Nei secoli fedele allo stato
L'arma, i piduisti, i golpisti, i brigatisti, le coperture eccellenti,
gli anni di piombo nel racconto del generale Nicolò Bozzo

 
di Michele Ruggiero
 


La loggia P2, un cancro nelle stellette

Negli stessi giorni in cui Peci metteva a disposizione del generale Dalla Chiesa il suo monumentale archivio mentale, cominciavo a muovere i primi passi su un altro sentiero che avrei scoperto ricco di insidie per le implicazioni con lo scandalo della loggia massonica P2, che sarebbe scoppiato di lì a poco: l’impegno nel Cocer carabinieri, il Consiglio centrale di rappresentanza militare. All’epoca, i Cocer vennero accolti con entusiasmo e numerosi ufficiali delle Forze Armate vi lessero l’avvento anche di un nuovo modello di partecipazione democratica alla vita del Paese. Per meglio comprendere quell’entusiasmo, è importante rifarsi alle cronache di fine anni Settanta, che descrivevano una situazione di generale attesa tra i militari, dopo il varo della legge dell’11 luglio 1978 n. 382 “Norme di principio sulla disciplina militare”, con la quale il legislatore aveva posto le basi di una revisione della normativa vigente. Si era così giunti alla sintesi legislativa di quell’effetto domino propiziato dalla smilitarizzazione degli “uomini radar” e dalla creazione del sindacato di polizia, che colmava il secolare distacco dei corpi separati dello Stato dalla società civile. Nel suo insieme, la società italiana ne era uscita rafforzata, più salda e più matura, nonostante una stagione di dure lotte, seguita da uno strascico di diffidenze e polemiche. In questo si distinguevano i ceti moderati e conservatori, i cosiddetti “benpensanti” attestati su una linea di chiara ostilità e riserva per frenare, sostenevano, una “pericolosa deriva”, se non una “sinistra avventura” per le Forze Armate, in particolare per l’Arma dei carabinieri, tradizionalmente considerata al di sopra delle parti.

Perché proprio lei nel Consiglio di rappresentanza militare? Non aveva già abbastanza grattacapi?

Forse la domanda andrebbe posta ai colleghi dell’Antiterrorismo che avanzarono la mia candidatura… Di personale ci misi un discreto attivismo nelle numerose assemblee che precedettero le elezioni, dove espressi “forte e chiaro” i miei pensieri sugli anacronismi militari dell’epoca, sulle ambiguità che sussistevano nella “doppia” o “tripla” fedeltà di troppi ufficiali dell’Arma che la scoperta degli elenchi della P2 avrebbe smascherato. Ed anche una forte base elettorale che rifletteva i legami che negli anni il Gruppo Antiterrorismo (sciolto nel frattempo) aveva coltivato nel Paese. Lo stesso generale Dalla Chiesa vedeva di buon occhio la mia partecipazione alle elezioni. Lo si può capire: con la mia presenza, il Cocer diventava il prolungamento con altri mezzi di quella battaglia in corso tra lui e quelle forze che si frapponevano allo svecchiamento dell’Arma, che osteggiavano la costituzione di reparti speciali in situazioni di emergenza per il Paese. La sua era una posizione di assoluta buona fede: non aveva certo necessità di rendere il Cocer megafono delle sue aspirazioni, né di strumentalizzarlo. Una parte consistente dei carabinieri per grado e specialità condivideva la sua filosofia e non ne faceva mistero. E anche chi l’osteggiava, non ne criticava il pensiero, ma ne subiva nel bene e nel male il magnetismo. È triste ammetterlo, ma Dalla Chiesa calamitava attorno sé insieme all’ammirazione, l’invidia. Invidia per quel suo essere sempre un passo avanti a tutti: qualità che in un ambiente rigidamente gerarchizzato, a volte aliena simpatie, procura inimicizie e isolamento, fino a renderti un corpo estraneo.

Avremo modo di riparlare di Dalla Chiesa, anche se la sua presenza è così totalizzante da impregnare qualunque argomentazione, ma preferisco stare ad una distanza di sicurezza dai sentimenti che l’agitano quando si parla del generale, anzi del “suo” generale. Se posso concedermi una digressione personale, è come se vivessi uno sdoppiamento dell’Arma nel trascrivere le sue risposte su quel passato ormai remoto: ci sono i carabinieri e i carabinieri di Dalla Chiesa. Sappiamo entrambi che c’è del vero e c’è del giusto in questa riflessione, ma quello che non sappiamo ancora è come tradurlo allontanandosi dalla retorica che pesca, ahimé, anche dalle emozioni. Ora ripartiamo dai Cocer. Lei ha accennato alle assemblee preparatorie alla consultazione elettiva.

A quelle assemblee aderì una percentuale elevata, tra il 60 e il 70 per cento, del personale. Un’adesione quasi plebiscitaria, perché le assenze erano fisiologiche, più riconducibili ad impegni indifferibili di servizio che ad un rifiuto. Erano assemblee vivaci, che prendevano spunto da una serie di questioni sulle quali le Forze Armate e il Comando generale dell’Arma avevano glissato per decenni, dall’attenzione agli infortuni e incidenti alle attività assistenziali, dal reperimento di alloggi di servizio alla ristrutturazione delle caserme che superasse quell’atavica concezione di camerini interni per fare posto a camerate singole e doppie, dall’addestramento al sempre mai abbastanza deplorato uso di personale per interesse privato e del “malvezzo” delle raccomandazioni. Non dimentichiamo che ci si dibatteva in un paragone continuo (ed esasperato) con le conquiste professionali e sociali della Polizia di Stato. Il che rendeva tutti molto vigili ed attenti alle questioni normative, come a quelle economiche. Ad esempio, una delle lamentele più diffuse si concentrava sull’introduzione delle mense gratuite di servizio e sull’integrazione del vitto, un problema comune alle Forze Armate, cui non era data soluzione per la perenne indisponibilità di fondi. Altro problema scottante, estremamente sentito soprattutto tra la “bassa forza” era quello del riposo settimanale unito al pagamento del lavoro straordinario.

Quelle assemblee che lei ricorda con molta passione avevano un rovescio della medaglia: erano separate per categoria, ufficiali, sottufficiali, graduati e truppa. E gli eletti erano in numero inversamente proporzionale alla composizione della categoria nell’Arma; inoltre, la presidenza spettava di diritto al più alto in grado.

