Liguria sottovoce
 
di Annna Maria Fattorosi
 


Ritorno a casa

Sedute, compunte, sulle panche di legno del vagone di terza classe, le tre sorelle sembrano averne assunta la composizione lignea. Ma il motivo c’è.
Dinanzi a loro le bianche mani grassocce di suor Francesca, intrecciate attorno alla corona del rosario, sono un continuo monito: non si parla. Non ci si muove. Si sta composte.
Il caldo è esploso e il sole dardeggia, feroce, attraverso i vetri dei finestrini. Si suda dentro la nera divisa del collegio. Vorrebbero correre, saltare, gridare a tutti che sono felici perché incominciano le vacanze. Si torna a casa!
Ma non si può, proprio non si può. Nove mesi lontane dalla mamma, dal paese, sono un’eternità. Ma come dare ad intenderlo all’austera suora cappellona?
Maria e Luisa si guardano interrogativamente. Manca molto a Chiavari? Una sbirciata attraverso i vetri, mentre il treno sferraglia rumoroso, poi un rapido guizzo dello sguardo. Ci siamo quasi. Alba, la più piccola, ha il cuore in gola per l’agitazione, ma non esiste comunicazione con le “grandi” che la sdegnano.
È il 1920, e lei è una bambina. Ha solo nove anni. Loro, no. Sono signorine, loro. Maria poi, coi suoi quasi quindici anni, sembra irraggiungibile.
Ora il treno ansima, emette lunghi gemiti stridendo sulle rotaie. Si ferma.
“Su, bambine, svelte. Si scende. Serietà. Mi raccomando, serietà. Alba, il tuo sacco! Ma santo cielo, dove hai la testa? Prendi la tua roba!”.
“Sì, madre. Scusate, madre”.
Un attimo e le sorelle si sentono avvolte dal caldo abbraccio del sole, dal fragrante profumo del mare. Addio collegio! Addio cameroni bui, pensano felici.
Un paio di manine si agita festoso di qua dalla pensilina.
“Siamo qui, siamo qui!”.
Le vocette infantili squillano argentine, garrule, come lo stridio delle rondini che intrecciano voli festosi in quel ceruleo cielo di fine giugno.
“Pinuccia! Benedetta!” esclama istintivamente Alba, desiderosa di riunirsi alle sorelle minori. Che lunga separazione e che gran voglia di riabbracciarsi!
Una figura alta, magra, in tonaca nera, è loro accanto.
“C’è lo zio Silvio, c’è lo zio...”. Per la gioia immensa la voce di Alba si fa flebile, incerta, e s’interrompe ad un gesto brusco di suor Francesca.
“Ma insomma, un po’ di contegno. Siamo in un luogo pubblico!”.
“Sì madre, scusate madre” mormora arrossendo.
La breve distanza è superata e le cinque sorelle, finalmente riunite dopo lunghi mesi, si sentono quasi estranee, sperdute.
“Buongiorno don Silvio. Le affido le bambine. Il mio compito è terminato. Sia lodato Gesù Cristo” esclama la grassa suora con fare deferente, mentre accenna un segno di croce.
“E sempre sia lodato” risponde allegramente il prete. “Grazie per tutto, suor Francesca. Buon rientro a Genova. Si riposi un pochino. Ne avrà bisogno!”.
“Arrivederci, madre” esclamano con fare ossequioso le tre arrivate, ma non appena essa si volta per allontanarsi non possono trattenere completamente un’allegra risata.
“Maria, hai visto che fare sussiegoso? E quel cappello sventolante? Gesù, sembra proprio un pipistrello con le ali aperte” esplode Luisa, cercando di nascondere il riso prorompente con la mano.
“Bambine, vergogna, un po’ di educazione. È questo quello che v’insegnano in collegio?”. Il tono del prete, quasi ilare, è decisamente in contrasto con le parole.
“Zio, finalmente. Come state? E la mamma? E il paese?” chiedono in coro le bambine.
“Benissimo, ma ora spicciamoci o perderemo l’omnibus. È mezz’ora che vi aspettiamo e le sorelline sono stanche. Vero, bambine?” domanda alle piccole di sei e sette anni che continuano a restargli aggrappate alla tonaca, una per parte.
Annuiscono, come improvvisamente ammutolite.
Il loro grembiulino di collegio è azzurro, col colletto alla marinara. Vengono da Recco e sentono avanzare una grande stanchezza che appesantisce testa e gambe.
“Su, coraggio. Piazza delle Carrozze è vicina. L’omnibus ci aspetta, non possiamo perderlo. Scenderemo a Monleone e poi l’ultimo balzo, su, su verso le montagne. Verso Favale!”.
“Ci sarà la mamma ad aspettarci?”. La vocina di Alba sembra un lieve battito d’ala lasciato sospeso.
“Certo che ci sarà. Non vede l’ora di riabbracciarvi”.
Già, la mamma. Alba abbassa gli occhi, assalita da un’immensa malinconia. Un pensiero le guizza rapido nella mente.
“Papà caro, perché non ci sei anche tu? Perché ci hai lasciato sole? Perché sei morto?”.

