La maman di via del Campo
 
di Rosa Cerrato


1

La strada sterrata costellata di buche – poco più di un sentiero – era ancora in ombra. L’aria era respirabile, anche se non si sarebbe potuta certo definire fresca. Sulla città adagiata a anfiteatro sul mare e sul porto ristagnava una foschia sottile, immobile. Persino il sole che stava sorgendo era pallido, offuscato. Sui cespugli, sugli alberi macilenti e sugli arbusti che ricoprivano l’erta a sinistra e su quelli più radi che crescevano sul pendio a destra si stendeva un leggero strato di polvere dorata. Sabbia dorata. Un ronzio sordo saliva dalla vallata attraversata dall’autostrada.
Vento del deserto. Ha coperto di sabbia tutta la città.
La donna in canottiera bianca e pantaloni di tuta blu consumati, un marsupio allacciato alla vita, correva senza fretta, con ritmo regolare, sul sentiero che, distaccandosi dalla strada del Righi sulla destra, portava alle cosiddette Baracche, una trattoria sospesa sulla valle del Bisagno. Era un lungo sentiero a mezza costa, non asfaltato ma abbastanza largo. Ai lati la vegetazione del monte, cespugli di ginestra, cardi selvatici, alloro, mirto, pini marittimi e pinastri, in qualche punto più folta, in altri più rada. Un fuoristrada poteva percorrerlo senza difficoltà, ma la maggioranza di chi la frequentava – camminatori più o meno solitari, cacciatori, proprietari di cani – lo percorrevano a piedi. Per il jogging il posto era ideale. Soprattutto a quell’ora. Erano le sei di mattina di un lunedì estivo che si preannunciava soffocante come i giorni che lo avevano preceduto. Tra poco il sole sarebbe salito micidiale nel cielo e avrebbe avvolto Genova e i suoi abitanti nel suo abbraccio di fuoco.
Se non mi costringevo a venire a correre un po’ stamattina, sarei rimasta a bollire tutto il giorno in questura nel mio sudore. E le ferie le ho prese per settembre, accidenti a me. La podista sbuffava, lucida di sudore.
In quel momento il commissario Nelly Rosso, perché era lei la donna che faceva jogging solitario in quella mattina appena ancora tollerabile di un luglio ardente, sentì un suono provenire da dietro la curva in cima al sentiero, in quel punto leggermente in salita. Seguendo il suo istinto, accelerò l’andatura. Potrebbe essere il lamento di un animale ferito, oppure... Superò la curva e lo vide. No, non era un animale. Era un uomo robusto, inginocchiato al margine del sentiero dal lato monte, piegato su se stesso. Le dava la schiena. Quando lei gli si avvicinò si accorse che aveva vomitato. Al sopraggiungere accelerato del commissario si voltò di botto e sul viso largo e sudato si dipinse un’espressione di spavento. Dalla bocca gli uscì un suono disarticolato, quello che Nelly aveva scambiato per il gemito di un animale. Tentò di alzarsi di scatto, ma cadde a terra goffamente e si riparò il capo con le braccia in posizione di difesa.
“Cosa le succede? Posso fare qualcosa per lei?”, chiese la donna, ma al suo tentativo di toccarlo il giovanotto – perché era senz’altro giovane, anche se non più un ragazzo – reagì tentando di arretrare. Cosa poteva mai essere successo? Cercò nel marsupio che aveva legato in vita l’astuccio nero con distintivo e tesserino che portava sempre con sé e glielo piazzò sotto il naso.
