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Mariani
Il caso cuorenero
di Maria Masella
Capitolo I
Lunedì
Entro in Questura, in corridoio incrocio Iachino. – L’ha cercato il
maresciallo Varzì, commissario.
– Varzì? – Mi sono fermato solo un attimo.
Iachino risponde seguendomi verso il mio ufficio: – Da Montemagno. – Pausa. –
Hanno trovato l’uomo che cercava.
Ne cerco tanti, aspetto che Iachino mi dica un nome, intanto do un’occhiata ai
fogli posati sulla scrivania.
– Oxa, Oxa Cabel, commissario.
Poso i fogli. – A Montemagno? Dove è?
– Verso Asti. – Si avvicina alla mia scrivania e dal plico di fogli ne estrae
uno a colpo sicuro e me lo porge.
Lo scorro in un attimo, sono poche righe. Oxa Cabel, di nazionalità albanese, è
ricoverato ad Asti, reparto rianimazione. In gravi condizioni.
– Ho preso io la telefonata, commissario. Il maresciallo Varzì ha preferito
telefonare piuttosto che inviare un fax; sapeva che non era una richiesta
ufficiale.
Infatti; se ho sparso la voce che cercavo Oxa, non era per un’indagine
ufficiale. Ma lo cercavo per me, anzi per Francesca. – Ti ha detto altro?
– Ha detto che preferiva parlare direttamente con lei, commissario, ma almeno un
po’ si è sbottonato. È stato picchiato. Picchiato pesante.
– È cosciente?
– A tratti. Ma non ha voluto, o saputo, dirmi altro.
Mi siedo alla scrivania e faccio il numero del maresciallo Varzì, sperando di
trovarlo.
Me lo passano.
– Sono il commissario Mariani, maresciallo. Ho appena ricevuto la sua
segnalazione. Volevo ringraziarla e sapere qualcosa di più.
– Niente ringraziamenti, fra colleghi… E dirle qualcosa di più? Stiamo
indagando.
Ma non è brusco, così ritento: – L’ispettore Iachino mi ha riferito che è stato
picchiato. Nient’altro.
– Lei conosce bene la vittima?
– Abbastanza. Ha collaborato in un caso. Non un informatore.
Sento la sua esitazione, siamo al telefono ma è come se l’avessi davanti. – Mi
chiedevo, commissario… – E si blocca.
– Dica pure, maresciallo. Senza problemi. Come ha detto bene lei siamo colleghi.
– Se lei potesse fare un salto qui, da noi. Ho provato ad interrogare la
vittima, ma senza risultato. Forse lei riuscirebbe a cavarne fuori qualcosa di
più… In via non ufficiale, sia chiaro.
– Un attimo. – Mi giro verso Iachino che è rimasto a pochi passi: – Qualche
nuovo caso urgente?
– No, commissario, ordinaria amministrazione.
Ritorno al mio maresciallo. – Se arrivassi ad Asti nel mezzogiorno?
– Benissimo. Ospedale di Asti: reparto rianimazione. Ci sarò.
Saluti e ringraziamenti di rito.
Chiamo Francesca sul cellulare: a quest’ora è già al lavoro.
– Lucas. – Risponde sempre così.
– Sono Antonio.
I nostri rapporti sono difficili da spiegare: la pratica di divorzio fra noi sta
seguendo il suo iter, ma da Natale, anzi dalla notte di vigilia, c’è una specie
di tregua. Da quando, inaspettata, me la sono trovata davanti alla porta e ha
detto di aver bisogno di me.
– Cosa c’è? – Non è più fredda del solito, è solo refrattaria a qualunque tipo
di smanceria.
– Mi hanno appena telefonato: hanno rintracciato Cabel.
– Oh, bene! – Il sollievo nella sua voce è genuino. – Come sta?
– Non bene, Francesca. È ricoverato in rianimazione.
– Se mi dai i dati vado a trovarlo, pover’uomo.
– Non è qui a Genova, Francesca. È ad Asti.
Non la vedo, ma conosco il gesto con cui alza le spalle come per dire che non
importa. Infatti: – Asti non è in capo al mondo.
– È piantonato, non so se può ricevere visite.
– Ma tu puoi andare da lui, vero, Antonio? – Quando mi chiama Antonio con quella
voce farei qualunque cosa per lei.
– Ho già chiesto l’autorizzazione a… – mi blocco.
