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Liguria magica
Storie di draghi, diavoli, streghe,
fantasmi e altro ancora
di Aldo Rossi
Introduzione
Alla scoperta della favolosa Liguria
Sincerità, innanzitutto; e al singolare,
come si conviene ad una confessione alla quale il plurale maiestatis toglierebbe
ogni immediatezza: io non sono mai stato un cultore. Non ho mai fatto ampi studi
sulla leggenda in genere e su quella ligure in particolare. Questo non significa
che io sia dell’opinione – del resto ormai rigettata da tutti – di chi
considerava matrici della leggenda l’ignoranza e la superstizione e giudicava la
letteratura leggendaria inutile ed ingombrante. So benissimo (non per altro: per
averlo imparato a scuola...) che la leggenda è “espressione della vita ideale
dei popoli” e che “pur essendo più rigogliosa fra le genti scarsamente
riflessive, di fervida fantasia e di violente passioni, esiste anche, e si
sviluppa, fra quelle più civili”. Ma, ripeto, non ne sono mai stato un cultore,
non ha mai fatto parte dei miei interessi immediati.
E giacché mi sono buttato nel vortice della confessione, mi ci abbandono
completamente: a proposito delle leggende liguri debbo dire, a costo d’essere
considerato un ignorante, che fino a qualche tempo fa ero quasi convinto che non
ne esistessero. Questa mia idea era avvalorata da due considerazioni: la prima,
quella ormai di normale amministrazione sul carattere dei liguri; ovvia,
d’accordo, ma “grosso modo” corrispondente alla realtà: ossia che il ligure è
legato alle cose concrete, alle attività pratiche, che è (ed è sempre stato) ben
distante da ciò che non sia solidamente ancorato alla terra. Tutta la sua storia
lo insegna; e, quindi, non mi meravigliavo troppo per l’assenza, dal suo
repertorio, di impennate fantastiche. La seconda considerazione, forse un po’
più acuta della precedente, e più fondata, riguardava la mancanza, da me
constatata, di una tradizione orale. Le leggende si diffondono, si
arricchiscono, si trasformano magari più volte, passando di bocca in bocca,
tramandandosi di generazione in generazione. Bene, io sono nato e sono stato
allevato a Genova, da anni vivo a contatto con appassionati di cose liguri, i
miei vecchi sono genovesi... cionondimeno non ricordo di aver sentito mai
raccontare una storia diversa da quella solita del Pacciugo e della Pacciuga, i
due bizzarri personaggi che si possono ammirare nella chiesa di Coronata.
Nostalgiche reminiscenze della cronaca di un passato più o meno lontano, quelle
sì: a quelle i miei conterranei sono particolarmente affezionati, né perdono una
occasione per rievocare commossi, tanto per fare un esempio, la scomparsa degli
ultimi, vecchi tranvaietti a cavalli; ecco, può essere che, col passare degli
anni, anche questa cronaca si trasfiguri fino ad assumere dimensioni
leggendarie, cosicché i nostri pronipoti sentiranno un giorno raccontare di
tranvaietti scomparsi in cielo, trainati da ippogrifi... In fondo è così che la
leggenda nasce: da una dilatazione, praticamente senza limiti, della realtà.
Ma poiché il giorno degli ippogrifi è ancora di là da venire, se mai verrà,
conviene prendere atto, per adesso, del fatto che i tram a cavalli, sia pure
avvolti dalle brume del ricordo, sono ancora tram a cavalli, e ritornare alla
considerazione dalla quale questa parentesi ha avuto origine.
La mancanza d’una tradizione orale: è stata per me, in un primo tempo, la prova
– accettata piuttosto superficialmente, per la verità – della inesistenza, o
quasi, di leggende liguri; ma s’è trasformata successivamente nella molla che ha
fatto scattare la mia curiosità. Preso (finalmente!) dal dubbio che il
tramandarsi dei racconti leggendari si fosse arrestato ai confini delle città,
dove la vita ormai da anni ha assunto aspetti che non lasciano spazio per questo
tipo di divagazione, mi sono spostato nei piccoli paesi, in specie
dell’entroterra. Lì, riuscendo pazientemente a rompere il muro di omertà
costituito dagli interessi ormai decisamente televisivi dei miei interlocutori,
qualche cosa ho trovato. Non molto, ma quanto bastava a spingermi alla
continuazione delle ricerche.
Ho cominciato a frugare vecchie carte ed ho avuto la prima sorpresa: quella di
trovare una quantità di leggende, quale non avrei mai supposto. Scettico, sempre
– anche perché molte, riportate con frasi ben tornite, in un linguaggio
parecchio artificioso, mi davano la sensazione di essere state create a tavolino
– ho frugato carte un poco più vecchie. Ed ecco le stesse leggende, narrate in
modo più rudimentale, senza lenocini letterari; ed eccone altre ancora, che mi
avevano tutta l’aria di essere autentiche.
Insomma, una volta di più la Liguria mi si rivelava sotto un aspetto
insospettato; questa incredibile, questa favolosa Liguria, questi liguri legati
alle cose concrete, alle attività pratiche, con i piedi solidamente piantati a
terra eccetera, hanno pure loro un bel patrimonio di leggende. E che patrimonio!