“Ma cos’hai? Hai paura di me? Guarda che sono della polizia... commissario Nelly Rosso”, disse mostrandoglielo e passando automaticamente al familiare ‘tu’ per la giovane età dell’altro. La parola ‘polizia’ ebbe un effetto immediato sul tipo. L’espressione di terrore poco a poco abbandonò il suo viso per fare posto ad una di attesa guardinga. Respirò a fondo un paio di volte e si portò la mano al petto. Lottò per riuscire a formulare una frase comprensibile. Nelly corrugò la fronte, osservandolo meglio. Il giovanottone era grande e grosso, con rotolini di grasso attorno ai fianchi e un mucchio di muscoli flaccidi. Magari è venuto a correre e si è sentito male. Vabbe’ che è giovane, ma con quel peso e questa umidità pazzesca... La scena cominciava ad irritarla. L’altro aprì un paio di volte la bocca per spiegarsi, ma non gli riuscì. Alla fine emise sconfitto un ‘là dietro’, indicando con un movimento del capo una folta macchia di ginestre in alto, a qualche metro dal sentiero, e nascose la testa tra le mani. Nelly vide che il giovane continuava a tremare in modo evidente, ma la curiosità fu più forte dell’istinto di aiutarlo in qualche modo. Salì veloce il pendio verso il punto che sembrava in qualche modo collegato allo stato di shock dell’uomo. Mentre si avvicinava scorse un nugolo di mosche che ronzavano concentrate su qualcosa che lei non poteva ancora scorgere. Un tipico odore dolciastro la mise in allarme.
Un animale morto? Oh dio, fa che non sia un... cadavere, sospirò Nelly sconsolata e incredula. Era proprio un cadavere. Vide dapprima le gambe – scure, nere, coperte anch’esse da quella polvere d’oro, dalla sabbia che soffocava la città e i monti tutt’intorno. La donna era bocconi, le gambe piegate di lato, ai piedi portava un paio di infradito di cuoio naturale. Una gonna cortissima, rossa, le copriva appena il sedere. Si vedeva che sotto non aveva mutandine. Giaceva seminascosta dall’erba secca. Un reggiseno in lurex, le braccia piegate sotto la... Nelly comprese in un attimo cos’era successo all’uomo e il motivo del suo comportamento. Le braccia erano piegate come per appoggiarvi la testa. Ma la testa non c’era. Lí, dove dal collo era uscito il sangue ormai raggrumato, volavano festose le mosche.
Non ci posso credere. Sarà un’allucinazione per via del caldo.
Chiuse gli occhi, pur sapendo perfettamente che la scena non sarebbe cambiata. Ma lo desiderava con tanta intensità da sperare che succedesse. Quando li riaprì infatti tutto era rimasto come prima: la donna decapitata, le mosche, il sangue. Estrasse rapida il telefonino dal marsupio e fece il numero della centrale operativa della questura. Diede la sua posizione e la descrizione del cadavere. Poi scese verso il giovanottone, che sembrava essersi intanto un poco calmato e che stava in piedi ai margini della strada.
“Ha... ha visto che roba?”, riuscì infine a formulare con voce quasi normale.
“Ho visto. Tu come ti chiami? Dove abiti?”.
“Mi chiamo Gianluca Sonni. Abito a Oregina, là sotto”, fece un gesto vago con la mano, “e vengo qui a correre ogni tanto. Stamane avevo bisogno di... sì, insomma, mi sono diretto verso quel cespuglio per non farmi vedere dalla strada. E l’ho trovata. Non sono così impressionabile, di solito. Ma è stato uno shock...”.
“Non scusarti, è più che comprensibile”, lo interruppe Nelly, il cui stomaco mandava strani segnali, “non credere che anche a noi della polizia, che ne vediamo di tutti i colori, una scena del genere lasci indifferenti. A proposito, la testa...”.
Il ragazzone fece un gesto di spavento e arretrò di un passo. Nelly lo tranquillizzò di nuovo.
“Volevo dire, deve pur essere da qualche parte. Tu resta qui, i colleghi arrivano subito. Io intanto do un’occhiata in giro. A proposito, hai visto qualcuno mentre correvi stamattina?”.