*****

Le panche sono sempre di legno, il movimento è sempre sussultorio, ma ora ci si è riuniti.
Le cinque sorelle osservano attentamente il panorama che scorre veloce sotto i loro occhi. Il mare è ormai lontano, ma è rimasto l’occhio azzurro del cielo a far da sfondo a quell’incredibile varietà di verde: argenteo degli ulivi, cupo dei sempre più radi pini d’Aleppo, squillante dei noccioleti, dei castagneti ora sempre più numerosi.
Le ruote dell’omnibus sobbalzano sulla carrettiera che por-ta incisi due profondi solchi, quasi una scarnificazione della terra, ora arsa. Nei campi s’intravedono contadini, intenti per lo più a falciare l’erba. Il primo taglio della stagione.
Alba aspira con gioia l’intenso profumo di fieno che penetra dai finestrini aperti e stringe, silenziosa, la mano della piccola Benedetta addormentata. La testolina ciondola sulla sua piccola spalla e la bimba sta immobile, per quanto glielo permettono gli scossoni della vettura. Incurante del cicaleccio delle sorelle, è tutt’uno con la natura che la circonda.
A Monleone la dolce sorpresa. Una minuscola figura in nero le attende. Immobile. Un balzo del cuore nel petto di tutte la rende però enorme. Incommensurabile.
“Mamma! Mamma!”.
È un coro di voci infantili già da lontano, uno sventolare di manine. La donna, sempre immobile, agita lenta la sua.
Piedini vogliosi si precipitano sullo stradone bianco di sole. Uno scalpiccio. Un brusio confuso. Poi, il caldo abbraccio. Quel gruppo di bimbe, attaccato per un lungo attimo alla madre, ricorda un grande grappolo d’uva che ha ritrovato finalmente la vite. Anzi, la vita.
Poche parole, tenere carezze, ma una profondità di sguardi che racchiude la frase detta tante volte in dolorosa solitudine.
“Ti voglio bene!”.

*****

“Ciao, Emilia. Eccoci qui!”.
A rompere il silenzio è don Silvio, il caro fratello e zio.
“I tuoi frugoletti sono arrivati. Contenta?”. La domanda giunge dritta al cuore.
“Oh, sì, tanto...”.
La voce della donna è delicata, sommessa, e ben si adatta alla persona. “Grazie di tutto”.
“Non dirlo neppure” la interrompe lui, “non ho fatto proprio nulla. Sono o non sono lo zio? E ora, bambine, spalancate bene gli occhi, sciogliete i muscoli. Anche voi, piccole. Ci attende una bella camminata!” esclama allegro, rivolto alle nipoti. Si carica Benedetta sulle spalle e via!
Si arranca un poco. La strada è in salita, il sole sempre più caldo, ma ben presto le bimbe si liberano delle divise collegiali. In sottoveste camminano meglio. Ecco, superata la deviazione per Castagnelo, il rettilineo finale.
Le acacie sembrano chinare i rami al loro passaggio, quasi a fare la riverenza. Il piccolo nucleo di Favale è prossimo, viene superato. I rintocchi dell’orologio della chiesa scandiscono il mezzogiorno. Ancora uno sforzo.
A sinistra in alto, verso l’Acqua Pendente, le propaggini del Caucaso. A destra la bitorzoluta vetta di “U Collu”, quindi Rondanara. La mulattiera è l’ultimo balzo verso l’alto. Sempre più vicine ecco le grigie case di pietra della frazione Il Piano. Ecco l’argento del tetti d’ardesia. Ecco la casetta. Finalmente!
Davanti alla vecchia porta che sta per schiudersi, due grosse giare di terracotta colme di rosmarino.
Il suo penetrante profumo dà a tutti il benvenuto.

