Il monastero dei Santi Giacomo e Filippo
Tre voci di donna per una storia
 
di Maria Grazia Menabue
 

Introduzione

Le fonti


Il monastero dei Santi Giacomo e Filippo ha avuto la grande fortuna di trovare ben tre delle sue figlie che, per l’affetto che le legava alla loro ‘casa’ e con la consapevolezza di lasciare una testimonianza a chi sarebbe venuto dopo di loro, hanno scritto la cronaca dei fatti che accadevano in convento, ma anche in città.
La prima di queste religiose è una suora curiosa e amante delle cose antiquarie che, verso la metà del Settecento, dilettandosi a lasciare memoria di vari successi accaduti in diversi tempi et in città e in monastero, crea un valido precedente e si propone come esempio per le consorelle che verranno dopo di lei.
Il suo manoscritto, intitolato Compendio di varie notizie e avvenimenti successi in questo monastero… ha avuto una prima stesura dal titolo Memorie e tradizioni antiche e moderne... La De Franchi dimostra interesse e passione per la storia e per l’arte, infatti è l’unica tra le croniste dei Santi Giacomo e Filippo che s’impegna a ricostruirne la vicenda risalendo alla fondazione e fornendo notizie sulla sua struttura architettonica, sui restauri, sul suo patrimonio di affreschi e di oggetti artistici. Curiosa del mondo, sa indifferentemente entusiasmarsi per un principe che arriva dal Libano come per un saltimbanco che gira di città in città divertendo la gente e cavando denti a chi si sottopone alle sue cure.
In epoca successiva, sulla strada della De Franchi si pone un’altra religiosa, Maria Caterina De Ferrari, che lascia le Memorie Istoriche de’ fatti accaduti nel monistero de’ S.S. Giacomo e Filippo di Genova,… una cronaca breve, ma molto intensa, che copre gli anni tra il 1797 e il 1815; la sua è una preziosa testimonianza di quel difficile periodo, talmente preziosa da far rimpiangere che suor Maria Caterina non abbia continuato a scrivere.
L’ultima opera, Cronaca del monastero dei Santi Giacomo e Filippo in Genova 1935-1943 compilata dalla M.R.M. Maria Imelda Cavallo O.P., scruta con occhio attento e pacato le drammatiche vicende che stanno succedendo al di fuori della clausura. Ne nascono pagine interessantissime scritte in stile scorrevole ed efficace (delle tre croniste, la Cavallo è quella che presenta in maniera più evidente un’impostazione letteraria, riuscendo con questo a toccare le corde del sentimento di chi legge); gli argomenti trattati sono spesso drammatici, ma, anche per i più dolorosi, il messaggio di fondo non è mai disperante. Maria Imelda Cavallo, al secolo Giuseppina, è nata a Moncalieri il 19 settembre 1885 e a 23 anni viene accolta nella comunità dei Santi Giacomo e Filippo di San Fruttuoso; eletta più volte priora, dopo il bombardamento del 1942 guida la sua religiosa famiglia nel trasferimento a Trino Vercellese; ma il 29 settembre del 1943 deve tornare a Genova per essere ricoverata nell’ospedale Santa Tecla a curare la sua salute scossa dalle dolorose vicende della guerra. Muore l’8 ottobre 1943.
Maria Elena De Franchi, che ha la ventura di vivere nel periodo forse più florido per il convento, scrive il suo Compendio, oltre che per il piacere personale di narrare, anche e soprattutto per lasciare un’orgogliosa testimonianza di questo momento felice che, a Genova, fa dei Santi Giacomo e Filippo un centro non solo spirituale, ma anche artistico e culturale.
Maria Caterina De Ferrari scrive, invece, con l’intento di documentare un momento difficile per la sua piccola comunità sottoposta a decisioni ingiuste e contrastanti, privata delle proprie risorse economiche, incerta per il proprio domani.
Maria Imelda Cavallo, delle tre, è quella che si sofferma con maggiore insistenza sulla meditazione, sulle tematiche e sulle iniziative religiose, dimostrando come la religione e la vita contemplativa siano in cima ai suoi pensieri e come la ragione prima che la spinge a scrivere sia proprio il bisogno di documentare la fervida devozione della sua comunità e questo per offrire un punto di riferimento alle consorelle che nella sua Cronaca dovranno trovare spunti di riflessione e sproni per procedere sulla via della perfezione. Ma anche nella sua opera è possibile trovare episodi della storia genovese e italiana, osservati con acume e narrati con grande efficacia.
Importante per le notizie che fornisce risulta anche la serie di foglietti scritti dalla madre Rosa Giacinta Sivori, priora, con un breve intervallo, dal 1857 per 24 anni. Suor Rosa annota i fatti per i quali in futuro potrebbe essere utile alle consorelle disporre di una testimonianza autorevole, fornendo quindi notizie sul periodo immediatamente successivo l’abbandono da parte delle religiose del loro storico monastero dell’Acquasola.
Infine una preziosa fonte di documentazione è rappresentata dai due volumi in cui sono registrate tutte le suore che, dal 1497, sono passate nel monastero: il Liber sororum receptarum ad habitum et obituarium a anno 1497, superate le prime pagine in cui le notizie risultano estremamente sintetiche, fornisce nell’ordine: la data d’inizio del noviziato, il nome da religiosa, il nome al secolo, il nome del padre, l’età completa in anni, mesi e giorni, il nome della madre priora e quello del religioso domenicano che hanno presenziato alla vestizione; segue, immediatamente dopo, la data della pronuncia dei voti solenni. Tutto questo è annotato sulla pagina a sinistra, la corrispondente pagina di destra è tenuta libera per indicare soltanto la data di morte della religiosa.
Il secondo registro, Libro delle Vestizioni e Professioni Religiose e degli obitus delle monache coriste e converse dall’anno 1780 al …, accompagna le religiose fino allo scioglimento della loro comunità e, delle ultime, defunte in San Fruttuoso, conserva anche le fotografie. Così, con questi due documenti, si va dalla scrittura gotica delle pagine iniziali del primo volume, alle foto dell’ultima parte del secondo, riassumendo anche visivamente lo scorrere di cinque secoli attraverso la lenta scansione dei nomi delle religiose e il mutare delle tecniche di comunicazione (i diversi stili delle grafie, i diversi tipi di inchiostro), fino a giungere alla più ‘moderna’ di queste tecniche, la fotografia, appunto.


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