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Nei
secoli fedele allo stato
Negli stessi giorni in cui Peci metteva a disposizione del generale Dalla Chiesa il suo monumentale archivio mentale, cominciavo a muovere i primi passi su un altro sentiero che avrei scoperto ricco di insidie per le implicazioni con lo scandalo della loggia massonica P2, che sarebbe scoppiato di lì a poco: l’impegno nel Cocer carabinieri, il Consiglio centrale di rappresentanza militare. All’epoca, i Cocer vennero accolti con entusiasmo e numerosi ufficiali delle Forze Armate vi lessero l’avvento anche di un nuovo modello di partecipazione democratica alla vita del Paese. Per meglio comprendere quell’entusiasmo, è importante rifarsi alle cronache di fine anni Settanta, che descrivevano una situazione di generale attesa tra i militari, dopo il varo della legge dell’11 luglio 1978 n. 382 “Norme di principio sulla disciplina militare”, con la quale il legislatore aveva posto le basi di una revisione della normativa vigente. Si era così giunti alla sintesi legislativa di quell’effetto domino propiziato dalla smilitarizzazione degli “uomini radar” e dalla creazione del sindacato di polizia, che colmava il secolare distacco dei corpi separati dello Stato dalla società civile. Nel suo insieme, la società italiana ne era uscita rafforzata, più salda e più matura, nonostante una stagione di dure lotte, seguita da uno strascico di diffidenze e polemiche. In questo si distinguevano i ceti moderati e conservatori, i cosiddetti “benpensanti” attestati su una linea di chiara ostilità e riserva per frenare, sostenevano, una “pericolosa deriva”, se non una “sinistra avventura” per le Forze Armate, in particolare per l’Arma dei carabinieri, tradizionalmente considerata al di sopra delle parti. Perché proprio lei nel
Consiglio di rappresentanza militare? Non aveva già abbastanza grattacapi? Ciononostante i punti di
contatto e di interesse tra base e vertice della piramide erano autentici, anche
se non posso negare che vi era una palese sperequazione tra gli obiettivi
perseguiti delle avanguardie e i risultati concretamente raggiungibili. Sotto il
profilo normativo, però, l’unità di intenti era reale. Da tempo gli ufficiali
superiori manifestavano il proprio disagio per un formalismo di stampo
ottocentesco, visibilmente superato dalla storia e dalle esperienze che si erano
accumulate dal secondo dopoguerra. Scambi con ufficiali degli altri eserciti
della Nato, soggiorni di studio presso le più rinomate accademie militare
all’estero (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania) avevano accelerato il
cambiamento di mentalità e di valori, cui non era del tutto estranea anche la
lotta al terrorismo, con la formazione dei nuclei speciali e la crescita
rigogliosa di una forte identità e solidarismo di gruppo. A sua giustificazione,
va pure detto che l’Arma si trascinava (e si trascina) dietro la peculiarità che
ne fa il fiore all’occhiello delle Forze Armate, ma che ad un tempo ne accentua
il formalismo: il decentramento. Più di ogni altra Forza Armata i suoi membri si
vedono saltuariamente, soprattutto a livello intermedio. Fui eletto a grande maggioranza presidente del Cobar (Consiglio di base di rappresentanza) di Milano; un analogo risultato ottenni alle elezioni del Coir (Consiglio intermedio di rappresentanza) che raggruppava tutto il Nord Italia, pari a quasi il 40 per cento dell’organico dell’Arma. Infine, nel novembre del 1980 presi il posto del dimissionario tenente colonnello Tito Manlio Salvati, presidente del Cocer. E dal primo momento mi attrezzai per conciliare il già gravoso impegno professionale con quello (triplice) della rappresentanza militare. Andai per gradi crescenti di problematicità. La logistica era quella che meno mi preoccupava, perché a Milano, la sede territoriale del Cobar si trovava a due passi dal Comando della “Pastrengo” e nella mia stessa caserma, così come quella del Coir, il che riduceva al minimo i disagi. L’attività del Cocer a Roma, invece, era “subordinata” alle mie frequenti missioni nella capitale; una soluzione ragionevole che non ha mai pesato sugli impegni professionali degli altri colleghi. Di ben altra portata era la questione organizzativa. Qui si trattava di razionalizzare le risorse per ottenere dalle segreterie degli organi di rappresentanza il massimo dell’efficienza, per non essere travolti dalla marea di questioni burocratiche che ci sommergeva in quegli anni. La soluzione? Quella legalmente percorribile: costruire la mia segreteria personale con i sottufficiali eletti nelle rappresentanze… Lo spirito di abnegazione degli stessi ha fatto il resto. L’entusiasmo della “base” e la carica di aspettativa di cui eravamo circondati nell’Arma in generale, hanno poi contribuito a dare anche un’immagine di partecipazione corale alla macchina burocratica e alle iniziative varate da Cobar, Coir e Cocer sotto le mie presidenze. Per contrasto, il racconto sulla fase “pionieristica” delle rappresentanza militari non è esauriente se si ignorano le diffidenze, se non il rancore, di chi spargeva sempre il seme del sospetto di “comunismo” o “anti-atlantismo” su qualunque riforma finalizzata a modernizzare il Paese, dimentico che le rappresentanze erano previste dalla legge ed operavano nel rispetto della Costituzione. L’ex senatore Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione parlamentare sulle stragi e sul terrorismo dal 1994 al 2001, ha scritto che “l’anticomunismo era il collante capace di nascondere qualunque altra divergenza non solo politica, ma anche culturale”. Mi chiedo se le rappresentanze militari non sono diventate qualcosa di culturalmente dirompente per gli stereotipi del tempo, contribuendo a svelenire la vita del Paese, non del tutto affrancato dalla strategia della tensione e ancora immerso negli anni di piombo. Questo è un aspetto poco
