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Maccaia
Una settimana con Bacci
Pagano
di Bruno Morchio
Capitolo I
Un detective senza mutande
Il sibilo parte piano, come il respiro di
una donna nei fumi del sonno. Uno di quei respiri che di prima mattina scivolano
sul cuscino con un mugolio di piacere. È un soffio lento, che cresce a poco a
poco. Finché diventa un fischio sottile, acuto, irresistibile. Sale fino alla
cappa e invade tutta la cucina. Qualcosa sotto comincia a gorgogliare. Aroma di
buono che, dolcemente, scioglie la crosta delle cose e concilia con la durezza
del mondo. Poi, così come è cominciato, precipita in un rantolo. E ammutolisce.
Il caffè era pronto. Potevo anche chiudere il gas. Mi ero svegliato di malumore,
con poca voglia di cominciare a lavorare. Ed era solo lunedì. Uno dei tanti
lunedì con cui cominciava un’altra delle solite settimane. Ruminavo sul fatto
che, settimana dopo settimana, la mia vita stava scivolando via senza che
facessi niente per riprendermela. Mi lasciavo portare dalle cose senza avere la
minima idea di dove le cose mi stessero portando. Fino a qualche anno fa questo
tran tran mi avrebbe riempito di esasperazione. Oggi non più. Sono diventato
abbastanza saggio da riconoscere che alla mia età non ci si domanda che cosa
fare della propria vita. Un rebus del quale non si verrebbe mai a capo. Perché
il problema è cosa la vita ha fatto di noi.
Mentre versavo il caffè sentivo addosso il bagnato dell’accappatoio rosso
appiccicato sulla pelle. Quasi un prolungato contatto con l’acqua bollente della
doccia. L’acqua bollente, l’accappatoio bagnato e il profumo del caffè. Ancora
troppo poco per dissolvere il senso di evanescenza distillato dalla notte.
Volevo fare colazione fuori, sul terrazzino. E godermi lo spettacolo dei tetti
di ardesia di Genova fradici di umidità. Primavera sbavata dallo scirocco. Mi
muovevo lento, impigrito da quell’aria pesante che grondava salsedine e noia.
Era mattina presto, ma faceva quasi caldo. Un caldo e un’afa densi e grassi che
evocavano climi e atmosfere vagamente subtropicali. Forse il frutto avvelenato
dell’inquinamento e dell’effetto serra.
Quando ci frequentavamo, Mara scherzando mi chiamava coccodrillo. Quasi tre anni
fa. Ripeteva che il rimorso mi è più congeniale del rimpianto. Per lei i miei
sensi di colpa altro non erano che i succhi gastrici che secerno dopo avere
soddisfatto i miei appetiti. Dovrebbe essere pratica di queste cose. È
psicologa, e fa la psicoanalista infantile. Strizza i piccoli cervelli dei suoi
bambini che hanno perso la gioia di vivere ma non ancora la speranza. Ripara i
danni di qualche incauto genitore alle prese con le maledette grane della vita.
Mara. La dottoressa Sabelli. Lei aveva sempre il nome giusto per qualunque
sentimento. Non facevo in tempo ad avvertire un mal di pancia che subito la
ragazza si infilava i guanti e lo sbatteva sul vetrino del suo microscopio
mentale. Lo sezionava. Lo classificava. E finiva sempre per annegarlo in un
bagno di formalina. Morto. Sterilizzato. L’anatomo-patologa delle emozioni. Il
serial killer della passione con indosso il camice della dottoressa Kay
Scarpetta.
– Sei proprio un analfabeta dei sentimenti, Bacci.