– D’accordo, d’accordo: non sai quello che puoi dire. Però farmi sapere come
sta, se ha bisogno di qualcosa… Quello puoi farlo.
Non è una domanda ma ugualmente rispondo che le farò sapere appena possibile.
Secondo gli usi, ora, lei dovrebbe riattaccare, invece non ha finito: – Cerca di
parlare con lui.
Annuisco, da scemo, perché lei non può vedermi.
– Mi fai sapere?
E ora le dico il mio “Sì”.
La A7, di lunedì, è una sfilata di mezzi pesanti. Per scavalcare l’Appennino
c’è, per fortuna, il tracciato nuovo (nuovo? Avrà trent’anni), ma siamo
ugualmente incolonnati.
La Voltri-Alessandria sarebbe stata una scelta più sensata? Non so, ma da
vecchio genovese, l’istinto per il nord è ancora la vecchia Camionale.
Appena mi sono lasciato il mare alle spalle è cominciato il grigio: Rivarolo,
Bolzaneto, Pontedecimo. Fabbriche e palazzoni venuti su dove un tempo c’era
campagna. E ne restano tracce in case con l’orto davanti.
Mai sentito il fascino della campagna. Ma questa grigia crescita incontrollata è
opprimente.
Salgo.
A Genova c’era freddo, sì, ma luce che prometteva primavera. Qui attorno c’è
neve. Non quella neve fresca che è anche bella, ma sporca di giorni e
scappamenti.
Guido in modo meccanico.
Cabel. Ad Asti.
Perché ha lasciato Genova? Se poi l’ha lasciata. In regola con tutti i permessi,
lo so, avevo chiesto ai colleghi dell’ufficio stranieri di occuparsene.
Aveva trovato anche un lavoro, non eccezionale, ma da camparci, come muratore.
Tutto bene in regola.
È stato il primo posto dove l’ho cercato subito dopo Natale, subito dopo la
richiesta di Francesca.
Il primo giorno libero, ma lavorativo, che avevo…
Un cantiere edile, uno dei tanti che nel centro storico restaurano come possono.
Mostro al capocantiere il tesserino. – Dovrei parlare con uno dei vostri operai:
Cabel Oxa.
Sposta l’elmetto regolamentare, che però tiene slacciato, poco più che di
figura. – L’albanese? Non c’è.
– Fa un altro turno? Lavora in un altro cantiere?
– Con noi no.
– So che lavora qui.
– Lavorava. Ai primi di dicembre, dall’oggi al domani, viene e mi dice che se ne
va. Così, cazzo, senza motivo, cazzo.
– Non sa dov’è andato?
– Io non so niente. Ha preso quello che gli veniva e se ne è andato, cazzo.
Tutti così questi albanesi. Avrà trovato un lavoro da faticare meno e cavarci di
più. Magari il pappa.
– Vorrei chiedere agli altri se ne sanno qualcosa – quando voglio so essere
insistente.
– Fra una decina di minuti fanno pausa… Ma non sanno niente, cazzo.
– Aspetto.
– Se vuole fa a tempo a farsi un caffè o una birretta.
Ma voglio restare lì… Che non metta in bocca agli altri qualche risposta… –
Posso restare senza problemi. – Anche se un caffè me lo farei.
Alza le spalle. – Come vuole.
Esco dal prefabbricato che usa come ufficio, una paratia lo separa dalla zona
dove i muratori si cambiano. Esco ma non lo perdo di vista.
Dopo una decina di minuti vedo quei muratori che si avvicinano al prefabbricato.
Tempo mezz’ora so che è stata fatica sprecata: nessuno sa niente. E sembrano
sinceri. Nessuno sa perché Cabel Oxa si è licenziato dall’oggi al domani. E che
non è male come posto, si fatica, tanto non si guadagna, ma si è in regola.
A tutti spiego come mettersi in contatto con me se riescono a sapere qualcosa.
Neppure dai suoi connazionali che dividono l’alloggio con lui riesco ad avere
notizie: soltanto che è andato via. Nessuno sa, o mi dice, dove è andato.
Non è un’indagine ufficiale. Devo accettare le risposte che mi danno: forse
complete, forse no.
È che Francesca mi ha chiesto di rintracciarlo: è preoccupata per lui.
