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Il
Medaglione di Tristan Da Cunha
di Marco Fezzardi
1
Oceano Atlantico, settembre 1892
“Fumo! Fumo, capitano! Fumo dal
boccaporto di mezzana!”.
Il marinaio Gaetano Lavarello corse lungo il ponte di coperta del brigantino
alla disperata ricerca del capitano Perasso per riferire la drammatica scoperta.
Il brigantino a palo Italia, con il suo carico di carbone scozzese
imbarcato a Greenock e destinato alla Città del Capo, navigava orgoglioso nelle
acque dell’Atlantico in quel settembre del 1892; i generosi alisei gonfiavano il
fiocco, il trinchetto ed il velaccio e spingevano il barco alla velocità di
sette miglia all’ora.
Le voci dell’equipaggio si mescolavano in armonia con lo sciabordio e lo
spumeggiare delle onde dell’oceano che frangevano sul prezioso fasciame delle
murate di babordo ed il bompresso, oscillando come un preciso metronomo, ne
scandiva il ritmo con il leggero beccheggio della nave.
L’elegante veliero ed i suoi quindici uomini di equipaggio oltre al capitano
erano salpati dal porto scozzese solo cinquantotto giorni prima, il 3 agosto di
quel 1892, per uno dei già numerosi viaggi nei soli dieci anni di vita dal varo.
Dopo appena trentotto giorni la nave superava l’equatore ed ora si trovava,
seppur di molto, al largo della costa brasiliana, con la prua ferma ad est per
esporre finalmente l’ampia superficie della possente velatura alla prepotenza
dei venti del primo quadrante.
Un gran bel bastimento, il brigantino a palo Italia.
Milleseicento tonnellate di legno ed ingegno: nei cantieri navali di Varazze i
maestri d’ascia lavoravano in equilibrio tra artigianato ed arte.
Il marinaio Gaetano Lavarello trovò finalmente il capitano Rolando Perasso
apparentemente assorto nella tranquilla contemplazione delle sue preziose carte
nautiche.
La sola espressione dipinta sul volto del marinaio fu sufficiente per turbare
profondamente il capitano: conosceva bene il suo equipaggio e sapeva che non si
trattava di gente facilmente suggestionabile.
Il capitano, prima che Lavarello potesse terminare la sua breve e concitata
relazione, scattò in piedi all’improvviso facendo cadere la raffinata chiavarina
sulla quale si trovava comodamente seduto appena un attimo prima.
“Largo, largo per dio!”, urlò all’equipaggio già radunato attorno al boccaporto.
Da quella bocca scura, semiaperta, usciva, proveniente dal profondo delle
viscere della nave, una densa striscia di acre ed azzurrognolo fumo che i
potenti venti non riuscivano a dissolvere del tutto.
Il barco orzò avvicinando la prua alla direzione del vento.
Prima che il comandante potesse rimproverare il timoniere per aver abbandonato
la barra per correre anch’egli nel cerchio d’uomini, due secche esplosioni, a
brevissima distanza l’una dall’altra, cancellarono ogni speranza anche nel meno
pessimista degli uomini dell’equipaggio.
I boccaporti di maestra e di trinchetto schizzarono nel vento come i tappi di
sughero di quel moscato piemontese con il quale Rolando Perasso amava
accompagnare il pandolce di Natale nella sua bella casa tra gli olivi di Camogli.
Ed era proprio al Natale ciò a cui il capitano pensava, qualche attimo prima,
chino sulle carte nautiche, ed alla probabile prospettiva di poterlo trascorrere
a casa, quando il marinaio Gaetano Lavarello spalancò la porta, senza prima
bussare come sarebbe stato di norma, per gridare tutta la sua angoscia gravida
di brutti presentimenti e di troppi naufragi sempre scampati ma visti troppo da
vicino.