In sette anni me lo avrà ripetuto un migliaio di volte. Una diagnosi pesante,
formulata da una come lei che è una autentica poliglotta dell’ipotalamo. Ne
avesse mai azzeccata una. Possibile che non si sia mai accorta che il rimpianto
è il brodo dentro cui cucino la mia vita? Da sempre. A fuoco lento. Tutte le ore
della mia giornata. E anche quelle della notte, quando nel mio letto l’unico
fruscio è quello delle lenzuola e il solo calore quello delle coperte. Però la
storia del coccodrillo in qualcosa ci acchiappava. I coccodrilli hanno un’aria
svogliata anche quando si aggirano inquieti in caccia di prede. E difatti,
quella mattina, mi sentivo proprio un coccodrillo. Nuotavo in quel tepore
salmastro come se fosse l’acquitrino di una palude. Mentre sorseggiavo il caffè,
seduto sulla poltroncina di vimini, lo sguardo correva dal mare al campanile di
San Silvestro. Si squagliava in una luce lattiginosa proprio lì, di fronte a
casa mia. Con una fitta dolorosa mi accorsi che nel mio campo visivo qualcosa
era scomparso. Non c’era più. Fino a qualche tempo prima nel giardino della
Facoltà di Architettura svettava un leccio secolare. L’antico leccio delle suore
benedettine. Riparo serale degli storni in inverno e degli studenti in pausa
pranzo l’estate. Lo hanno segato tre mesi fa, il 28 di gennaio. Senza un perché.
Quel leccio copriva in parte la vista del campanile, che ora può stagliarsi
indisturbato davanti alle finestre della mia casa.
La mia casa. Mi avvolge e mi dà sicurezza. Allo stesso modo dell’accappatoio
rosso. Ottantatré metriquadri tutto compreso. Ufficio, soggiorno, vano cucina,
bagno, corridoio, stanza da letto. E la camera di mia figlia, arredata di tutto
punto. E vuota. Da dieci anni. Da sempre. Perché sono dieci anni che abito qui,
dopo essermi separato da mia moglie. Non avevo messo in conto di separami anche
da mia figlia, e per questo le ho inandiato una bella cameretta nuova. Ma lei,
per non fare un torto alla sua mamma, non ci ha mai messo piede. Così, quando
non funge da stanza per gli ospiti, è diventata una specie di museo. Il museo di
quello che avrebbe potuto essere tra un padre e sua figlia. E non è stato.
La mia casa. Piccola ma adatta alle mie esigenze. Parva sed apta mihi, proprio
come quella del poeta. Solo che io non sono un poeta. E, prosaicamente, trascino
la mia vita cercando di godermi quei quattro soldi che guadagno senza voli,
sussulti né trasalimenti. Se non quelli provocati dalle belle donne e dalle
bollette del gas e del telefono. Più gli extra che pago alla mia ex moglie per
Aglaja. È tutto quello che ho. Una figlia di nome Aglaja che non vedo da dieci
anni. Due o tre amici e questo piccolo appartamento pieno di vento e di luce,
annidato sotto il tetto di un vecchio palazzo degli anni cinquanta. Anche un
vecchio maggiolino Volkswagen, nero e decappottabile. E una Vespa 200 PX color
amaranto. Entrambi posteggiati in un box di piazza Sarzano. La casa come il box
e come l’accappatoio rosso. Una seconda pelle. Dove custodisco la mia vecchia
anima arrugginita dagli anni, un po’ spersa nella perplessità dell’età critica a
cavallo tra la maturità e la vecchiaia. E dove, tra scaffali di libri e pile di
dischi e CD, la mia solitudine distilla gli umori agrodolci della memoria e del
rimpianto. Altro che sensi di colpa. Gli unici sensi di colpa che conosco sono
quando sparo a qualcuno. E quando penso a mia figlia.
Mi aspettava una giornata come tante altre. Pranzo al Capitan Baliano con Gina
Aliprandi, il mio avvocato. Dovevamo fare il punto sulla causa intentata contro
di me da un certo Alberto Losurdo, un farabutto che avevo preso a pugni nella
casa di una nobile famiglia per la quale stavo lavorando. Nel pomeriggio una
breve relazione da scrivere e allegare ad alcune fotografie da presentare a un
processo. Sempre le solite rogne e le stesse disgrazie. Routine quotidiana del
mio sporco mestiere.