*****

Dopo tanto calore, un po’ di frescura.
Le imposte, socchiuse, donano penombra. Ecco, di fronte, la stufa spenta. “Panciuta vacchetta dalla bocca di fuoco”, pensa Alba guardandola. La tavola ha i piatti usati nelle feste ed è coperta da una tovaglietta bianca in onore di don Silvio e del Signore che rappresenta.
“Presto, bambine. Levatevi le scarpe, lavatevi le mani. Il minestrone è pronto!”.
“Sì, mamma, subito!”.
Volano nelle due camerette dove dormiranno, abbracciate insieme, nei grandi letti matrimoniali. Le scarpe sono abbandonate sul pavimento. Presto, all’acquaio! Una mestolata d’acqua nelle mani a conca d’ognuna, un ridere giocoso, un tramestio per prendere posto sulla panca, sulle sedie.
Arriva in tavola il pentolone profumato. Un silenzio religioso accompagna il suo apparire. Mamma, con gesti misurati, distribuisce il contenuto col mestolo.
Prima Silvio, poi le bimbe, per ultima se stessa. Alba risponde al “sia lodato Gesù Cristo” insieme al coro delle sorelle, ma non vede l’ora di gustare quel sapore antico e sempre nuovo. Lo conosce. Sa benissimo che cosa ha fatto mamma per prepararlo. La vede battere il lardo col coltello, velocemente, sul grande tagliere. Ecco il suo profumo e lo sfrigolio nella pentola, ormai calda sul fuoco di legna. Ecco le verdure, già lavate e tagliate a pezzetti minuti: bietole, zucchini, carote, fagiolini, patate, cipolle. Ecco il lento aggiungere dell’acqua, tenuta in caldo nella pentola accanto, dopo che le verdure si sono insaporite. Il fuoco scoppietta, la minestra sobbolle adagio adagio, incoperchiata, spandendo un aroma intenso. Infine, a cottura quasi ultimata, il tocco magico. Il pesto. Preparato con cura. E i taglierini, impastati e tagliati a mano, con il lungo coltello, dalle agili mani materne.
Alba accoglie in bocca il primo cucchiaio con venerazione. Chiude gli occhi un attimo per meglio gustarne il sapore.
Sì, questo, proprio questo è l’aroma del paese, della sua terra, della sua mamma, così a lungo desiderati.

