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Naviglio
Blues
di Adele Marini
Le prime pagine del libro
Capitolo 1
Mercoledì 31 gennaio, h. 19
Traffico lumaca lungo la Pavese.
La statale che arriva a Pavia correndo lungo il Naviglio è un percorso di guerra
a tutte le ore del giorno, specialmente nel tratto milanese fino a Rozzano, dove
sconta col numero esagerato di semafori l’orgoglio di essere ancora metropoli.
Quella sera, fra la pioggia, i lavori in corso e un tamponamento, era un
delirio.
Inutile arrabbiarsi, bisognava stare in coda e zitti. Muso dell’auto incollato
ai fanalini di coda della vettura davanti. Piedi che s’anchilosavano sui pedali.
Occhi puntati sulle luci rosse degli stop. Rabbia che montava di minuto in
minuto. Cervello in evaporazione.
Mezz’ora solo per fare i pochi chilometri fino al ponte della tangenziale. E i
nervi che già dopo i primi dieci minuti avevano cominciato a scortecciarsi.
Nella Punto metallizzata la temperatura era vicina al punto critico. E non solo
per colpa del traffico. I due avevano iniziato a discutere ancora prima di
ritrovarsi incatenati alla fila. Un altro po’ a condividere l’abitacolo e si
sarebbero presi a coltellate. Fortunatamente all’altezza dell’incrocio per
Valleambrosia il traffico cominciò a diradarsi.
«No, guarda, io proprio non ci sto».
«Allora vuol dire che sei stanco di vivere».
«Non dire stronzate. Sarò pur libero…».
«Nossignore che non sei libero. E se pensi di piantarmi nei casini vuol dire che
non mi conosci».
Musica a palla dallo stereo.
La voce di Gigi d’Alessio singhiozzava mieeele che poi diventa saaale se siamo
in riva al maaare e un’onda ci accarezzeeeràaa…
«E abbassa questa cazzo di lagna!».
«Questa cazzo di lagna mi piace a me, e l’auto è mia. Se non ti va puoi anche
scendere».
«Nossignore che non scendo. Sei te che hai insistito per farmi venire, no?
Adesso mi sopporti. Te lo dico ancora una volta: non ci sto. Tieniti pure la mia
parte ma a me mi lasci fuori».
«Scommettiamo invece che te fuori non ci resti?».
«Ma cosa posso farci se non me la sento? Qua non è mica come portare in giro un
po’ di bamba! Te sei matto. Siete tutti matti. Qua è un… E poi… no, no e no. La
ragazzina, no!».
«Sta’ zitto! Quante volte ti devo dire di tenere chiusa quella cazzo di bocca,
coglione!».
«Ma se ci siamo solo noi due, qua, ci siamo!».
«Noi due mia nonna! Quando parli non puoi mai sapere a chi ti ascolta. Impara a
stare zitto se vuoi veder crescere i tuoi figli».
«Ma io non ce ne ho, di figli».
«Apposta che non ce li hai. Non campi abbastanza per averceli se continui a dire
stronzate. Guarda che non te lo dico più: se non ci stai attento, una volta o
l’altra a tuo padre ti legge sui giornali, ti legge!».
«Cos’è? Mi stai minacciando per caso? Miiinchia che paura!».
«No, ti sto facendo la messa in piega! Per l’ultima volta: non ti conviene fare
storie. A questa cosa deve essere fatta subito. Massimo la settimana prossima. E
ce la dobbiamo smazzare fra noi. Io e te, te e io. E non ci sono ma. Te, il tuo
lavoro, te lo fai, zitto e mosca. Chiaro? E t’azzecchi anche i rischi… Traffico
di merda! Dov’è che ti devo lasciare?».
«Va’ avanti fino al semaforo… Adesso accosta. Io sono arrivato».
«Vabbuo’. Allora pensa bene a quello che t’ho detto. A stasera».
«Sì, alle Pioppe...».
«E fammi aspettare come l’altra volta che poi i conti li regoliamo tutti
assieme. C’è un tanfo da svenire da quelle parti».