DOTT. GIOVANNI BATTISTA PAGANO
INVESTIGAZIONI
UFFICIO E ABITAZIONE IN GENOVA,
STRADONE DI SANT’AGOSTINO.
Tornai a guardare i tetti lucidi con in bocca il gusto amaro del caffè. Poi
verso nord, oltre la selva di cemento colata dagli speculatori nei favolosi anni
sessanta e in quelli, meno favolosi, che li avevano seguiti a ruota. Il profilo
dei monti sfumava nella cappa grigia. Nuvole di madreperla spinte dal vento di
mare lambivano il forte Sperone e i mattoni rossi della torre della Specola. Un
tronco di cono piantato sull’estremità meridionale del forte Castellaccio. Un
tempo quel luogo si chiamava le Forche e veniva raggiunto risalendo le crose
della via dell’Agonia. Lì venivano impiccati i condannati a morte della
Serenissima Repubblica Marinara. Più sotto, come su un acquario, galleggiavano
la spianata di Castelletto, il santuario della Madonna di Loreto e il ripetitore
di Granarolo. Tutto racchiuso in un solo colpo d’occhio, velato da quella luce
opalina che rendeva ogni cosa irreale. Come l’atmosfera del mio risveglio.
Lo scampanellio energico del portone mi avvertì che stava arrivando Essam coi
giornali del mattino. Essam è un ragazzo egiziano di quindici anni che, ormai da
qualche anno, insieme a sua madre Zainab è diventato per me quasi uno di
famiglia. Inoltre, bazzicando i vicoli, anche un prezioso informatore su quello
che si muove nella pancia puzzolente dell’immigrazione clandestina. Gli aprii il
portone, lasciai la porta di casa socchiusa e me ne tornai sul terrazzino per
finire il mio caffè. Passando nello studio attaccai lo stereo a basso volume.
Subito si sciolsero le prime cupe note del concerto per pianoforte e orchestra
K. 466 di Mozart. Uno dei due scritti in tonalità minore dal grande Volfango
Amadeo in una giornata in cui, forse, anche lui non era di buonumore. Per me la
musica di Mozart è un po’ come il lavoro e le donne. Una specie di malattia. Ma,
a differenza del lavoro, è una malattia dolcissima che, a differenza delle
donne, non pretende di essere curata. Grazie a Dio la musica di Mozart è
perfetta, basta a se stessa e non ha alcun bisogno di me per essere quello che
è.
I riccioli crespi di Essam si affacciarono sul terrazzino. Indossava una felpa
rossa con lo stemma dei Chicago Bulls, un paio di jeans strappati secondo
l’ultima moda e scarpe da ginnastica della Nike. Per vestire i suoi figli Zainab
non badava a spese. Solo che le maniche della felpa e i calzoni stavano già
diventando troppo corti per lui. Probabilmente anche le scarpe cominciavano ad
andargli strette. Cresceva troppo in fretta, il giovane Essam. La sua figura
lunga e magra ricordava il profilo di una biscia. Si presentò senza i giornali e
con un insolito muso lungo che stonava coi suoi grandi occhi neri. Il suo
sguardo sprizzava voglia di vivere e una belluina intelligenza.
«Che succede Essam? Sei sceso dal letto col piede sbagliato?».
«Tu piuttosto. Cosa ci fai ancora vestito così?».
«Aspetto che mi si scaldi il motore. Sono rimasto in garage per tutto il week
end».
«Io invece ho macinato un mucchio di chilometri. Sono andato con mio fratello e
altri suoi amici a Bologna. A sentire Vasco. Uno sballo di musica da far
accapponare la pelle...».
Solo allora sembrò accorgersi delle note che aleggiavano nella stanza.