*****

O dolce spensieratezza dei primi giorni! Riscoprire, come cosa nuova, la vecchia panca d’ardesia incassata nel muro esterno di pietra. E ritrovare intatte, come se il tempo non fosse scorso, le infantili incisioni, con pietre appuntite, sui gradini, pure d’ardesia, che portano alla casa. E gli odori sognati a lungo aleggiare nell’aria.
L’intenso profumo dell’erba tagliata e ancora allargata sui prati ad asciugare al sole. Il penetrante odore del rosmarino e del basilico, nel fazzoletto d’orto alle spalle di casa.
Piccolo mondo meraviglioso! E si scoprono a parlare tutte insieme, le cinque sorelle, a bisticciare quasi per avere il privilegio, la sera, di raccontare e di chiedere alla mamma.
“Una per volta, bambine!” risponde lei, incurante della fatica di una lunga giornata nei campi e intenta a distribuire alle figlie voraci quelle strane fette di pane biscottato, alte un dito, leggermente inumidite d’acqua, soffregate con l’aglio e cosparse con un pizzico di sale. Il pentolone del “preboggion” è già stato prosciugato. Che delizia quelle semplici patate e bietole bollite insieme, schiacciate in purea e irrorate di un misurato filo d’olio.
“Mamma, nel mio piatto ci sono le montagne e anche la strada. Guarda!” esclama Benedetta, la più piccola e la più lenta. In effetti con la sua forchetta ha costruito una montagna bianca e verde, e con i denti della posata ha disegnato una valle in cui s’intersecano tante strade.
“Ma va’ là, sciocca!” dice saputa Maria. Non riesce a terminare la frase, però.
“Non insultare tua sorella” rimprovera mamma che, nel frattempo, ha terminato di preparare l’ultima fetta proprio per la piccola. “Vedi, invece, di aiutarmi a rigovernare i piatti. Sono già le dieci e bisogna andare a letto. Domani sveglia alle cinque, lo sapete. Il sole sorge presto e io devo approfittarne per andare a tagliare l’erba in Arena. Quindi, Luisa, domani mungerai la mucca e la porterai a pascolare nei prati, lontano dal seminato. Alba, tu aiuterai Maria a rifare i letti e a preparare il pranzo per il mezzogiorno. C’è della farina di meliga per la polenta e una formaggetta fresca che ho preparato prima che arrivaste. Pinuccia e Benedetta, nell’orto a raccogliere la verdura. Poi andate con due fiaschi alla fontana a prendere l’acqua. Ce ne sarà bisogno, col caldo, e vedrete che piacere! Quindi porterete tutto lassù e mangeremo sotto l’ombra di un bel faggio”.
“E le scarpe, mamma? Dobbiamo metterle per venire da te?” domanda Maria, ben sapendo la risposta. Vuole però obbligare le sorelle, specie le piccole che non le vogliono mai obbedire, a ricordarlo.
“Certo che no! Le scarpe costano e si tengono di conto per la domenica, per la messa. Imparerete nuovamente ad andare scalze”.
“Ma mamma...” interrompe Alba, che ben ricorda le pietre puntute dei sentieri, i graffi dei rovi e il bruciore terribile sotto la pianta dei piedi, specie nell’ora del mezzogiorno.
“Niente ma, Alba. Mi spiace, piccola, ma devi sopportare anche tu come le altre. È duro solo per i primi giorni, poi ti abituerai. E ora, a letto!”.

*****

Il cielo è ancora del biancore lattiginoso dell’alba quando già risuona, dolce e ferma contemporaneamente, la sveglia materna.
“Oh Mary, Li, Bi, Pi, Bene!”.
Che tenera questa abbreviazione dei nomi delle cinque sorelle, ma che palpebre pesanti da non riescire ad aprirsi!
Una mano leggera sfiora carezzevole le loro fronti, già aggrottate per un primo impulso, irrefrenabile, di stizza.
“Che sonno. Ma è buio!” esclama Benedetta. E affonda nuovamente il viso nell’incavo dell’ascella di Alba, incurante dei piedi di Pinuccia che, sdraiata dalla parte opposta del letto, le arrivano fin quasi sotto il naso.
“Che buon profumo. Benedetta, Pinuccia, sveglia! C’è il latte caldo. Ma sicuro, la mamma ha preparato la colazione. E la legna? Sentite il profumo della legna che ancora scoppietta nella stufa?”. E di colpo Alba scivola dall’alto lettone. Dà un colpetto categorico sulle spalle delle altre due e scende, adagio, la scala interna che porta alla cucina.
Le ciotole sono lì, allineate sulla tavola, fumanti, e sono cinque. Maria è già vestita, in ordine, e getta uno sguardo severo verso l’alto. Al solito le piccole sono ritardatarie.
Alba scende veloce gli ultimi gradini. Una rinfrescata all’acquaio, un vestituccio vecchio indossato in un attimo ed è pronta. Mamma è già partita, ma le sorelle stanno mettendo in pratica le sue raccomandazioni. Anche le piccole faranno la loro parte. Certo, il sonno è ancora lì, dietro gli occhioni che si sforzano di tenere aperti, ma ce la faranno. Eccome. Righeranno diritto! Parola della loro vice madre Maria.

