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Mazzini
di Francesco De Sanctis
Lezione I
La scuola liberale
La scuola
liberale: in che senso fu opposizione al secolo XVIII – Diversa considerazione
della libertà: nel secolo XVIII, come fine; nel XIX, come mezzo – Varietà di
tendenze comprese nell’indirizzo liberale – Il liberalismo propriamente detto –
Idee liberali rispetto alla religione, alle classi sociali, alla plebe – La
scuola liberale e la storia – Differenza tra l’ideale e il vero, che è l’ideale
limitato e temperato dalle condizioni di fatto – Conseguenze letterarie – I
rappresentanti della scuola liberale.
Abbiamo speso due anni a fare la storia letteraria d’una scuola che abbiamo
detta manzoniana, dall’uomo più eminente che la rappresenta; studiando prima il
Manzoni e poi non i suoi discepoli e seguaci, ma tutti quelli che si trovarono
nello stesso cerchio d’idee e di sentimenti.
Dovremmo passare ora ad un’altra scuola chiamata democratica. Queste due
col loro attrito costituiscono la storia del cervello umano nel secolo XIX e le
troviamo, armate l’una contro l’altra, nella letteratura, nella metafisica,
nella scienza, ed anche nel fragore delle battaglie e delle rivoluzioni.
Ma, prima di passare all’esame del contenuto della seconda scuola, vogliamo
indicare le idee e i sentimenti dell’altra che abbiamo già esaminata ne’ suoi
particolari, come per ridestare queste cose nella memoria dei vecchi amici, e
per presentarne a’ nuovi un rapido riassunto.
Tutti sapete ch’essa uscì da una reazione contro il secolo XVIII. Abbattuto
Napoleone, ultimo rappresentante della Rivoluzione, gli alleati fecero molte
promesse e non le mantennero. Col 1815 cominciò un nuovo periodo. Finiti i
bollori della reazione, si passò in una regione più serena; quelle idee, quello
che già era stato determinato da’ fatti, diventò dottrina, sistema, fu la base
della scuola liberale.
Ma come?, direte, scuola liberale in opposizione al secolo XVIII? Quel secolo
non fu liberale? Anzi, esso ebbe per bandiera la libertà, e le opere di tutti i
grandi scrittori francesi, tedeschi, italiani furono un inno alla libertà; e
quando dalle idee si passò ai fatti, ci fu la rivoluzione e le guerre e le
battaglie per raggiungere la libertà. In qual modo, dunque, nel secolo XIX sorse
una scuola liberale come reazione al secolo precedente, – ecco una prima
questione che bisogna esaminare, per avere idee nette, le quali ci guidino
quando scenderemo alla letteratura ed all’arte.
II secolo XVIII aveva una nozione della libertà differente da quella che s’è
svolta nel nostro. La libertà non solo era, come oggi, metodo e strumento, ma
anche fine: e si aveva una formola famosa, la quale poi si mise in fronte a
tutti i governi repubblicani: – Libertà, Eguaglianza, Fratellanza. Queste si
credono cose differenti; ma la formola non si può scindere e ciascuna parola di
essa contiene le altre.
La libertà del secolo XVIII era l’affrancamento delle classi medie ed inferiori
dalla preponderanza, dalla supremazia tirannica dei principi e delle alte
classi, nobiltà e clero. A questo concetto concreto si aggiungeva la libertà
come mezzo. Per costituire una nuova società sulla base di quella formola, come
fare? Qual era il modo? – Il secolo XVIII aveva innanzi una società fradicia:
dominavano il clero e la nobiltà di accordo co’ principi, salvo quelli che già
inclinavano ad un nuovo stato di cose. Nell’infuriare della lotta contro una
società che negava l’eguaglianza civile e di fatto, si credette poter sciogliere
il problema con la forza, ed in pochi anni compiere opere che richiedono secoli.
E mentre volevasi raggiungere la libertà concreta come eguaglianza, si misero da
parte i mezzi naturali e si fece ricorso alla forza, sia che venisse dall’alto,
sia che venisse dal basso. Beccaria e Filangieri vogliono libertà ed
eguaglianza; ma, come mezzi, fidano nelle riforme de’ governi, quasi questi con
leggi potessero trasformare la società, e dalla disuguaglianza portarla alla
giustizia.
