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Luuuuuuuu...
portamiallospedale
di Gianni Di Maira
Le prime pagine del libro
1
Il dente
Antonio,
mio cognato, nato a Matera 38 anni fa, 165 centimetri di altezza, robusto,
sposato con la sorella di mia moglie, Anna, ha due figlie bellissime e lavora
come dipendente presso una grande ditta che si occupa di edilizia.
È molto capace e, quando capita, eseguiamo piccoli lavori di ristrutturazione
che ci consentono, a fine mese, di poter arrotondare lo stipendio.
A metà novembre un nostro amico, Pasquale, chiese ad Antonio se poteva
imbiancare un appartamento che, lui stesso, aveva preso in affitto a Vado
Ligure.
Accettò, ma visto che a lui mancava il tempo, chiese a me di fare il lavoro.
Mi chiamo Gianni, lavoro come tecnico di laboratorio in un ospedale di Genova e
aiuto Antonio in questi lavori extra da sempre, così accettai senza esitare, in
quel periodo, molto più che in altre occasioni, ero sommerso dalle spese.
Dopo circa una settimana, durante la realizzazione del lavoro, venni a sapere
che l’appartamento in questione non era stato preso in affitto dal nostro amico
Pasquale, bensì da alcune persone, sue conoscenti, provenienti dal sud Italia
allo scopo di costituire una società che successivamente avrebbe dovuto gestire
alcuni bar nella riviera ligure di ponente.
Anche io sono di origine meridionale, siciliano, ma sarà per il fatto che sono
nato e vivo a Genova da sempre, sarà perché quei tizi (molto più probabile) io
li ho visti di persona, al contrario di voi che state leggendo, questa notizia
non mi lasciò affatto tranquillo.
Passavo in quell’appartamento più di dieci ore al giorno e una mattina, mentre
cercavo di costruire una prolunga elettrica, non riuscendo a trovare le forbici
per spellare i fili, decisi di farlo con i denti.
Risultato, persi un canino, non feci la prolunga e non ebbi il coraggio di
guardarmi allo specchio fino a sera.
Beh già, gli invidiosi dicono che non sono bello come Brad Pitt, ma senza un
dente davanti mi resi conto
immediatamente di assomigliare più a quell’attore comico, quello degli anni
Settanta, quello che prendeva sempre gli schiaffi, sì proprio quello dei Brutos.
Nei giorni successivi, ogni qualvolta in famiglia nasceva una discussione, per
farla cessare immediatamente, spalancavo la bocca e nessuno riusciva più a
trattenere le risate, facevo veramente schifo.
Più o meno una settimana dopo il lavoro era terminato. non era un’opera d’arte
sicuramente, ma tutto era bianco, pulito, come avevano richiesto i nuovi
inquilini, i quali, contrariamente alle mie aspettative, appena lo videro non
furono altrettanto entusiasti, lamentandosi che avrei dovuto verniciare anche le
finestre, che le porte le avrebbero volute di un altro colore, ecc...
Insomma, non volevano pagarmi, e dei mille euro che avrei dovuto guadagnare,
“presi” l’acconto, trecento euro e un appuntamento dal dentista che, grazie
all’amicizia che ci legava da tempo, con “solo” duecentocinquanta euro mi
riattaccò il dente ma... se avessi insistito avrei potuto prendere anche una
scarica di botte, da quei signori napoletani i quali si erano rivelati proprio
dei veri gentiluomini, né più né meno di come mi fossi aspettato.
Circa un paio di mesi dopo, era forse un giorno di gennaio, non mi sentivo
fisicamente al massimo della forma e man mano che passavano le ore la situazione
non migliorava affatto, anzi la febbre cominciava a salire con tremori freddi e
con successiva sudorazione, insomma tutto faceva pensare a una bella influenza e
invece...
Mia figlia, Althea, mi aveva fatto un bel regalo che lei stessa aveva ricevuto
qualche giorno prima da sua cugina.
Mi regalò la rosolia, ma non in forma lieve, anzi, 40 di febbre pieno di
pustole, 10 giorni di antibiotici e, cosa più grave, rimasi afono per più di un
mese.
Quest’ultima cosa sembrerà una sciocchezza, ma l’unico hobby che pratico è il
canto e a sentire la gente sono molto bravo e canto sempre, a casa, in macchina,
sotto la doccia, insomma, ovunque capita.
Ho partecipato anche a molti concorsi piazzandomi benissimo, ma senza mai grandi
ambizioni, anche se ancora oggi, con alcuni colleghi di lavoro organizziamo
spettacoli che hanno il solo scopo di raccogliere fondi che poi vengono donati
in beneficenza ad associazioni ONLUS.
Arrivai a pensare di non poter cantare mai più.
Per molto tempo assomigliai più a Raffaello Tonon, il vincitore di un’edizione
della Fattoria, uno dei mille reality che periodicamente vengono
trasmessi dalle televisioni, che non a quel fior fior di ugola d’oro che sono
sempre stato e invece, dopo quasi un mese e una pesante cura a base di
cortisone, come per miracolo, tutto tornò alla normalità.
Mia madre mi aveva sempre detto che le malattie esantematiche le avevo fatte
tutte, quindi non avrei mai pensato che si potesse sbagliare.
Un po’ di tempo dopo però, mi ricordai che all’età di 23 anni, quando presi la
varicella, disse la stessa identica cosa: “Giuvannù” che era un vezzeggiativo
siciliano, “non può essere la varicella, l’hai già fatta”.
