Mario!
Storia vera tragica e avventurosa del polpo Mario,
del pescatore Gnussa e di Cesare Ziona, principe dei fiocinatori
e re della famosa baia di portobello

 
di Vincenzo Gueglio


I primi capitoli del libro


1. Pane e vino e altri segreti

Voi state scendendo il carruggio; è mezzogiorno; una domenica d’aprile, forse. Qualcosa che non sapete bene definire vi commuove intimamente. Saranno le curve dolci della via, lastricata d’arenaria serena, sprofondata come una mistica faglia nella meravigliosa continuità delle pareti fra le quali avanzate, o gli spigoli bruschi che all’improvviso la rompono, l’inattesa apertura d’un fornice colmo d’ombra e di malizia che v’invita come un’avventura; saranno i colori pastello delle facciate struggenti; o il ritmo misterioso e affascinante delle persiane che, incapaci d’una scelta assoluta, mai aperte e mai chiuse del tutto, intimamente frantumate e fratte in inquiete figurazioni, spezzate in tutti gli angoli come burattini, intrecciano e continuamente rimescolano l’interno e l’esterno, giocano col caso e la necessità, con la musica e la geometria, testimoniano ed evocano cattività e libertà, curiosità e diffidenza, chiamano e respingono sguardi e fantasie.
Ora siete giunti ai «Quattro canti»: la maggior parte della tenera gola che avete attraversato sta alle vostre spalle e rimane in voi come un ricordo che a poco a poco si depositerà in grata nostalgia; alla vostra destra, in fondo a una breve fenditura laterale, intravedete le palme della passeggiata a mare, la sagoma opima dell’ultimo leudo, la grigia spiaggia di Ponente; a sinistra un carruggetto slarga in una piazzuola e anche da qui sentite il respiro del mare; davanti a voi l’ultimo tratto della via principale ha per fondale la massa bianca d’una chiesa parzialmente barocca, non troppo violentemente offesa da un pronao neoclassico.
All’improvviso vi sentite, commossi, sull’orlo di un segreto.
È da un po’ di tempo che uno strano languore vi turba, ambiguamente. Avete in voi, nella carne o nell’anima, nel cuore, chissà dove, la sensazione del lievito di birra che s’ammorbidisce nel latte tiepido. Nei polpastrelli, la percepite, e all’improvviso vi sembra di capire, con una specie di angoscia, che è questa luce che vi sta manipolando come plastilina, che vi sta scaldando e sciogliendo e trasformando a poco a poco... Questa luce... che sempre sorprende, dura e brillante come minerale e insieme morbida e calda come il pane.
Ma – tra voi opponete un po’ di resistenza, molto ragionevolmente. – che fanciullaggine è questa? La luce non è forse la stessa qui come sull’ultimo pianeta illuminato da una stella ancora sconosciuta? Ma s’intende: ovunque la luce è il medesimo enigma felice e sconcertante, ovunque la stessa ambigua risacca. Ovunque identica a se stessa. Indubitabilmente. E allora, come pretendere che questa compatta e matematica identità sia incrinata, qui solo, dall’ostinato seme di una mistica diversità moltiplicato in piantine di cristallo e foglie di rugiada, gemme appena schiuse a un sorriso di smalto e bagliori di petali che sembrano impazienti di volare via, teneri e struggenti come il candore di un seno sfuggito alle oscure voragini di un accappatoio?
Sciocchezze, s’intende: sciocchezze; eppure, quel balenare vitreo di capezzoli ha acceso qualcosa in voi; e un dialogo fitto s’è acceso tra ogni superficie e i vostri occhi, felicemente assorbiti nell’ebbrezza di una vertigine, ammaliati da una visione interiore indecifrata e solenne, intuita nello scintillio di perla sminuzzata che immerge cani e gatti in una deriva di mito allegro e di sbronza mortale e li mette di traverso a se stessi in un ambio ispido e incerto da granchi o filosofi.
Nulla di sostanziale ci differenzia dai cani e dai gatti, dai granchi o dai filosofi: anche noi, precipitati in una personale allucinazione, memoria d’antichi spaventi e interminabili ostinatezze; anche noi, scolpiti nella stupefazione e nella caparbietà orgogliosa, non ammettiamo di lasciare senza spiegazione la nostra meraviglia.
Feriti di luce e di sgargiante razionalità, strette le pupille come gatti albini, argomentiamo, non senza una lieve sottolineatura della nostra acutezza, che con tutta evidenza il dialogo di sguardi e sospiri fra i due mari che l’istmo di Sestri tiene separati a fatica, come due lottatori vivaci o due amanti impazienti, produce un’allegria di specchi che giocano nel cielo sopra i carruggi: riflessi che si rincorrono e s’intrecciano sui tetti capricciosi come gatti e cadono giù come una pioggia di biglie di vetro che rimbalzano irrequiete sull’arenaria candida: ed è certo questa fremente gaiezza a fornire la sensazione di malizia e ammiccamenti che ci turba, il balenio di polvere d’oro e di quarzo che scherza con tutti gli spigoli e le grondaie e s’impiglia allo sportello d’una persiana o riveste il tronco inatteso d’una vite che spunta, sorprendente e sorpresa essa stessa di sé, da una felice vacanza del selciato.
E può anche darsi, certo, che sia proprio così; e perché no?

