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Teoria e pratica
del MMPI-2
Lettura clinica di un test di
personalità
di Antonella Granieri
Introduzione
La personalità: epistemologia e senso di una sua quantificazione
L’argomento che tratterò in questo libro,
mosso da un intento squisitamente didattico, ha a che fare sia con la
descrizione degli aspetti strutturali del Minnesota Multiphasic Personality
Inventory-2 e le sue modalità di scoring sia con la qualità della
diagnosi che un questionario di questo tipo consente in un’ottica più clinica.
La caratteristica che qualifica l’oggetto di studio della psicologia è di
accettare sistemi teorici diversi senza che questo ne comprometta la
scientificità purché sia rispettata una condizione ineludibile: il rispetto
delle metodiche di indagine.
È proprio l’assenza di un metodo unico la prima discriminante con cui lo
studente e futuro psicologo deve misurarsi per evitare il rischio di un uso
acritico, fideistico e, in ultima analisi, invalidante dei risultati acquisiti
con l’utilizzo delle metodiche prescelte. Questo aspetto è implicito nella
stessa natura della psicologia, intesa come un insieme di metodi differenti tra
loro che rimandano a impalcature teoriche a loro volta differenti.
Caratteristica quest’ultima che si evidenzia inequivocabilmente se dal piano
della ricerca si passa a quello dell’operatività che consegue la ricerca stessa,
ma ne è anche fase applicativa. Qualsiasi tipo di evento, sia esso psicologico
oppure no, inizia ad esistere solo nell’ambito di una teoria che consente di
metterlo a fuoco e definirlo. Come è stato già più volte rilevato un artista o
uno scienziato coglieranno la stessa realtà secondo forme espressive diverse,
forme che comunque si ricollegano a una teoria, dando luogo nell’arte alla prosa
piuttosto che alla poesia, creando nel campo della matematica una formula
algebrica piuttosto che il principio di Eisemberg.
Del resto la psicologia non ha avuto vita facile per ottenere il riconoscimento
di scienza. Questo rallentamento si è realizzato soprattutto per motivazioni
interne, complice l’esistenza di più scuole di pensiero talvolta discordanti tra
loro sull’oggetto di studio: l’essere umano nei suoi aspetti consci e inconsci.
Nel tempo i contrasti hanno impedito una comune condivisione sulla natura delle
patologie e di conseguenza sulle cure da adottare. All’interno di una scienza
questo accade quando teorie e spiegazioni diventano contrastanti; quando non si
pongono più come prospettive – e come tali parziali e limitate – bensì come
conoscenze onnicomprensive e perciò esaustive dell’intero ambito dello psichico.
Di qui, il valore di scienza attribuito solo ad alcune scienze – quelle fisiche
dette della natura e al loro metodo – che prende le distanze da altre discipline
e altri metodi ai quali non si può negare il diritto di scientificità: tra le
scienze umane la psicologia.
In un recente passato – come ho già avuto modo di dire – il dibattito
epistemologico ha fatto sì che si considerassero come scientifici anche quei
dati osservabili solo con altri metodi, diversi da quelli così detti oggettivi,
che condizionano differenti modelli di scientificità. D’altra parte una
riflessione accurata sulla specificità dell’oggetto di studio delle discipline
psicologiche porta in primo piano un quesito: se l’oggetto di studio è lo
psichico, qual è la sua definizione? Esso non può certo essere definito tout
court dalla biochimica o dalla neurofisiologia: discipline da tenersi in
considerazione, per lo psicologo, ma da non confondersi con la psicologia. Ma le
stesse scuole psicologiche non sono d’accordo su come può essere definito lo
psichico, e quindi sulla definizione dell’area da indagare e dei relativi
metodi.
Basti pensare alle condizioni storiche in cui prese posizione il behaviorismo;
o, in altra prospettiva, alla contestazione mossa alla psicoanalisi per avere
qualificato come psichico ciò che non è cosciente (E.H. Hutten, 1972).
La personalità più che mai non sfugge a questa regola.
Se in passato si era soliti parlare di carattere, ovvero di quella
configurazione relativamente permanente a cui ricondurre gli aspetti abituali
del comportamento di un individuo in senso intrapsichico e interpersonale, oggi
a questo termine si preferisce quello di personalità inteso come costrutto
teorico che permette di descrivere e dare significato unitario alle condotte
individuali. Pochi concetti sono stati, come quello di personalità, descritti in
psicologia da punti di vista diversi, molteplici e spesso discordanti, al punto
che non solo vi sono diverse teorie di personalità, ma talvolta all’interno
della teoria compaiono modelli diversi. Mi riferisco alla teoria psicoanalitica,
per esempio. Parallelamente i differenti modi di parlare della personalità
rivelano sempre la teoria e il metodo di indagine utilizzato dagli stessi
autori.