«Ma cosa è questa palla? Scommetto che è Mozart... Bacci sei proprio un
brontosauro senza speranza. Possibile che non ti venga la curiosità di ascoltare
qualcosa di più nuovo? Magari un po’ di jazz. O del rap di marca. Ce n’è di
buono in giro».
«Dove hai messo i giornali?».
«Ho capito, non vuoi rispondermi. Peggio per te, vecchio. Vuol dire che ti
lascerò cuocere nello sciapo brodo del tuo Mozart e della tua pallosissima
musica. I giornali li porterà fra poco mia madre con la focaccia. Dunque ti
dicevo che sono andato a Bologna...».
«Sciapo? Dove hai imparato questa parola?».
«Perché, è sbagliata?».
«No. È dialetto toscano».
«Ecco bravo. L’ho sentita da Clarissa. Vuol dire senza sale».
«Lo so cosa vuol dire. Ma chi è questa Clarissa?».
«È proprio quello che ti stavo spiegando. Solo che tu non mi lasci mai
parlare...».
«Tu non smetti un attimo di parlare, Essam».
«Clarissa è una ragazza toscana, di Firenze. L’ho conosciuta al concerto. Lei mi
piaceva, io le piacevo e allora abbiamo deciso di stare insieme».
«Magnifico».
«Magnifico un cazzo. Guarda qui».
Mi porse il telefono cellulare dopo averci smanettato sopra con la solita
disinvoltura. C’era un messaggio SMS di Clarissa.
Ho rivisto Arturo. Ho capito che gli voglio ancora bene. Mi dispiace. Vuoi
essere mio amico Essam?
Raccolsi la tazzina da terra e mi alzai dalla poltroncina di vimini. Rientrando
in casa gli passai vicino e gli infilai il dito indice nelle costole.
«Vuoi essere suo amico?».
«Può scordarselo, quella stronzetta».
«Perché stronzetta?».
«Le italiane sono tutte stronzette. Perché sono diverse».
Lo disse col tono perentorio dell’adolescente che colleziona certezze tanto
incrollabili quanto improvvisate a uso e consumo di un presente perennemente in
fuga. Del resto, lui non aveva mai avuto il problema di essere uguale agli
altri. Era fiero della propria diversità. Diverso non sempre significa da meno e
Essam non avrebbe mai voluto essere uguale.
«E perché sarebbero diverse?».
«Ma che domande mi fai, Bacci? Perché non conoscono la vita. Cosa ne sa Clarissa
del mondo? Per lei il mondo finisce sulla porta della sua cameretta e si crede
che fuori ci siano Ken e Barbie ad aspettarla».
«Avete giocato alle bambole?».
«Abbiamo giocato a leccalecca. Ma solo poco. Ci è mancato il tempo».
«Magari al prossimo concerto avrete più tempo. Leccalecca è un gioco
bellissimo».
«Ma lei non vuole più stare con me».
«Giocherete a leccalecca quando vi rivedrete. Si deve stare insieme per farlo».
Mi ero infilato in camera da letto per vestirmi. Camicia rosa di jeans, leggero
pullover beige e calzoni marroni fresco lana. Ai piedi calzini marrone scuro e
le vecchie Timberland tirate a lucido. Il suo silenzio era durato abbastanza a
lungo da farmi immaginare che stesse riflettendo sulle mie parole. Quando uscii
fuori lo trovai seduto sul divano del soggiorno col giornale aperto sulle gambe.
Era “La Repubblica” del giorno prima. La sfogliava con aria svogliata, tutto
immerso nei suoi pensieri.
«Allora devo rispondere che voglio essere suo amico?».
Lo domandò continuando a fingere di leggere il giornale.
«Non è così?».
«Essere amici e stare insieme non sono la stessa cosa».
Le sue labbra avevano preso una piega di sorriso furbesco.
«Essam, non cercare di bluffare con me. So bene a cosa stai pensando».