Non è nemmeno una bella giornata, oggi; lo scirocco s’insinua nei carruggi impregnando ogni cosa di sabbia e profumo d’arzilio e d’elicriso. Sulla Mandrella strina i pini marittimi e s’impiglia nelle violacciocche selvatiche e ricostruisce qui, rimescolati disordinatamente, i prati e i boschi che ha stremato di selvatiche carezze.
Non è una bella giornata: il cielo è grigio, coperto di nuvole nervose, eppure la luce sui muri è abbacinante, e maliziosamente, sì, ci ammicca e ci inquieta.
Dal panettiere all’angolo proviene – e ci turba – un profumo di pane, l’ebbrezza fragrante della focaccia calda: ed ecco, una sensazione che ci aveva sfiorato, vaga, adesso si precisa: e ci accorgiamo che le facciate che abbiamo sfiorato ripetevano, in un’infinità di sfumature, il medesimo richiamo – rituale? – alla crosta del pane e alla galletta, alla focaccia all’olio e al biscotto; o, imparzialmente, a ogni tipo di vino: ci guardiamo attorno con occhi nuovi, e riscontriamo in questo intonaco la traccia del lieve pallore del vermentino, in quello il cupo riflesso di bronzo dell’aleatico generoso; in un altro il tenero rosato del merello esitante, in un quarto la deliberata intensità di un barolo sognato; e troviamo il colore vino-nel-brodo; e il colore pane-nel-vino. E ci rendiamo conto, all’improvviso, quasi con sgomento, che una buona parte della sensazione di favola e mito che questo borgo trasmette deriva proprio da questo andare per strade ritagliate in un sogno, fra intonaci e case elevate come monumenti a povere e sfrenate fantasie alimentari, alla favola semplice e fondamentale della gente che ha fame, al mito melanconico e allegro del santo paese di cuccagna.
E lievemente inteneriti pensiamo che gente che ha sciolto questi colori negl’intonaci delle proprie case come un inno o una nostalgica elegia al pane e al vino deve aver fatto fino in fondo i conti con la propria fame, e per averli fatti con tanta grazia e tenerezza doveva disporre, oltre che di uno stomaco languido, di una insospettata gentilezza di mano e di cuore.
E ancora ci guardiamo attorno con occhi rinnovati e freschi; con una delicata sensazione di vaghezza nella carne e nell’animo ingentilito.
È così che giungiamo all’ennesima scoperta della nostra giornata sestrese: riconosciamo, all’improvviso, gli stimoli inconfondibili dell’appetito.