Il commissario fece la domanda mentre saliva di nuovo il pendio e iniziava a cercare tra l’erba e i cespugli, con cautela, per non cancellare eventuali tracce. Quelli della scientifica non apprezzavano una scena del crimine trafficata.
“Non c’era proprio nessuno, stamane. Io non ho quasi dormito per l’afa e così sono uscito molto presto. Lei è la prima persona che vedo, oltre a... sì insomma, a quella là dietro. Sono contento che lei sia un poliziotto, mi ha rinfrancato. Se no magari ero ancora lì a vomitare e a tremare. Quando l’ho scoperta lì, stesa... mi è quasi preso un colpo”.
Nelly non era riuscita ad individuare niente che assomigliasse a una testa ad un’indagine superficiale del terreno intorno, e decise di aspettare i rinforzi.
“L’hai toccata?”, chiese poi, osservando le mani dell’uomo.
“Ma figuriamoci, ho visto subito che... mancava la... non mi ci faccia pensare che mi sento male di nuovo”.
In quel momento si sentì il suono di una sirena avvicinarsi sempre di più, e ben presto l’auto della Squadra Mobile spuntò dalla curva sollevando una nuvola di polvere e inchiodò davanti al ragazzone e al commissario.
“Siete stati veloci come il fulmine, ragazzi”, disse Nelly andando incontro ai colleghi. Al volante c’era l’agente Lombardo, che la guardò stupito e interrogativo per l’abbigliamento e il posto ma non fiatò. Dall’auto scese un uomo di media statura, robusto, dall’aria sportiva e decisa, il viso aperto e sorridente. Era in borghese.
“Ma Nelly, non ti bastano i guai durante il lavoro? Fai anche gli straordinari, adesso?”, scherzò il vicecommissario Marco Auteri. Di solito divertiva Nelly con le sue battute. Ma lei aveva ancora quella morsa allo stomaco e non se la sentiva proprio di ridere.
“Vieni a vedere cosa hanno fatto a quella poveretta”, rispose seria. L’altro capì che il commissario non era in vena, e si avviò con lei verso la macchia di ginestre. Dopo aver osservato con cura il corpo rimase un poco in silenzio. Anche a lui era passata la voglia di fare battute.
“Chi può essere stato il figlio di puttana che l’ha ridotta così? E cosa avrà fatto della testa? È nera, l’hai visto. Dato l’abbigliamento, forse una prostituta. Uno sgarro nell’ambiente? Un cliente un po’... particolare?”, mormorò infine, rivolto più a se stesso che a Nelly.
“Ci ho già pensato anch’io. Comunque la mancanza della testa renderà più difficile l’identificazione. A proposito, è lui che l’ha trovata”, soggiunse, indicando Gianluca, che era rimasto in disparte a guardarli nervoso e incerto.
“Visto niente? Sentito niente? Che ci facevi qui a quest’ora? E quella... la conoscevi?”.
Auteri si era rivolto con fare spiccio al giovanotto, squadrandolo senza simpatia. Reso ancora più insicuro dalla raffica di domande e dal modo di fare brusco del vicecommissario, Gianluca arretrò nuovamente di qualche passo e cercò aiuto dal commissario.
“Ci facevo... lo stesso che ci faceva la sua collega. Jogging”.
“E jogging si fa dietro i cespugli? Lì ci si apparta piuttosto, magari con una donna...”.
“Ehi, ehi, io non c’entro proprio niente in questa storia. Ho già detto quello che so, e mi sento ancora male, crede che sia una cosa da niente trovarsi davanti quello spettacolo? E la testa, me la sono mangiata?”.
“E tu come sai che la testa non è lì, magari a pochi passi?”.
“Lo so perché la sua collega l’ha già cercata senza trovarla”.
“Dai, Marco, il tipo lo sentiamo poi in questura, farà la sua deposizione. Quando l’ho trovato stava vomitando anche l’anima per lo shock. Dice di non averla toccata, esamineremo comunque i suoi vestiti. Tranquillo, Gianluca, nessuno ti accusa di niente. Devi solo venire con noi in questura e stare calmo”.