Mollò il giornale lasciandolo sfilare sul pavimento e mi guardò con aria di
sfida.
«Sicuro. Sto pensando che Clarissa è proprio una stronza. Quando è a Firenze sta
con questo Arturo e quando...».
«Stronza? A me invece sembra molto saggia».
«Stronza e anche un po’ zoccola».
«Diciamo piuttosto realista. Non può stare con te, semplicemente perché vive a
Firenze e tu a Genova. Lei sta con chi c’è, tutto qui. Se tu ci fossi,
probabilmente starebbe con te».
«Ma chi ti dice che da amica accetterebbe di giocare ancora a leccalecca?».
«Se non le sei amico non potrai mai saperlo».
Un altro silenzio gravido di pensieri. Non mi aspettavo che mi desse ragione.
Alla sua età costa troppo e prendere gli adulti a pesci in faccia riesce anche
meglio.
«E poi da quando in qua fai la morale alle femmine? Tu non stai forse con
quella... come si chiama?».
«Vuoi dire Marcella?».
«Ecco sì, Marcella. Allora perché stai con lei?».
«E me lo domandi? Ma l’hai mai vista Marcella?».
Voleva dire che qualche volta l’incoerenza è nell’ordine delle cose. Una
faccenda che riguarda il mondo prima ancora della nostra coscienza. Non era
colpa sua se al mondo esisteva una come Marcella e se il destino gliela aveva
fatta incontrare. Marcella, la biondina dagli occhi verdi del liceo classico
Cristoforo Colombo. Aveva deciso che era arrivata l’ora di non essere più la
brava bambina amatissima dei suoi amatissimi genitori e per farlo aveva scelto
un egiziano in modo che la trasgressione suonasse ancor più trasgressiva. Salvo
poi spaventarsi a morte se quel giovane esuberante dalla pelle nera non le
rimandava almeno qualche segno di familiarità. Come il telefono cellulare. O una
regolare frequenza della scuola superiore e per giunta con ottimi voti di
profitto. Certo mettendosi con lui dava prova di una infinita saggezza. Perché
da uno come Essam non poteva che ricevere cose buone. Una ribellione all’insegna
del buon senso. Altro che quelle stondaie con la vocazione della crocerossina
che per fare incazzare i loro genitori si cercano un tossico da salvare. Bianco,
italiano, cristiano. Meglio ancora se padano. E con un padre pieno di soldi. Per
poi finire ammucchiate in un carruggio con una siringa piantata in una vena.
Gli domandai se aveva fatto colazione e mi rispose di no. Intanto di lì a poco
sarebbe arrivata sua madre con la focaccia e con i giornali.
Tornammo nello studio e ci riaffacciammo al terrazzino. In attesa di Zainab. Lo
vidi assorto a guardare verso il profilo dei monti, sbiadito tra le nuvole
basse.
«C’è la luna piena ma non si vede».
«E tu come fai a saperlo?».
«Ne parlavano ieri sera a scuola. Sai che un lupo ulula lassù?».
Quel bizzarro gioco di assonanze era un invito a nozze.
«Lulù lulà lalù. Un lupo che ulula? Vuoi prendermi in giro?».
«Neanche per sogno», rispose serio. «Ieri ne parlavano i giornali e ce l’ha
confermato anche il professore di matematica, che abita sotto il Righi. Da una
settimana ogni notte si sente ululare. Stasera dopo la scuola coi miei compagni
andiamo a vedere cos’è».
«Ululati di un lupo? Ma tu sei matto! Sarà un cane».
«I cani abbaiano, Bacci. Non ululano».
«A volte ululano».