Francesca è venuta da me, la vigilia di Natale, ma forse era così tardi da
essere già Natale, per chiedermi di rintracciare Cabel.
Non un’indagine ufficiale.
Ci fossero stati gli estremi per un’indagine ufficiale sarebbe stato tutto più
semplice, ma così sono soltanto un privato cittadino che cerca di rintracciare
un conoscente. È già stato un abuso spargere la voce che lo cercavo.
Fosse stato trovato a Genova sarebbe tutto più facile.
Mi sarei anche evitato la gita ad Asti. Niente contro Asti, per carità! Ho
scavalcato l’Appennino, ora sono in pianura. Ma lo sento questo freddo, di neve
e insieme di umidità nebbiosa, che mi entra dentro e raggela. E ho il
riscaldamento acceso.
Ma i fari antinebbia illuminano da qui a lì: un palmo. Le altre auto sono sagome
indistinte: ognuno chiuso nel suo bozzolo caldo.
Odio la nebbia. Odio la campagna. Se vado avanti non è neppure per Cabel, ma per
come Francesca ha detto “Ho bisogno di te, Antonio”.
Per quell’attimo in cui ho sperato, da idiota, che mi dicesse “Rimettiamoci
insieme”. Invece mi ha chiesto, preoccupata, di rintracciarle Cabel. Anche
dioonnipotente le avrei cercato, io disperato che manco so dove trovarne tracce.
Ospedale di Asti. Fran aveva ragione di preoccuparsi. Cabel è stato picchiato
con una spranga di ferro. Con metodo, da qualcuno che non ha agito in preda ad
un attacco di cieca violenza, ma da un professionista, che sa dove fa più male.
Il medico di guardia scuote la testa quando gli chiedo se sopravviverà. – Non si
può dire. È di razza forte, però anni di stenti… – Pausa. – Non si può dire. Già
altre volte deve essere rimasto coinvolto in qualche rissa ed essersela
scampata. Una anche recente: ha ancora ecchimosi ed escoriazioni non del tutto
guarite.
– Posso parlargli? Non un interrogatorio.
Prima di rispondermi occhieggia il maresciallo Varzì. – Niente in contrario.
– È quasi sempre senza conoscenza, commissario.
– Se possibile, vorrei almeno vederlo.
– La accompagno.
Entriamo nella cameretta dove è piantonato Cabel, Varzì è rimasto fuori. È più
bianco del lenzuolo, più grigio della tinteggiatura delle pareti.
Testa bendata, collo bloccato da un supporto. Flebo e drenaggi che spariscono
sotto le lenzuola.
Il fruscio dei monitor.
Senza far rumore prendo la sedia ai piedi del letto e la dispongo dove Cabel può
vedermi. Mi seggo.
Il medico resta alle mie spalle, forse pronto ad intervenire.
– Cabel?
Niente. Nessun segno di vita.
– Cabel? Sono Mariani.
Il medico scuote il capo.
– Mi manda Francesca…
Ancora niente, ma il medico mi posa una mano sulla spalla e mi indica il
monitor. – La sente. – Infatti il grafico ha avuto un picco.
– Sono Mariani, Cabel. Mi manda Francesca. – Tento. – La mamma di Manu.
Ancora un picco. Sto per riprovare quando ho la sensazione che stia muovendo le
labbra. Mi chino verso di lui. Sì, sta muovendo le labbra, ma non esce voce.
Il medico sussurra dietro di me. – Lesioni interne, ogni parola gli costa
fatica.
Non distolgo lo sguardo da Cabel. Mi chino ancora di più: ci separa un palmo. E,
un po’, so leggere sulle labbra. Seguo i suoi movimenti. Li ripete ancora una
volta, identici.
Due parole, ma un senso non lo trovo. Per controllare se ho capito, provo a
ripeterlo: – Cuore nero?
Apre gli occhi e subito li richiude. Una parola soltanto, ma chiara anche se a
bassa voce: – Sì.
E appena ha detto il suo sì, di conferma?, si abbandona ancora di più al letto.
Il corpo minuto fa poco rilievo sotto la coperta regolamentare.
Il medico mi posa una mano sulla spalla. – Ha di nuovo perso conoscenza,
commissario. Meglio che vada.
Il maresciallo Varzì ha aspettato pazientemente in corridoio. Mi piace come non
chiede subito se ho saputo qualcosa, ma si informa sulle condizioni della
vittima.