Ciononostante i punti di contatto e di interesse tra base e vertice della piramide erano autentici, anche se non posso negare che vi era una palese sperequazione tra gli obiettivi perseguiti delle avanguardie e i risultati concretamente raggiungibili. Sotto il profilo normativo, però, l’unità di intenti era reale. Da tempo gli ufficiali superiori manifestavano il proprio disagio per un formalismo di stampo ottocentesco, visibilmente superato dalla storia e dalle esperienze che si erano accumulate dal secondo dopoguerra. Scambi con ufficiali degli altri eserciti della Nato, soggiorni di studio presso le più rinomate accademie militare all’estero (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania) avevano accelerato il cambiamento di mentalità e di valori, cui non era del tutto estranea anche la lotta al terrorismo, con la formazione dei nuclei speciali e la crescita rigogliosa di una forte identità e solidarismo di gruppo. A sua giustificazione, va pure detto che l’Arma si trascinava (e si trascina) dietro la peculiarità che ne fa il fiore all’occhiello delle Forze Armate, ma che ad un tempo ne accentua il formalismo: il decentramento. Più di ogni altra Forza Armata i suoi membri si vedono saltuariamente, soprattutto a livello intermedio.

Questo non le impedì di ottenere un risultato elettorale quasi plebiscitario.

Fui eletto a grande maggioranza presidente del Cobar (Consiglio di base di rappresentanza) di Milano; un analogo risultato ottenni alle elezioni del Coir (Consiglio intermedio di rappresentanza) che raggruppava tutto il Nord Italia, pari a quasi il 40 per cento dell’organico dell’Arma. Infine, nel novembre del 1980 presi il posto del dimissionario tenente colonnello Tito Manlio Salvati, presidente del Cocer. E dal primo momento mi attrezzai per conciliare il già gravoso impegno professionale con quello (triplice) della rappresentanza militare. Andai per gradi crescenti di problematicità. La logistica era quella che meno mi preoccupava, perché a Milano, la sede territoriale del Cobar si trovava a due passi dal Comando della “Pastrengo” e nella mia stessa caserma, così come quella del Coir, il che riduceva al minimo i disagi. L’attività del Cocer a Roma, invece, era “subordinata” alle mie frequenti missioni nella capitale; una soluzione ragionevole che non ha mai pesato sugli impegni professionali degli altri colleghi. Di ben altra portata era la questione organizzativa. Qui si trattava di razionalizzare le risorse per ottenere dalle segreterie degli organi di rappresentanza il massimo dell’efficienza, per non essere travolti dalla marea di questioni burocratiche che ci sommergeva in quegli anni. La soluzione? Quella legalmente percorribile: costruire la mia segreteria personale con i sottufficiali eletti nelle rappresentanze… Lo spirito di abnegazione degli stessi ha fatto il resto. L’entusiasmo della “base” e la carica di aspettativa di cui eravamo circondati nell’Arma in generale, hanno poi contribuito a dare anche un’immagine di partecipazione corale alla macchina burocratica e alle iniziative varate da Cobar, Coir e Cocer sotto le mie presidenze. Per contrasto, il racconto sulla fase “pionieristica” delle rappresentanza militari non è esauriente se si ignorano le diffidenze, se non il rancore, di chi spargeva sempre il seme del sospetto di “comunismo” o “anti-atlantismo” su qualunque riforma finalizzata a modernizzare il Paese, dimentico che le rappresentanze erano previste dalla legge ed operavano nel rispetto della Costituzione.

L’ex senatore Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione parlamentare sulle stragi e sul terrorismo dal 1994 al 2001, ha scritto che “l’anticomunismo era il collante capace di nascondere qualunque altra divergenza non solo politica, ma anche culturale”. Mi chiedo se le rappresentanze militari non sono diventate qualcosa di culturalmente dirompente per gli stereotipi del tempo, contribuendo a svelenire la vita del Paese, non del tutto affrancato dalla strategia della tensione e ancora immerso negli anni di piombo.

Questo è un aspetto poco scandagliato dalla pubblicistica dell’epoca, che si limitò a descrivere gli effetti politici della riforma, ma non quelli “intimamente più profondi” nel corpo militare. Non credo quindi che si possa esaurire l’argomento con una risposta univoca, però è innegabile che Cobar, Coir e Cocer siano stati un netto spartiacque con le tentazioni golpiste che come un fiume carsico avevano attraversato il Paese dagli anni Sessanta in avanti. E credo che siano stati anche la risposta di una generazione di militari fedele alle istituzioni democratiche e alla Costituzione a coloro che speravano di riportare indietro l’orologio della storia con l’appoggio delle Forze Armate. Non era scontato, se ritorniamo ai fatti di sei anni prima, quando nel 1974 una fetta consistente delle alte sfere militari si era posta al servizio di un tentativo di colpo di stato “democratico” ordito dall’ex comandante della formazione partigiana “Franchi”, Edgardo Sogno, per “liberare” il Paese dal regime cattocomunista. Per sua stessa ammissione, del nucleo (corposo) di congiurati militari facevano parte l’allora vice comandante dei carabinieri Franco Picchiotti e la Divisione “Pastrengo”.

Durante il suo primo mandato, scoppia il caso P2. È il 20 maggio 1981. L’Italia scopre che esiste un potere occulto, parallelo, uno Stato nello Stato. Dagli elenchi della loggia del Maestro venerabile Licio Gelli, escono i nomi di quattro ministri o ex ministri, 44 parlamentari, i vertici dei servizi segreti, il comandante della Guardia di Finanza, alti ufficiali dei carabinieri, alti gradi delle Forze Armate, prefetti, funzionari, magistrati, banchieri, imprenditori, direttori di giornali, giornalisti... Tra gli affiliati c’è il nocciolo duro del club dell’oltranzismo atlantico, di personaggi che hanno avuto ruoli di primo piano nelle trame eversive, nelle stragi, nei tentati colpi di stato, nei depistaggi. È un autentico terremoto politico. Una settimana dopo, si dimette il presidente del Consiglio, il democristiano Arnaldo Forlani, cui subentra il repubblicano Giovanni Spadolini. Il suo governo vara una commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia di Gelli, sotto la presidenza di Tina Anselmi, democristiana, ex staffetta partigiana durante la Resistenza. C’è chi ha scritto che nel 1981 “le speranze – o le paure – erano altre: una parte del Paese sperava che lo scandalo P2 avviasse il rinnovamento della vita politica e istituzionale; un’altra temeva che il proprio potere si incrinasse per sempre. Sbagliavano gli uni e gli altri”.