Fallite le speranze ne’ principi, si fece appello alla rivoluzione: la lotta,
cominciata con l’azione de’ governi riformatori, terminò con Robespierre e
Saint-Just. Avete dunque la libertà come scopo, accettata da tutti gli spiriti
eminenti; la libertà stessa negata come mezzo, e la convinzione di poter
riuscire allo scopo per leggi di principi o per forza di popolo. Ve lo dirò con
Robespierre: – per conquistare la libertà, bisogna sopprimere la libertà. –
Quindi succedettero la Convenzione, la Dittatura, e l’Impero. La Convenzione era
la dittatura d’un popolo, l’Impero era la dittatura di un solo: Napoleone a
colpi di sciabola introduceva in Europa il codice francese, come la Convenzione
a colpi di cannone aveva voluto introdurvi la libertà.
Nel secolo XIX la scuola liberale è reazione alla scuola del secolo precedente.
Cos’è questo liberalismo? – È la libertà come fine messa da parte; – sul trono è
la libertà formale, come metodo. Il principio è che, per avere la libertà, è
mezzo la libertà: bisogna lasciare la società alle sue forze naturali. Come la
natura produce con le proprie forze, ed attraverso gradazioni e fluttuazioni,
giunge al progresso, il che oggi specialmente è la tesi de’ naturalisti; così le
forze della società, agitandosi, avanzando e retrocedendo, riescono al
progresso. C’è qualcosa delle idee di Vico, diventate a poco a poco base di
quella scuola. Quindi è respinta qualunque idea di violenza, venuta dall’alto o
venuta dal basso, qualunque tutela o protezione dello Stato, perché spesso,
volendo accelerare troppo il movimento, si torna indietro.
Dunque, codesta scuola è dottrinaria, formale, e la libertà per essa è una
procedura? – Certamente, e perciò in questa scuola liberale entrano uomini che
hanno i fini più diversi, come su terreno comune: – i clericali che domandano
libera la Chiesa, i conservatori che vogliono la libertà delle classi superiori,
i democratici che vogliono la libertà delle classi inferiori, i progressisti che
cercano andare innanzi senza sforzare la natura. È dunque un pandemonio, in cui
si gittano persone di tutte le credenze e di tutte le opinioni. La libertà
rimane come mezzo già convenuto, ma ognuno si riserba di usarne per fini
diversi: chi per sostenere la Chiesa, chi per consolidare la società quale si
trova, chi per altro. La scuola a poco a poco, come tutte le scuole formali,
diventa unione di diversi indirizzi e credenze; e ciò non può durare.
Gli uomini che vi entrarono presero nome particolare conforme al loro fine. I
clericali, i conservatori, i radicali erano tutti liberali; ma la libertà
diventava aggettivo: sorte che tocca sempre a un nome che non rappresenta un
fine, ma un mezzo.
Pure, a forza di eliminazioni, cacciando via i diversi partiti, rimase un gruppo
credente nella libertà, che chiamossi per eccellenza liberale, ed aveva gli
stessi fini di quelli che si chiamano amici del progresso e della democrazia;
pur credendo di doverli modificare e coordinarli con la libertà presa qual
mezzo. Sono i liberali, propriamente detti, intenti a tenersi in una via mediana
fra le varie opinioni.
Quali sono i loro fini? Essi dicono: – Poiché tutti siamo convinti che mezzo al
progresso deve essere la libertà, cioè assicurare a tutti gli elementi sociali
il loro sviluppo naturale senza ingerenze di forze estranee, sì che nobiltà,
clero, borghesia, plebe, comune, provincia sieno tante sfere con un centro
comune d’idee a tutta la nazione, e ciascuna di esse con le idee proprie che la
guidano al suo destino; – poiché la società è divisa in elementi diversi,
ciascuno con la sua ragione di essere; – poiché la libertà vuole tutte queste
forze lasciate al loro indirizzo naturale, come richiede la natura e la storia;
in che modo raggiungere questi fini?