2. All’insegna del Polpo Mario

Qui, alla nostra sinistra, scorgiamo dei tavoli verdi quasi in mezzo alla strada: un’osteria. Guardiamo i prezzi, consideriamo il locale: beh, che fare, si va all’avventura, entriamo.
L’insegna, fra l’altro, ci ha incuriositi: «Polpo Mario». Che vorrà dire mai?
Siamo disincantati e scettici, s’intende: sappiamo bene che gl’indigeni, furbastri e ammaliziati, giocano sul colore locale per alzare i prezzi: e siamo pronti a difenderci. Tuttavia, che farci, non di solo pane...
Il ristorante ha un’aria di dignitosa eleganza: si vede che è stato, una volta, un’osteria e tiene a mantenere, pur avendo evidentemente fatto il salto di classe, un legame con le proprie radici.
Ma ci sarà da fidarsi?
Ai tavoli, coperti di tovaglie rosa totano, siedono persone d’ogni aspetto; stranieri, in massima parte; intellettuali; e gente del posto, che parla in dialetto; probabilmente il padrone gli paga il pranzo perché diano all’insieme un tono d’autenticità... E quello, non è l’onorevole...? Già, guarda, è proprio lui: che si fa, usciamo?
Troppo tardi: ecco qua il padrone, ci si fa incontro sulla soglia: un tavolo per tre? Ho proprio quello che fa per voi. Che cosa prendono? Ci consigli lei. Eccoci qua, prede disarmate.
E, senta, siamo curiosi, perdoni, quest’insegna, Mario il polpo, e tutti questi quadri alle pareti, dica, c’è una qualche leggenda?
Una leggenda? Una leggenda, dice? Una leggenda! Ah!
Il padrone stira gli zigomi verso l’alto – l’abbiamo forse offeso? – socchiude gli occhi da cinese e dietro quelle fessure vediamo brillare una fiammella: sorride; si prende gioco, bonariamente, di noi. Possibile che qualcuno ancora ignori la storia del polpo Mario?
Possibile? Ahinoi, possibile.
Beh, se permettete mi siederò al vostro tavolo, debbo ancora pranzare anch’io. Così, mentre mangiamo, vi racconto, fra una balla e l’altra, la vera storia del polpo Mario. E voi siete più tranquilli che non vi avveleno.
O questa poi.
La storia del polpo, eh? Beh, infine, ecco qua, è scritta in questo libro.
Come ogni storia anche questa si può raccontare in molti modi, ma la sostanza è sempre la stessa, Gueglio la racconta così.


* Il figlio di Cesare

Gueglio? Ma sì, ma sì, Gueglio lo conosciamo ormai, e come no? Non che non scriva anche bene, o, via, discreto, ma è pesante, dio, pesante: sempre pronto a tirare a mezzo non so quale filosofia, a lustrare, con la scusa che è stupido, quella sua ostinata volontà d’intelligenza, sicché quello che scrive bisogna leggerlo con un’aspirina a portata di mano. Lasciatelo perdere, date retta; del resto, il libro è sempre lì, non scappa mica: i libri hanno anche questo di buono, che si lasciano prendere o posare con quell’abbandono totale alla nostra volontà che invano cercheremmo nell’amico più caro: docili e remissivi e assolutamente disponibili sempre a ogni nostro capriccio, pieghevoli a ogni sfumatura del nostro umore come l’amante ideale che, segretamente o no, vagheggiamo.
Accantonate Gueglio, dunque, e cogliete l’opportunità che l’oste dagli occhi di cinese può offrirvi. Opportunità che non ha niente a che vedere, s’intende, con la letteratura: non conta niente che sia proprio lui una delle fonti più fresche di Gueglio. Le fonti, si sa... Qualcuno ricorda il Pecorone, o il Cinzio? Del resto, Rudy non somiglia in alcun modo né a Giovan Battista Giraldi (benché suo nonno, proprio come quello di Gueglio, si chiamasse Baciccia: e siamo ben consapevoli di aver fornito, con questa rivelazione inattesa, di che meditare al lettore comune non meno che allo storico), né a ser Giovanni Fiorentino, né a Masuccio Salernitano; e poi, è mai possibile che debba ancora ribadire che unica fonte autentica di questo racconto strampalato è la realtà semplice e schietta? In verità, l’uomo dal volto ampio e bronzeo di cinese, dalla forte mascella e dallo sguardo distratto va ascoltato, addirittura studiato con attenzione perché...
Ma l’avete visto? Al lettore sensibile, non dovrò dire altro.
Guardatelo. Guardiamolo. Se ancora agisce in noi la delicata facoltà dello sguardo, qualcosa, forse, capiremo...
A me quest’uomo fa venire in mente – so di dir grosso e ruvido ciò che intuisco appena – la sabbia che scorre in una clessidra: sempre la stessa, immutabile, ma testimone e in qualche modo, si direbbe, matrice – o complice, almeno – del divenire implacabile.
Una specie di soglia, o di finestra. Una possibilità di comunicazione, insomma, col passato, o con la mia utopia reazionaria, col sogno di un mondo che non è stato mai, con l’impossibile. Vi pare poco? Non saprei. Del resto, nemmeno questo è importante, al diavolo anche il bisogno di capire.
È allo stupore che invito. Forse alla reverenza.
Perché, a tacer d’altro, è lui, Rudy, il figlio di Cesare: ed è questo, naturalmente, ciò che importa, soltanto questo l’essenziale, ciò che commuove anche le pietre degenerate del carruggio.
Lui è il figlio di Cesare: lui che in fondo all’esile fessura degli occhi, socchiusi per un’antica abitudine ereditata (sì, e voglio vederli qui i sapientoni che irridono Lamarck) dai suoi avi costretti a difendersi con questo strizzar di ciglia dalla ferocia rovente del mare che incendia la retina e stordisce; lui, che in fondo agli occhi come nel recesso segreto di un tempio di Hestia nutre in perpetuo un fuoco malizioso che ha i barbagli inconfondibili dell’ironia (se fate caso troverete la stessa scintilla di scettico sarcasmo danzare su tutti gl’intonaci del borgo); lui, lui e solo lui è il figlio di Cesare: e, insomma, essere a tavola col figlio di Cesare è un bel privilegio, non vi pare?

