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Li vuoi tutti
morti
di Bruno Pampaloni
le prime pagine del libro
I
Ecco, è finita. La testa su un lato, il
braccio destro accanto al corpo, lo sguardo senza tempo, il buco… il buco e
l’intestino che avvolge la mano sinistra. Orrore? Paura? Rimorso?
“E così siamo giunti alla quinta puntata di Tutti i comici del presidente...
durissima requisitoria del magistrato contro il leader serbo-bosniaco accusato
di essere il responsabile del massacro di duemila civi’... ’uto bomba contro una
pizzeria nel pieno centro di Tel Aviv... fissa sul tre a zero il punteggio in
favore dei bianco’... ’ndazione comunista ha più volte sottolineato che la Nato
è uno strumento superato e che occorre ritornare alle Nazioni Unite come un...
molte le associazioni che parteciperanno al corteo per la pace... io ci tengo
alla mia linea, per questo uso... e per domani un fronte d’alta pressione... noi
pensiamo sia possibile ridere in un momento così difficile per il mondo”.
II
– Sventrato in casa sua. Niente impronte.
La polizia non parla perché non sa che dire. Te ne occupi tu.
– Chi è il morto?
– Sandro Ferrara, regista. Senza nemici, dicono.
– Sospettati?
– Nessuno.
– Quanto?
– Quanto cosa?
– Quanto ci guadagno?
– Ti ho già dato un anticipo. Mica faccio beneficenza.
– Neanche io.
– Vuoi trovarti un altro lavoro?
– Sai benissimo che senza di me chiudi la baracca.
– Datti da fare!
Discussione terminata. Si allontana. Non ho mai toccato il tasto dei soldi, ma
ora è giunto il momento di farlo. Idea del cazzo! Che posso aspettarmi da questo
giornale di provincia? Se la tirano da “New York Times”, ma poi si accontentano
di corna di prima mano. Il corridoio separa le due fila di colleghi seduti
davanti ai computer.
– Ehi! – Ho urtato Licia.
Raccoglie i documenti che le sono cascati per terra.
– Scusa Licia. Non ti avevo vista.
L’aiuto a radunare i fogli sparsi.
– Questa volta mi deve pagare bene.
– Parli del direttore?
– Quando mi capiterà di nuovo un morto ammazzato? In un anno che sono qui è la
prima volta. Se vuole che me ne occupi...
– Occhio a non tirare troppo la corda, Carlo.
– Se no mi ci impicco. Lo so.
– Ti sto dando fastidio?
– Parli come i libri che leggi – Perché me la prendo con lei?
– È così che mi guadagno da vivere – Si è offesa?
Lavora part time alla pagina culturale: libri letti, analizzati, cercati in rete
per confrontare, studiare, decifrare. E fa un po’ di tutto, lavori di
segreteria, e a volte mi sostituisce. Qualche extra non lo rifiuta mai. Una con
il suo talento è sprecata per questo giornale.
– Sei preziosa per noi.
La bacio sulla guancia. Raggiungo Luigi. Soffice, accartocciato sulla poltrona,
lo sguardo torvo e una sigaretta in bilico sulle labbra, le bretelle slacciate
sui fianchi e le gambe sulla scrivania.
– Marlowe o Spade? – Un’altra citazione letteraria.
– Non sono disposto a tirare sul prezzo.
– Sai bene che non si guadagna un granché con i cornuti.
– Non rompermi le balle, Carlo.
– Gli italiani sono incapaci di tradire per bene. A loro piace essere scoperti.
Diventano prevedibili. Così impiego poco tempo a beccarli. Scrivo un pezzo o
due, al massimo, e tu risparmi.
– Lascia stare.
– Ma si tratta d’omicidio!
– Appunto. Che ne so io se ci sai fare? Beccare un marito con eccesso di
testosterone al cervello è altra cosa da incastrare un assassino vero.
Investiamo tutti quanti in questa cosa, io per primo.