È il medico a rispondere che non ci sono cambiamenti, ma per qualche momento il
paziente è sembrato in sé. Si interrompe un attimo per chiamare un’infermiera
che sta uscendo dalla camera vicina. Una bella bionda, non più giovanissima, ma
ancora più che piacente. Che si avvicina con passo seducente nonostante gli
zoccoli da infermiera.
– Il drenaggio del paziente 18 deve essere sostituito, Elide.
– Sì, dottore, stavo andando quando mi ha chiamato il 20. – Infatti ha già in
mano il sacchetto pronto. Abbozza un sorriso di circostanza e mi lancia
un’occhiata: di quelle che ti prendono le misure. Il sorriso si fa più pieno. –
Provvedo subito. – Mi passa accanto e ci giurerei con passo da odalisca ancor
più consapevole. Le donne mi piacciono e vengo ricambiato: forse è l’origine dei
miei guai.
– Deve ripartire subito? – Chiede Varzì che dall’occhiata che mi lancia deve
aver seguito la scena con interesse.
– No. – Pausa. – Se anche lei ha un po’ di tempo, maresciallo, potremmo
scambiarci qualche informazione. Lei per le sue indagini, io… – Mi blocco.
Abbozza una mezza risata. – E lei, commissario, per quello che sta facendo.
C’è caldo nella trattoria dove mi ha portato. Forse caldo per il mangiar grasso
e il bere corposo. Oltre a noi due ci sono soltanto pochi clienti, clienti
abituali, è chiaro da come la cameriera si ferma a parlare mentre prende le
ordinazioni.
Mentre porta i piatti al cliente della tavola vicina occhieggio: se quel piatto
di brasato è buono quanto bello…
La cameriera, poco più che ventenne, bella in carne, in carattere con il locale,
si ferma al nostro tavolo.
– Il brasato – e con un gesto indico il tavolo vicino. – Se ce n’è ancora.
– Sì, al geometra piace tanto. E farne poco non viene buono.
Mentre aspetto il mio piatto di brasato continuo a guardarmi attorno, vizio del
mestiere. Il geometra mangia con gusto e quando deve interrompersi per
rispondere al cellulare è chiaramente scocciato. Varzì sta parlando ma le sue
frasi mi si intrecciano con le parole dell’uomo del brasato: penali e assessori
e si deve fare presto e assumete altri e qualcuno lo trovate e muovete il culo e
non tanto per il sottile e che qui ci si rimette…
Parole e voce di incazzato. Forse per essere stato interrotto a metà pasto forse
di costituzione. Era meno seccato quando la cameriera si era trattenuta a
parlargli. Se l’era guardata con gusto e non a torto perché è appetitosa. E dal
modo di ridere e di muoversi anche disponibile.
Varzì, anche lui del mestiere, deve aver intercettato le mie occhiate e
commenta, da uomo a uomo: – Bella femmina. Da noi si dice con il fuoco fra le
cosce, detto con licenza, ma chiaro. Che suo padre ci si è dannato per farla
rigar dritto e ha rischiato anche guai grossi. Brava gente, solo un pezzo di
terra, ma lavoratori… Quella figlia, lavoratrice anche lei, sì, ma agli uomini –
alza le spalle – una di quelle che non dicono di no.
– Ce ne fossero!
– Eh, sì! – Pausa. – E ci è anche scappato un figlio, di padre ignoto.
Poco dopo, con i nostri piatti davanti e il bicchiere già vuotato a mezzo, entro
in argomento. Perché il maresciallo sarà anche curioso e con il nostro mestiere
lo siamo di sicuro, ma è persona corretta.
– Penso di doverle delle spiegazioni, Varzì – perché ormai ho abbandonato quel
“maresciallo” come lui mi chiama semplicemente Mariani.
– Quello che può, se può.
– Ho conosciuto Cabel Oxa durante un’indagine. Ormai conclusa. Penso che non sia
collegata in alcun modo con il ferimento.
Rimane in silenzio.
– L’ho aiutato a regolarizzare la sua posizione e a trovare lavoro. Non in nero.
– Un brav’uomo?
– Arriva feccia, arrivano delinquenti. Arriva anche brava gente con voglia di
lavorare, ma trova fame o disperazione.