“Va bene, ma cosa dico al mio datore di lavoro? Sono idraulico, lavoro in una ditta. Non posso mancare così”.
“Telefoni e dici che... che devi essere sentito come testimone per un fatto cui hai assistito. E basta. Ti rilasciamo noi un attestato per il tuo capo”.
“Va bene, commissario. Ma non c’entro, io. Oh dio, ma perché sono venuto qui stamattina? Non potevo starmene tranquillo nel mio letto?”.
Gianluca si prese la testa tra le mani. Lombardo, il poliziotto che era venuto con Auteri, lo prese poco gentilmente per un gomito e lo fece salire in macchina. Una seconda auto girò la curva sollevando polvere. Il medico legale, Parodi, e Celsi con la scientifica erano arrivati.
La testa pelata del dottor Parodi luccicava di sudore.
Il sole aveva intanto superato il monte e cominciava poco a poco a cuocere il gruppo che attorniava la macchia di ginestre. L’aria era immobile, il vento caldo si era calmato. Ma forse si trattava solo di una tregua. Le cicale, che non sembravano smettere l’attività neppure di notte data la temperatura, frinivano assordanti.
“La morte risale probabilmente a poche ore fa”, sentenziò Parodi infine, “e si tratta di una ragazza giovane, forse addirittura giovanissima: diciassette, massimo vent’anni. Non posso dire se è stata uccisa e poi decapitata, ci vogliono esami più approfonditi. Parrebbe, perché è uscito parecchio sangue dal taglio, che fosse ancora viva... cioè, non posso dire con precisione se l’hanno uccisa decapitandola. Che brutta storia”.
Gli uomini della scientifica, sciolti nel sudore dentro le loro tute, cercavano attenti intorno tracce interessanti. Raccoglievano campioni di terriccio, scattavano foto. Il terreno secco e arido non offriva molti indizi, non conservava impronte. Della testa, non c’era l’ombra.
“Che mi dici del ciccione, Nelly? È lui il nostro uomo?”.
Marco la guardava di sbieco, con aria interrogativa. Si vedeva che sarebbe stato lieto di chiudere lì quella brutta faccenda.
“Mah. Non c’è un arnese che possa servire a staccare la testa – almeno non l’abbiamo ancora trovato – e neppure la testa. Come l’avrebbe trasportata, senza sporcarsi di sangue? Certo, la testa potrebbe teoricamente averla scaraventata lontano, giù dalla scarpata – ci servono i cani, a proposito, avvisa Lorenzo – ma perché decapitarla, anche se l’ha uccisa lui? E poi non mi sembra il tipo”.
“Il tipo, il tipo, Nelly – sai bene che i tipi riservano dannate sorprese. Io la mano sul fuoco ormai non la metto più neanche per me, figurati per quel gigante. Magari lei voleva troppi soldi, o non l’ha soddisfatto, o che so io. E poi potrebbe aver fatto il lavoro a casa sua o da un’altra parte e averla poi scaricata qui. Dobbiamo saperne di più, su di lui”.
“Questo è certo. Ma beccare l’assassino con le mani nel sacco, beh, sarebbe la prima volta nella mia carriera. Sono fortune estremamente rare. Quanto allo scaricarla qui, dovrebbe almeno avere una macchina nei paraggi. Fai controllare. Appena arriva il procuratore, andiamo in questura. Dobbiamo dare una controllata ai magnaccia e alle madame nere del giro. Sempre che la donna fosse davvero una prostituta”.
