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Il macellaio dalle
mani di seta
di Luca Cozzani
1
Il Sarto si alzò dalla logora poltrona in
finta pelle e uscì in corridoio per controllare che non vi fossero colleghi
nelle vicinanze. Difficilmente sarebbero venuti a disturbarlo una domenica
mattina, ma non poteva permettersi di correre il minimo rischio.
“Non c’è altro modo”, pensò, cercando di reprimere il crescente senso di colpa
che stazionava in qualche recesso ombroso della sua mente, “la posta in gioco è
troppo alta”.
Con l’aria che puzzava del suo sudore, prese una chiave dal cassetto della
scrivania e si diresse verso l’armadietto metallico contenente gli utensili
indispensabili alla sua delicata missione.
Sollevò lo scanner e andò ad appoggiarlo sul tavolino vicino alla finestra.
Il Sarto non era né un genio né un santo ma solo il risultato dell’abitudine.
Per i suoi superiori era diventato l’uomo della provvidenza quando aveva
accettato per la prima volta di sporcarsi le mani in quei delicati interventi
chirurgici. Lui all’inizio aveva trovato la proposta inquietante, ma di fronte
al lauto compenso promesso aveva fatto la sua scelta. Sapeva che senza il suo
intervento, l’argine di carta velina che li proteggeva sarebbe crollato e lo
tsunami si sarebbe portato via tutto.
E lui questo non poteva permetterlo.
Lo doveva ai colleghi meno fortunati e alle loro famiglie. Lo doveva soprattutto
a Carla, specie da quando si era trovata di fronte a un avversario che non
poteva sconfiggere. Riaffiorò improvvisamente il ricordo di quell’estate in cui
sua moglie aveva cominciato a patire lancinanti dolori alla schiena e il mondo
era diventato ai propri occhi un posto spaventoso. La sclerosi laterale
amiotrofica le sarebbe stata diagnosticata nei mesi successivi, durante uno dei
tanti viaggi-speranza presso un centro specializzato negli Stati Uniti. Ma già
prima di allora lei aveva intuito l’orrenda verità, il giorno in cui le era
sfuggito un bicchiere dalla mano perché non aveva la forza di reggerlo. Un
sintomo tipico di quel morbo che le stava divorando motoneuroni e muscoli. Negli
anni seguenti, il calvario: la progressiva paralisi di braccia e gambe, la sedia
a rotelle, le difficoltà respiratorie. Il corpo che se ne va e la mente che
resta lucida, a farsi divorare dal dolore.
Si riscosse a fatica e si concentrò sull’operazione, per ripetere ciò che aveva
fatto per la prima volta cinque anni prima.
Il Regista era venuto nel suo ufficio e gli aveva mostrato il documento.
Il Sarto lo aveva posizionato con cura sulla superficie trasparente dello
scanner. La versione scannerizzata del documento era stata salvata su un
programma di grafica. Ne aveva controllato la qualità, i contorni e i colori che
l’avevano soddisfatto completamente.
Non ci era voluto molto per manipolare il file, in fondo era bastato modificare
il numero di conto, il nome dell’intestatario e l’importo.
Poi, la parte più facile del lavoro: aprire il cassetto infilandoci lo speciale
tipo di carta che era riuscito a procurarsi e farne una stampata. Si era
appostato come un cane da guardia davanti alla sofisticata stampante laser da
cui la versione finale usciva lentamente, con un leggero fruscio.
Impiegò trentacinque minuti per ripetere la sequenza.
Alla fine, aveva la fronte imperlata di sudore ma era soddisfatto del risultato
ottenuto: quel foglio di carta poteva ingannare chiunque.
Si diresse alla scrivania, brandì con una mano il telefono e con l’altra compose
il numero. Il monosillabo all’altro capo gli iniettò in circolo una dose mista
di ansia e di tranquillità.
“È fatto, signore”, disse.
Il Regista aveva ascoltato in silenzio, poi aveva posato il ricevitore rimanendo
a fissarlo come se contenesse le risposte alle domande che si stava ponendo in
quel momento.
Il Sarto rimase a tormentare fra le dita quel foglio, in apparenza così
insignificante. Ma spesso sono le cose da poco a fare fracasso: il suono
dell’oro è fioco, la latta invece fa gran chiasso.
Finalmente lo depositò sulla pista di partenza del fax e digitò il numero
privato. Un buzz elettronico e il fax si mise in moto.
Il Regista gli confermò poco dopo di averne ricevuto una versione cartacea
ancora più convincente, perché invecchiata dalle tracce grigiastre lasciate dal
mezzo di comunicazione.
Mentre l’Avenue Baron d’Huart sfilava via velocemente davanti al parabrezza
della X-Type, Marco Lari si ritenne fortunato di vivere in quell’oasi pulita,
verde e ordinata. Senza smog, traffico o difficoltà di parcheggio. Niente a che
vedere con la città che aveva lasciato quindici anni prima e che faceva di tutto
per cancellare dalla memoria, coi suoi caruggi stretti, i suoi svincoli
micidiali, le code chilometriche e gli spazi compressi. Non aveva nostalgia di
Genova se non per il mare, che gli pareva strano non vedere ogni giorno
affacciandosi alla finestra. Bruxelles era lontana anni luce dal caos e dal
rumore di quella lingua di terra incastrata tra le acque e i monti, da quella
gente affetta da sindrome da traffico che passa il tempo a scrutare il prossimo
e a mugugnare.