Dai boccaporti appena scoperchiati uscì improvvisa, con un sibilo beffardo come
un ghigno, una nube densa e greve che avvolse immediatamente la contromezzana ed
il parrocchetto, galleggiò immobile per alcuni istanti per disperdersi
finalmente attorno al controvelaccio.
Il capitano si accorse, in mezzo al quel cerchio d’angoscia, di aver ormai
sostituito il boccaporto ed il fumo che questo liberava quale oggetto della
fissa attenzione di quei trenta occhi allucinati che chiedevano conferme di
risposte che conoscevano già.
Rolando Perasso guardò uno ad uno i volti dei suoi marinai, del nostromo, del
cuoco e del mozzo: volti cotti dal sole e dalla salsedine trasportata senza
riguardi dai venti mutevoli dell’oceano, migliaia di piccole rughe scavate
quotidianamente dalla fatica, dal poco sonno e dai brutti presentimenti che le
barbe incolte non riuscivano mai a nascondere del tutto.
“Imbrogliate le vele” ordinò il capitano, “nave alla cappa”.
Rolando Perasso aveva bisogno di pensare.
Decise quindi di fermare la nave: ogni metro in una direzione che avrebbe potuto
rivelarsi sbagliata poteva sottrarre frammenti di tempo troppo preziosi.
La decisione che il capitano doveva prendere, qualunque essa fosse, portava con
sé per intero il peso dell’irreversibilità.
Anche il più piccolo errore di valutazione, questa volta, non avrebbe potuto
essere corretto a posteriori e le sue conseguenze, con ogni probabilità,
sarebbero state sproporzionatamente gravi.
Oltre la soglia della sua decisione, che egli sperava risultare la più saggia,
c’era solo quella del destino con la quale la razionalità ed il pragmatismo del
capitano avevano spesso fatto a pugni.
Rolando Perasso si calò nella stiva.
Dopo alcuni minuti chiamò due marinai ed ordinò un termometro.
Mentre il capitano misurava la temperatura interna della stiva, i due marinai
iniziarono a scavare nel carbone.
Fu sufficiente rimuovere lo strato superficiale del carico per accertarsi della
combustione ormai avanzata.
Altri tre marinai allora scesero con i badili nelle viscere in ebollizione del
barco e, formatasi una piccola catena umana, iniziarono a gettare in mare
secchiate di quel magma incandescente.
Ma la temperatura nella stiva risultò presto insopportabile ed il capitano
ordinò la sospensione di quel disperato trasbordo.
Tra il ventaglio di ipotesi e tentativi di soluzione che scorrevano nella mente
del capitano, tenuta a bada solo con fatica, nessuna scelta appariva
immediatamente preferibile.
Se avesse tappato i boccaporti per tentare di soffocare l’incendio togliendogli
respiro avrebbe probabilmente rischiato l’esplosione della nave; se avesse
cercato di far gettare acqua per tentarne lo spegnimento probabilmente ne
sarebbe risultata necessaria una quantità tale da provocare l’affondamento; se
avesse ordinato l’abbandono della nave avrebbe esposto l’equipaggio all’alea
della navigazione sulle scialuppe, accompagnandolo, con ogni probabilità, alla
morte per sete o annegamento.
Rolando Perasso tornò alle sue carte nautiche che, questa volta, prese ad
esaminare con un’attenzione proporzionale alla gravità della situazione che si
trovava a fronteggiare.
Calcolò almeno tre volte, per esserne il più certo possibile, l’esatta posizione
della nave ed agguantò la certezza di trovarsi a circa centosessanta miglia ad
ovest di un puntino di roccia in mezzo all’oceano: l’isola di Tristan da Cunha.
Il ventaglio di ipotesi e soluzioni che non cessavano di scorrere nella mente
del capitano si sintetizzarono nell’unica che egli percepì come forse la sola
possibile: tentare di raggiungere l’isola con la nave sebbene rosa nelle viscere
da quel cancro incandescente.
Le probabilità di successo, presa tale decisione, dipendevano dalla velocità con
la quale l’incendio del carico poteva divorare le strutture in legno del barco.
