrielli bussa alla porta inutilmente. Poi mette mano alle chiavi: Donatella
gliene aveva dato un mazzo in custodia. Ecco cosa racconta lo stesso Torrielli:
“Ho aperto la porta, sono entrato e tutto era in ordine. Sono andato in cucina e
l’ho vista. Era a terra, supina, in una pozza di sangue… Non sapevo cosa fare…
c’era quella bottiglia inserita nel suo corpo, un’altra bottiglia di whisky sul
tavolo… La carta da gioco appoggiata sul seno… La sua gattina impaurita in un
angolo… Ho avuto paura di svenire. Sono andato via e ho chiamato Italia, la
sorella di Donatella. Solo quando è arrivata lei, insieme, abbiamo avvertito la
polizia…”.
I sospetti degli investigatori si concentrano sul mondo della notte frequentato
da Donatella. L’assassino potrebbe essere un cliente. Un’ipotesi confermata da
almeno due fatti. Nell’appartamento di via Untoria sono spariti i soldi, ma non
gli anelli e gli ori. E la bmw è stata trovata parcheggiata al solito posto,
davanti al benzinaio. Ed è lì da giovedì mattina, segno che Donatella mercoledì
sera è andata normalmente “al lavoro”. Probabilmente un cliente l’ha caricata
sulla sua auto e, insieme, si sono recati nell’appartamento di via Untoria dove
si è consumata la tragedia. Non si trova, in casa, l’arma del delitto,
probabilmente un martello o un oggetto metallico arrotondato con in quale
l’assassino ha colpito Donatella: almeno due volte, con forza bestiale, tanto da
sfondarle il cranio. L’assassino le stava dietro, segno che era qualcuno di
conosciuto, qualcuno di cui la vittima si fidava. Del resto c’è anche la
bottiglia di whisky e due bicchieri a testimoniare un brindisi.
Ma c’è un altro elemento che conoscono solo gli amici di Donatella. Se davvero
l’assassino è un cliente, deve per forza essere un habitué. Altrimenti, dicono,
lei non l’avrebbe mai ricevuto in cucina, una stanza che considerava
assolutamente “privata” dove non avrebbe mai fatto entrare un “occasionale”.
Indaga, la polizia. Raccoglie testimonianze e brandelli di verità. Nelle ore
seguenti il ritrovamento del cadavere c’è perfino un momento in cui una pista
sembra prevalere sulle altre. La pista che conduce a Bartolomeo Gagliano, un
giovane savonese già responsabile di un paio di omicidi e fuggito una settimana
prima per la terza volta dal manicomio criminale dove era rinchiuso. Un’ipotesi,
però, destinata a naufragare nel giro di pochissimi giorni: il tempo di
stabilire che in casa non ci sono impronte digitali di Gagliano e di verificare
che l’evaso proprio quel giorno viene segnalato da tutt’altra parte.
L’inchiesta segna il passo per quasi due anni e viene quasi dimenticata. Poi,
nel gennaio del 1993, succede qualcosa. Tre testimoni affermano di aver visto
Pino Torrielli uscire dalla casa di Donatella Manunta poco dopo la mezzanotte di
mercoledì 21 marzo 1990: la notte dell’omicidio, insomma. Torrielli reagisce
subito, dice che non è affatto vero, che ha un alibi. “È vero, quel giorno sono
stato da Donatella – spiega – ma nel pomeriggio, non la sera. E fra l’altro non
ero solo. Insieme a me c’era un comune amico, un carabiniere di Stella”.
Torrielli racconta di aver lasciato la casa di via Untoria nel tardo pomeriggio
e di essersi recato a Genova insieme al carabiniere. “Siamo tornati a Stella
intorno alle 23 – si difende il becchino – e abbiamo cenato insieme a casa mia”.
I magistrati hanno dei dubbi. Anche perché altre testimonianze affermano che
Torrielli era roso dalla gelosia. E che l’oggetto della gelosia era proprio il
giovane carabiniere il quale non disdegnava affatto la compagnia dell’esuberante
Donatella. Un intrico di rapporti piuttosto torbido che fa vacillare
pesantemente l’alibi del quarantaduenne dipendente comunale di Stella.
È il 23 gennaio del 1993 quando Pino Torrielli viene arrestato. L’accusa nei
suoi confronti è di quelle che prevedono l’ergastolo: omicidio volontario
aggravato dalla gelosia. La notizia fa scalpore, anche perché a tutti sembra
proprio impossibile. “Pinassa” un assassino? Non ci crede la gente di Stella,
affezionata a quel factotum comunale dai modi tanto gentili e garbati; non ci
credono gli amici di Donatella Manunta; non ci crede neppure Italia, la sorella
della vittima, che prende le difese di Torrielli e lo definisce pubblicamente un
“bravo ragazzo incapace di far male a una mosca”.
Nessuno ci crede, ma intanto la posizione giudiziaria dell’imputato si aggrava
ogni giorno di più. I testimoni che giurano di averlo visto uscire dalla casa di
Donatella Manunta la sera dell’omicidio sono sicuramente in buona fede. Sono i
componenti di una famiglia che abita in via Untoria. Quella sera hanno
festeggiato una ricorrenza di famiglia in una pizzeria di Albisola. Al ritorno,
intorno a mezzanotte, avrebbero visto Torrielli uscire dalla casa di Donatella.
E poi lo stesso Torrielli contribuisce ad alimentare i dubbi sul suo conto:
durante una serie di drammatici interrogatori si contraddice sugli orari e
spesso non ricorda particolari che gli vengono richiesti. In sua difesa c’è solo
la testimonianza dell’amico carabiniere, ma si tratta di persona coinvolta e poi
anche lui non è preciso sugli orari. Torrielli forse avrebbe potuto avere avuto
il tempo di venire a Savona, finita la cena col carabiniere, uccidere Donatella
e tornarsene a casa dopo essere stato notato dai testimoni.
Una questione di minuti, insomma. Ma si può mandare all’ergastolo un uomo per
una questione di minuti? Non si può. E non lo fanno i giudici di Savona. Lo
stesso pubblico ministero, nella sua requisitoria, avanza il dubbio. Il 2 giugno
successivo Pino Torrielli viene assolto per non aver commesso il fatto dopo
quattro mesi di carcere e dopo una serie di udienze drammatiche nel corso delle
quali non sono mancati i colpi di scena. Una testimone, per esempio, tenta il
suicidio perché sconvolta dall’eccessivo stress. E il responsabile regionale
della polizia scientifica lancia un altro mistero quando parla di una “strana”
impronta digitale trovata sulla bottiglia utilizzata per fare scempio del corpo
di Donatella Manunta: è sicuramente l’impronta digitale di una donna, ma è
impossibile dire di chi possa essere. “Abbiamo compiuto oltre 400 raffronti –
dice l’esperto della Scientifica – ma senza risultato”.
Pino Torrielli ritorna un uomo libero e il 25 agosto del 1994 chiede e ottiene
dallo Stato un risarcimento per l’ingiusta detenzione. L’assassinio di Donatella
Manunta resterà impunito e senza un perché. Anche dopo che l’omicidio di via
Untoria verrà collegato ad altri tre fatti di sangue avvenuti nell’estremo
Ponente ligure e in Costa Azzura, a Nizza. Tre donne assassinate, adagiate
supine sul pavimento della loro abitazione e violate con una bottiglia. Sul loro
corpo una carta da gioco: la donna di picche.
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