Guardiamo alla religione. Fra questi liberali c’è chi non crede, ci sono anche
gli atei, i razionalisti; ma guardano dal punto di vista politico, e si han
formato un ideale prossimo da raggiungere, anche rispetto alla religione. Dice
Gioberti: – Voi gridate: abbasso i preti! ma essi ci sono, né si possono mandar
via. – Riconoscendo gli elementi che si trovano nella società, e confidando
nella trasformazione successiva di essa, i liberali sostengono: – la religione
c’è, è un fatto sociale, quindi ognuno creda quel che vuole, poiché non solo v’è
la religione, ma è questa o quell’altra. – E permettetemi lo dica anch’io: c’è
stata, c’è e ci sarà. Essa non solo è fede, ma anche sentimento, ed ha radici in
una facoltà immortale del cervello umano, la facoltà dell’ideale. Sapete che fra
tutti gli esseri viventi l’uomo si distingue perché solo ha il sentimento
religioso, la forza di uscire dalla sua individualità e sentirsi non il tutto,
ma frammento dell’ordine e dell’armonia universale. Questo sentimento del di
là nessuno potrà mai ucciderlo, perché ha base nell’excelsior, nella
facoltà della perfezione.
Però qui non si tratta soltanto di riconoscere che c’è la religione; nella
società c’è questa o quella credenza religiosa. Ed i liberali dicono: perché voi
credete così o così, volete con le leggi mutare i fatti e imporre che tutti
credano, per esempio, a quanto dice la scienza; e se una religione è
irragionevole, pretendete pigliare la spugna e cassarla? Ogni religione non è
perfetta; la cattolica specialmente è in decadenza. Bisogna, dunque, non
attaccare di fronte i fatti, ma con la propaganda, con l’istruzione, ritornare
la religione alla purità antica e conciliarla con le idee moderne. –
L’aspirazione ad una religione siffatta è uno dei caratteri principali di quei
liberali, di cui è prototipo Alessandro Manzoni.
Rispetto alle classi sociali, la scuola liberale crede che a torto il secolo
decimottavo diceva: “non più clero, non più nobiltà, non più titoli”. Tutta
questa roba ci è; nonostante le rivoluzioni, ripullula; e volere o no, ancorché
voi la spregiate, continua ad aver gran potere, pur su uomini illuminati. – Io
conosco più di un democratico il quale si sente onorato se riceve un invito da
un conte o da un principe, benché creda che ciò sia un pregiudizio. Quante
lettere ho vedute di gente che anelava al titolo di cavaliere o di commendatore!
Che importanza si dà a quelle croci! E c’è l’aristocrazia più seria, la
bancocrazia, l’aristocrazia del denaro. Declamate quanto volete contro chi
ha danaro; ma nei bisogni dovete fargli di cappello, e se uno è milionario,
anche cretino, quella parola milionario vi fa piegare le spalle. È
puerile scagliarsi contro questa doppia aristocrazia, poiché esiste. La società
bisogna accettarla come si trova e migliorarla man mano, diffondendo la coltura
e l’istruzione, sicché impari a stimare non quel che viene dalla fortuna, ma
quel che viene dal proprio lavoro e dall’ingegno, ed a poco a poco
all’aristocrazia fittizia si sostituisca quella del sapere. Questo è uno de’
desiderati, dice Gioberti; ma quando verrà? Intanto un governo savio deve tener
conto di questi elementi e trovare appoggio non nell’ingegno soltanto, ma anche
nel danaro, nei titoli, nel clero.
E guardiamo, in terzo luogo, alla plebe. È bello gridare: eguaglianza di
diritto ed eguaglianza di fatto, – come se fosse un ideale prossimo. Tutto
questo è utopia, lontana dallo stato reale della società. Il male,
sventuratamente, è grave ed un decreto non può proclamare: ordiniamo e
comandiamo che i poveri sieno ricchi e la plebe sia istruita. – Bisogna
attendere lo svolgimento naturale delle cose, ed intanto affrettare il movimento
mercé l’istruzione e la beneficenza. Neghiamo a quelle classi il diritto di
voler migliorate immediatamente le loro condizioni; ma vogliamo istruirle e
beneficarle. Da ciò gli asili infantili, le casse di risparmio, le società
cooperative e tutt’i mezzi per diffondere l’istruzione e migliorare le
condizioni economiche delle moltitudini. Poste queste idee, già potete vedere
quali sono gli scrittori a cui accenno; capite subito Manzoni, Rosmini, Gioberti,
D’Azeglio, Cantù, Tommaseo e gli altri; diversi per merito, per stile, per
lingua, ma tutti aggirantisi nello stesso cerchio d’idee. Quel contenuto
astratto, quelle idee generalissime, le vedete muoversi con vario indirizzo in
codesti scrittori e diventare la letteratura della scuola liberale.