Poco dopo arrivò il sostituto procuratore Laurenti, impeccabile in un completo blu con cravatta rosa (sic). Aveva un’aria decisamente scazzata. La solita storia di prostituta (immigrata, pure) assassinata, con quel caldo, che palle. Dopo aver atteso con impazienza che gli altri svolgessero il loro lavoro diede il permesso per la rimozione del corpo e si dileguò in una nuvola di costoso profumo di lavanda per uomo mescolata al meno piacevole odore che si era diffuso sulla zona.

Due ore dopo circa, il commissario e il vice sedevano nell’ufficio di Nelly, in questura. Gianluca Sonni, palesemente depresso, aveva appena ultimato di fare la sua deposizione. Valeria, il braccio destro di Nelly in ufficio, aveva raccolto i suoi dati e fatto velocemente qualche ricerca sul computer. Il commissario offrì all’uomo un caffè che questi accettò con riconoscenza. Avere a che fare con la polizia, e per quei motivi, lo spaventava, questo era evidente. Una reazione normale in un caso del genere? Nelly lo esaminò con attenzione. Aveva gli occhi scuri e la testa rasata, folte sopracciglia nere, il mento quadrato e prominente e due orecchie a sventola. Le mani non restavano ferme un momento, se le tormentava di continuo. O forse tentava di tenerle ferme perché tremavano?
“Sonni Gianluca, di professione idraulico, anni ventotto. Mai avuto a che fare con la giustizia, Gianluca?”, chiese Nelly leggendo il verbale.
“Io... ho rubato un motorino, una volta, ma ero ancora minorenne. Volevo solo farci un giro”.
Il suo atteggiamento – si era come rannicchiato in se stesso – e lo sguardo sfuggente rivelavano che c’era dell’altro. Che stava mentendo. Fissava preoccupato il foglio che Valeria aveva appena passato a Marco Auteri.
“Tutto qui, veramente?”.
La voce del vicecommissario si inserì nel dialogo, dura, aggressiva. Passò a Nelly il foglio che aveva finito di leggere.
“Oh, porca miseria, tanto lo scoprite lo stesso. Sono stato accusato da una ragazza di tentata violenza, ma...”.
“Denuncia ritirata. Per questo non si è arrivati al processo. Eri maggiorenne, questa volta”, lo stuzzicò Marco.
Gianluca Sonni divenne molto pallido. Sudava abbondantemente. Si guardò intorno nell’ufficio come un animale in trappola.
“Lo so cosa pensate, ma era una bugia. Quella stronza era ubriaca e ci stava, eccome, poi di colpo non so cosa le ha preso, si è tirata indietro ed è ruzzolata giù dalla scala che era lì vicino. Io ho cercato di aiutarla a rialzarsi, e lei si è messa a urlare come una pazza. Non c’è stata nessuna violenza sessuale, neanche tentata”.
“Qualche schiaffo e un pugno, ha detto in un primo momento la ragazza, che dati da te non dovrebbero essere cosa da poco. All’ospedale prima ha detto che la volevi violentare e per questo l’hai picchiata, poi una settimana dopo ha cambiato versione. Era caduta per le scale perché era sbronza, tu l’hai aiutata ad alzarsi”.
La voce di Nelly non era né ironica, né accusatrice. L’uomo si rinfrancò un poco.
“Questa era la verità”.
“Ok, Gianluca, adesso te ne vai a casa e rifletti su tutto quello che hai visto, sentito, annusato, intuito, che so io, stamattina prima di trovare la ragazza e nei minuti successivi alla scoperta, prima del mio arrivo. Non lasciare Genova, che ti dovremo risentire”.
“Ma Nelly...” cominciò a dire Marco, poi si morse la lingua. Gianluca non credeva alle sue orecchie. Si raddrizzò sulla sedia, la speranza e l’incredulità dipinte sul viso.
“Posso davvero andare a casa? Non... non mi arrestate?”.
“Pensi che dovremmo?”, chiese Marco tagliente, ma Nelly gli fece cenno di smetterla.
“Vai a casa. Ci metteremo in contatto noi, e se ti ricordi qualcosa, chiamaci”.
