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Mal del mare
Le grandi sfide lungo la rotta delle
spezie, dell'oro e delle baleniere
di Giorgio Grosso
Prefazione
È abbastanza normale che le prefazioni non si leggano mai e
che vengano saltate a piè pari.
Questa volta vi suggerisco, invece, di darci un’occhiata.
Intanto, sono solo tre paginette e ve la caverete in due/tre minuti. Inoltre,
potrete scoprire le linee generali a cui si ispira il libro, il filo conduttore
intorno al quale ho sviluppato ciascun racconto. Avrete così il vantaggio di
capire subito se gli argomenti sono di vostro interesse o meno e, in caso
negativo, di risparmiarvi la fatica di leggerli.
Un autorevole ed illustre chirurgo degli Ospedali Galliera di Genova suole dire
che per esser un vero uomo occorre essere o un chirurgo o un marinaio.
Io, che non sono né l’uno né l’altro, tenderei a prendere le distanze da una
sentenza così radicale che tende ad escludermi dall’empireo virile. Tuttavia,
dovendo scegliere, e tenendo conto della mia completa estraneità al mondo di
Ippocrate, sento che quello dei marinai suona più familiare alle corde del mio
animo.
Queste che leggerete sono storie di marinai, dunque di “veri uomini”. Uomini che
scrutano l’immenso azzurro di fronte a loro, ciascuno con nel cuore un proprio
sogno da inseguire con coraggio e convinzione, sostenuti da quel “mal del mare”
che ha contagiato milioni di persone.
In questo libro io mi lascio condurre dal loro emozionante vagabondaggio per i
sette mari inseguendo le avventure dei loro racconti o, semplicemente, la mia
curiosità.
In fin dei conti il mare è quello spazio infinito e “vuoto” che serve per
arrivare ad altre terre, per conoscere, per conquistare, per raggiungere la
ricchezza, per vivere.
Ecco, forse è proprio l’eterna “voglia di cercare” degli antichi marinai che mi
ha guidato fin qui, seguendo la loro utopia di un miraggio, del mistero, di
un’idea.
Corrado Augias nel suo libro I segreti di New York osserva che se si
viaggia solo con il corpo e non con la mente, non c’è quasi luogo al mondo che
meriti il costo e i disagi d’uno spostamento. Mi sento di condividere pienamente
la sua osservazione. Se nella valigia non mettiamo la fantasia, l’emozione, la
memoria, il viaggio si ridurrà ad una semplice e fredda percezione visiva di
quanto ci scorre davanti agli occhi. Cosa sarebbe la Porta di Micene se non
pensassimo alla mano fantastica di un genio che 4000 anni fa ideò di far balzare
fuori dalla pietra il profilo di due leoni sotto i quali far passare Agamennone
e i suoi Achei con tutte le conseguenze che il mito ci ha tramandato? Quattro
pietre insignificanti corrose dal tempo e niente di più.
E cosa sarebbe una lunga trasvolata intercontinentale se non fosse sorretta
dall’emozionante attesa per quello che ci aspetta all’arrivo: spiagge
bianchissime, aperitivi intriganti, musiche seducenti per una vacanza ai Carabi
o un mondo diverso tutto da scoprire per un viaggio, ad esempio, verso il
misterioso Oriente? Solo piedi gonfi, qualche insulso tramezzino e la noia di 10
ore che non passano mai.
E così il mare con le sue tempeste, i suoi pericoli e i suoi misteri non è più
solo un’immensa distesa di acqua salata, ma il veicolo, il supporto necessario
per raggiungere un obbiettivo, realizzare un progetto, confermare un’idea; una
meta che i grandi navigatori avevano percepito con il loro cuore e avevano
“visto” con chiarezza nella loro mente al di là della linea eterna
dell’orizzonte, inseguendola con tenacia e convinzione nel corso dei secoli.
Gli altri, abituati a viaggiare con il corpo, non erano riusciti a vedere nulla
neppure alzandosi sulla punta dei piedi.
La ricerca delle spezie e degli aromi di terre lontane è stata certo la prima
molla che ha spinto l’uomo, che si affacciava con coraggio e speranza all’alba
dell’Era moderna, ad andare per mari sconosciuti: Colombo era pur sempre diretto
in India, patria indiscussa delle spezie orientali, Magellano circumnavigherà
addirittura il globo alla ricerca dei chiodi di garofano, lo stesso James Cook
si metterà in viaggio alla ricerca del misterioso Continente Australe, profumato
di spezie. Anche i pirati non disdegnavano affatto alternare gli abbordaggi a
navi cariche di dobloni con ricerche scientifiche su piantine sconosciute
raccolte nei mari del Sud, per assicurarsi la necessaria autonomia terapeutica.
Ma se la febbre per la cannella, il pepe nero, i chiodi di garofano a poco a
poco diminuisce, ecco che questi miraggi dell’Oriente vengono sostituiti da
nuovi aromi, altrettanto preziosi e seducenti.
Inizia l’“era del thè” e con essa la formidabile regata dei clipper attraverso
il mondo, dove la stessa velocità si identifica con l’obbiettivo da raggiungere.
In fondo anche una gara sportiva come la Coppa America, finirà per incrociare la
sua storia con quella del thè, grazie alla straordinaria – e sfortunata –
determinazione del “droghiere” Thomas Lipton che aveva fatto del commercio delle
preziose foglioline la sua scelta professionale e il supporto economico per
lanciare, invano, 30 anni di sfide agli abilissimi americani.
Ma l’uomo non sta fermo, non gli basta la potenza che gli deriva dal possesso
delle spezie, gli enormi guadagni procacciati dal commercio del thè, la gloria
di una regata vinta. È partita da qualche centinaio d’anni la caccia ad una
nuova fonte di ricchezza e di avventura, quella alle balene colpevoli di
portarsi addosso il prezioso olio e l’ancor più preziosa ambra grigia.
Clipper, baleniere, ricerche geografiche spingono la tecnologia ad aggiornarsi:
l’antica arte navale si modella sulle nuove esigenze della velocità, della
sicurezza, della capacità di trasporto. Nascono in tutto il mondo cantieri
navali che passeranno alla storia e, con essi, la riconosciuta autorevolezza dei
Registri.
Ma tutto ciò non basta ancora. L’Uomo, dopo aver attraversato in lungo e in
largo i 7/10 della superficie del globo inseguendo la sua millenaria ricerca di
ricchezza e, forse, di se stesso, non è ancora appagato.
Forse non basta la lunga sfida contro la furia degli oceani e l’ululare delle
tempeste, nemmeno se condotta da soli, contando unicamente sulla propria
intelligenza e il proprio coraggio.
Forse quello che l’Uomo cerca sta in fondo al mare. I relitti pieni d’oro
lasciano a poco a poco il posto all’utopia di un mondo perfetto sepolto per
sempre nel buio mistero degli abissi.
Qualcuno, nel leggere le bozze di questo libro ha suggerito, probabilmente a
ragione, di escludere il capitolo iniziale dedicato a Noè e alla sua Arca.
Nonostante questo saggio consiglio ho voluto ugualmente mantenerlo, un po’
perché mi sono divertito nello scriverlo, ed un po’ perché mi è sembrato che
anche la ricerca della pace con Dio potesse far parte di quell’insieme di
pulsioni – anche assai diverse fra di loro – che hanno spinto l’Uomo ad andar
per mare.
Comunque, dato che anche senza il capitolo sull’Arca il prezzo del libro non
sarebbe cambiato, potete considerarlo un omaggio dell’Autore.
Genova – Porto Rafael, ottobre 2006
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