«Va be’, ciao».
Una sgommata e la Punto ripartì di scatto. Giusto per inchiodare pochi metri più
avanti, a un pelo dal paraurti di una Focus.
Rozzano: grosso comune dell’hinterland milanese. I chicos locali lo chiamano “RozzAngeles”.
Anzi, se lo tatuano anche sulle braccia: “Io sono amerikaliano di RozzAngeles”.
Oppure: “Born in RozzAngeles”. I più cinici: “Fucking in RozzAngeles”.
Il paese è diviso in due. Quartieri popolari labirintici dove chi si perde è
perduto e belle villette ariose col loro bravo giardino. Condomini con pretese
di eleganza e torri asfittiche. Verde curato e spelacchiati giardinetti nei
quali l’erba nasce già con la scimmia. Rozzano è la contraddizione di tutto. È
bianco e nero. È luce e buio. È paradiso e inferno.
E via delle Pioppe è solo inferno.
Tecnicamente la strada a fondo chiuso apparterrebbe in parte a Milano, perché il
cartello che segnala il confine sta a pochi metri dall’inizio. Ma per chi ci
abita con tanto di indirizzo anagrafico quella strada a fondo cieco, asfaltata
solo per un tratto, che termina in una discarica spontanea, è già Rozzano.
Per i molti che ci vivono riparandosi dentro vecchie roulotte o pigiati in
automobili scalcinate è terra di nessuno.
Per chiunque la imbocchi per sbaglio e la percorra fino in fondo è un buco
degradato, puzzolente, buio di giorno come di notte per colpa del ponte della
tangenziale che ci passa sopra, infestato dai ratti e dai tossici che convivono
indisturbati in allegra promiscuità, accoppiandosi, i ratti, e bucandosi, i
tossici, alla luce dell’ultima insegna, quella che marca il confine fra una
parvenza di civiltà e il nulla.
“Bar Dany” con la ‘a’ che sfarfalla.
La scritta al neon rosa shocking sovrastava la porta a un solo battente di un
locale molto sudicio. A pochi metri, una seconda vetrata altrettanto sporca,
nell’orario di apertura, dalle sette del mattino alle undici di notte, lasciava
intravedere l’interno. Tavolini di formica e banco di mescita con la vecchia
Cimbali a sinistra e lo scaffale dei liquori sullo sfondo.
Niente bottiglie di marca. Solo robaccia da discount.
Un posto misero per gente misera, il bar Dany.
Apparentemente.
Bisognava essere nati in quell’angolo dell’estrema periferia sud-ovest di Milano
e morire dalla voglia di un caffè per entrarci. Eppure il Dany era lì dalla fine
degli anni sessanta, coetaneo dei cubi di cemento armato senza balconi e con
finestre seminate a casaccio, tirati su senza criterio sopra ogni metro di
terreno disponibile prima che la legge-ponte del 1967 mettesse un po’ d’ordine
nella frenesia abitativa del dopoguerra. Da allora il bar era rimasto sempre
uguale.
Sempre triste, buio, squallido e sporco, come per mantenersi in sintonia con
l’edificio che lo ospitava. E con tutti gli altri palazzi lì attorno.
Incasso regolare: il prezzo di qualche bianchino e pochi caffè. Incasso
clandestino: centinaia di migliaia di euro tutte le settimane. Così tanti soldi
che il gestore, poco più di un prestanome, dopo essersi impadronito di un intero
palazzo di abitazioni facendo intestare gli appartamenti a una folla di parenti
fra cui diversi inquilini del vicino camposanto, da qualche anno teneva in pugno
con il prestito a strozzo decine di disperati.
Ce ne sono parecchi di locali così ai margini estremi delle grandi città.
Puzzolenti attività di copertura per traffici di ogni genere. Tutti illeciti.
Il bar Dany però era diverso.
Diverso per la clientela notturna che ne frequentava lo scantinato suddiviso in
ambienti ben separati, ai quali si accedeva scendendo gli scomodi gradini di una
scala a chiocciola ben mimetizzata.