*****

L’odore della polenta si sprigiona invitante, quasi inebriante, dal fagottello preparato da Maria, ed è un cicalare continuo dietro di lei.
Il sole è a picco sulle teste delle bambine che, in fila indiana come tanti nanetti, arrancano per la salita. Ognuna ha in mano qualcosa.
Luisa porta la grossa formaggetta, Alba un fiasco e il pane biscottato, Pinuccia l’altro fiasco pieno d’acqua e Benedetta due belle cipolle raccolte nell’orto.
“Svelte lumacone!” incita Maria, “la mamma ci aspetta. Dopo aver tagliato l’erba avrà la schiena rotta per la fatica...”.
“Ma io ho fame...” singhiozza Benedetta.
“Io ho i piedi tutti graffiati” geme Alba. Dimentica per un attimo di essere stata derisa da tutte quando aveva cercato di costruirsi, in tutta fretta, un “paio di scarpe” con tante foglie di castagno per formare una bella suola spessa. Il refrigerio, però, era durato ben poco... fatti tre passi sul sentiero sassoso si erano rotte, e ora...
“Anche noi! Anche noi!” confermano le altre.
“Ma non vi fanno male?”.
“Sì, sì” si lamentano tutte. I sassi sono taglienti e arroventati, ma bisogna avere pazienza e andare avanti.
“Coraggio, siamo quasi arrivate!”. La voce della più grande, quindicenne, risuona per un attimo, quasi dolce. Certo, sente sulle sue spalle la responsabilità delle sorelle e vuole loro bene, anche se si sforza di non darlo a vedere.
Ed ecco finalmente il grande faggio. E la mamma che sta finendo di allargare l’erba, immersa ancora nel lavoro. I rintocchi del campanile della chiesa giungono smorzati sulla scia di un alito di vento.
Sotto l’ombra del grande albero si direbbe sia in corso uno stupendo pic-nic. Niente tovaglia, niente panini, niente seggiolini... Quale migliore cuscino d’un prato? Quale miglior sapore di una fetta di pane biscottato bagnato con un po’ d’acqua di fonte e insaporito da un pezzo di cipolla appena colta?
E quale gioia maggiore dell’essere riunite sotto quelle fronde verdeggianti, con l’occhio azzurro del cielo sospeso a guardare?

*****

L’estate, però, vola. Con i suoi cieli limpidi e i suoi temporali improvvisi, il ciangottare dei passeri, il garrire felice delle rondini e l’incessante frinire delle cicale nelle ore più calde. All’odore del fieno subentra ormai l’afrore intenso, eccitante, dell’uva matura.
Passato il ferragosto. Finita la processione di San Rocco con il dolciastro profumo d’incenso dell’altare maggiore.
Per Alba, come per le sue sorelle, rimane l’ultima novena, l’ultima festa del paesello, prima del rientro in collegio. La novena della Madonna del Rosario, la cui festa ricorre la prima domenica di ottobre.
Il rientro dal lavoro dei campi coincide, la sera, col rintocco dell’Ave. Le giornate si sono accorciate. Mamma posa il suo carico di fascine sul muretto d’ardesia che delimita il sentiero. Le bimbe depongono i loro fazzolettoni colmi delle prime castagne.
Sembrano, contro il profilo dei monti che incupiscono rapidamente verso il viola che avvicina la notte, piccole figure di presepe. Un segno di croce e mamma inizia.
“Ave Maria, gratia plena...”.
Le vocine delle figlie si uniscono alla sua nell’eterna invocazione alla Madonna. Ma che fame! Che fretta di giungere a casa!
“Mamma, facci i taglierini con la zucca” prorompe Luisa una sera. “Ti prego, mamma, ti aiutiamo!”.
Ed ella le accontenta. Svelta impasta. La bianca cascata di farina sulla madia diventa un vulcano che ha per lava il rosso d’uovo che la Bianca ha deposto il mattino. Stende col cannello la sfoglia e agili dita tagliano, col lungo coltello, i taglierini. Maria accende la stufa e già aleggia nella cucina il profumo buono della legna che brucia. Luisa affetta il lardo. Alba taglia a dadini la grossa zucca.
Ecco lo sfrigolio nella pentola calda, ecco il profumo della zucca che si insaporisce. Ecco la dose sapiente dell’acqua di fonte. E tutte sono lì intorno ad osservare con gioia le bolle di zuppa che cominciano a scoppiare in superficie. Specie le piccole non fanno che annusare l’aria che s’impregna di quell’odore che sembra addolcirsi quando i taglierini, finalmente, si sposano con il brodo, ispessendolo. Il languore si fa intenso.
“Presto, a tavola!” esclama mamma con la sua dolce voce. Non occorrono piatti. Basta un cucchiaio. Ognuna affonda il suo, ghiotta, nella pentola fumante, dal fondo annerito, posata con allegria nel mezzo del tavolo.
“A me la parte attaccata!” esclama Benedetta che ama il sapore di ciò che è un po’ bruciacchiato sul fondo.
“È mia!” s’intromette Pinuccia.
“No, è mia” sussurra Alba.
Ma sono scaramucce da poco. È un gioco. Un gioco d’amore fra queste sorelle che godono di queste gioie semplici, di questi sapori antichi. Sono gli ultimi giorni. Perché privarle di una gioia così grande?