La partita, ora, sarebbe stata con il tempo e la vittoria, tutt’altro che
garantita, sarebbe dipesa solo dal fatto di avere alleati o avversari il mare ed
il vento.
Rolando Perasso comunicò all’equipaggio la sua decisione volendosi accertare
dell’unanimità del consenso: si trattava certamente di un azzardo anche se,
probabilmente, senza alternative ed il consenso di tutti gli uomini risultava
requisito fondamentale per l’aumento delle comunque scarse possibilità di
successo.
Nessuno obiettò e parola alcuna uscì da quelle quindici bocche seccate dalla
salsedine e dalla paura.
Qualcuno abbassò il capo ed il capitano non capì se si fosse trattato di assenso
o di rassegnazione.
Chiese al cuoco due bottiglie vuote.
Scrisse, cercando di ribellarsi al tremore maligno della sua mano, il punto nave
del momento, la descrizione del fatto accaduto e la decisione di puntare la prua
verso l’isola.
Sigillò i tappi con la cera di una candela, scagliò le bottiglie nella direzione
della corrente e le seguì con il cannocchiale fino alla loro scomparsa tra il
baluginare dei riflessi del sole sulla moltitudine di bianche increspature delle
onde in lontananza.
Quindi ordinò di equipaggiare le due scialuppe con quanti più viveri ed
attrezzature potessero contenere, di calarle in mare e di assicurarle alla
traina. Temeva, pur senza confessarlo, la necessità dell’abbandono improvviso
del barco.
L’equipaggio, con una foga controllata, bordò le vele ed il brigantino riprese
velocità nella direzione decisa dal capitano.
Due uomini furono destinati stabilmente alle coffe per un’attività di vedetta
senza interruzione.
Non ci fu marinaio, ognuno in un individuale silenzio, che non cercasse di
recuperare nella propria memoria ogni frammento di storia, di racconto, di
balordaggine che avesse udito a proposito dell’isola.
E tutti dovettero constatare con angoscia che Tristan da Cunha compariva sempre
e solo in mezzo a racconti di naufragi e di sciagure.
Nel vocabolario collettivo della gente di tutti i mari, l’isola era spesso
qualcosa di ascoltato nei discorsi biascicati delle ore tarde nelle taverne di
Genova, Sant’Elena o Città del Capo; un appiglio estremo di temerari balenieri e
di cacciatori di foche o un ultimo confino per disertori e reietti irredimibili.
Alcuni pensavano trattarsi addirittura di un’immaginazione, lontana dalla realtà
quanto potesse esserlo una sirena o una polena da una puttana in carne ed ossa.
Il capitano Perasso cambiò la comandata rispetto alla turnazione di normale
navigazione, sottoponendo l’equipaggio a carichi di lavoro insoliti ed
ininterrotti.
All’albeggiare del giorno successivo, il primo di quell’ottobre del 1892, il
vento mutò rapidamente, il brigantino scarrocciò e fu necessario navigare
bordeggiando.
Il capitano ordinò al marinaio Andrea Repetto di scendere nella stiva per
controllare, per quanto possibile, le condizioni delle strutture interne della
nave.
“Il barco cuoce, capitano”, disse Repetto appena sporta la testa dal boccaporto
“non si riesce nemmeno a raggiungere il gavone”.
Nei due giorni successivi il variare repentino ed alternato dei venti portò, in
rapida successione, cumuli di nubi, prima bianche e solitarie poi, con sempre
maggior velocità, più cupe e compatte che, finalmente, liberarono scrosci di
pioggia furiosa.
Il barometro segnò un forte abbassamento della pressione atmosferica, il mare
aumentò e con esso il beccheggio della nave.
Ad ogni discesa della prua dall’apogeo dell’onda al suo abisso successivo lo
scafo vibrava con il tremore dell’animale agonizzante colpito a morte
dall’arpione del cacciatore.
