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Il malamore
un libro di Remo A. Borzini
Intervista a Remo Borzini
da Il Corriere Mercantile di giovedì 15 aprile 2004
L'autore genovese, classe
1906, parla del suo
libro (quarta edizione) oggi alla Feltrinelli
Borzini: «”Malamore”; così erano i casini»
«Ricordi? Le prostitute erano gentili, molto educate, con
vicende interessanti alle spalle»
“Il migliore era in fondo a galleria Mazzini. Si chiamava "La Suprema" e si
pagava 50 lire.
Eri accolto da un uomo in smoking e guanti bianchi”
di Eliana Quattrini
Il suo libro sulle case chiuse è stato
pubblicato quattro volte. Remo Borzini, classe 1906, nella sua vita ha fatto la
guerra, venduto petrolio, dipinto quadri, composto poesie e scritto libri. Ma la
gente ancora lo cerca per il suo "Malamore", un saggio sulla cultura del
postribolo, con particolare attenzione alla realtà genovese. Oggi, alle ore 18,
il libro sarà presentato alla libreria Feltrinelli da Clara Rubbi e Cesare
Viazzi. L'autore non farà mancare la sua presenza. «La mia - dice - è una vita
di solitudine. Sono in salute, autosufficiente, non ho figli e la mia amata
moglie purtroppo mi ha lasciato tre anni fa. Avrei voglia di chiacchierare con
qualcuno, ma non di stupidaggini. Magari di letteratura, libri, poesia. Non
accade molto spesso».
Parliamo di "Malamore".
«Pensi che ne hanno stampato quattro edizioni. Prima di questa, edita dai
Fratelli Frilli, in giro non ce n'erano neanche sulle bancarelle. Ho saputo che
una copia, qualche anno fa, è stata venduta a duecentomila lire. Secondo me a
quella cifra avrebbero dovuto dare anche una ragazza con cui fare l'amore».
Perchè ha scritto un libro sulle case chiuse?
«Mi divertiva parlare di questo argomento, quarant'anni fa, quando la legge
Merlin le ha abolite. Rappresentavano una realtà particolare, che per fortuna è
scomparsa. Valeva la pena documentaria. Non tanto per vendere il libro, ma
perché non si spegnesse il ricordo di un'epoca. Anch'io, in gioventù, ho
frequentato i casini. L'ho fatto per curiosità, non per dare una risposta ai
miei appetiti sessuali perché, sinceramente, avevo altre occasioni».
Il suo libro ha fatto scandalo?
«No, mai fatto scandalo. Ma sono contento che abbia richiamato l'attenzione
dei giovani».
Il suo è un punto di vista morale?
«No, solo una testimonianza del bello e del brutto che risiedevano in quella
dimensione».
Il bello in cosa consisteva?
«C'era un'umanità straordinaria. Parlando con le prostitute e con le
maitresse non si poteva evitare di diventare amici, al di là di tutto. Conservo
ricordi molto teneri di quelle conoscenze. Una volta feci un favore alla
maitresse del casino di vico Lepre e fui invitato a pranzo. C'erano lei e tutte
le puttane, circa una dozzina. Fui trattato come il re d'Inghilterra. Erano
persone gentili, molto educate, con storie interessanti alle spalle. Sapevano
trattare con tutti. Quando arrivavano i preti chiudevano tutte le porte,
assicurando il perfetto anonimato».
In cosa consisteva l'aspetto peggiore?
«A pensarci bene, facevano pietà. Vivevano come in prigione, sempre chiuse
nel casino, sette giorni su sette, per paura di perdere le marchette.
Soffrivano. Una di loro ebbe un figlio ucciso da due studenti, con un
cioccolatino avvelenato. Una storia terribile».
Cosa ricorda della chiusura?
«Ricordo una scena tristissima, che vidi per caso a Milano, in una stradina
vicino al Duomo. C'era un camion che portava via i mobili e i materassi dal
casino che stavano chiudendo, e dietro al camion le prostitute che guardavano
sparire tutto ciò che avevano».
Dov'erano i casini a Genova?
«Il migliore era in fondo a galleria Mazzini, attiguo al teatro Carlo
Felice. Si chiamava "La Suprema" e si pagava 50 lire, quando il costo medio era
tra le 20 e le 25 lire. Al Suprema eri accolto da un uomo, un nero in smoking e
guanti bianchi, che ti faceva accomodare nel salotto. Poi, quando era il tuo
turno, entravi in una delle stanze. Il peggiore era in vico dell'Olio, vicino a
via Lomellini. Lì spendevi solo 2 lire. Non so come fosse perché non ci sono mai
stato».
Cosa rimpiange?
«Niente. Anche se forse è peggio adesso. C'è una tale spudoratezza nel
comportamento di certe ventenni, per strada. Una vera prostituta non avrebbe mai
parlato con toni volgari dei suoi amanti. Al contrario, davano del lei a tutti i
loro clienti e sapevano comportarsi con classe in qualunque situazione».
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