Come sarebbe a dire chi è Cesare?

Oh, madonna, ma allora, allora le cose stanno peggio di quanto credessi.
Allora è proprio necessario raccontarla, questa storia, e cominciare dall’inizio, pressappoco; anche se l’inizio, non si sa come, sorprendentemente, coincide col capitolo tre. Che poi, se volessimo fare i pignoli e controllare, vedremmo che è il quarto, in effetti.
Ma se ci mettiamo a fare i pedanti e a cercare il pelo nell’uovo non la smettiamo più; anzi, non incominciamo nemmeno.
E noi vogliamo, appunto, cominciare. E del numero dei capitoli, e d’ogni altro numero (che non sia il numero delle ballerine) c’importa meno di niente.

Del resto, non erano quattro anche i tre moschettieri?


3. L’osteria di Capocotta

– Ma sì, vi dico, ma sì, ma sì! – Gnussa insisteva, stizzito, Gnussa gridava, esasperato dai risolini che vedeva moltiplicarsi e spargersi disordinatamente attorno a sé.
L’osteria di Capocotta, accanto alla chiesa di San Pietro, nel cuore segreto del borgo, risonava delle discussioni accanite degli uomini, dell’acciottolio dei bicchieri, dei colpi sui tavoli, di risolini e sarcasmi e – spiace dirlo – di bestemmie selvatiche e pittoresche.
I pescatori di Sestri, gente abituata alle grandi solitudini e al maestoso silenzio del mare, avevano voglia, la sera, se non uscivano in barca, di fare un po’ di casino tra amici, raccontarsi due musse, bersi qualche gotto onesto in compagnia, far due partite a scopone o briscola, ridere e scherzare. Magari non sempre innocentemente, bisogna pur dirlo, perché l’uomo è fatto così, il sapore efferato del sangue gli dà ancora gusto, e una risata che cade sulle spalle di una vittima è infinitamente più saporita di quella che nasce da un gioco incruento.
Tutti i comici lo sanno perfettamente; e anche i tragici. Non ne faremo certo un argomento per filosofare o tantomeno moraliminimisticheggiare a buon mercato: tale è, semplicemente, la nostra condizione: non siamo ancora riusciti a toglierci dal cervello il serpente e il lupo.
E così, dopo una minestra trangugiata di malavoglia in cucina, ogni tanto annuendo meccanicamente col capo e grugnendo un’approvazione distratta all’eterna ed eternamente inascoltata lagna della Cesira, o della Maìn, o della Texinin, quegli uomini impazienti davano di piglio al pane e al piatto del secondo, lasciavano le mogli a casa senza la tentazione di un rimorso – le donne, si sa, hanno certe loro esigenze incomprensibili, se le si sta ad ascoltare ti fanno perdere la testa e il buon umore – e andavano a finir di mangiare all’osteria.
Tavoli nudi di legno – spigoli arrotondati da molte ruvide mani, lucidi per l’uso intenso e la sporcizia, istoriati da molte forme di bicchieri e dall’impazienza di qualche artista del temperino – si ricoprivano in breve di carte bisunte, di pani e bicchieri.
Chi s’era portato da casa una frittata di cipolle, chi un polpettone di patate, chi frisciêu di baccalà, chi una pignatta di ceci e bietole con la luganega, chi un cartoccio di acciughe impanate e fritte, chi una mezza pasqualina, chi una ruota di panissa: tutto veniva messo in comune, e il bello era piluccare qua e là, mentre giravano i fiaschi e cominciavano a comparire i pironi.
Gnussa, che aveva il volto che in certi film si vede attribuire a Otello – nero, labbroni da cernia e grandi occhi azzurri stupefatti – quella sera era anche lui della partita e stavolta, a parere dei presenti unanimi, l’aveva sparata più grossa del solito.
Ma lui negava disperato:
– Ma se è vero, vi dico, ma se vi dico che è vero.
– Va ben, va ben Gnussa, – disse Scilin – ora mangiamo, poi ci racconti con calma com’è andata.
 


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