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Marassi: cella 23
di Giorgio De Piaggi
1
Vi dirò. Nel momento in cui il tizio è
entrato nella cella è come se lo spazio a mia disposizione si fosse
improvvisamente ristretto. (Il mio isolamento è dunque finito?) Strascina i
piedi, con fatica. Statura media, guance scavate, capelli bianchi, radi, che gli
scivolano dal cranio, schiena curva. Elegante nel suo cappotto di cammello.
Grandi occhiali da miope con montatura in tartaruga. Rasato di fresco. Profuma
d’acqua di colonia, fine. Più che vecchio, un uomo disfatto.
La guardia carceraria posa una borsa sul tavolo, l’aiuta a liberarsi del
cappotto, che appende ad una gruccia. Lo fa sedere sulla branda. Gli toglie le
scarpe. Poi apre la borsa, n’estrae degli oggetti per l’igiene, che sistema sul
tavolino. L’aiuta ancora a togliersi il vestito, la camicia, che appende ad
un’altra gruccia, ad infilare il pigiama e la vestaglia (deve essere un
personaggio importante, mi dico, per ricevere un simile trattamento di favore).
Tutto si svolge in silenzio. Gli domanda se ha bisogno di qualcosa. Lui gli
risponde di no con un cenno del capo. Lo ringrazia, in un sussurro. La guardia
esce, chiude a chiave la porta. Rumore sinistro.
Appesa al soffitto, la lampada spande un chiarore giallastro, opaco, che sembra
far sprofondare il minuscolo locale in un pozzo senza fondo. È come una
vertigine. A quest’ora, soprattutto, quando la notte, infida, s’impadronisce dei
muri, delle cose, di noi tutti.
Da due sere tendo l’orecchio per captare alcuni rumori familiari che salgono
dalla profondità della città e che mi danno l’illusione che un’altra parte della
vita continui. Certo, la vita continua... Straziante evocazione del mondo degli
altri, alla quale m’aggrappo con disperazione! Per me resta soltanto il buco
nero e misterioso nel quale precipito ogni ora di più.
Si siede sulla branda, il nuovo inquilino, si guarda intorno con l’occhio in
desolazione. Mi scopre. È sorpreso della mia presenza. Mi scruta. Vuole capire
chi sono, con chi deve spartire questi pochi metri quadrati, dividere la scarsa
aria a disposizione. «È tutto qui?» domanda.
«È tutto qui».
«Non è molto per due».
«No, non è molto».
Ne ha di pretese, l’amico! Una camera singola, esige! Conforto palace, reclama!
La sua presenza m’irrita. Mi pompa l’aria. L’abitudine alla solitudine, anche se
è una solitudine imposta... Guardare il soffitto, sdraiato sulla branda... Quel
ragno che tesse la tela in un angolo. Si sente perfettamente libero, lui, anche
in una cella... Io e il ragno. Senza parlare... (Lo odio quel ragno! Soltanto
perché è libero. Vorrei ucciderlo. Schiacciarlo. Ma se ne sta troppo in alto,
prudente).
Il decrepito fissa, assorto, la parete bianca di fronte, poi dice: «Mi fa uno
strano effetto trovarmi qua dentro. Sa, è la prima volta...». Non si direbbe,
eppure è un chiacchierone. M’investe con le sue parole, mi sommerge, mi
frastorna, mi spiega tutto di lui, della sua famiglia, del suo lavoro... Che si
chiama Calisto Bracaloni. Che ha ottant’anni. Moglie, una figlia... Che fa
l’imprenditore. Oh, mica un imprenditore qualunque, figurarsi, no, no, uno
grande, uno dei più grandi della città. Ha costruito centinaia d’edifici e
chilometri di strade e ponti e gallerie e moli in porto. Per miliardi e
miliardi... Il bene che ha fatto, a tutti. E gli ospedali? E la beneficenza? Ha
sempre dato, non si è mai tirato indietro. Alla Chiesa e agli altri, partiti,
associazioni, sindacati. A tutti, insomma! E ora? Eccolo qui, ora, in questa
cella, a raccontare ad un compagno di sventura... Raccontare dell’ingiustizia di
cui lo hanno gratificato... E per che cosa? Un’inezia! Un nonnulla! Un incidente
di percorso! Corruzione di funzionari pubblici, l’accusano! Corruzione! Parola
grossa! S’è limitato a retribuire al giusto valore dei funzionari che gli hanno
reso dei servizi, che gli hanno facilitato la trafila burocratica di una
pratica. Tutto lì! Tutti ne hanno tratto beneficio. Tutti... Regolare! Normale!
Concesso! Non la si finirebbe più altrimenti! Cos’è successo, stavolta? Ah! Un
integerrimo, ha trovato, stavolta. Un inattaccabile! Un tignoso, insomma! Ha
fatto finta d’accettare la proposta e lo ha denunciato. Guardia di Finanza,
ispettori, magistrati! Tutto ciò che c’è di peggio... Far questo a lui, a
Calisto Bracaloni, che ha cantieri in tutta Italia, che fa affari per centinaia
di miliardi, che dà lavoro ad un fottio d’ingegneri, geometri, impiegati,
operai... Ah! L’ingiustizia del mondo!
Sono stupito dalla voce profonda, vibrante che scaturisce da quel vecchio
cascante. La voce sembra l’unica cosa in lui che sia rimasta intatta. Ed è in
stridente contrasto col suo aspetto.
Un filo di bava gli scivola dal labbro inferiore, si spande sul risvolto della
vestaglia, forma già una macchia e suda e tossisce e si passa un fazzoletto sul
cranio, sulla faccia.