L’altro non se lo fece ripetere due volte. Si alzò in piedi e guadagnò la porta con l’aria di chi era convinto che fosse tutta una finta e che sulla soglia lo avrebbero bloccato. Si voltò ancora un istante per lanciare uno sguardo impaurito a Marco al disopra della spalla, poi scomparve alla vista.
“Io non lo lasciavo andare così facilmente”.
Auteri era contrariato. Fissò Nelly scuotendo il capo.
“Dove pensi che vada, che scappi?”, rispose lei tranquilla.
“Non si sa mai. Se è stato lui...”.
“Se è stato lui. A parte il fatto che l’ora non era la più adatta ad un incontro amoroso, resta la mancanza della testa. Che fa pensare a un rituale, o ad una feroce punizione in ambienti della prostituzione, che so. E poi non c’erano mezzi di trasporto nelle vicinanze. L’ha portata a braccia lassù? Senza sporcarsi? Ci serve un esperto della buoncostume. Intanto abbiamo chiesto un mandato per perquisire casa sua. Amanda è già in moto”.
Amanda Sacco era un giovane ispettore. Marco annuì, ma pensava ad altro. Certo che sarebbe stato bello trovare la testa della donna nel frigo di Gianluca, ma ne dubitava.
“Fattori”, concluse Marco passando ad altro, “lui sa tutto sul mondo della prostituzione qui a Genova e dintorni. Chi, dove, come, quando, quanto e perché”.
“Valeria, c’è il vicequestore?”, chiese Nelly.
“In questo momento no, ma dovrebbe venire nel primo pomeriggio”, rispose la donna. Un altro guaio grosso in vista. Valeria era preoccupata senza sapere perché. La descrizione del ritrovamento e del cadavere l’avevano impressionata. Per fortuna non succedevano spesso storie così brutte, a Genova. Ce n’erano state, sì, purtroppo, in passato. Ma addirittura donne decapitate...
“Purché non sia il primo di una serie”, le sfuggì detto suo malgrado. Marco la fulminò con lo sguardo.
“E perché mai dovrebbe esserci un seguito? Abbiamo due opzioni ‘tranquille’, il nostro omone con precedenti o un regolamento di conti interno all’ambiente della prostituzione. Crepi l’astrologa”, e si toccò poco elegantemente le palle. Valeria arrossì e lo fissò offesa... Nelly scosse le spalle con impazienza.
“Fino a quando è in ferie il dottor Volponi?”.
“Il questore è partito tre giorni fa per l’isola d’Elba, per un po’ non lo vediamo”.
“Gerolamo?”.
“Idem. Appena salpato con la famiglia per la Sicilia. Dovrai accontentarti di me, Nelly. Il tuo Gerolamo non c’è”, ironizzò Marco.
“Geloso, eh?”, lo sfotté il commissario.
“Se fossi il tuo comandante, terrei gli occhi bene aperti”, scherzò il vice. Non era affatto geloso dell’assistente Gerolamo Privitera, divenuto nel frattempo assistente capo. Professionalmente loro erano un terzetto veramente affiatato.
“A parte le battute, mi farebbe piacere che il nostro Gerolamo fosse qui. Quell’uomo ha una marcia in più”.
“A chi lo dici. Tre teste pensano meglio di due. E quella di Gerolamo è una testa di prim’ordine”, sospirò Nelly. Poi, rivolta a Valeria: “Guarda un po’ se il dottor Fattori è in ufficio. Se c’è, digli che vorremmo parlargli subito”.