Non del tutto. Dalla scoperta degli elenchi della Loggia massonica Propaganda 2 il Paese ricevette una dose di anticorpi sufficiente a liberarsi di un tumore maligno che moltiplicava metastasi a velocità esponenziale. Io credo che si debba guardare anche a quello che non è stato. Certo, alcuni uomini iscritti alla P2 hanno raggiunto un potere inimmaginabile in quel lontano 1981, ma la democrazia italiana ha retto e con essa si è rafforzata il senso della memoria che rimane il miglior antidoto alle scorrerie di avventurieri e predoni.

Il 25 aprile del 1981 è l’unico anniversario della Liberazione al quale non ha partecipato. Quel giorno, lei si recò a Palazzo di Giustizia di Milano per incontrare i magistrati Giuliano Turone e Gherardo Colombo che avevano ormai aperto un enorme squarcio sulla P2 e le sue diramazioni. Perché sentì l’impulso di raccontare ciò che nessun altro ufficiale dei carabinieri, con esperienze analoghe alle sue, ha fatto?

Oggi posso dirlo con franchezza, ma non fu un’iniziativa assolutamente spontanea. A suggerirmela fu il mio vecchio comandante, il generale Palombi, all’epoca prefetto di Genova. L’avevo incontrato nel suo ufficio, approfittando di una trasferta per un’indagine sul terrorismo. Giocoforza, vuoi per i comuni trascorsi nella Divisione “Pastrengo”, vuoi per la stima e la fiducia reciproche, il discorso era scivolato sulla P2 e i suoi iniziati, per allargarsi sul generale Palumbo e il suo gruppo di fidati ufficiali. Vicende che col senno del poi, dopo la pubblicazione delle liste sequestrate negli archivi di Castiglion Fibocchi, apparivano sempre più in collegamento tra di loro e sempre meno occasionali. Anche il ruolo di alcuni personaggi minori, il cui potere aveva creato sconcerto all’interno della Divisione, si spiegava d’incanto. In passato, per un inconscio rifiuto a saldare gli avvenimenti e a concatenarli in una trama, avevo sempre guardato alle “conventicole” in termini morali e disciplinari, mai penali. Forse, per forma mentis, ero portato minimizzare sulle note del vecchio adagio che “i panni sporchi si lavano in famiglia”, mentre l’inchiesta di Colombo e di Turone, scoperchiando un autentico vaso di Pandora, reclamava qualcosa di più vigoroso di un semplice lavaggio all’interno dell’Arma. Ricordo che da queste riflessioni, Palombi se ne uscì con una domanda a bruciapelo: “Ma tu questi fatti li hai riferiti ai magistrati? Guarda che non è a tua discrezione, sei ancora un ufficiale di polizia giudiziaria, quindi hai l’obbligo di denunciare all’autorità ciò che sai”.

Quindi in un bel giorno di festa, raccontano le cronache, lei saliva i gradoni del Palazzo di Giustizia di via Larga come persona informata dei fatti.

Mi feci precedere da una telefonata al dottor Guido Viola, allora sostituto procuratore della Repubblica di Milano. Ci avrebbe pensato lui, mi disse, ad avvertire i suoi colleghi. Quando misi giù il ricevitore, avevo un appuntamento per il 24 aprile a mezzogiorno, presso l’Ufficio Istruzione, ma quel giorno, con la sala d’attesa brulicante di gente come un porto di mare, si decise di comune accordo di rinviare l’incontro all’indomani nell’ufficio del giudice Colombo. Nell’anniversario della Liberazione, provavo anch’io a liberarmi dei fantasmi di via Marcora, sede della Divisione “Pastrengo”. Le prime parole del verbale riassumevano bene anche il mio stato d’animo: “Sono tenente colonnello in s.p.e. dell’Arma dei carabinieri e presto servizio quale capo sezione criminalità presso lo Stato maggiore della Divisione-CC ‘Pastrengo’ di Milano. Ho appreso dalla stampa che l’ufficio si occupa, nell’ambito dell’inchiesta relativa alla scomparsa di Michele Sindona, anche della persona di Licio Gelli e della loggia P2”. E il filo conduttore della deposizione, che fu secretata, annodava le molteplici “stranezze” che avevo avvertito negli alti comandi divisionali. Ai magistrati cominciai a descrivere i comportamenti del gruppo di potere che si raccoglieva attorno alle greche dei generali Franco Picchiotti, allora vice comandante dell’Arma, e Giovanbattista Palumbo, comandante della Divisione; spiegai i meccanismi di promozione e indicai chi, secondo le mie informazioni ed esperienze, aveva fornito le coperture governative per gli avanzamenti di carriera dei “soliti noti”. Erano nomi che per vie occulte si affiancavano a quello di Licio Gelli. Dalle occhiate che si scambiavano i magistrati, dedussi che erano incuriositi da un racconto che per la prima volta arrivava direttamente dall’Arma. La curiosità divenne interesse quando entrai nel merito degli affari interni della “Pastrengo” saldamente concentrati a metà degli anni Settanta nelle mani dei maggiori Antonio Calabrese e Giovanni Guerrera (aiutante di campo), entrambi provenienti da esperienze di servizio in Toscana, e dei colonnelli Nicola Bozzi e Aldo Favali, questi ultimi destinati a dirigere i servizi di sicurezza e vigilanza di istituti bancari dal primo giorno di congedo… Sodali della cerchia erano anche il colonnello Michele Santoro e il colonnello Pietro Musumeci, diventato generale e dirigente del Sismi, frequentatore abituale degli alti comandi della “Pastrengo”, sebbene non ne dipendesse gerarchicamente. Firmato il verbale come persona informata dei fatti, si concordò un altro incontro per alcune precisazioni scritte, che avvenne tre settimane dopo, il 14 maggio.