Chi vi si avventurava, aggrappandosi a un traballante corrimano, si trovava in
una sala che ospitava una bisca clandestina. Gioco d’azzardo, ma anche scommesse
su tutto, compresi i combattimenti clandestini dei cani.
E toto clandestino, riffe, spaccio.
Nelle notti di attività, comunicate ai frequentatori tramite un segnale
convenzionale, in quell’improvvisato casinò di periferia si vedevano giubbotti
di cuoio mescolarsi democraticamente a giacche di cachemire, coppole bisunte a
feltri Borsalino, scarpe scalcagnate a mocassini Tod’s.
Non era richiesto l’abito scuro.
Nessuna differenza sociale fra la clientela notturna del Dany. Arricchiti e
aspiranti tali erano ugualmente i benvenuti, purché avessero le tasche ben
fornite.
I giocatori si presentavano al bar verso le ventitré e trenta, poco prima
dell’orario di chiusura. Bevevano qualcosa al banco in attesa del segnale
convenuto. Un cenno del gestore e si avviavano alla spicciolata verso il retro,
come per andare a soddisfare un bisogno alla toilette. Lì, venivano inghiottiti
dalla scala che di giorno era nascosta da una piattaforma di legno.
La sala da gioco, satura di un cocktail odoroso uguale a quello che si respirava
un tempo nei cinema di periferia: fumo vecchio, brillantina Linetti, polvere e
sudore, era ventilata artificialmente da un impianto di aerazione insufficiente
a ricambiare l’aria. In compenso era pulita. I tavoli da gioco, coperti dal
panno verde regolamentare, avevano sedie comode. Il piccolo bar scintillante di
cromature mostrava mensole cariche di bottiglie di marca. L’illuminazione era
studiata per non proiettare ombre ingannevoli sui giocatori.
Si puntava forte in quella stanza. Ma non era il gioco la specialità clandestina
del Dany. Anzi, si può tranquillamente affermare che poker, dadi, scommesse e
perfino usura, per quanto redditizi, fossero in realtà una specie di copertura.
Infatti, benché illegali, erano tutto sommato attività innocenti. Almeno se
paragonate a quello che avveniva al di là della finta parete di mattoni foderata
ai due lati da spessi strati di cartongesso.
Lì entravano, varcando un finto armadio a muro, pochissime persone e solo nelle
notti in cui la sala da gioco era vuota.
Un ambiente segreto, completamente piastrellato e insonorizzato, suddiviso in
due locali. Il primo, una specie di saletta per proiezioni, era pieno di
attrezzature ottiche e acustiche hi-tech. Il secondo, chiuso da una pesante
porta blindata, conteneva invece un pozzo cilindrico con parapetto in muratura,
profondo parecchi metri.
Al di là di quel finto armadio, fra quelle mura, in quella stanza, dentro quel
pozzo scavato nelle fondamenta del palazzo, tutto si confondeva, si mescolava,
si alterava e infine cessava di esistere.
Le parole, il tempo, i pensieri non avevano più alcun significato.
Lo spazio si dilatava e si contraeva in dimensioni sconosciute.
Luce, buio, caldo, freddo, suoni e silenzio si mescolavano in una sola
sensazione.
Dolore. Dolore. Dolore.
E l’unico sollievo era una morte veloce.
Capitolo 2
Venerdì 2 febbraio, h. 15.30
Musichetta del Toreador al
massimo volume.
Il Nokia cominciò a vibrare nella tasca interna del giubbotto.
«Pronto!».
«È per martedì».
«Ah! Vabbuo’. Le chiavi dell’auto?».
«Ci saranno al momento giusto».
«Sicuro? Sennò per farla partire mi tocca collegare i fili…»
«Ho detto che ci saranno. Le troverà nel posto stabilito. Piuttosto, è certo di
farcela ad arrivare fin là? La strada è una sterrata piena di buche e l’auto ha
i pneumatici lisci e le sospensioni da rifare. È sicuro di non restare per
strada?