Gli dico che con l’età che si ritrova potrebbe mettersi a riposo. Mi replica,
con impeto, che per il fatto d’esser vecchio e malandato non ha nessuna
intenzione di ritirarsi in una poltrona a scaldare le ossa davanti al fuoco in
attesa del momento finale. Eh, no! Proprio no! Lui non appartiene alla razza
dell’italiano medio che aspetta con ansia d’aver cinquant’anni per andarsene in
pensione. Lui ha dei doveri da rispettare verso la sua azienda, verso i suoi
dipendenti e, soprattutto, verso se stesso. E mi assicura che resterà al suo
posto di comando fino alla fine, come un comandante sulla sua nave. Dopo di lui
il diluvio! (Calisto Bracaloni fa evidentemente parte di quegli uomini che non
si assoggettano mai. Che invece di dire amen dicono crepa. Ma non ha ancora
capito, malgrado il suo cranio spelacchiato e le ossa che cigolano, che nessuno,
ma proprio nessuno, è veramente importante nella vita? Come m’irritano gli
uomini con la loro stravagante mania di prendersi sul serio, di dichiararsi
indispensabili!)
«Ma faccia un po’ quel che crede meglio» ribatto seccato. «Tanto per quel che me
n’importa!».
Zittisce di colpo. Mi guata, sorpreso. Offeso.
Una manciata di minuti silenziosi interrompe la nostra strana conversazione.
Riprende, in una replica dolente, dopo essersi lungamente raschiato la gola e
raccolto nel fazzoletto uno scaracchio: «Non è giusto quel che m’ha detto, e
tanto meno caritatevole».
«Caritatevole? E perché mai dovrei esserlo di fronte alle sue affermazioni così
arroganti? Forse lei non si rende neppure conto di quel che dice e dove lo
dice».
Mi lancia un’occhiata sconsolata. «Sì, ha ragione» ammette. «Fa parte del mio
carattere irruente e per niente accomodante. Non posso certo cambiarlo a ottant’anni...
Il fatto che m’hanno sbattuto qui dentro, poi...». (Malgrado tutto mi fa pena.
L’infelicità, come l’amore, la politica o la malattia, ha il suo vocabolario, la
sua fraseologia. Cambia poco, da individuo ad individuo).
Gli faccio notare, tanto per consolarlo, che la legge non prevede che un anziano
sia messo in galera. E lui mi confessa, scotendo malinconico il capo, d’essere
recidivo, perché lo hanno già condannato un paio di volte agli arresti
domiciliari. Ora l’assimilano a un delinquente abituale! Spera, in ogni modo, di
restarci soltanto una notte in ’sto buco. Domani se ne va. Il sostituto
procuratore gli concede gli arresti domiciliari. Almeno così ha chiesto il suo
avvocato.
«Per l’età, suppongo».
«No, per ragioni di salute. Il cuore... M’hanno già operato due volte. Pare che
non ci sia più niente da fare... Domani, fra tre mesi, un anno? E chi lo sa?
Mah! Spero almeno di morire nel mio letto, se non altro». La sua magrezza
eccessiva, si capisce, la pelle grinzosa appiccicata alle ossa del viso, le
orbite come una cavità nera.
Riattacca. Vuole sapere. «Anche lei è di Genova?».
«Di Pegli».
«È la stessa cosa, no?».
«Quasi».
«E cosa fa nella vita, se è lecito?».
«Il giornalista».
«Il giornalista? Ma va’...».
«La stupisce? Anche i giornalisti finiscono in galera, no? Anche i medici
s’ammalano...».
«Sì, certo, anche i medici... E come mai è finito dentro? Diffamazione,
suppongo. La diffamazione è una specialità di voi giornalisti, vero?».
Non ho voglia di delucidare la sua curiosità. Divago. Necessità, in certe
circostanze, di chiudersi in se stessi. E questa che sto vivendo è una di
quelle. Gli dico che per diffamazione non si finisce in galera. C’è già così
poco spazio... Che si tratta di una faccenda assai più complessa della
diffamazione, anzi, allucinante. Che mi ci sono trovato incastrato per puro
caso. Che c’è di mezzo l’Interpol. Che non posso dirgli altro, segreto
istruttorio.
«Caspita! Non è uno scherzo» commenta.
«Lo so anch’io che non è uno scherzo, ma vallo a spiegare ...».
«A chi lo dice!» m’interrompe con la solita irruenza. «Consideri il mio
caso...». E giù ad espormi che ciò che lo fa più incazzare è il fatto che lui è
dentro per un nonnulla, mentre fuori c’è una masnada di farabutti che
passeggiano tranquilli... Che prenda Sampierdarena, il quartiere dove abita. Ci
si trova l’inventario di tutti i reati possibili. E furfanti di tutti i paesi,
albanesi, rumeni, africani... E i latinos? Me li raccomanda quelli! Ubriaconi,
rissosi. Casse di birra comperate nei supermercati, la notte del sabato, nei
giardini di via Fillak, in piazza Modena, davanti al teatro... E quei figli
pestiferi, con le loro braghe che sembrano tante baiadere? Ah! Bisogna abitarci,
in quel quartiere, per capire... «Che cazzo!». E picchia un pugno sulla branda.
La solita gnola. Parole che mi frusciano nelle orecchie come un ronzio
fastidioso. (Non dico che le ragioni della sua insofferenza nei confronti degli
ubriaconi sudamericani del suo quartiere non siano reali ed anche legittime, ma,
insomma, in questo momento e in questo luogo, francamente me ne sbatto).
Si sdraia infine sulla branda. Esausto. Si assopisce.
Ritorno a pensare a me, soltanto a me. Gli uomini, si sa, sono incapaci di
allontanarsi dai loro pensieri quando questi sono assillanti. E i miei sono
talmente assillanti che m’invadono tutto, totalmente, mi devastano, m’usurpano.
Il momento in cui sono entrato in questa cella... E ora?
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