Per questa scuola gli scrittori del secolo passato, i quali credevano poter
raggiungere con la forza un ideale molto lontano, sono utopisti, giacobini,
rivoluzionari e, come li chiamava Napoleone, ideologi. E la nuova scuola
dice: – Coloro, volendo giungere ad un fatto, seguirono un corso di idee; noi,
volendo giungere ad un fatto, seguiamo un corso di fatti; – invece di consultare
la logica mentale, consultiamo la logica della storia, e consideriamo la società
non come un prodotto del nostro cervello, ma come una cosa reale, che noi
troviamo. – Così la scuola liberale si trasforma in iscuola storica; ed il primo
grande avvenimento letterario del secolo nostro è la grande importanza che
acquista la storia. I grandi scrittori del secolo passato costruivano e
lavoravano con l’immaginazione tragedie, drammi, poesie. Nel secolo nostro, la
storia sta a base anche dei lavori d’immaginazione, e quindi vedete romanzi
storici e tragedie storiche, e storie speciali, principalmente del Medio Evo.
Tutti questi elementi reali sono opposti agli elementi utopistici del secolo
passato.
Non crediate però che la storia, tutto ad un tratto, si sostituisca
all’ideologia od alla metafisica. Oggi ci avviciniamo a questo, e le scienze
detronizzano la metafisica; ma allora era viva la lotta fra il movimento
metafisico e lo storico; e vi spiegate così perché molti scrittori seguano il
cammino della storia ed altri l’idealismo come Byron, Schiller, Goethe, – poiché
quello che dico riguarda non solo l’Italia, ma tutta l’Europa civile.
Secondo fatto notevole nella letteratura è lo sparire a poco a poco dell’ideale,
sostituito dal vero. L’ideale che regnava da tanti secoli, sparisce anche
dalla terminologia, ed oggi, per esempio, non si parla più dell’ideale, e si
dice: togliere dal vero, invece dell’antico idealizzare. Qual è la
differenza? Base dell’ideale è il cervello abbandonato a se stesso; base del
vero è la natura e la storia com’è stata fatta. Questa differenza è ancora in
fondo al movimento artistico, e vi sono pittori che, con frase barbara, dicono
di attenersi al verismo, ed anche il nostro Cossa, in una prefazione,
dice che ritrae dal vero.
L’ideale è lo scopo che si crede conceduto all’umanità, veduto astrattamente,
senza tener conto degli ostacoli e delle condizioni di fatto. Così, volendo
opporsi alla opinione di qualcuno quando crediamo che parli di cosa non
attuabile, gli diciamo: questo è un ideale.
Il vero non è la negazione dell’ideale, per la scuola di cui ci
occupiamo. Più tardi altri lo negheranno; ma nel primo periodo il vero è
l’ideale stesso limitato e misurato dalle condizioni di fatto: così lo intende
la scuola liberale e Manzoni, che è ingegno profondamente idealista, ma per
natura e per arte e per l’ambiente ha la disposizione di cogliere l’ideale,
vedendo subito ciò che gli è contro ed intorno, gli elementi positivi che
possono regolarlo e limitarlo. Egli allora soltanto crede averlo raggiunto,
quando può rappresentarlo in mezzo a tutte le condizioni storiche. Ciò vi
richiama a mente una formola che vi ho sviluppata a lungo: – il vero è la misura
dell’ideale.