Su questo sfondo nessuna definizione di personalità a sé stante può pretendere
d’essere esaustiva o di avere un’applicazione generale: si tratta infatti di
modi diversi di descrivere e inquadrare il medesimo fenomeno.
Tema, dunque, non semplice di per sé e che sicuramente si complica se lo
sviluppa una specialista in psicologia clinica, al contempo psicoanalista.
La personalità è da intendersi come un processo in cui interagiscono e si
strutturano molteplici fattori di tipo biologico, sociale e soggettivo. Quello
che muta nelle diverse definizioni è l’importanza, il ruolo e il significato ad
essi dato in virtù del quadro teorico di riferimento.
Così la personalità è, da una parte, unica e propria di un individuo, ciò che lo
definisce nella sua essenzialità. Dall’altra paradossalmente è l’insieme di
doti, facoltà, attitudini, fattori, elementi che possono essere descritti in
modo generale in riferimento a tutti gli individui.
Oggi ciò su cui si converge da più parti è il fatto che la personalità non è da
intendersi come una somma di parti e di funzioni, ma come un centro
organizzatore che ne promuove l’integrazione.
La personalità si configura allora come manifestazione attiva dell’individuo al
crocevia fra realtà esterna e realtà interna, sviluppo bioenergetico e sviluppo
psicologico a partire da un determinato ambiente esterno.
Mi riferisco, a questo proposito, al concetto di ambiente così come lo intende
la psicoanalisi attuale: non esclusivamente realtà esterna ma anche atmosfera
relazionale ed emotiva con la quale l’individuo continuamente interagisce e
nella quale cresce ed esperisce la propria vita.
A tale proposito molti psicoanalisti moderni considerano la realtà psichica di
ogni individuo come imprescindibile dal contesto relazionale e affettivo in cui
vive. È questa l’ottica in cui la regolazione affettiva sperimentata da ogni
singolo individuo con le figure di attaccamento diventa il fulcro del destino
del suo sviluppo in qualità di singola persona: un modulatore non evidente ma
efficace della sua condotta, dei suoi successivi apprendimenti, dei processi
cognitivi e della stessa memoria.
La personalità non è mai “data” una volta per tutte, né mai definitivamente
acquisita, poiché promuove l’interazione fra soggetto e ambiente e al tempo
stesso ne è frutto. Luogo psichico di mediazione dove può essere rispecchiato e
codificato l’incontro tra mondo reale esterno e mondo soggettivo, quest’ultimo
definito nei suoi aspetti psichici e biologici. Né stimolo né risposta, la
personalità si presenta come variabile intermedia: essa ha un ruolo funzionale
assai importante poiché è alla base della condotta, più o meno adattiva,
dell’individuo. Ricordando a questo proposito la posizione di C.S. Hall e G.S.
Lindzey va detto che non esistono due individui che abbiano lo stesso
adattamento al loro ambiente, e pertanto non ci sono due individui con la stessa
personalità (1966).
Indipendentemente dai fattori genetici, costituzionali, biochimici, familiari,
psicodinamici o psicosociali che concorrono nel dare origine alla personalità,
come pure alla malattia, gli effetti di questi fattori vanno a confluire nella
struttura psichica individuale che poi diventa la matrice da cui si sviluppano,
dove ve ne sono le condizioni psicopatologiche, i sintomi osservabili nel
comportamento (Kernberg, 1975). Sono i test, definiti “misurazioni obiettive
standardizzate”, a rendere possibile la misurazione di molte delle dimensioni
costitutive della personalità attraverso campioni di comportamento. In questo
modo è possibile evidenziare alcune variabili relative al comportamento di una
persona posta in condizione di stimolo e interpretarle secondo criteri
prestabiliti mettendole in rapporto quantitativo e qualitativo con funzioni e
caratteristiche psicologiche. I test sono considerati strumenti rappresentativi
in quanto hanno la possibilità di dimostrare una corrispondenza empirica tra
comportamento spontaneo e prove contenute nel test. È questo l’elemento che
garantisce la possibilità di effettuare una diagnosi anche se ci riferiamo quasi
sempre all’individuazione di aree comportamentali particolari. Nella speranza di
articolare questo testo in modo chiaro e utile alle esigenze di futuri psicologi
e specialisti in psicologia clinica, senza tradire il mio pensiero rispetto
all’uso in una psicodiagnosi di un questionario di personalità come il MMPI-2,
vi parlerò delle modalità di lettura dei risultati ottenuti alla luce del metodo
clinico, così come è possibile definirlo rispetto al metodo sperimentale.