Franco Fattori c’era. Era seduto nel suo ufficio, non piccolo ma stipato di schedari e faldoni. Il dirigente della buoncostume si occupava di prostituzione da anni e dio sa se aveva il suo da fare. Più che il tipo del poliziotto aveva quello del ricercatore universitario, i capelli sale e pepe lunghi sul collo, l’alta fronte stempiata, gli occhiali spessi, magro e curvo data la statura superiore alla media. Era un vero esperto della nuova prostituzione, quella che da alcuni decenni ormai aveva stravolto il vecchio ambiente relativamente tranquillo di una volta. Con l’arrivo delle schiave del sesso, come le avevano definite i giornali, che per lo più se ne occupavano solo quando succedeva qualche fattaccio o qualche storia strappalacrime tipo “Immigrata obbligata a prostituirsi viene redenta e salvata dal cliente innamorato che sfida i protettori”. Per il resto, le cose andavano come andavano. Certo, la legge garantiva intanto una certa protezione alle donne che cercavano di uscire dal giro, ma le punizioni degli sfruttatori erano terribili e dissuasive. Molte ragazze non erano neppure obiettivamente in condizioni di approfittare di quelle possibilità. Non sapevano la lingua, non avevano documenti, che venivano ritirati dai loro carcerieri, non si muovevano quasi dagli appartamenti-prigione. Varie associazioni tentavano di dare una mano, e preti attivi e coraggiosi si impegnavano in prima persona. Come don Silvano Traverso, ad esempio.
Nelly aveva subito pensato a lui. Intendeva contattarlo al più presto. Intanto stava seduta insieme a Marco davanti alla scrivania intasata di atti di Fattori, su cui troneggiava un computer ultimo modello. Tacevano mentre lui osservava le polaroid scattate al Righi qualche ora prima. Poi si decise a parlare.
“Senegalese, direi, ma potrebbe anche essere nigeriana o sudanese, o ghanese. Da quando in Sudan c’è la guerra ne sono arrivate parecchie, profughe senza documenti, veri fantasmi. Le senegalesi e quelle del Ghana le conosco di più, abbiamo anche arrestato diverse volte alcune madame, fatto saltare qualche rete, ma rinascono subito. Queste donne – spesso sono donne a organizzare il business – sono spietate. Terrorizzano le ragazze con la minaccia di malefici, di riti tipo vodoo. Gli ritirano il passaporto, quando ce l’hanno, e per riaverlo le ragazze devono pagare cifre molto alte. Se non filano diritto, guai. Se poi hanno bambini, qui o in patria, sono ancora più ricattabili. Alcune particolarmente dotate di coglioni riescono a diventare a loro volta madame e a sfruttare altre disgraziate. Abbiamo molte foto segnaletiche di quelle che abbiamo pescato durante le retate, ma servono a poco, in questo caso...”, concluse indicandosi la testa con fare significativo.
“Già. Diamo un’occhiata lo stesso”.
Nelly sospirò. Non sarebbe stato facile, né rapido identificare la ragazza, rifletté. Ma si sbagliava.
“Porca miseria, Nelly, guarda questa. Ha un reggiseno di lurex identico a quello della nostra”.
Tutto eccitato, Marco indicava una foto. E effettivamente la ragazza dal viso largo, sveglio, con grandi occhi espressivi, fotografata a mezzo busto, indossava un reggiseno come quello del cadavere.
“Questa? Questa si chiama... vediamo... Paulette N’diaye, della scuderia di Claire Ngoro, una delle madame più note, a noi, per lo meno. Le stiamo addosso da parecchio, ma finora ci è sempre sgusciata tra le mani. Però, onestamente, i mercatini cinesi rigurgitano di questi reggiseni. Vanno di moda, non solo tra le prostitute, con questo caldo... tra l’altro, questa ragazza non è qui perché fosse appurato che è una prostituta, ma perché abita da Claire. Non ha ancora ottenuto il permesso di soggiorno, l’hanno pizzicata senza, e se non lo ottiene alla svelta dovrebbe lasciare il paese entro pochi giorni e tornarsene in patria. O avrebbe dovuto, se è davvero la vostra vittima. Andiamo a fare quattro chiacchiere con madame, vi accompagno volentieri”.


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