Da quel preciso momento iniziai a insospettirmi e decisi che appena ne avessi
avuto l’occasione, mi sarei recato a effettuare le analisi per capire se fossi
immune almeno dalla parotite, prima di infettarmi e rischiare di rimanere
sterile, anche se ho già dato, a 40 anni.
2
Shultz
Con
l’arrivo della primavera si avverte un aumento esponenziale di persone che hanno
bisogno di dare una sistemata al proprio appartamento e così successe che mi
trovai di nuovo, questa volta insieme ad Antonio, a tinteggiare completamente
l’appartamento di una villa a Sori.
In quell’occasione però, i proprietari erano persone serie e oneste, e avevamo
stabilito molto dettagliatamente a priori il preventivo che stabiliva come
dovevano essere eseguiti i lavori.
L’appartamento in questione era abitato e questo non facilitava la
ristrutturazione, inoltre era molto grande, più di 160 metri quadri e alto più
di 4 metri, sembrava una villa dentro una villa.
Avremmo dovuto, oltre a ciò, carteggiare e verniciare 14 finestre di colore
bianco e risistemare e imbiancare 10 porte con smalto grigio.
Tutto questo però era nulla rispetto a come avevano ridotto le parti inferiori
dei braghettoni (montanti) delle porte, completamente mangiati.
Non sono una persona molto coraggiosa, e questo perché ci sono alcune situazioni
che mi mettono paura, altre mi terrorizzano, altre ancora che non affronterei
mai per semplici motivi razionali, faccio alcuni esempi: NON SONO CAPACE DI
NUOTARE, di conseguenza, al mare entro in acqua sempre con molta cautela
cercando di toccare il fondale e, potendo scegliere, per le mie vacanze cerco
posti dove posso camminare per molti metri senza che l’acqua superi mai le mie
ginocchia.
NON RIESCO A PRENDERE LE SEGGIOVIE (quelle aperte) perché ho paura del vuoto e
poi perché regolarmente, ogni volta, continuo a pensare: “chi cazzo avrà mai
saldato questo seggiolino?” anche se so benissimo che è da dementi.
Ma la fobia più grave di tutte è che sono TERRORIZZATO DAI CANI, dai più piccoli
ai più grandi, il panico è direttamente proporzionale all’aumentare della loro
stazza e ferocia.
Essendo consapevole di queste mie “fissazioni”, sono sempre molto concentrato a
evitare situazioni che possano farmi fare delle pessime figure. E, senza pormi
troppi scrupoli, uso tutti i modi e tutte le maniere, anche le più meschine, per
non essere costretto a fare azioni di cui potrei pentirmi amaramente.
Non sempre, però, i mezzi da me usati, hanno fatto sì che il fine fosse poi
raggiunto. Anzi. Un giorno, qualche anno fa, dovetti portare la mia auto dal
carrozziere e a guardia del locale si trovavano due cani lupo un po’
imbastarditi.
Solo a vederli tremavo dalla paura.
Non scesi dall’auto fino a che non sentii, in lontananza, il loro padrone che
diceva di farlo senza alcun timore e che non mi avrebbero fatto nulla.
Effettivamente fu così per i primi 5 metri, ne mancava solo uno di metro, e mi
sarei trovato al sicuro all’interno del suo ufficio.
Ma il più vicino dei due gran bastardi non ubbidì, silenzioso come l’uomo ombra
si avvicinò e mi sferrò un morso in una chiappa, il dolore non fu eccessivo
perché mi assaggiò e non trovandomi di suo gradimento, per fortuna, mollò la
presa.
Ero terrorizzato, me la feci quasi addosso.
La conseguenza fu che ovviamente non lasciai più la macchina a quel carrozziere,
me ne andai imprecando contro chiunque e dovetti recarmi al pronto soccorso per
fare il richiamo della vaccinazione contro il tetano.
Un vero disastro.
Vi ho raccontato questo episodio, per svelarvi che la parte inferiore dei
braghettoni della villa di Sori era mangiucchiata da un esemplare maschio di
dobermann, alto quasi un metro, di color marrone, che, per farlo apparire più
simpatico e affabile, i padroni avevano chiamato Schultz.
Ogni giorno uscivo dal lavoro per andare a passare tre o quattro ore in
compagnia di Schultz e tutte le volte, solo al pensiero, ero terrorizzato.
Un pomeriggio, mentre carteggiavo in cortile una finestra, a causa del rumore
provocato dall’attrezzo, non mi accorsi che i padroni di casa stavano uscendo.
Nello stesso momento in cui aprirono la porta la belva uscì.
Non so per quale motivo fosse eccitato, ma come un fulmine me lo ritrovai con le
zampe anteriori sopra le mie spalle e quelle posteriori che ondeggiavano avanti
e indietro sempre più velocemente.
Nonostante il terrore che provavo in quel momento, ebbi il coraggio di girare la
testa e guardarlo in faccia, ansimava e sbuffava.
Dalle narici usciva tanto di quel fumo da assomigliare più a un treno a vapore
che a un cane.
La cosa più strana però era lo sguardo, un’espressione che sembrava volesse
dirmi: “Ti piace eh?”.
Mi salvarono i padroni.
Da quel giorno però Schultz non abbaiò più contro di me e l’unica spiegazione
poteva essere che, secondo il cervello schiacciato in quella piccola e stretta
scatola cranica, ormai eravamo diventati una coppia, di fatto, ma pur sempre una
coppia.
Non accadde mai più, neanche quando tornai per finire il lavoro. Lavoro che però
dovetti abbandonare per altri due avvenimenti che ora vi racconto.
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