– Anche qui ne arrivano. Li assumono in nero nei lavori stagionali, nei
cantieri. Senza controlli, senza assicurazioni. Si fa quel che si può, Mariani,
ma spesso abbiamo le mani legate.
– Anche noi. Così, dicevo, gli ho trovato lavoro in un’impresa edile che si
occupa di restauri. Al suo paese era carpentiere. A casa di mia moglie c’era
bisogno di imbiancare e mi sono rivolto a loro.
– A casa di sua moglie?
È la reazione solita. Ho finito il mio brasato, ottimo come sembrava… E faccio
scarpetta e prendo tempo. – Francesca, si chiama Francesca. Siamo in attesa di
divorzio. Così mia moglie ha conosciuto Cabel. Veramente la mia ex moglie. A
fine novembre mentre io ero via, in montagna, con mia figlia…
– Quanto ha?
Questa è la domanda che mi spiazza, devo sempre fare i conti. – Otto anni.
– Bell’età. Però difficile.
– E cresce a vista d’occhio. Mentre la bambina era via con me la mia ex moglie
aveva approfittato per fare un po’ di pulizia e buttare anche indumenti che non
servivano più. Oxa aveva visto il sacco per lo Staccapanni e le aveva chiesto di
darlo a lui, invece. Così Francesca gli ha detto che se tornava gli avrebbe dato
anche dell’altro. Ma Oxa non è più tornato.
– Non è più andato dalla sua ex moglie?
Annuisco.
– E la sua ex moglie si è preoccupata e le ha chiesto di rintracciarlo?
– Infatti.
– Non è una persona comune.
Non capisco.
– La sua ex moglie, intendo. Mi pare che l’abbia chiamata Francesca.
– Sì. Sì, al Francesca. Sì, al non essere comune. – Per me è naturale che lei
sia così, ma Varzì ha ragione: quante persone si sarebbero preoccupate se un
albanese non tornava a prendere degli indumenti messi da parte? – Così un po’
l’ho cercato io, un po’ ho sparso la voce.
– Se non altro l’ha rintracciato. – Una pausa che anticipa la domanda che voleva
farmi da subito, ma che, per correttezza e forse per curiosità professionale, si
è tenuto dentro per tutto il tempo: – Ha saputo qualcosa? È riuscito a parlare
con il suo uomo?
– Solo due parole mi ha detto. Cuore nero. Per me non hanno senso e per lei,
Varzì?
Fa segno di no e conferma: – Men che niente. Ma posso indagare. Se saprò
qualcosa glielo farò sapere.
– Indagherò anch’io e renderò il favore. E sulle circostanze del ferimento?
– Poco, anche qui. È stato trovato in un viottolo da un contadino che andava al
podere. Poco fuori Grana. – Pausa. – Grana Monferrato. Secondo il medico legale
è stato picchiato con una spranga di ferro, nelle ferite c’erano anche schegge
di legno, ma in zona non è stata trovata. Abbiamo cercato, anche con cura, ma
niente. Ma è campagna, può essere ovunque.
– Nessun movente?
Varzì scuote il capo. – Niente di niente. E nessuna idea del motivo per cui era
qui. – Guarda l’ora. – Ma continuerò a chiedere.
Mi alzo e mi imita subito. Usciamo e mi rendo conto di quanto caldo c’era
dentro.
Nebbia fitta, da tagliare col coltello. Frase fatta ma rende l’idea. Una nebbia
che ti si incastra in gola e solo il vino la schioda. Ma ho bevuto anche troppo
per i miei usi: una bottiglia di ottimo Grignolino del Monferrato in due. Mi
frego gli occhi con le dita, gesto inconscio per diradare nebbia di fuori e di
dentro.
Ci salutiamo da colleghi. Deve avere qualche anno più di me, ma pochi. Nessun
accento dialettale, solo una lieve cadenza piemontese, ma se vive e lavora qui
da anni gli si è attaccata.
Riprendo l’auto lasciata poco lontano.
Non farò la fesseria di farmi la Camionale. Nella Voltri-Alessandria c’è stato
un incidente e mi ritrovo intrappolato in una coda di quelle che finiscono sui
giornali.
Che cosa ho rimediato dal mio viaggio? Quelle due parole: cuore nero. Cuore
nero: mi chiedo che senso abbia mentre me ne torno verso il mare.
E la consapevolezza che Cabel le ha buttate fuori quando gli ho nominato
Francesca.
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