«Ennò, cazzo che non sono sicuro. Ma mica posso fare le prove in anticipo. Mica
sono io il padrone della panda. Ho saputo che quel catorcio sta insieme con lo
sputo».
«Allora come fa a essere sicuro che ce la farà?».
«Ci spero, cazzo. E poi sto attento alla guida. La macchina deve essere per
forza quella, no? Se vado piano posso farcela…»
«Deve farcela! Ha controllato il percorso? L’ha imparato bene?».
«Ce la siamo fatta ieri, quella strada del cazzo. E ripassiamo anche domenica».
«Bene, le conviene. Non può rischiare di restare a piedi».
«Minchia che palle! Ennò che non ci resto a piedi. Magari finisce che striscio
il culo per terra ma sul posto ci arrivo».
«Sì, guidi con prudenza. E adesso spenga il cellulare. Lo tenga spento fino a…».
Pausa. «Diciamo fino a martedì pomeriggio. Lo riaccenda mezz’ora prima di
entrare in azione».
«Prima di che?».
«Di fare quello che deve fare. Lo lasci acceso una mezz’ora e poi spenga e lo
lasci spento».
«Eh, lo so quello che devo fare. I rischi ce li corro tutti io e il mio socio…».
«È tardi per ripensarci».
«E chi ci ripensa? Era solo un pensiero, tutto qua».
«Meglio così. Appena arriva sul posto sistemi tutto e poi vada a fare la
telefonata. Dalla cabina! Non usi più il cellulare. Si prepari la scheda in
tasca. Tutto chiaro?».
«Sì, cazzo che è chiaro! Per essere chiaro, è chiaro. Ma mica è facile. Qui si
parla di far fuori due…».
«Stia zitto!».
«See! Io sto zitto ma lei prepari la grana. Questa faccenda costa cara».
Dall’altra parte il cellulare restò muto.
«Ha capito, cazzo, quello che ho detto? Questa faccenda costa cara!».
Silenzio. La comunicazione era stata interrotta.
Capitolo 3
Venerdì 2 febbraio, h. 19
circa
«Nel nome del Padre, del
Figliolo e dello Spirito Santo».
«Amen».
«Il Signore sia nel tuo cuore e nelle tue parole. Da quanto tempo non ti
confessi?».
«Non ricordo padre».
«Più di dieci anni? Più di venti?».
«Da quando ero bambino. Sono più di quarant’anni».
«Allora dimmi quello che ricordi».
«Ho infranto i comandamenti. Tante volte».
«Quali comandamenti?».
«Tutti. Più o meno».
«Cosa intendi per tutti? Hai rubato? Hai fornicato? Hai…?».
«Sì, ho anche ammazzato».
«Perché hai deciso di accostarti al sacramento della riconciliazione? Perché sei
venuto a confessarti adesso?».
«Sono pentito. Vorrei non aver fatto quello che ho fatto e…».
«Continua».
«E non vorrei farlo ancora. Sto per uccidere di nuovo».
Silenzio. Un lieve ansimare.
«Non farlo! Se sei venuto qui è perché non vuoi. Ti supplico di ascoltare la tua
coscienza e la tua ragione…».
«Devo farlo, padre. Se non lo facessi sarebbe la fine per me e per altri. I miei
familiari».
«I santi martiri hanno sacrificato la vita per non offendere Dio…».
«I santi martiri erano appunto santi. Non tutti gli uomini sono chiamati alla
santità. Padre, io non ho questa forza. E comunque, se non la facessi io, questa
cosa, la farebbe qualcun altro. Ormai è stato deciso».
«Allora va’ dalle autorità. Dì quello che sai. Fa’ il possibile per impedire che
questo delitto venga commesso. La vita è sacra…».
«Padre, lei non sa quello che dice. E comunque, non stiamo parlando di delitto,
ma di delitti! Non posso fare niente per impedirli».
Altro silenzio.
«Ma puoi, anzi devi, guardarti bene dal commetterli».
«Gliel’ho detto, padre. È impossibile».