Nel 1975, con il passaggio di consegne da Palumbo a Palombi, l’influenza del gruppo fu però oscurata.

Temporaneamente. Nel 1977, ricordai ai magistrati, la cordata di Palumbo riprese quota dopo la nomina al ministero della Difesa dell’onorevole Vito Lattanzio, che si adoperò per un immediato ricambio nella stanza dei bottoni della “Pastrengo”, con particolare “attenzione” a tutti i collaboratori di Palombi. Lattanzio contribuì poi a generare una catena di sospetti e inquietudine, quando ci si accorse che le sue decisioni passavano dai giudizi di un certo Angelo Pieschi, fratello del suo segretario particolare, che si accreditava presso caserme e comandi militari di Milano come “consulente del ministro”. Ma più che da consulente, il Pieschi si muoveva da “braccio armato” del ministro. Con disinvoltura allucinante, fuori da schemi gerarchici, dispensava raccomandazioni e “consigli”, imponeva trasferimenti, quasi sempre sgraditi. C’era quasi certamente la sua longa manus dietro il mio passaggio dallo Stato maggiore divisionale al Nucleo Radiomobile di Milano e altri repentini spostamenti, tra cui quello di un mio caro amico, l’allora capitano Alessandro Tornabene, inviato su due piedi in Sardegna. La disintegrazione degli organigrammi della “Pastrengo” sarebbe stata pressoché totale se non ci fosse stata a Ferragosto la fuga, dall’ospedale militare del Celio di Roma, del criminale di guerra nazista Herbert Kappler, responsabile del massacro delle Fosse Ardeatine. Il vergognoso episodio servì almeno a ridimensionare Lattanzio ed io ritornai in via Marcora. Un ritorno quasi a malincuore. L’esperienza al Comando del Nucleo Radiomobile, un ambiente informale e aperto, estremamente motivato e vitale, diverso da quello cui ero abituato, mi aveva ridato entusiasmo. Era un’altra vita, simile a quella che avevo nel cuore dagli anni Cinquanta…

Stiamo per entrare negli anni di piombo e nel punto di massimo splendore della P2.

Gli anni, spiegai ancora ai magistrati, in cui si moltiplicarono i tentacoli della piovra piduista, con i quali Gelli controllava l’attività dell’Arma a Milano. Il Venerabile arrivò persino ad aggregare attorno a sé un autentico contropotere, in grado di condizionare anche l’operato del generale Dalla Chiesa. Paradosso della conseguenza, il capo della P2 utilizzava la stessa tecnica di cui ci sentivamo maestri, l’infiltrazione, che prese corpo con il trasferimento di ufficiali superiori dalle “comuni amicizie e origini toscane”, come il tenente colonnello Giancarlo Panella e il colonnello Mazzei, nuovo comandante della Legione di Milano. La contrapposizione personale con Mazzei fu immediata, come ho ricordato nelle pagine dedicate a via Monte Nevoso. Nel 1979, però, lo stesso Mazzei fu sottoposto ad un’azione disciplinare per una storia controversa e dai risvolti morbosi che gettò non poco discredito sull’Arma. Il colonnello, infatti, era diventato amico di un professore di scuola superiore, tal Pietro Del Giudice, “ideologo” di un gruppo della sinistra extraparlamentare di Sesto San Giovanni, dalla cui costola era nata Prima linea. A favorire la conoscenza era stata la moglie separata del professore, tale Anna Ditel, nata all’isola d’Elba, nello stesso comune di Mazzei. Dunque, frequentazioni “sospette” e discutibili da troncare immediatamente per un ufficiale dei carabinieri. A meno che non vi fossero altre motivazioni di servizio, ma quali, da chi dirette e a favore di chi? Dello Stato o dei servizi paralleli, sensibili a mantenere alta la tensione? Domande legittime osservando il comportamento del colonnello, refrattario ai ripetuti inviti “ufficiosi” dell’Arma, e nonostante che lo stesso fosse stato informato dal capitano Bonaventura di un procedimento giudiziario su Del Giudice, accusato di concorso in rapina. Il 26 giugno 1979, la vicenda si avvitava pericolosamente per una “soffiata” di Mazzei che anticipava a Del Giudice (il cui telefono era sotto controllo) una imminente operazione antiterroristica.

Si è mai chiesto per quale suprema e indifferibile ragione, un colonnello (in carriera) dei carabinieri decide di compromettersi con un personaggio (di seconda fila) sospettato di terrorismo?

Potrei formulare ipotesi, ma non potrei provarle. Di concreto le posso raccontare il finale della storia come lo raccontai ai magistrati. Mazzei si sottrasse all’inchiesta con le dimissioni e il congedo anticipato. E secondo copione (della P2), andò a dirigere i servizi di vigilanza del Banco Ambrosiano di Calvi. Mesi dopo, arrestato Del Giudice, esautorato Mazzei, il suo sostituto al comando della Legione di Milano, l’amico e allora colonnello Cesare Vitale, mi disse che aveva raccolto voci di un ritorno prepotente della massoneria per fare quadrato, mettendo in campo l’influenza di uomini ancora potenti come i generali Picchiotti, Palumbo, Siracusano ed altri...

In conclusione…

Feci nomi, citai episodi, offrii elementi nuovi di conoscenza e di interpretazione che nel tempo, come affermò il senatore del Pci Raimondo Ricci, uno dei parlamentari della Commissione d’indagine sulla P2, trovarono conferma in altre testimonianze. Anzi, il senatore Ricci andò oltre nei miei riguardi. In una seduta, sottolineò che mi ero esposto con un coraggio che riconosceva soltanto ai grandi dirigenti del suo partito. Furono parole che mi commossero e che negli anni a venire vissi come la cartina di tornasole della pericolosità del verminaio che stava intossicando la società italiana e che si preparava ad annientare la mia carriera. Ne ebbi sentore non appena si pose all’ordine del giorno l’assegnazione del periodo biennale di un comando operativo, condizione obbligatoria per la promozione a colonnello. In una riunione a Milano con il vice comandante dell’Arma, generale Pietro Lorenzoni, il fuoco di sbarramento contro di me fu esplicito. Alla proposta di un periodo di comando del locale gruppo provinciale, qualcuno contrappose l’inopportunità, se non addirittura l’incompatibilità dell’incarico, con la testimonianza resa ai giudici Colombo e Turone. Il seme del dubbio fu sufficiente ad archiviare l’idea, senza opposizioni o reazioni di sorta. Depennata Milano dalla rosa delle destinazioni, spuntò prima Padova, poi Savona, in un progressivo e rapido declassamento di rango e di prestigio che doveva, e non poteva essere altrimenti, suonare come un preciso monito all’interno dell’Arma.