*****

Madonna del Rosario. Grande messa solenne. Proces-sione in paese. Sono riapparse le scarpe, riposte durante la lunga estate. Quelle di Maria sono indossate da Luisa, che ha passato le sue ad Alba, che ha dato le sue a Pinuccia... in una lunga catena. Mamma è stata alzata notti e notti per cucire vestiti nuovi, allungare quelli vecchi, stringere, accorciare...
I sacchi del collegio sono pronti. Lunedì si riparte con la piccola diligenza a cavalli che unisce Favale a Monleone. Gioia e commozione sono nel cuore di tutte. Alba inghiotte a fatica le lacrime.
Oggi è ancora festa. Nell’aria c’è l’afrore del vino nuovo, del mosto che fermenta. E poi c’è lo zio.
Don Silvio è lì con loro. Ha concelebrato la messa solenne. Nelle narici delle bimbe, ancora intrise d’incenso e del grasso odore delle candele, si aggiunge quello del brodo di pollo. Festa grande. Oggi si mangia gallina bollita.
Pinuccia piange la fine prematura della Bianca che non è più nel pollaio e giura che non mangerà. Mai, mai e poi mai.
Per quell’ultima sera mamma ha preparato una dolce sorpresa per i suoi tesori. Non parla l’esile donna, non si perde in smancerie per lo stesso pudore di sentimenti che impedisce anche alla figlie di gettarlesi al collo e piangere sulla sua spalla.
Di nascosto ha preparato la teglia, unta da un pezzetto di burro soffregato sul fondo. Ha diluito nell’acqua, preparata nel “grilletto”, una pioggia di farina di castagne. Ha mescolato tutto, aggiunto un pizzico di sale e ha versato il composto nella teglia.
Dal runfò, da poco costruito, dopo poco si sprigiona un profumo invitante. Le sorelle si guardano interrogativamente l’un l’altra. Alba deglutisce più volte.
Cos’è quel nodo che chiude la gola?
“Ecco, bambine. Una fetta stasera e una domani, per il viaggio”. Quella voce dolce è un invito. Il castagnaccio è lì sul tavolo. Un sole bruno dal cuore dolcissimo.
“Oh, mamma!” esclamano felici.
Alba accoglie la sua fetta quasi con devozione. La mangerà sbocconcellandola adagio per farla durare di più, per imprimere nel cuore il ricordo della sua mamma, del suo paese. Domani è un altro giorno, tanto triste. Lo sa fin troppo bene. Davanti a lei si profila un indefinibile rosario di giorni colmi di malinconia. Ma avrà con sé un dono preziosissimo. L’ultima fetta da mangiare in viaggio.
E se la farà durare. Eccome, se se la farà durare...
 


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