All’interno del metodo clinico è centrale lo studio del “caso singolo” nella sua
evoluzione e processualità, sottolineo caso singolo.
Perché questo? Ognuno di noi vive a modo suo la propria infelicità, il proprio
disagio, il proprio disturbo. Ne consegue che a nessuno serve un aiuto costruito
in serie bensì un qualcosa – una qualità dell’ascolto, per esempio – creato “su
misura”. Utile in questo senso poter riconoscere lo stile di chi si ha di
fronte, le sottili differenze individuali. La depressione, l’ipocondria possono
essere quantificate come patologie conclamate in un soggetto attraverso un
questionario, ma ognuno è ipocondriaco o depresso con caratteristiche personali,
e a ognuno sarà importante dedicare attenzioni diverse e porgere “ascolti”
diversi nel tentativo di conoscerlo e eventualmente essergli d’aiuto. Questa è
una delle ragioni del tema scelto per la postfazione del libro.
Se è pur vero che la personalità si presenta come un fenomeno universale esso
può essere ritrovato solo in forme squisitamente individuali. Si tratta di avere
in mente i due estremi che si tenta di tenere in equilibrio nello studio delle
diverse personalità: descrivere l’irripetibilità delle singole persone nella
loro completa individualità.
Per tutte queste ragioni la comprensione dello psichico – che il metodo clinico
presuppone – non può ridursi alla considerazione di nosografie che si
riferiscono a un elenco di sindromi, così come a incasellamenti e tipologie
d’altro genere. La semiologia psichiatrica consente di cogliere il rilievo dei
sintomi e il loro raggrupparsi in entità o complessi sintomatici e di formulare
una diagnosi sindromica. Solo nel momento in cui le costellazioni sindromiche
sono definite da peculiari caratteristiche evolutive e prognostiche, o appaiano
riconducibili a una documentata o ipotetica base eziologica, viene autorizzato
all’interno di questa disciplina il giudizio diagnostico di entità nosografica.
Questo perché la metodologia semiologica comporta la “disarticolazione” della
vita psichica in funzioni, al fine di cogliere, nel contesto delle funzioni
disarticolate, i sintomi indispensabili alla diagnosi.
Il modello nosografico, è vero, assicura la possibilità di una diagnosi modulata
attraverso la descrizione delle caratteristiche cliniche dei disturbi, rilevate
attraverso segni e sintomi comportamentali facilmente identificabili come fonti
di sofferenza. Tuttavia l’obiettivo di una diagnosi psicologica è la valutazione
“attraverso” il caso. Mi riferisco alla delicata esplorazione dello psicologo
clinico rispetto alla dinamica psichica e relazionale implicita nella sofferenza
mentale.
Aggiungo qui, per inciso, che parallelamente la cura che ne consegue dovrà
essere psicologica e privilegiare il rapporto intersoggettivo piuttosto che la
semplice trasmissione di consapevolezze diagnostiche dal clinico al paziente.
Non è detto infatti che se il test rileva punteggi elevati in certe dimensioni,
tout court vada comunicato al paziente l’identificazione con quel quadro
nosografico.
Al di là degli strumenti utilizzati, quindi, quello che caratterizza la
psicodiagnosi con i test, in psicologia clinica, è il modo di leggere e usare i
risultati ottenuti. Ciò che va salvaguardato è il rispetto verso il malato: con
tali metodologie si diagnosticano disturbi a partire dalla sintomatologia e
dall’anamnesi, e non si comprendono le persone disturbate. L’individuo non va
mai identificato con il disturbo di cui è portatore, d’altro canto sono
classificati i disturbi e non gli individui.
Queste alcune delle ragioni per cui in ambito psicodiagnostico ogni tecnica
psicologica, costruita per valutare diverse caratteristiche di personalità e
aspetti psicopatologici, richiede più che mai una notevole competenza
professionale da parte di chi intenda utilizzarla. Non è compito semplice,
infatti, la valutazione del disagio di quei pazienti che riconoscono di soffrire
e chiedono un aiuto, ma spesso hanno bisogno di lavorare per diventare più
consapevoli del disagio psichico sottostante ai sintomi descritti.
Per quel che riguarda il MMPI-2, come constaterete proseguendo nella lettura del
testo, la somministrazione e la correzione sono relativamente semplici, tuttavia
la sua interpretazione richiede un alto livello di competenza clinica, nonché un
grande rispetto dei principi della deontologia professionale. L’interpretazione
dei risultati, infatti, si basa sulla conoscenza del significato delle singole
scale e delle varie associazioni tra di esse. Con molta cautela, il discorso
interpretativo consente di tracciare il profilo di personalità del soggetto
sottolineando i tratti salienti che emergono attraverso l’identificazione
della/e scala/e più elevate. I metodi di interpretazione del MMPI-2 verranno
affrontati nel dettaglio nel testo all’interno del capitolo sui percorsi di
interpretazione.