«Allora non posso aiutarti. Non ho la facoltà di riconciliarti con Dio se
intendi perseverare nel peccato. Ti prego di andartene subito perché stai
profanando questo sacramento. Senza il…».
«Mi è stato ordinato di uccidere e lo farò. Mentirei se dicessi che…».
«…senza il pentimento e la sincera intenzione di non peccare più, la tua
confessione termina qui. Non posso darti l’assoluzione. Che Dio ti perdoni».
«Un momento, padre. C’è una cosa…».
«Sì?».
«Il segreto. Lei è vincolato anche se…»
«Vuoi dire il sacro sigillo della confessione?».
«Sì».
«Quello non può venire infranto per nessun motivo».
«Anche se non c’è stata assoluzione?».
«Sì. Il sacramento resta sacramento».
«Bene! Intendo dire: buon per lei, padre».
Capitolo 4
Martedì e giovedì
Che piovesse, nevicasse o
tirasse vento il coro si riuniva tutti i martedì e i giovedì sera, dalle nove
alle undici, nella chiesa parrocchiale davanti all’altare maggiore.
Lì, le note dell’organo evocate dalle mani sensibili e dai piedi smisurati di
Leonardo Coronari arrivando dalla cantoria avvolgevano l’aria in limpide ondate,
senza distorsioni. Perfette come la malinconia della penombra bucherellata dai
lumini.
I coristi adulti di solito arrivavano alla spicciolata, bevevano il caffè della
macchinetta in sacrestia, un saluto, due chiacchiere, poi cominciavano ad
allinearsi, ciascuno secondo il proprio ruolo: soprani, mezzo soprani,
contralti, tenori, baritoni e bassi, formando un ampio semicerchio davanti al
leggìo del maestro Lovati.
Era molto scrupoloso Lucio Lovati. Insegnava musica alle medie, ma avrebbe
meritato molto di più. Aveva studiato direzione d’orchestra, composizione e
armonia al conservatorio. In gioventù aveva suonato l’oboe in un quartetto di
musica da camera che aveva avuto un discreto successo. Adesso dirigeva il coro
SaMCo della parrocchia di Santa Maria della Conciliazione.
Una sua creatura, il coro, che lui cresceva con amore, dedicandole tutto il
tempo che la scuola e una moglie un po’ lagnosa gli lasciavano libero.
Oltre agli adulti, una quindicina quando c’erano tutti, il coro comprendeva
anche otto ragazzi: tre maschi e cinque femmine dai sette ai quattordici anni.
Loro arrivavano in due gruppi, accompagnati da genitori volonterosi che facevano
i turni.
Seri e solenni, i bambini facevano meno confusione dei grandi. Non perché
fossero cherubini, ma perché al catechismo avevano imparato che dietro la lucina
rossa c’era il tabernacolo e dentro al tabernacolo c’erano le ostie consacrate.
E da qualche parte, lì vicino, c’era sempre il parroco che diventava una belva
se vedeva qualcuno mancare di rispetto al Santissimo. Quindi, niente spintoni né
risate, né chiacchiere, né partiture date in testa. Appena arrivati alle prove,
maschi e femmine si schieravano davanti ai grandi, zitti e mosca. Soprani a
sinistra e contralti a destra.
Ivan, undici anni, il solista, era il gioiello del coro. Stava sempre al centro,
dietro la prima fila, in modo che la sua voce potesse elevarsi limpida e
solitaria per raggiungere da sola note impossibili.
Per emozionare come un dono improvviso e inaspettato.
Per duettare con il coro al completo.
Era anche un buon regista, Lucio Lovati. La disposizione dei coristi l’aveva
studiata insieme con Leonardo Coronari, proprio per dare il massimo risalto agli
effetti sorpresa e stupore.
E ci era riuscito perfettamente perché Ivan era un prodigio della natura. Era un
arcobaleno in un cielo pieno di pioggia. Un sorriso fra le lacrime. Un
ghiacciaio illuminato al sole.
E meritava il massimo risalto.