A volte ululano. A volte tacciono. Attaccò il secondo movimento del concerto di
Mozart ed io rimasi silenzioso in ascolto. Subito il pianoforte, secco e
asciutto, tratteggia la scabra linea della melodia. Quindi l’orchestra la
riprende e le fa tirare il respiro. Poi di nuovo il piano da solo. E così, più e
più volte, finché l’uno e l’altra non si ritrovano a procedere insieme in un
passaggio delicatissimo in cui i violini accompagnano l’aria del solista come se
avessero paura di disturbarlo. Infine, dopo uno stacco degli archi, il piano e
l’orchestra sciolgono insieme una scala di cupe note da far venire i brividi.
Essam guardava la strada per vedere se dall’angolo di Sarzano sbucasse sua
madre. Quindi tornò a contemplare i boschi delle alture dove si aggirava il suo
improbabile lupo. Quelle alture velate di nebbia dove nei secoli la città si è
arrampicata a strati sovrapposti. Come una vigna di vermentino o di sciacchetrà
sulle fasce terrazzate delle riviere.
Anch’io guardavo. Guardavo e pensavo. Pensavo che davvero questa città ha due
facce. A seconda che il vento tiri dai monti o dal mare. Due città diverse.
Irriconoscibili. Quando tira dai monti noi genovesi parliamo sempre di
tramontana, anche se in realtà soffia il greco. O il maestrale. Allora l’aria si
fa fredda e pulita, il cielo si sgombra dalle nuvole e il sole ravviva i colori
come dopo un restauro. I contrasti si fanno più nitidi, e anche i contorni delle
cose. Ma più spesso il vento soffia dal mare, gonfio di sale e di umidità. E la
primavera arriva spesso così. Col sole filtrato dai vapori del Mediterraneo che
il vento di sud-est spinge sulla città, ad arenarsi contro i suoi contrafforti
montuosi. In forma di vento, di brezza o di alito quasi impercettibile lo
scirocco spira su Genova per tre quarti dell’anno. Fino ad estenuarsi in un’aria
immobile e fradicia di umidità. Quell’aria sospesa, dove tutto può accadere e
niente mai accade, per noi genovesi ha un nome preciso. La chiamiamo maccaia.
Quella mattina qualcosa accadde. Il telefono squillò. Dal terrazzino lo sentivo
appena. Fuori lo Stradone si stava animando, invaso dagli studenti e dalle
studentesse della Facoltà di Architettura carichi dei loro libri e dei loro
lunghi tubi di plastica. Pensai alla mia amica Gina Aliprandi, il mio avvocato.
Forse voleva accertarsi che non mi fossi dimenticato del nostro appuntamento al
Capitan Baliano. Scattai per raggiungere l’apparecchio prima che la segreteria
telefonica si mettesse in moto.
«Pagano. Pronto?».
Dall’altra parte la voce giovanile di un uomo. Un po’ impacciata. Quasi ingenua,
nel suo sussiego.
«Parlo col dottor Giovanni Battista Pagano, l’investigatore?».
«Sì, con Bacci Pagano e con l’investigatore».
«Ho bisogno di vederla al più presto possibile. Si tratta di una questione
delicata. Delicata e importante».
«Con chi parlo?».
«Non le telefono per me. La contatto per conto delle assicurazioni CarPol».
Mai sentite. Ma dissi: «Allora prendiamo un appuntamento. Quando può andarle
bene?».
«Il più presto possibile, faccia lei».
Ci accordammo per la mattina seguente, alle nove. Nel mio ufficio. Cioè proprio
lì dove stavo seduto mentre parlavo al telefono. Perché, nel mio piccolo
appartamento, lo studio che funge da ufficio è la stanza del terrazzino
affacciato sui tetti di Genova.