Da tutto questo quale conseguenza deriva per la letteratura? Coloro che hanno
innanzi l’ideale, e sentono viva fede, perché l’ideale è religione, e credono
alla prossima attuazione di esso, lo amano e vogliono travasarlo dall’anima loro
in quella dei lettori. Perciò hanno forma splendida, fiorita, efficace,
evidente, che spesso degenera nel rettorico e nel convenzionale quando c’è la
passione a freddo, quando si simula quel che non è dentro. Per darvene un
esempio, questo difetto trovate anche in Foscolo, nei suoi momenti di cattiva
disposizione.
Al contrario, gli scrittori che hanno per obbiettivo il vero, cercano
eliminare quella forma convenzionale e rettorica, e domandano che sia non la più
eloquente e la più efficace, ma la più chiara e la più precisa, – cioè che
risponda più agli elementi positivi in cui collocano l’ideale. La scuola
idealista, di cui è tipo nel secolo XVIII Rousseau e che comprende Beccaria e
Filangieri, ha forma rettorica ed animata come di predicatore, il quale, col
Vangelo in mano, cerchi fare impressione. La scuola del vero vuole non la
veemenza, ma la precisione e la chiarezza.
Lo stile, che prima aveva a carattere l’eleganza, si volge appunto a quelle due
qualità, precisione e chiarezza. E tutto ciò ha grande influenza sulla lingua.
Quella degl’idealisti è la lingua aulica, cortigiana, illustre di Dante,
desunta da’ letterati del Cinquecento, fazionata, manifatturata, senza
esempio in alcuna parte della nazione, e che perciò degenera facilmente in
lingua accademica. Nelle scuole di oggi l’indirizzo è perfettamente contrario;
la lingua è naturale, cioè – poiché si vuole il progresso naturale e libero – la
lingua esclude tutti gli elementi d’imitazione che la impregnavano e si accosta
al parlare vivo, popolare. Scopo della lingua non è più fare impressione
artificiale, ma rendere il pensiero nel modo più semplice e più chiaro. Poiché,
come sapete, la parola è segno dell’idea, si vuole la parola che esprima l’idea
più celeremente e più acconciamente.
Ora, se scendiamo da queste altezze a guardare gli scrittori, capite perché misi
alla testa della scuola liberale Alessandro Manzoni. Egli ha tutte quelle idee,
ha tutte le qualità che v’ho indicate come proprie della scuola stessa; è sempre
positivo, anche nella rappresentazione di elementi poetici, e la sua forma, il
suo stile, la sua lingua sono quali ora vi ho detto.
Lo trovate sempre collocato in mezzo agli elementi di fatto, anche quando
idealizza e mira al trionfo di un’idea astratta. Sdegna tutti gli artifizi e
intende solo a rendere con precisione il suo pensiero; ed è popolare senza
trivialità.
Queste qualità non le vedete negli scrittori suoi seguaci. Gioberti è rettorico
con magnificenza, Rosmini astratto ed arido, Cantù diluito, D’Azeglio troppo
affettuoso e sentimentale.
In alcuni seguaci è degenerazione, in altri progresso. La degenerazione è in
Tommaso Grossi, in Carcano, e specialmente nella scuola napoletana, dove tutto
quel complesso d’idee non è più sentito, è ridotto a mero romanticismo, ad una
nuova Arcadia: ultima fase di questa degenerazione è la Letteratura popolare
di oggi. L’armonia ch’è in Manzoni si rompe: nasce una tendenza conservativa e
reazionaria, rappresentata da Rosmini, da Cantù, da Tommaseo, ed una tendenza
progressista; cioè, quando il movimento sociale diventa più vivace, e le
cospirazioni si mutano in dimostrazioni ed in aperte ribellioni, e l’atmosfera
si riscalda e si accende, allora gli stessi seguaci di Manzoni fanno un passo
verso i democratici. Due uomini eminenti segnano questo passaggio: Gioberti come
filosofo, D’Azeglio come artista.
Eccovi, brevemente riassunto, tutto il periodo letterario intorno al quale
abbiamo lavorato. Manzoni sta in mezzo, fra la degenerazione ed il progresso.
Rimane ora da considerare la transizione alla scuola democratica, di cui è capo
un uomo non pari a Manzoni per facoltà letterarie ed artistiche, ma a lui
superiore pel carattere, pel foco che lo spinge all’azione – Giuseppe Mazzini.
[Roma, 9 febbraio 1874]
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