Ricco di draghi, diavoli, streghe, fantasmi, come se ne trovano in tante
fantastiche saghe nordiche.
Tutto materiale che, già ottanta, novanta, cento anni fa era affidato quasi
esclusivamente alla carta; ben poche dovevano essere le persone in grado di
narrare qualche cosa, se è vero che già allora si lamentava la perdita di
numerose storie della cui esistenza si sapeva, ma la cui ricostruzione era
diventata impossibile, anche con l’aiuto dei testi più antichi.
Oggi, poi, ovviamente, la situazione è ancora peggiore: come ho già detto, solo
fuori della cerchia urbana e – aggiungo – in persone molto in là con gli anni,
opportunamente stimolate perché scandagliassero a fondo nei loro ricordi, s’è
potuta reperire qualche esile traccia.
E c’è di più: dalle carte di ottanta, novanta, cento anni fa, già di per se
stesse sparpagliate e, comunque, sulla via di trasformarsi in rarità
bibliografiche, solo pochi racconti sono usciti per fare capolino
sporadicamente, e altrettanto sparpagliati, in carte più o meno contemporanee.
Entrandoci, oltre tutto, di straforo, di solito come intermezzo
fantastico-folclorico nel corpo di ben più concrete trattazioni.
Il resto è silenzio: cancellate dalla memoria della gente, relegate per la
maggior parte in volumi ormai introvabili, le vecchie leggende liguri sembrano
destinate a sopravvivere soltanto in qualche loro isolata espressione.
Stando così le cose sarebbe necessario a questo punto l’intervento di qualche
gran letterato che, con criteri scientifici, riordinasse il tutto. Che,
individuando il nucleo storico originario di ogni leggenda, la datasse in modo
preciso. Che, in seguito a questa collocazione nel tempo, la potesse altresì
situare nell’esatto contesto sociopolitico.
Ricordandoci che il termine “leggenda” deriva dal latino legenda, ovverosia
“cose da leggersi” – definizione che si riferiva sì, inizialmente, ai brani
della vita di un santo da leggersi nel giorno della festa (e, a proposito, la
raccolta più diffusa di questo tipo di leggende è la Legenda Aurea, scritta
proprio dal ligure Jacopo da Varagine, cioè Varazze), ma che era passata poi a
significare anche le narrazioni di carattere profano, epico, civile eccetera –
potrebbe indicarci, quel letterato, il significato delle leggende
nell’evoluzione spirituale della gente ligure. Potrebbe anche, servendosi di
procedimenti affini a quelli della geografia linguistica, stabilirne la
distribuzione delle principali varianti e determinarne quindi i centri di
diffusione.
Potrebbe, infine, magari con l’ausilio di un cervello elettronico – sistema
usato da una agguerritissima “équipe” per lo studio dei dialetti – ...ma
finiamola con ciò che potrebbe fare un letterato, per ora – a quanto mi consta –
del tutto ipotetico. E occupiamoci un poco di quello che, molto più
modestamente, cercherò di fare io; in attesa naturalmente che vengano effettuati
gli approfonditi studi dal letterato di cui sopra.
Ecco, in poche parole, io cercherò semplicemente di trarre dall’oblio e radunare
un certo numero di leggende trovate sparse qua e là; senza avere la pretesa, con
questo, di ergermi a salvatore e custode dell’intero patrimonio ligure,
s’intende. Anzi, debbo dire che estrometterò deliberatamente alcune storie
perché – valutazione fondata su criteri del tutto soggettivi e arbitrari – il
loro carattere “ligure” mi è sembrato inattendibile, sia per l’ambientazione,
sia per i personaggi, sia per lo spirito. E questo è – diciamo – l’aspetto
impegnato della faccenda. Le storie raccolte, poi, cercherò di raccontarle a mio
modo... no, non equivocate: non intendo fare il mattatore, deformare i fatti
secondo le mie personali esigenze; intendo dire che mi sforzerò di liberarli da
ogni genere di incrostazioni, dagli inutili orpelli, riportandoli nella maniera
più semplice e scorrevole, quasi giornalisticamente.
L’unica libertà che mi piglierò sarà quella di far capolino ogni tanto, nel
corso della narrazione, per esibire le considerazioni personali che mi saranno
sembrate pertinenti. E mi scuso fin d’ora se poi – invece – appariranno
impertinenti; come chiedo venia se non riuscirò a mantenere un tono abbastanza
serio ed elevato, a contatto con certe deliziose ingenuità.
Viste le premesse già esposte, era difficile pensare ad una precisa collocazione
delle leggende lungo tutto l’arco della storia di Liguria. Ho deciso, perciò, di
raggrupparle il più possibile per argomenti, rispettando – nell’interno di
ciascun raggruppamento, quando potrò – una cronologia approssimativa. Però,
nonostante non sia (come mi pare d’aver già detto...) un cultore, sono un
pignolo: di conseguenza indicherò, ogni volta che sarò in grado di farlo,
l’epoca dell’avvenimento narrato. Così mi comporterò anche per i luoghi teatro
dell’avvenimento stesso e per quelli in cui la leggenda ha avuto origine, luoghi
che non sempre si identificano.
Detto questo, credo proprio che sia giunto il momento di passare al plurale
maiestatico...
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