Le sue traversie ricordano molto da vicino quelle del maresciallo della Guardia di Finanza, Silvio Novembre, che lavorò per cinque anni al fianco di Giorgio Ambrosoli, il liquidatore della Banca Privata Italiana di Milano, ucciso l’11 luglio del 1979 da un sicario al soldo di Michele Sindona, il banchiere della mafia. Di Novembre, lo scrittore e giornalista Corrado Stajano ci ha donato un mirabile ritratto nel suo libro sull’avvocato Ambrosoli Un eroe borghese. Del sottufficiale ha scritto: “[Novembre] ha subito pressioni, intimidazioni, minacce, ha rischiato la vita. Più volte è stata chiesta la sua testa: per punire l’abnegazione, la passione e lo zelo usati nell’adempimento del suo compito, al di là del dovere. Licio Gelli, capo della loggia massonica P2, ha cercato di privare Ambrosoli del suo braccio destro prezioso. Rodolfo Guzzi, l’avvocato di Sindona, ha dichiarato di avere avuto l’incarico di far trasferire il maresciallo Novembre, di allontanarlo dalla banca in liquidazione. Il proposito fallì nonostante il Comando generale della Guardia di Finanza fosse inquinato e corrotto e il suo comandante Raffaele Giudice e il capo di Stato maggiore Donato Lo Prete e generali, ufficiali superiori e subalterni, iscritti nelle liste della P2, si prestassero ai piani e alla volontà di Gelli…”. Come Silvio Novembre, anche lei si è disinteressato degli avvertimenti camuffati da esortazioni “…ma lascia perdere, chi te lo fa fare, pensa alla famiglia”, dei soliti sistemi in superficie rispettabili che si prestano a tacitare le coscienze.

A differenza del maresciallo Novembre, i rischi fisici sono stati decisamente minori, non ero del tutto (o non ancora) isolato ai vertici dell’Arma ed avevo a mia disposizione strumenti istituzionali efficaci per contrastare la deriva della P2. Il Cocer fu uno dei questi. La mozione d’esordio, con la quale denunciavo l’incompatibilità tra il giuramento di fedeltà alla Patria e l’affiliazione alle logge massoniche, fu un piatto d’assaggio che risultò indigesto a molti. Non trovai vita facile, ma non ne ero sorpreso. Il mio predecessore alla presidenza del Cocer, il tenente colonnello Tito Manlio Salvati, comandante del Gruppo carabinieri di Arezzo, era stato profetico: “Stai attento, perché si rischia parecchio”. Conoscevo Salvati per essere un ufficiale onesto e leale, che probabilmente aveva anche subito pressioni da Gelli, rifiutandone però la “protezione”. E questo mi portava ad apprezzare maggiormente la sua franchezza, anche se non riuscivo a coglierne i nessi con la sicurezza personale, tanto mi appariva scontata l’inaccettabilità del doppio giuramento. Sbagliavo. Visto in retrospettiva, il pericolo della P2 avrebbe invitato davvero ad una maggiore prudenza, ma ciò si scontrava con una mia nota rigidità caratteriale, che in alcune occasioni si è rivelata un’arma a doppio taglio. In ogni caso, sia per intelligente calcolo politico, sia per compensare il ridotto sostegno ai Cocer delle alte sfere dell’Arma affette da schematismo ideologico, avrei dovuto evitare le “trappole” della sovraesposizione mediatica su un’unica persona. Mi sarei risparmiato rancori e riserve personali, ed avrei altresì spuntato le argomentazioni di chi cercava di sparigliare il dibattito, sostenendo l’estraneità della massoneria dalla mozione… La votazione fece registrare tuttavia un’adesione plebiscitaria, salvo l’astensione di un militare di leva, al quale chiesi poi, incuriosito, il perché del suo orientamento apparentemente singolare. Rispose che per coerenza non si era discostato dalla linea del suo partito, il Movimento sociale italiano, non avverso alla P2. In questo, i missini di Giorgio Almirante si trovavano in folta compagnia. I soli ad aver marcato una presa di distanza totale e compatta da Licio Gelli erano stati i comunisti di Enrico Berlinguer. Unici e diversi in tutto, ma privi di influenza sull’Arma dei carabinieri, dove si avvertiva un gran rumore di fondo, in parte contrastato dal neo comandante generale Lorenzo Valditara, cui ora non poteva sfuggire il senso delle promozioni sotto l’ombrello piduista, di cui si poteva soltanto chiacchierare in passato. E i primi a denunciarmi furono il generale Palumbo e i tre comandanti di Roma, Milano e Firenze. Accuse cadute nel vuoto, letteralmente ignorate dalla magistratura, indirettamente fatte a pezzi dalla relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta P2, le cui conclusioni sono state frettolosamente cancellate dalla memoria del Paese, sotto la spinta non disinteressata degli iscritti alla loggia di Gelli, i quali avevano tutto l’interesse a ricostruirsi una “verginità”.

Le sue posizioni rigide erano comunque note.