Quando riattaccai feci un mezzo giro sulla poltrona e guardai fuori. Essam
dritto in piedi aspettava sua madre. Lo scirocco filtrava dal balcone aperto,
riempiendo la stanza di un tepore umidiccio. Ebbi un presentimento e anche
questa volta non mi sbagliavo. Io mi fido dei miei presentimenti. Mi dissi che
forse si usciva dalla routine. Ero pronto a scommettere che quel compunto
giovanotto non mi avrebbe proposto un caso banale come i soliti. Forse quelle
due parole ripetute, «delicata, delicata e importante». ...O forse l’ora della
telefonata. Non erano ancora le otto, e se un ufficio di assicurazione si
metteva in moto così presto... Ad ogni modo l’istinto mi diceva che di lì a poco
mi sarei trovato coinvolto in qualcosa più grosso di me. Roba di quella che
tratta il mio amico Pertusiello, dirigente della squadra mobile della questura.
Ancora lo scampanellio del citofono. Era Zainab, la madre di Essam, con i
giornali del mattino e la focaccia.
«Buongiorno signor Bacci», mi disse guardando ironicamente il figlio. Essam
aveva inandiato un broncio tattico di circostanza, giusto per pararsi il culo.
Si aspettava di essere rimproverato per non avere comperato il pane e i
giornali.
Risposi al suo saluto, le offrii un caffè ancora caldo e presi i giornali per
leggerli con calma in ufficio. Avevo tutto il tempo. Intanto il ragazzo si era
avventato sulla focaccia con l’appetito del suo lupo del Righi. Mentre si
avviava verso il bagno per cambiarsi, Zainab la giraffa mi guardò distrattamente
di traverso con la stessa noncuranza con cui avrebbe passato lo strofinaccio
della polvere sul comò. Questo era l’altro suo modo di salutarmi. Non quello
della colf, ma quello della governante in cui si incarna l’ancella esotica di un
detective senza mutande. Perché io non porto le mutande, e Zainab lo sa. Da
oltre cinque anni è diventata la mia colf. Discreta e assolutamente perfetta.
Come tutte le nubiane, è una splendida donna non ancora cinquantenne, alta e
slanciata come un animale africano. Il secco calore del deserto circola ancora
nel suo sangue. E il forte odore selvatico delle savane le trasuda ancora dalla
pelle. Il suo corpo compatto custodisce il mistero delle due gravidanze e della
complicata esistenza scritta per lei dal destino, che chiama col nome arabo di
Dio, Allah. Come se si trattasse di faccende che hanno segnato solo la sua
anima. Dopo la morte del marito ad Assuan non ha mai voluto risposarsi. Forse è
di gusti piuttosto difficili e non ho mai capito bene se abbia qualcuno. Anche
perché un ingrediente essenziale della sua perfezione è proprio la riservatezza.
In cinque anni non mi ha mai domandato chi fossero tutte quelle signore che si
aggiravano per casa con addosso il mio accappatoio rosso. Entravano e uscivano,
via una l’altra, dall’accappatoio che fortunatamente restava sempre lo stesso.
Né si sarebbe mai incallata a chiedere precisazioni sulla «signora Mara» dopo
che questa aveva smesso di essere la mia fidanzata, sfilandosi per sempre da
quella morbida spugna vermiglia. E ci ha messo sei mesi, lavando e stirando la
mia biancheria e non trovando mai un paio di mutande, prima di spingersi una
mattina d’estate a farmi quella fatidica domanda.
«Mi scusi, signor Bacci. Le sue mutande se le lava da solo?».
«No, Zainab. Non le uso e basta».
Uno scoppio improvviso di riso raccolto dentro una mano portata frettolosamente
sulla bocca.
«Non ci credo. Voi portate tutti le mutande».
Eravamo soli e io non aspettavo nessuno. Né qualcuno aspettava me.
«Vuole vedere Zainab?».
Non disse di no e nei suoi occhi guizzò un lampo da temporale sul Tropico.