– Potrebbe volerci parecchio tempo per venirne a capo. Sarò costretto a scrivere
molto.
– Non fare il furbo! – Ora s’incazza per davvero.
– Sì, ma le spese…
– Vaffanculo!
– Luigi, dove lo trovi un giornalista che ti fa cronaca politica, nera, rosa,
pezzi di colore, recensioni e pure il fondo quando il direttore è a letto con
l’amante?
– Non ricattarmi, non ti permetto!
– Sovente in rigoroso anonimato e il tutto solo per un forfait di centoventi
euro ad articolo, spese comprese?
– Quanto vuoi a pezzo?
– Centonovanta. Spese a parte.
– Stai scherzando? Non posso permettermi più di centosessanta, tutto compreso.
– Sei uno strozzino, Luigi.
– E tu un giornalista arrogante. Andata?
– Domani mi metto in caccia.
III
Avrà quaranta o quarantacinque anni al
massimo. Massiccio. A militare, quelli come lui li chiamano così, massicci. Il
funzionario fuma distrattamente e rovista nel disordine dei fogli sulla
scrivania. Ostenta indifferenza nei miei confronti, forse perché sono venuto a
rompergli le scatole sull’uomo sbudellato ieri sera. Si muove con lentezza;
quando socchiude gli occhi, la cicatrice, che divide il sopracciglio sinistro in
due metà, scivola verso il basso assottigliandosi fino sopra la palpebra. Sembra
un disegno di guerra, primitivo. Capelli scuri, pelle scura. Un giocatore di
rugby, mi ricorda un giocatore di rugby maori della Nuova Zelanda. Solleva la
testa e mi mostra la fotografia del morto.
– Ecco quanto sappiamo della vittima: Sandro Ferrara, anni quarantanove, regista
televisivo. Divorziato, senza figli, risposato con Gisela Cruz, una cubana
mulatta alla quale aveva pagato il viaggio e il mantenimento in Italia. Per un
po’ i due hanno vissuto insieme, poi la cubana si è trasferita a Milano a fare
la ballerina, sembra… Capisce, una bella donna così non campa solo ballando. Ma
Ferrara e Gisela continuavano a vedersi, anche se Ferrara il trasferimento di
Gisela non l’aveva preso per niente bene – Distaccato e professionale.
– Tutto qui?
– Strano, vero? Pulita, immacolata. Sono stupito anch’io.
– Un delitto di questo tipo in una cittadina noiosa come la nostra. Non le pare
curioso?
– La sua è una domanda idiota. Non se la prenda.
Ha modi spicci e poco tempo da perdere.
– Non me la prenderò – Poco tempo da perdere?
Un poliziotto ha sempre poco tempo da perdere.
– Le assicuro che, per quanto si possa stare attenti a non pestarla, la merda
alla fine te la trovi sotto le scarpe.
Uno così deve averne piene le tasche.
– Un’immagine poetica. Rende bene il concetto.
– Che mi dice dell’arma del delitto? – Disagio.
– Un coltellone preso in cucina. Lo ha proprio scannato quel poveretto. Come se…
– Sorpreso dalla mia fretta?
– Come se…? – Non mollo.
– Come se fosse inferocito. Con furia, con rabbia ma anche senza perizia. Gli ha
sfilato l’intestino dalla pancia. Il coltello è rimasto dentro le viscere,
imprigionato con la punta. Ha strappato finché non è venuto via tutto. Un
professionista non si comporta così. Mi spiego? Voglio dire che un
professionista sa sempre dove colpire per ottenere il massimo risultato con il
minimo sforzo. In questo delitto mi ha impressionato l’assoluta mancanza
d’economia omicida, se mi passa il termine... – Glielo passo.
– Capisco. La ringrazio.
Mi alzo e porgo la mano al maori.