Nelle riunioni preliminari era emerso il mio orientamento, ribadito nei mesi successivi alla mia elezione con prese di posizione pubbliche e lettere ai giornali. E le mie sottolineature sulla legge 382 del ’78 “Norme di principio sulla disciplina militare”, ad esempio sull’articolo 9, miravano a valorizzare un intervento legislativo che finalmente, se opportunamente corretto e applicato, avrebbe potuto contribuire anche ad evitare il ripetersi “di vergognose e squallide vicende” come la P2,65 da me definita nelle lettere ai giornali un’organizzazione che “s’infiltra subdolamente nei gangli vitali della nostra società per inquinare, corrompere, estorcere, ricattare, per fini di basso e laido potere”. In quella medesima lettera, dopo aver ricordato i giudizi severi sulla loggia massonica dell’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini e del presidente del Consiglio Giovanni Spadolini, reclamavo anche una parola netta e chiara del ministro della Difesa, fino allora singolarmente silente e tardivo sulla compatibilità di un militare in servizio permanente effettivo e la sua appartenenza alla massoneria. Evocavo e indicavo come termine di paragone, correndo anche il rischio d’essere equivocato, il passaggio crudele della guerra civile nel nostro Paese, che non mi attirò sicuramente grandi simpatia dall’estrema destra e dalla destra neofascista:

“È pur vero che ogni periodo storico ha le sue ‘organizzazioni eversive’: nel 1943-45, ad esempio, il governo repubblichino, definiva pure con questa espressione le formazioni di Patrioti che si battevano per la libertà e la democrazia. Ma quelle formazioni ciò che si proponevano di conseguire – e cioè l’insurrezione armata contro uno stato dispotico e tiranno – lo scrivevano a chiare lettere nei loro comunicati, dopo azioni belliche tanto coraggiose, quanto disperate. […] Il Patriota, se sorpreso, era capace di morire con le armi in pugno; il ‘piduista’, invece, colto con le mani nel sacco, sa solo arrossire, piagnucolare, e negare spudoratamente. Anche l’evidenza. ‘Il Grande Oriente’ e cioè la massoneria sedicente ‘buona’ che dispone di un ‘tribunale speciale’ ci fa sapere ora di aver ‘sloggiato’ Licio Gelli, anche per aver trasformato in segreta la P2. (Alla ‘faccia’ dei pareri espressi in merito dai cosiddetti ‘esperti’). Noi, invece, ci dobbiamo tenere i suoi degni ‘fratellini’. Pure quelli con le stellette.

Del resto, io consideravo la P2, e l’ho affermato a chiare lettere dinanzi alla Commissione stragi, anche una struttura al servizio della Cia, il servizio segreto americano. Non è un’affermazione azzardata, né ipotesi fantascientifica, lo comprovano le carte, i collegamenti, le stesse dichiarazione di Gelli, i nomi degli affiliati. Nelle liste compaiono agenti americani, generali argentini golpisti, ufficiali italiani ai vertici dei servizi d’informazione. Perché poi stupirsene. Negli anni della guerra fredda i meccanismi di reclutamento dei servizi di sicurezza degli Stati Uniti erano molteplici. Io stesso fui contattato da un alto funzionario del Consolato americano a Milano che aveva chiesto di incontrare Dalla Chiesa. Il generale, che aveva fiutato l’aria, rifiutò di riceverlo, delegandomi all’ascolto. Mi ritrovai a colloquiare con un personaggio che esplicitamente, a nome del suo governo, si dichiarava pronto ad un reciproco scambio di informazioni sul terrorismo. Gli feci presente che per la mia qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria avevo l’obbligo della segretezza e da quell’istante il discorso non ebbe più seguito.

Visto che ha citato nuovamente Carlo Alberto Dalla Chiesa, la domanda è d’obbligo: qual è la sua opinione sull’adesione alla P2 avanzata dal generale?

Formalmente era soltanto una richiesta di iscrizione che per varie ragioni non aveva avuto, o potuto avere seguito. Ma questa precisione potrebbe sembrare una difesa d’ufficio e non aiuterebbe certo il lettore, soprattutto quello giovane, a districarsi nelle vicende di quegli anni. Intanto, è necessario una ricostruzione d’ambiente, ritornare al 1976, anno di particolare ostracismo nei confronti di Dalla Chiesa, trasferito in attesa di incarico, quindi privato di potere operativo a pochi mesi dall’esame al grado superiore. Insomma, un provvedimento punitivo, firmato dall’allora comandante generale dell’Arma, Enrico Mino, che il gotha dei carabinieri aveva interpretato o come un avvertimento nel migliore, o come il tentativo di distruggerne la carriera, nel peggiore dei casi. Ed è qui che entra il scena il generale Picchiotti. Ex vice comandante dell’Arma, alto dirigente di una società di vigilanza, è l’uomo che avvicina (casualmente?) Dalla Chiesa e ne raccoglie le confidenze, lo sfogo, la rabbia per lo situazione di stallo della sua carriera. Ed è colui che, così mi raccontò il generale, gli suggerisce di venire “con noi”. “Voi chi?”, “Noi… hai mai sentito parlare della massoneria? Comunque qui c’è la domanda, riflettici, ci vediamo tra qualche giorno”. Uscito Picchiotti, Dalla Chiesa fece due telefonate: una al generale Palombi, ma non lo trova, l’altra al generale Mino, che dinanzi alle sue perplessità, commenta: “Non vedo che male possa esserci”. Qualche settimana dopo, Dalla Chiesa consegnava la richiesta di iscrizione a Picchiotti e del ventilato trasferimento nessuno avrebbe più parlato. Che io sappia, Dalla Chiesa non si è spinto oltre nei rapporti con la P2. Il resto è sepolto con lui dal 3 settembre 1982.

Quella sera il fuoco mafioso uccide il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, sua moglie Emanuela Setti Carraro, e l’agente di scorta Domenico Russo.