Per le prove c’era una tastiera Yamaha, ma Leonardo preferiva accompagnare i
coristi con l’organo monumentale dalla cantoria soprastante la cappella di sant’Antonio,
la prima sulla destra del portale.
Quella cappellina, dominata da una statua del santo a grandezza naturale che
accoglieva i fedeli offrendo gigli polverosi, era sempre la più illuminata dalle
candele votive. Non tanto per devozione, quanto per comodità dei fedeli che
anche per chiedere grazie evitavano di fare quei quattro passi in più fino a
santa Caterina da Siena o a santa Lucia alle estremità opposte del transetto.
Non parliamo poi di san Francesco, l’ultimo in fondo alla navata: quello non se
lo filava proprio nessuno.
Leonardo Coronari era un musicista puro, un virtuoso del pianoforte formato alla
Civica scuola di musica, splendida alternativa milanese al conservatorio.
Leonardo sognava di diventare concertista di piano. Poi un giorno il parroco gli
aveva chiesto come favore speciale di suonare l’organo a un matrimonio. Su
quelle note che gonfiavano l’aria di sensazioni fisiche riempiendo l’anima e la
mente, la sua passione aveva sterzato bruscamente. La ventata di sonorità
traboccante dalle antiche canne aveva spazzato via il suo ardore per il piano,
sostituendolo proprio lì, su quello stretto balconcino che nelle funzioni
solenni sembrava sospeso sopra il fumo dell’incenso, con la passione divorante
per un vecchio organo con la consolle tarlata e la voce poderosa.
Non era stato facile per Leonardo convincere don Mario a lasciarlo stare in pace
lassù finché voleva, a esplorare tutte le potenzialità di quel fantastico
strumento.
L’organo settecentesco di Santa Maria della Conciliazione era più vecchio della
chiesa costruita ai primi dell’Ottocento per volontà di un vescovo ricco,
ambizioso e megalomane, che volle comperarsi lo scranno in paradiso regalando
una sede al neonato ordine religioso delle Sorelle della Carità.
Le suorine, da poco benedette da papa Leone XII e già pronte a sciamare come api
in tutta la penisola, avevano gradito il dono del prelato e si erano installate
nel convento a ridosso della chiesa, oggi riciclato in centro parrocchiale. Però
non avevano mai amato quel luogo che all’epoca era raggiungibile solo a dorso di
mulo o con barconi trainati da cavalli. Una specie di eremo, circondato da un
terreno paludoso infestato dai briganti e dalle zanzare. Appena era stato loro
possibile si erano trasferite nel centro di Milano, perché le fanciulle
pericolanti che il loro ordine si era prefisso di raccogliere dalla strada in
poco tempo erano state sostituite da giovinette dell’alta borghesia, troppo
ricche e viziate per andarsi a seppellirsi fra nebbie, rane e pappataci.
Dopo la fuga delle suore il vecchio convento era rimasto abbandonato per anni e
la chiesa fu sconsacrata. Solo negli anni sessanta aveva iniziato a riprendere
vita, quando la città si stava estendendo come un corpo troppo nutrito e
debordante che deve continuamente allargare la cintura.
La cintura di Milano, che oggi è formata da un hinterland di grossi paesi irti
di brutti palazzi, centri direzionali e megastore, in quegli anni s’incamerò il
dono del vescovo ma si guardò bene dal restituire la chiesa e il convento alle
antiche funzioni. Quei santi luoghi restarono abbandonati a se stessi per molti
anni, finendo per trasformarsi nella combat zone dei mafiosi e dei balordi
locali che si disputavano fette di mercato del narcotraffico a colpi di mitra.