Sono fondamentali una specifica formazione universitaria in teorie e tecniche
dei test, in psicopatologia, in teorie della personalità – così da padroneggiare
in modo necessario e sufficiente gli aspetti psicometrici del testing –
come pure la conoscenza approfondita degli aspetti strutturali, dinamici e
disadattivi della personalità.
Lo psicologo clinico dovrà innanzitutto essere consapevole della propria teoria
sulle dimensioni che va ad indagare con lo strumento scelto, nonché della teoria
con la quale è stato costruito quel dato test.
Le scale di base nel MMPI-2, per esempio, sono definite da una nosografia
psichiatrica e non psicologica.
Lo psicologo clinico dovrà raggiungere un’idea precisa del significato dei
termini psicopatologici usati dal test ed evitare, nella costruzione del
referto, di associare al peso numerico di una scala tout court una
diagnosi. Ciò che risulterà fondamentale nella lettura dei dati forniti da
questo strumento diagnostico sarà conseguire l’immagine mentale di una
configurazione di personalità al fine di una diagnosi.
Nel MMPI-2 tra le scale di base troviamo la dimensione di personalità definita
“schizofrenia”, ma perché vi possa essere una lettura significativa di questo
dato il clinico dovrà aver verificato, nel corso dello studio dello strumento,
che la propria concettualizzazione di schizofrenia sia assimilabile a quella
implicita nella nosografia psichiatrica tenuta presente da chi ha costruito il
test, senza dare per scontato che una denominazione nota abbia un significato
conosciuto. Ciò ha grande importanza per una lettura consapevole degli indici
numerici anche se non rappresenta una pregiudiziale all’uso formalmente corretto
dello strumento.
Sebbene le ipotesi interpretative siano ricavabili dai testi sul MMPI-2, o
addirittura – modalità che io sconsiglio – da rapporti ottenuti mediante
computer, al clinico si richiede di integrare tali ipotesi e suggerimenti con
una specifica conoscenza dell’anamnesi e delle caratteristiche relazionali
dell’individuo testato desunte dai colloqui clinici. Se prendiamo in
considerazione i diagrammi ottenuti con la somministrazione del MMPI-2, noi
saremo in grado di esaminare le informazioni su comportamenti, sintomi e
problemi forniti dal soggetto medesimo attraverso le risposte date agli item del
test, in modo tale che il comportamento autodescrittivo sia assunto come
campione di comportamento. Ma attenzione! Solo l’osservazione della dinamica
intersoggettiva creatasi tra paziente e clinico consentirà la lettura
significativa di quei fenomeni che si manifestano nel campo bipersonale della
relazione diagnostico-terapeutica. È fondamentale, quindi, una mente recettiva e
formata capace di accogliere e di elaborare. Insomma non basta conoscere nel
dettaglio i sistemi nosografici o le procedure valutative del test, così come di
tutti i test, se lo psicologo clinico non è in grado di comunicare con i
pazienti e tollerare la fatica dell’incontro con aree di bisogno e sofferenza
psichica.
Un aspetto importante, infatti, che si realizza con l’uso di questo tipo di test
ha a che fare con quella prima fase dell’incontro dedicata alla conoscenza: esso
permette che lo psicologo clinico prenda in considerazione aspetti
autovalutativi consapevoli che il soggetto ha riguardo a se stesso e alla
propria modalità di interazione con il mondo esterno. Dati questi assai
significativi per conoscere cosa egli ritiene di esplicitare con il suo
comportamento nonché alcune coordinate utili a individuare il modo in cui è
possibile – e più agevole – stabilire una relazione con lui.
Pur considerando la diversità tra la situazione terapeutica e quella
psicodiagnostica, che però già include un tipo di relazione, sarà possibile
iniziare a verbalizzare taluni aspetti peculiari del soggetto al fine di avviare
un confronto sul loro possibile senso.
La comprensione della variabilità delle persone è essenziale per condurre una
diagnosi così come una terapia efficace, anche quando il problema da affrontare
non è caratterologico.
L’obiettivo di un processo psicodiagnostico sensibile è sempre quello di
comprendere la particolarità della sofferenza e della forza di un individuo.
È proprio il modo in cui una persona soffre, infatti, che riflette
l’organizzazione della sua personalità. Occorre avere sensibilità per cogliere e
saper rimandare le differenze di personalità e per aiutare a mitigare la
sofferenza potendola pensare.
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