Ora, in questi spazi piatti ed estesi, lontano da ascensori, gallerie
irrespirabili e funicolari e dalle inesorabili scalinate e saliscendi che
finiscono per spezzarti le ginocchia, gli pareva di aver ritrovato un respiro
tutto nuovo.
Una stupida musichetta gli frullò nella tasca e, contemporaneamente, un avviso
di chiamata comparve sullo schermo del computer di bordo. Una soffice spinta
della mano su un pulsante fu sufficiente a diffondere la voce di sua moglie
nell’abitacolo:
“Amore, si può sapere dove sei? Guarda che ti controllo, eh?”.
Gilda scherzava. Sotto quell’aspetto lui era di gran lunga il più affidabile dei
due.
“Mi sono abbandonato all’oppio verde…”. Rispose Marco.
“Se pensassi un po’ di più a tua moglie e un po’ meno a rilassarti al golf
saresti un marito perfetto…”.
Marco le diceva sempre che non c’era niente di rilassante nel farsi cinque
chilometri su e giù coi ferri sulle spalle. Prima di risponderle ripensò con
soddisfazione al pitch che lo aveva portato a pochi centimetri dalla bandierina
e al suono ovattato della pallina che entrava nella buca.
“Dai smettila! Piuttosto come sta tua madre?”.
“Meglio, l’ascesso è guarito e fra poco potrai riavermi fra le braccia. Certo
che duemila euro per una devitalizzazione e un ponte… No guarda, l’Italia sta
diventando impossibile. Per fortuna, ieri sera ci siamo consolate con un bel
film d’autore…”.
“Un film d’autore?”.
“Hai presente quei film di giovani registi, ambientati in Sicilia dove i bambini
portano sempre la canottiera, fa molto caldo e alla fine tutto resta come
prima…?”.
Aggiunse che sarebbe arrivata l’indomani sera con il volo delle otto e venti e
ovviamente si aspettava che lui andasse a prenderla all’aeroporto.
L’aria cominciava a rinfrescarsi, il cielo era screziato di nuvole con
incredibili sfumature rosa, arancioni e dorate. Marco aprì la porta di casa con
la soddisfazione di avere trascorso una giornata serena, specchio fedele di un
tenore di vita che sembrava appagarlo totalmente.
Aveva trentacinque anni e il mondo in pugno.
A parte il lavoro redditizio e la moglie più sexy del mondo, dovette ammettere
che nella vita era sempre stato fortunato: ogni volta che arrivava al passaggio
a livello la sbarra era sempre alzata, neanche avesse inventato lui il telepass.
Sfogliò distrattamente l’agendina per controllare gli appuntamenti della
settimana, ma adesso non gli andava di pensare a paradisi fiscali e società
off-shore. Lasciò andare la mente al suo piacere, e ricompose l’immagine di
Gilda in una delle sue pose abituali, appollaiata sul bordo del divano del
salotto, una gamba piegata sotto le natiche mentre portava alla bocca una mela.
I capelli neri, lucidi come seta raccolti dietro la testa, una sola ciocca
libera spiovente sul viso, i grandi occhi turchini. Indossava soltanto gli slip
e una camicia bianca sbottonata che lasciava intravedere i capezzoli piccoli e
scuri. Le gambe nude, perfettamente tornite, bianchissime.
Gli sarebbe bastato indulgere un altro poco in quel ricordo, per eccitarsi.
Si rendeva conto che dopo otto anni di matrimonio la passione furibonda aveva
lasciato il posto a un affetto tiepido e confortante. Ma, a differenza di quelle
coppie di amici che, dopo qualche anno d’inferno domestico, cominciavano a
separarsi senza una ragione precisa, loro due avevano ancora tanti interessi in
comune, diversi progetti in sospeso, e Marco pensò che questi li avrebbero
tenuti agganciati ancora a lungo.
Gilda era la persona insieme alla quale era rimasto sospeso tra nord e sud, tra
quei due mondi diversi dei quali faceva parte senza appartenere realmente a
nessuno. L’unica che potesse fargli da tramite era lei che provava la stessa
cosa.
Non avevano figli, scelta che lui dapprima aveva condiviso e poi rimpianto, ma
anche senza prole il loro ménage era ammirato da parenti ed amici, talvolta
addirittura additato a modello tipo pubblicità dei biscotti. Quasi una lezione
di stile su tutti i fronti: l’associato e la bella ereditiera che vivono felici
nella loro gabbia di vetro.
Marco Lari non aveva ancora scoperto quanto fango montasse invece sotto quell’aurea
facciata. Senza saperlo, camminava su un pavimento liquido che era in procinto
d’inghiottirlo.
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