Ci furono vere e proprie carneficine da quelle parti, a sud-ovest del Duomo. Il
convento divenne l’Ipercoop dell’ero. La chiesa finì di essere spogliata di quel
poco che si era salvato. Perse anche le piastrelle bianche e nere del pavimento
e il lastrone di pietra incisa che aveva custodito le spoglie del vescovo,
finché rimasero solo i muri ricoperti di spessi strati di nerofumo e di graffiti
osceni. I pavimenti del convento cominciarono a ospitare materassi lerci che
qualche furbo affittava ai tossici per i loro viaggi. Tutto questo durò anni,
decenni, finché un comitato di residenti incazzati non inviò qualche migliaio di
firme ai sindaci di Milano e di Rozzano insieme con un sacco pieno di siringhe
usate e di bossoli di pallottole raccolti fra le navate.
Uno scandalo.
Il sindaco e i consiglieri che avevano fatto i pesci in barile finché avevano
potuto, alla fine cedettero, se non altro perché era vicina la data delle
elezioni. Furono stanziati fondi per i lavori di restauro e conservazione e a
metà degli anni Ottanta la chiesa tornò a splendere, bella e incongrua come una
principessa al mercato del pesce, al centro di una selva di palazzi edificati
senza ordine, tanto addossati gli uni agli altri da avere una faccia sempre in
ombra e l’altra sempre al sole. Come la luna. E siccome quei palazzi
traboccavano di ragazzini, il clero tanto disse e tanto fece che riuscì a
sottrarre al Comune il fabbricato del convento perfettamente restaurato per
trasformarlo in oratorio.
Un oratorio di frontiera, frequentato da ragazzi difficili, sempre in bilico fra
il campetto da calcio e il cortile di cemento del carcere minorile, ma che don
Mario, uno di quei preti che sembrano nati già parroci con la tonaca e tutto,
era riuscito a controllare per vari decenni, dividendo il buon seme dalla
gramigna più con l’aiuto dei suoi scarponi rinforzati che con l’ispirazione
dello spirito santo.
E Ivan era uno di quei ragazzi.
Se c’era un ragazzo pericolante fra la marmaglia dell’oratorio, quello era Ivan
Della Seta. I presupposti per terminare l’infanzia al Beccaria li aveva tutti.
La sua situazione famigliare era un disastro. Padre morto per droga, casa e
frigorifero sempre vuoti. Sua madre, domestica a ore che la sera era troppo
stanca anche per dire buonanotte ai suoi figli.
E poi, c’era il fidanzato che la sventurata si era messa in casa. Un poco di
buono, violento e per di più pregiudicato, ristretto nella libertà con l’obbligo
di firma. Se non ci fossero stati il Don e l’oratorio a mettere un po’ d’ordine
nella vita del ragazzino, le sue possibilità di arrivare alla maggiore età senza
passare dal minorile sarebbero state sotto zero.
I bambini come Ivan, figli della strada, cresciuti con l’assillo quotidiano del
cibo per riuscire a stare in piedi e magari farsi anche qualche partita di
calcetto, nelle periferie di tutta Italia vengono marcati stretti dalle bande
malavitose fin dall’asilo. La non punibilità e la necessità di sfamarsi li rende
una fonte di manovalanza a basso costo per rifornire i ricettatori di bici,
motorini, caschi, orologi e cellulari. Se va bene.
Ivan una madre ce l’aveva, ma la povera Annamaria col suo lavoro traballante e
malpagato doveva provvedere a tutto. Affitto, cibo, vestiti, bollette e
soprattutto vizi. I vizi del convivente che non guadagnava una lira ma non si
faceva mancare nulla. Così era sempre in giro a pulire scale, spazzare uffici e
a lustrare pavimenti. E i suoi figli erano poco meno che abbandonati a loro
stessi.
Ma per fortuna c’era don Mario che un po’ con il coro, un po’ col calcetto,
molto con la sua ruvida autorità, riusciva perfino a costringere Ivan a
studiare. Un impegno, questo, che andava ben oltre i suoi doveri pastorali. Ma
quel ragazzino gli piaceva molto e sapeva che sarebbe bastato un amen perché si
rovinasse. E se Ivan si fosse perduto per strada nessuno avrebbe salvato sua
sorella Martina.
Perché i due erano incollati con il bostik. E quello che fosse capitato all’uno,
avrebbe travolto anche l’altro.
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