Quando appresi la notizia dell’eccidio di via Carini a Palermo, il dolore annullò la parola per timore di dire banalità: la grandezza dell’uomo si misurava nel suo sacrificio per lo Stato, ed era una riflessione collettiva difficilmente contestabile. L’eccezionale statura dell’ufficiale stava, invece, in quelle prerogative che lui trasformava in qualità, mentre in altri rimanevano difetti: era un superiore assillante, incontentabile, perfezionista, sfibrante. La generosità era poi una sua qualità intima, mai ostentata, ma io ne avevo beneficiato in più di una occasione. C’è un episodio di cui ho parlato raramente, era il 1996, la mia prima esperienza milanese. Mio figlio Roberto, poco più di un anno all’epoca, si era ammalato. Febbre alta e vomito, sintomi preoccupanti per l’età neonatale, per i quali il medico di famiglia aveva disposto il ricovero d’urgenza all’ospedale per malattie infettive. Il giorno successivo, non so come, Dalla Chiesa ne era venuto a conoscenza. Mi convoca nel suo ufficio e mi fa una “girata” mai vista, rimproverandomi di non averlo avvertito, di scarsa sensibilità nei suoi confronti, dell’assurdità del ricovero in quell’ospedale, e via discorrendo. Poi, mentre continuavo a rimanere sull’attenti, chiama il sindaco di Milano Pietro Buccalossi, figura mitica degli anni Sessanta, e gli espone la questione. Due giorni dopo, mio figlio veniva affidato alle cure di medici specialistici a casa. Nella sua semplicità, l’episodio salda il carattere e il valore uniti a una punta di narcisismo di Dalla Chiesa uomo: c’è l’impulsività delle origini emiliane per chi mette in discussione le sue qualità umane e c’è la severità del superiore verso chi mostra di non stimarlo sul piano dei sentimenti, quella stima che chiedeva e sapeva restituire ai suoi collaboratori, mai viziata da retropensiero. Immaginarlo devastato dai proiettili insieme con la moglie Emanuela sui sedili della A112, fu per me un dolore cruento e in quell’immagine vidi spegnersi l’idea di un mondo onesto e il tramonto di una stagione di speranza personale. Il 28 settembre, ventisei giorni dopo quelle morti, ricevevo l’ordine di trasferimento a Savona. Il provvedimento suonava come l’inizio della resa dei conti. Morto Dalla Chiesa, privo di un leale parafulmine, avrei dovuto fronteggiare i miei avversari con gli encomi, le medaglie, i ricordi. Riflettevo che soltanto qualche anno prima, nel 1977, ero stato promosso tenente colonnello. Quella promozione a 43 anni era stata letta come un decisivo passo – a quei tempi – verso un brillante futuro. Ora, con quello stesso grado e l’incombente minaccia di un provvedimento disciplinare, rischiavo di chiudere anticipatamente la carriera. Mi sentivo al capolinea, nel vero senso della parola. Rimuginavo con la fantasia sui dialoghi e sui commenti ironici che si sarebbero spesi sul mio trasferimento: “Ma che cosa vuole ancora Bozzo? L’abbiamo spedito vicino Genova, a pochi chilometri da casa, così quando andrà in pensione non dovrà neppure traslocare…”.

Prima di affrontare il “confino” a Savona, vorrei fare un passo indietro e fermarmi al 17 dicembre 1981. È la data del sequestro del generale americano della Nato, prossimo alla pensione, James Lee Dozier. Quell’operazione destò un’eco enorme. Per alcuni analisti, si trattava di un “salto di qualità” del terrorismo rosso alla ricerca di un suo spazio nel dibattito internazionale sul disarmo e la pace. Fatto sta che per tutto il 1981, il sequestro di persona fu la tecnica che i brigatisti privilegiarono ad ampio raggio per costringere lo Stato ad un permanente braccio di ferro che produsse morti raccapriccianti (il fratello di Peci, Roberto e il direttore del Petrolchimico di Porto Marghera, Giuseppe Taliercio) ed anche una scia di compromessi vergognosi sotto il profilo etico, morale e politico, come quella che accompagnò la liberazione dell’assessore regionale della Campania, Ciro Cirillo. Rapito il 27 aprile a Napoli, Cirillo rimase nelle mani delle Br per circa 3 mesi, prima di essere rilasciato grazie ai buoni uffici della camorra di Cutolo (sollecitata dai servizi segreti) e in cambio di 1 miliardo e 400 milioni di lire. Code di altro genere ebbe invece la liberazione di Dozier. Lei che parte ebbe nell’intervento?

I primi riscontri vennero trasmessi dal generale Dalla Chiesa, ma già da qualche settimana noi avevamo allertato i servizi di sicurezza per una voce su un possibile sequestro di un generale americano in servizio a Verona, raccolta dal brigatista rosso Michele Galati, detenuto nel carcere di massima sicurezza di Novara. Ma a Verona non risultava nessun generale Usa negli organici Nato, mentre ve n’erano due in servizio a Vicenza. La pianta organica presentava però un vuoto: la recente promozione a generale di un colonnello prossimo alla pensione, appunto James Lee Dozier, di stanza a Verona. Che fare? Gli assegnammo una scorta che il generale, puntualmente, congedava una volta a casa, per dedicarsi al suo amato footing sul lungo Adige. Una pratica sportiva in perfetta solitudine che rese oggettivamente il sequestro un gioco da ragazzi per le Br. Quando la notizia attraversò l’Oceano, dalla Casa Bianca di Ronald Reagan e dal Dipartimento di Stato americano piovvero pressioni di ogni genere sul presidente del Consiglio, Giovanni Spadolini, e sul ministro dell’Interno, Virginio Rognoni. Ma, per nostra fortuna, le indagini presero subito la direzione giusta. Fu ancora una volta Galati a darci l’imbeccata esatta, i nomi chiave per risalire ai sequestratori, quelli di un certo Ruggero Volinia e della sua amante che frequentava senza il placet dell’organizzazione. L’indicazione era stata raccolta (su autorizzazione del magistrato) dal generale Dalla Chiesa, che il capitano Ganzer ed io avevamo accompagnato a Novara, ma il passo successivo delle operazione mise subito in evidenza la spaccatura tra ciò che rimaneva dell’Antiterrorismo e la gerarchia territoriale dell’Arma, contraria ad lasciarmi mano libera nelle indagini. Al dunque, il colonnello Sergio Colombini, comandante della Legione di Padova, da cui dipendeva Verona, fu esplicito e risoluto, per cui al generale Attilio Boldoni, nuovo comandante della Divisione “Pastrengo”, non rimase che richiamarmi a Milano.

Le indagini partono dall’Arma dei carabinieri ma si concludono con l’intervento della polizia. Che cos’era accaduto nel mezzo?

In una riunione interforze sul rapimento Dozier, era filtrata la nostra inchiesta su Volinia e sugli appostamenti alla sua abitazione effettuati dall’Arma territoriale. In un battibaleno, Ugicos e Digos avevano piazzato ad insaputa dei carabinieri i loro uomini in borghese, correndo anche il rischio di un conflitto a fuoco tra forze dell’ordine. Così l’arresto di Volinia si è trasformato in una sfida tra Arma e Polizia di Stato, con quest’ultima protagonista, con tutto quello che ne è seguito, le informazioni sul covo di Savasta, la liberazione di Dozier. A Padova, per la conferenza stampa di rito, il ministro chiese ed ottenne che ci fossero anche i carabinieri, e fu io a rappresentarli. Dopo il danno personale, anche la beffa collettiva. A Dalla Chiesa, che si lamentò personalmente con Rognoni, fu replicato che la polizia aveva bisogno di un successo e di visibilità internazionale. Quelli erano i tempi e non credo che siano molto cambiati.