Forse è di gusti piuttosto difficili. Ma quella volta, e tutte le altre volte
che vennero dopo, sull’onda di una voglia improvvisa che non aveva nemmeno
bisogno di essere dichiarata, si mostrò generosamente disinteressata e di bocca
tanto buona da non chiedere niente e da non riparlarne mai. E continuò a darmi
del lei e a rispondere al mio lei come se nessun altro pronome potesse legare il
suo destino e il mio. Sublime e tardivo amore ancillare coltivato in un silenzio
dolce come il miele. Quelle estemporanee scopate rubate non già da un pivello
curioso dei misteri del sesso, ma da un vecchio caprone che, dopo averne viste
di tutti i colori, ha solo bisogno di essere consolato. Come il massaggio del
sabato al bagno turco, dopo l’ora di jogging. O il negroni ghiacciato del
venerdì sera prima di andare a cena.
Il marito doveva essere stato davvero un bell’uomo. Almeno a giudicare dalla
sbiadita fotografia che la mia consolatrice tiene nel borsellino. La tira fuori
raramente, con l’aria di maneggiare una reliquia, per mostrarla «a chi vede col
cuore», come dice lei. Vi sono ritratti insieme, lei e il padre di Essam, il
giorno del loro matrimonio ad Assuan. Tutti e due col costume tradizionale
nubiano. Alle spalle il Nilo che gli ha ingoiato la casa e la terra. Zainab
sembra poco più di una bambina, lui è un bel giovanotto che assomiglia come una
goccia d’acqua a suo figlio, con un largo sorriso bianco come la neve su quel
volto di cioccolato fondente.
Dopo avere inforcato gli occhialini che mi penzolavano sul petto, mi accomodai
sulla poltrona girevole dell’ufficio e cominciai a sfogliare il “Decimonono”. Lo
tenevo squadernato sopra la scrivania e lo leggevo svogliatamente. Proprio come
aveva fatto Essam. In bella evidenza il giornale riportava la notizia di un
anziano signore ritrovato morto la domenica in un bosco sulle alture.
Squillò di nuovo il telefono. Alzai la cornetta.
«Pagano. Pronto».
Era il Capitano. Il mio vecchio amico René il Marsigliese. Aveva navigato per
anni sulle navi da carico che facevano rotta nei mari del sud. Uno chef di prim’ordine.
Ora che cucinava le crêpe in stradone di Sant’Agostino si accontentava di
battere il golfo a bordo della Lola, il suo vecchio gozzo da pesca. Mi invitava
in mare per una battuta alla traina.
«Datti una mossa», aggiunse. «Sono arrivati i bonitti. Le acciughe saltano che è
una festa».
Non stava più nella pelle. Chiesi a Essam se voleva venire con noi. Lo sentii
discutere animatamente con sua madre nel soggiorno.
«Hai fatto i compiti per stasera?».
«Certo che li ho fatti. Te lo giuro. Te lo giuro, mamma».
Con lui Zainab finiva sempre per cedere e dire di sì. Quel diavolo d’un ragazzo
sapeva metterla con le spalle al muro come nessun altro al mondo. Piombò
nell’ufficio e con la testa faceva segno di sì. Spiegai al Capitano che all’una
avevo un appuntamento con il mio avvocato. Ne andava della mia pelle in un
processo penale, e i bonitti potevano anche aspettare. Era dispiaciuto ma non
tanto cocciuto da non capire. Così ci accordammo per il pomeriggio. Alle tre sul
molo del porticciolo turistico, sotto le mura della Marina.
– Al diavolo le fotografie e la relazione, – pensai.
Ci salutammo e riattaccai. Essam il furetto era di nuovo sparito. Stava
pressando sua madre con un lavoro di convincimento da martello pneumatico.
Ripresi a leggere il giornale. L’uomo, il morto, lo aveva trovato di prima
mattina un podista mentre faceva jogging lungo il percorso ginnico del monte
Peralto. Lassù, tra i forti del Castellaccio e dello Sperone. Aveva la gola
squarciata come se un cane o un lupo se lo fosse sbranato. Del caso si
occupavano il dottor Repetto, sostituto alla Procura della Repubblica e il
vicequestore Pertusiello della sezione omicidi della squadra mobile.
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