Le orecchie di Rolando Perasso udivano distintamente il lamento e la sofferenza
che il barco esprimeva attraverso gli scricchiolii delle ordinate.
La sera del terzo giorno, il 2 ottobre, un intervallo di cielo terso comparve
tra il nero sipario di nubi spalancatosi all’improvviso e consentì al capitano
di compiere, finalmente, un’osservazione astronomica che gli permise di intuire,
con buona approssimazione, di trovarsi a circa quaranta chilometri dall’isola.
Al diradarsi della nebbia mattutina del giorno successivo, il 3 ottobre 1892, la
prua del brigantino iniziò a solcare ampi e spessi banchi di alghe.
“Uomini!” urlò il capitano, “questo è kelp, ne sono certo: l’isola non può
essere lontana”.
Prima che potesse terminare l’annunzio si udì il marinaio di turno nella coffa
urlare “Terra! Terra!”.
Seguendo l’indicazione del braccio teso del marinaio l’equipaggio voltò lo
sguardo a babordo ma una coltre lattiginosa e densa coprì ciò che il marinaio
della coffa giurava, che gli occhi gli cadessero all’istante, di aver scorto
seppur per attimi così sadici nella loro brevità.
Rolando Perasso ordinò comunque al timoniere di tenere a sinistra.
“Eccola, eccola di nuovo! Ora si vede bene” urlò di nuovo, dopo circa due ore di
navigazione cieca, il marinaio della coffa al diradarsi della nebbia.
La nave si trovò all’improvviso sotto la costa: pochi minuti ancora e,
probabilmente, il brigantino si sarebbe sbriciolato contro l’imponente muro di
roccia a picco sul mare della parte meridionale dell’isola.
La visione improvvisa che l’isola diede di sé non fu certo quella della terra
promessa.
Murate verticali di oltre trecento metri si tuffavano in un mare che vi sbatteva
contro con furia cieca e disperata. Al di sopra del compatto blocco roccioso si
stagliava altissimo un cono vulcanico avvolto, poco prima della sua estremità,
da un anello di nubi immobile come la fede nuziale al dito di una sposa fedele e
paziente.
Il capitano ordinò di imbrogliare le vele e mettere la nave alla cappa fino a
quando, con il cannocchiale, scorse una piccola spiaggia sassosa che gli parve
l’unico frammento di speranza in quel blocco di ostilità dove tentare lo sbarco.
A circa sessanta metri dalla spiaggia il brigantino, con un fragore sordo di
ossa rotte, si incagliò tra gli spuntoni di roccia, avamposti superflui a difesa
di uno sputo di terra praticamente inaccessibile.
Rolando Perasso si stupì non poco della mancata esplosione della nave.
Due marinai raggiunsero le scialuppe alla traina e le accostarono alla murata di
tribordo ed il comandante e gli uomini dell’equipaggio, calate le biscagline, le
occuparono entrambe.
Quando anche l’ultimo uomo saltò dalla biscaglina alla scialuppa il brigantino
si adagiò lentamente sulla fiancata di destra; l’equipaggio sembrò riceverne un
saluto sereno come di chi, ferito a morte, abbia comunque compiuto la missione
di salvare la vita al proprio compagno ed ora accogliesse la propria fine con il
sollievo dello spegnersi d’ogni male.
I fianchi della nave, divorati dall’interno dal fuoco, si squarciarono come tela
lisa contro gli avamposti rocciosi dell’isola ed il magma canceroso, a contatto
con l’acqua, provocò spettrali colonne di fumo che terrorizzarono i pinguini in
fila sulla spiaggia ben più dell’arrivo faticoso degli uomini delle scialuppe.
Quando anche la seconda barca fu tratta in secco Gaetano Lavarello si
inginocchiò sui sassi della riva, si coprì il volto con le mani e pianse.
Portò alle sue labbra screpolate il medaglione che portava al collo e, in una
profonda apnea emotiva, ringraziò devoto la Madonna del Boschetto.
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