Mi pare di capire che l’episodio Dozier non fermi la sua eclissi.

Anzi, l’accelera. Tra luci e ombre, la liberazione del generale americano aveva segnato un altro punto a favore di Dalla Chiesa e per contrasto, un altro supplemento d’invidia. Sembrava un corto circuito: più cercavano di emarginarlo, più le istituzioni erano costrette a riconoscergli un ruolo, una dimensione che sfuggiva alla media comune degli investigatori. Di riflesso, anche i suoi collaboratori erano quasi detestati. Quindi mi ritrovavo ad un bivio, nella piena consapevolezza che ero comunque bruciato, a prescindere dalle scelte. Nei mesi precedenti avevo chiesto di essere integrato nel Sisde, il servizio segreto civile, per schiodarmi da un ambiente che tendeva ad isolarmi, con grave pregiudizio anche per la carriera. La soluzione del Sisde, un organismo conosciuto attraverso alcuni colleghi, rifletteva l’opportunità di capitalizzare l’esperienza nell’Antiterrorismo e le tecniche di intelligence apprese da Dalla Chiesa.

Immagino che l’idea fu cestinata.

Non fu neppure presa in considerazione. Nervoso, esasperato, cosciente di aver esaurito le mie modeste cartucce negoziali, decisi allora di inviare un esposto-denuncia alla Procura militare ordinaria di Torino, alla Procura di Milano, e copia all’Ufficio di presidenza della Commissione P2. Sennonché il 15 giugno, durante la cerimonia di insediamento del nuovo vertice del Cocer, cui partecipavo come presidente uscente, fui turbato da una frase del generale Lorenzo Valditara: “Caro Bozzo, lei nell’Arma ha molti nemici che non le perdonano di aver fatto il bello e il cattivo tempo con il generale Dalla Chiesa”. La battuta di per sé non mi stupiva e bene inquadrava il clima che ammorbava ormai il Paese. Mi stupiva però che a pronunciarla fosse stato il comandante generale dell’Arma, colui che avrebbe dovuto tutelare i suoi subalterni e assicurare loro equità di giudizio. Allora chiamai il prefetto di Palermo. Si era ai primi di luglio 1982 e lui era prossimo alle nozze con Emanuela Setti Carraro. In sintesi, gli raccontai l’antefatto, aggiungendovi le mie personali preoccupazioni e lo stato d’avvilimento. Lui ascoltò e disse: “Non fare mosse avventate. Presto sarò a Milano e avremo modo di vederci”. Un giorno mi telefona, dandomi appuntamento al casello autostradale di Genova ovest. Stava viaggiando in macchina dopo il matrimonio, per prendere il traghetto che l’avrebbe portato a Palermo. L’incontro fu molto cordiale e ci lasciammo con una sua promessa: “Nei prossimi giorni sarò a Roma, dal ministro dell’Interno Rognoni. Deve sapere che è inaccettabile un trattamento del genere”. Non era uno sfogo. Dalla Chiesa aveva chiaro su quali pedali agire. Ad uno di questi, il credito che mi ero guadagnato presso il Viminale, vi aveva concorso in misura determinante. Il 19 giugno 1980, Virginio Rognoni, aveva espresso su di me il seguente giudizio caratteristico:

“Concordo pienamente con il giudizio espresso dal compilatore [Dalla Chiesa], trattandosi di ufficiale superiore dotato di spiccate qualità morali, fisiche, militari, culturali e intellettuali. In possesso di una preparazione tecnico-professionale elevatissima, ed estremamente qualificata, affinata dall’esperienza acquisita, nel corso di passate eccellenti prestazioni nello specifico settore della lotta all’eversione. Prodigandosi costantemente con encomiabile spirito di sacrificio, e con profondo senso di responsabilità, nel disimpegno delle proprie funzioni, ha continuato a fornire il proprio valido contributo, all’impulso, all’organizzazione e al coordinamento dei reparti a lui affidati per lo specifico impiego. Per il fervoroso impegno, l’altissima capacità, l’appassionato senso del dovere, la tempestività delle analisi, l’acutezza delle valutazioni, l’oculatezza degli interventi e la grandissima dedizione di cui ha sempre dato prova nell’espletamento dei suoi compiti, la generosità del temperamento, e l’altruismo dimostrato, si è ampiamente meritato la piena fiducia e le ampie lodi dei superiori e delle autorità governative”.

L’ennesimo scontro “Dalla Chiesa versus Comando generale”. Da una parte il “suo generale” che voleva trascinare la partita ai tempi supplementari con l’intervento del ministro dell’Interno, dall’altro viale Romania che le stava inviando il preavviso di trasferimento a Savona, con cui avrebbe fischiato anticipatamente la fine.

Fu più rapido il Palazzo con il suo pacco-dono… Dalla prospettiva virtuale di un Comando di un capoluogo regionale, mi aveva fatto precipitare ad una realtà di provincia che per numero di abitanti era pari ad un quartiere di Milano. La mia reazione alla lettera che mi annunciava Savona, fu istintiva e rabbiosa. Ripresi in mano l’esposto-denuncia e lo inviai ai rispettivi destinatari per raccomandata con ricevuta di ritorno. La macchina burocratica era stata messa in moto. Informai il mio diretto superiore, il generale Boldoni, che a sua volta chiamò telefonicamente Dalla Chiesa. Da Palermo, lui si fece sentire immediatamente con il tono di un tempo, severo e ultimativo: “Vedi tu come, ma recupera immediatamente le raccomandate. Non devono partire. E stai tranquillo, abbiamo ancora tempo sufficiente per modificare il trasferimento. Devo soltanto incontrare il ministro a Roma”. Ricordo che il mio maresciallo, Giuseppe Parisi, raggiunse di corsa l’ufficio postale per riprendere le raccomandate. Ne bloccò due, la terza la ripresi direttamente dalle “mani” dal destinatario… Il 3 settembre era però dietro l’angolo.
 


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