Il monastero dei Santi Giacomo e Filippo
Tre voci di donna per una storia
 
di Maria Grazia Menabue
 

Prefazione

Donne, suore e storiche
 

di Gabriella Airaldi

“Elena io son e l’amorosa voce/ del mio ben Crocifisso è in questa Croce…”. Intorno alla metà del Settecento, suor Maria Elena de Franchi decide di por mano alla storia del suo convento. Sappiamo poco della vita delle donne del passato. Perfino per le più celebri – al di là dell’ufficialità – il silenzio è profondo. Il sistema e la cultura dell’Europa del passato ruotano su una società declinata al maschile. E in questo quadro una società guerriera e mercantile come quella genovese non fa eccezione alla regola, anzi. Sembrano crescere quasi soltanto per contrasto le virtù di quelle donne che, superate le strette maglie del controllo familiare e delle regole obbligate, emergono per comportamenti considerati estremi eroici o mistici; beate o sante, da Caterina Fieschi a Virginia Centurione Bracelli, che, guardandosi in giro con più attenzione degli uomini, sanno andare oltre la superficie, preoccupandosi del malessere profondo della società in cui vivono.

In realtà anche per loro, che pure scivolano sulla cresta dell’onda, dove tutto sembra brillare, la sorte è comunque segnata fin dall’infanzia. Importanti soprattutto come pegni di alleanze destinate a rinsaldare patrimoni con opportune figliolanze, certo non porteranno mai il nome di “Scalonna” come la figlia di un tale, che, in pieno Duecento, evidentemente vede la nascita di una femmina come un peso, perché certamente incontra qualche difficoltà a formarne la dote, indispensabile alla conclusione di un qualsivoglia matrimonio. Tuttavia anche le più importanti e doviziose famiglie, che contano su numerosa prole, legittima e pure largamente illegittima, devono comunque trovare soluzioni di vita che siano confacenti alla funzione sociale svolta. Si sceglie tra i figli chi destinare al matrimonio e chi, tra i maschi, deve essere proiettato all’interno della gerarchia ecclesiastica o di quella monastica, in cui è previsto il facile raggiungimento di un alto grado; a loro volta le donne mantengono in qualche misura intatti i privilegi della propria condizione di nascita in un monastero o in un convento, magari fondati appositamente per qualcuna di loro, e dove finiscono, donzelle in tenerissima età o anche vedove, se non c’è per loro qualche nuova soluzione, comunque assai più facile per gli uomini che per le donne. La grande fioritura di ordini e di insediamenti religiosi di età medievale nasce certamente – come nel caso del convento domenicano dei SS. Giacomo e Filippo – dalla volenterosa pietà di importanti laici. Ma dalla storia di queste importanti fondazioni religiose, quando fortunatamente la possediamo in qualche aspetto che non sia limitato al puro taglio economico o istituzionale, si evince la polivalenza delle funzioni di queste strutture, utili anche ad una ben controllata organizzazione del territorio e della società e evidenti scrigni di vocazioni forzate.

Naturalmente ci si chiede ancora chi fossero le donne che, al di là del loro nome e della loro collocazione sociale, per scelta altrui, trascorrevano tutta la loro vita dentro le mura di un convento. Come vedessero il mondo loro, che erano entrate, appena adolescenti, spesso con alcune sorelle o parenti, dentro le mura di un convento senza averlo liberamente deciso, ma solo perché, quand’erano ancora bambine, qualcuno aveva stabilito che quella doveva essere la loro strada dato che, per qualche ragione, il matrimonio non faceva per loro. Molte e diverse sono state le risposte. Oggi ne possediamo anche una tutta genovese.

Dunque sappiamo che suor Maria Elena de Franchi decide di porre mano a una storia del convento a cui appartiene, quello domenicano dei santi Giacomo e Filippo. Di per sé non vi sarebbe nulla di strano. La storia, pur avara com’è nei loro confronti, ogni tanto lascia qualche spazio alle voci delle donne. Di donne colte o divenute tali proprio perché fin da bambine destinate alla vita monastica abbiamo molti esempi, sui quali ormai siamo bene informati.

Tuttavia è con soddisfazione che registriamo questa presenza nella società genovese, guerriera, mercantile e maschilista, dove se ne incontrano esempi tali da farci aprire una pagina interessante a proposito di storiografia, settore per lo più monopolizzato dagli uomini; ancor più in Genova, città famosa fin dall’età medievale per i suoi storici “ufficiali”. Dopo suor Maria Elena, infatti, ci sono anche suor Maria Caterina De Ferrari e suor Maria Imelda Cavallo. Certamente lo scopo delle suore è quello di raccogliere le memorie relative al loro convento. Ma al di là del fatto che, nelle tre voci che si succedono, si abbracciano secoli e secoli di vicende, il che già di per sé non è poco, è pur vero che non si tratta soltanto di “quella” storia. Infatti quella che potrebbe sembrare una “lettura” femminile e monastica offre un ampio e articolato panorama di storia politica economica sociale e culturale, che va molto al di là di quel che offre abitualmente la solita documentazione. Così, in compagnia delle tre suore, si entra, ancora volta e con maggiore profondità, nella vita del passato; si penetra all’interno di un panorama disegnato con grande finezza, con grande libertà di osservazione e perfino con umorismo. Si va dalla costante attenzione prestata alle vicende politiche e ai rapporti tra il potere civile e quello religioso sul piano generale e su quello cittadino al racconto della visita di un principe libanese o di Mussolini; dalle vicende private e leggermente piccanti di un divorzio “importante” alle polemiche contro la cultura misogina; dalla descrizione dei periodi di guerra – interna o esterna al convento – al racconto di quelli – assai meno frequenti – di pace; dalle ricche immagini gioiose di feste e celebrazioni all’amarezza per le sofferenze seguite alla decadenza del convento e, infine, ai bombardamenti; dalla raccolta attenta di dati, con relativa traduzione testuale dal latino, alla stesura di componimenti poetici: come quello – animoso e battagliero – che suor Maria Elena, rispondendo ad un anonimo detrattore, stende a favore della donna. Si tratta di una difesa di tutte le donne, e quindi anche di se stessa e delle sue consorelle. Che, infatti, grazie a lei e alle sue due compagne, ci appaiono qui in una prospettiva diversa: ancora una volta capaci di rompere l’ombra forzata che le avvolge e renderla più luminosa per se stesse e per gli altri.


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