– Riccio, commissario Domenico Riccio – Mi osserva – Un’ultima cosa dottor
Messina. Mi sono ricordato che qualcosa abbiamo. Non che sia importante, almeno
per ora. Ferrara aveva fatto a cazzotti per una discussione politica, tanto
tempo fa. Una rissa tra ragazzi. La cosa aveva suscitato un certo scandalo in
città. Sa com’è, denunce ai carabinieri, genitori coinvolti, poi tutto risolto
perché ai papà dei figli di papà non piacciono gli scandali.
– Grazie, commissario.
– Dovere.
Lascio la questura. Non ho ancora fatto colazione. Le nove e mezzo e il corso è
pieno di gente. Come al solito. Le persone compiono gli stessi gesti di sempre.
In questa cittadina incontreranno qualcuno in grado di cambiare i loro destini,
un giorno. Una noia che porta ad uccidere? I tifosi del primo sole primaverile
occupano i caffè affacciati davanti ai palazzi medievali. Ha fatto freddo quest’inverno.
“Il ponte sul Ticino”. Un bel locale. Mi fermo. Avambracci che si agitano, teste
che ciondolano, mascelle che ruminano. Chiacchiere. Il campionato di calcio è in
pieno svolgimento. Ordino caffè e cornetto. Non penso a nulla. Il viso al sole.
Assaggio un pezzo del croissant. Segue subito il caffè. Gusto il sapore del
liquido caldo che impregna il dolce. È un rito quotidiano al quale non saprei
rinunciare. Due minuti di completa assenza dal mondo. Chissà che fa Anna adesso?
Questo cellulare si mangia le batterie, devo cambiarlo…
Ke fai stasera?
Baci
C.
Certo che, per fargli un buco come quello nella pancia, dovevano proprio odiarlo
Ferrara. Non gli hanno rubato nulla. Tutto è stato lasciato in ordine, a parte
la televisione accesa. Nessun segno di lotta. Forse conosceva l’assassino e,
forse, fino ad un secondo prima erano seduti uno vicino all’altro per vedere la
televisione. Quale programma? Che domanda stupida…
– Pronto, commissario Riccio? Sono Carlo Messina, il giornalista. Mi scusi se la
disturbo ancora
– Ah, lei – Non sembra sorpreso.
– Mi è venuta in mente una cosa, una vera sciocchezza.
– Che vuole sapere? – Ruvido e sbrigativo, il maori.
– Ferrara aveva la televisione accesa ed è stato fatto fuori alle ventitré
circa. Non è così?
– Allora?
– Su quale canale era sintonizzata? – Che idea del cazzo!
– Secondo canale.
– Ne è sicuro? – Ora mi manda a cagare.
– Eccome! Sono quei comici che piacciono tanto a mio figlio.
– Il programma condotto dalla Martini in teatro, Tutti i comici del
presidente? – Non ho più alcun ritegno.
– Sì, quello. Che pensa di ricavarci? Un collegamento tra i gusti televisivi di
Ferrara e l’assassino?
– Non lo ritiene probabile?
– Un’idea stupida. L’assassino potrebbe avere acceso la televisione dopo
l’omicidio, così, per passare il tempo, senza una ragione. Non esiste sempre una
spiegazione per ciò che resta attorno ai delitti. Scarti di realtà. Sull’osso
rimane sempre qualche pezzettino di carne, ma la bistecca è terminata.
– Non la seguo.
– L’assassino potrebbe essere capitato su quel programma per caso, dopo un po’
di zapping, o, forse, la televisione è sempre stata accesa. Che ne sappiamo?
– Ha ragione commissario. Era un’idea stupida.
Ma ha già terminato la conversazione. Chiamo il cameriere e ordino anche un
bicchiere d’acqua.
– Frizzante, mi raccomando.
Un’occhiata ai giornali. Solo una breve notizia sull’omicidio: Ferrara è stato
ucciso quando l’ultima edizione era quasi in macchina. Vediamo come ha titolato
Luigi…
“Squartato come un vitello!”. Con un bel punto esclamativo. Nientemeno. Mi
sembra di essere tornato a fare il praticante per il giornale pomeridiano di
Genova. Tante belle marchette su viabilità, funerali, microcriminalità, arrivi
in porto... Mai stato un Montanelli. Solo uno dei tanti nessuno che affollano
questa professione. È il momento delle confessioni, signori. E ’fanculo gli
ideali! Ma m’importa di Anna. Farei anche il tipografo per lei. È la persona che
mi è più cara al mondo, la sola di cui mi preoccupi veramente. Non è mai facile
trovare l’accordo con Luigi, anche perché gli faccio metà del giornale. Ma che
voglio? Ho mantenuto le collaborazioni con “Il Secolo XIX”. Pagano bene i miei
pezzi da corrispondente e la trasmissione per una televisione locale mi permette
di tornare a Genova una volta la settimana. Non male, dopo tutto, anche se Anna
ora si è trasferita a Milano. Venticinque minuti di treno. Uno come me non ci sa
stare troppo legato. Per questo non ho voluto vivere con Anna, ognuno a casa
sua. Meglio. Non soffoco io e non soffoca lei.
Compongo il suo numero.
– Ciao.
– Ciao.
– Perché non rispondi al mio sms?
– Ho acceso solo adesso il telefono.
– Che fai?
– Che vuoi che faccia?
– Posso venire da te stasera?
– No, stasera no, ho gente a cena.
– Vengo dopo.
– Non so a che ora finisco. Viene Roversi con la Solmi.
– Roversi?
– Mi vuole in un programma.
– Che fanno? Ti prendono nella rete?
– Carlo, lo sai che se entri con Roversi…
– Lavorerai con loro?
– Carlo, non lo so. Fammi capire cosa mi offrono.
– Ci vediamo domani?
– Domani potrebbe andare bene… meglio.
– Devi guardare sull’agenda per fare l’amore con me?
– Non dire scemate Carlo.
– Non dico scemate. Dammi una risposta.
– Ci sentiamo domani e ci mettiamo d’accordo, va bene? Ora devo andare.
– Mi ami Anna?
– A domani, scemo.
Anna. Ho sempre pensato che fosse speciale. Era stato a Genova la prima volta.
Lei recitava al Teatro della Corte, in trasferta con la sua compagnia. Io dovevo
intervistarla. Quel giorno, nella hall dell’albergo, pensai che mi sarebbe
piaciuto portarla a letto. Mi avevano eccitato i suoi seni, piccoli ma sodi,
costretti dal golfino color avorio e anche il sedere, scolpito in rilievo da una
mano amica; ma soprattutto mi avevano attratto gli occhi, lievemente sporgenti,
dello stesso colore scuro dei capelli tagliati a caschetto, giacché quella
piccola imperfezione costringeva Anna a qualcosa di fragile, d’incerto. La
osservavo mentre parlava ad un mio collega. Non facevo caso alla marmellata che
colava dal croissant e m’impiastricciava la mano.
Anna, fregandosene del collega, mi aveva abbordato.
– Lo finisco io così, poi, riuscirai a parlarmi.
Aveva sorriso. Forse, se lei non lo avesse fatto, togliendomi da ogni imbarazzo,
quella volta non avrei tentato di sedurla. Non sono timido. Neanche un po’. Non
si era trattato di timidezza allora. Semplicemente, avevo temuto di restare
deluso. Di solito le donne sono l’oggetto del mio “non è possibile”, la speranza
di un’inarrivabile felicità, la seduzione del mio ego, e così, è la norma,
quando terminava il rapporto sessuale moriva l’interesse per la mia compagna.
Invece, con Anna non esiste nulla di prevedibile. Anna è affascinante come tutti
i mondi sconosciuti. Con lei tutte le certezze, i luoghi comuni, le consuetudini
vanno a farsi benedire. È di sicuro la migliore per viverci insieme. Forse tutta
una vita, o forse solo fino a quando non diventeremo prevedibili. Anna ha
imparato a rispettarmi ed è perfettamente attrezzata per restare indipendente.
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