scandagliato dalla pubblicistica dell’epoca, che si limitò a descrivere gli
effetti politici della riforma, ma non quelli “intimamente più profondi” nel
corpo militare. Non credo quindi che si possa esaurire l’argomento con una
risposta univoca, però è innegabile che Cobar, Coir e Cocer siano stati un netto
spartiacque con le tentazioni golpiste che come un fiume carsico avevano
attraversato il Paese dagli anni Sessanta in avanti. E credo che siano stati
anche la risposta di una generazione di militari fedele alle istituzioni
democratiche e alla Costituzione a coloro che speravano di riportare indietro
l’orologio della storia con l’appoggio delle Forze Armate. Non era scontato, se
ritorniamo ai fatti di sei anni prima, quando nel 1974 una fetta consistente
delle alte sfere militari si era posta al servizio di un tentativo di colpo di
stato “democratico” ordito dall’ex comandante della formazione partigiana
“Franchi”, Edgardo Sogno, per “liberare” il Paese dal regime cattocomunista. Per
sua stessa ammissione, del nucleo (corposo) di congiurati militari facevano
parte l’allora vice comandante dei carabinieri Franco Picchiotti e la Divisione
“Pastrengo”. Non del tutto. Dalla scoperta
degli elenchi della Loggia massonica Propaganda 2 il Paese ricevette una dose di
anticorpi sufficiente a liberarsi di un tumore maligno che moltiplicava
metastasi a velocità esponenziale. Io credo che si debba guardare anche a quello
che non è stato. Certo, alcuni uomini iscritti alla P2 hanno raggiunto un potere
inimmaginabile in quel lontano 1981, ma la democrazia italiana ha retto e con
essa si è rafforzata il senso della memoria che rimane il miglior antidoto alle
scorrerie di avventurieri e predoni. Oggi posso dirlo con franchezza,
ma non fu un’iniziativa assolutamente spontanea. A suggerirmela fu il mio
vecchio comandante, il generale Palombi, all’epoca prefetto di Genova. L’avevo
incontrato nel suo ufficio, approfittando di una trasferta per un’indagine sul
terrorismo. Giocoforza, vuoi per i comuni trascorsi nella Divisione “Pastrengo”,
vuoi per la stima e la fiducia reciproche, il discorso era scivolato sulla P2 e
i suoi iniziati, per allargarsi sul generale Palumbo e il suo gruppo di fidati
ufficiali. Vicende che col senno del poi, dopo la pubblicazione delle liste
sequestrate negli archivi di Castiglion Fibocchi, apparivano sempre più in
collegamento tra di loro e sempre meno occasionali. Anche il ruolo di alcuni
personaggi minori, il cui potere aveva creato sconcerto all’interno della
Divisione, si spiegava d’incanto. In passato, per un inconscio rifiuto a saldare
gli avvenimenti e a concatenarli in una trama, avevo sempre guardato alle
“conventicole” in termini morali e disciplinari, mai penali. Forse, per forma
mentis, ero portato minimizzare sulle note del vecchio adagio che “i panni
sporchi si lavano in famiglia”, mentre l’inchiesta di Colombo e di Turone,
scoperchiando un autentico vaso di Pandora, reclamava qualcosa di più vigoroso
di un semplice lavaggio all’interno dell’Arma. Ricordo che da queste
riflessioni, Palombi se ne uscì con una domanda a bruciapelo: “Ma tu questi
fatti li hai riferiti ai magistrati? Guarda che non è a tua discrezione, sei
ancora un ufficiale di polizia giudiziaria, quindi hai l’obbligo di denunciare
all’autorità ciò che sai”. Mi feci precedere da una
telefonata al dottor Guido Viola, allora sostituto procuratore della Repubblica
di Milano. Ci avrebbe pensato lui, mi disse, ad avvertire i suoi colleghi.
Quando misi giù il ricevitore, avevo un appuntamento per il 24 aprile a
mezzogiorno, presso l’Ufficio Istruzione, ma quel giorno, con la sala d’attesa
brulicante di gente come un porto di mare, si decise di comune accordo di
rinviare l’incontro all’indomani nell’ufficio del giudice Colombo.
Nell’anniversario della Liberazione, provavo anch’io a liberarmi dei fantasmi di
via Marcora, sede della Divisione “Pastrengo”. Le prime parole del verbale
riassumevano bene anche il mio stato d’animo: “Sono tenente colonnello in s.p.e.
dell’Arma dei carabinieri e presto servizio quale capo sezione criminalità
presso lo Stato maggiore della Divisione-CC ‘Pastrengo’ di Milano. Ho appreso
dalla stampa che l’ufficio si occupa, nell’ambito dell’inchiesta relativa alla
scomparsa di Michele Sindona, anche della persona di Licio Gelli e della loggia
P2”. E il filo conduttore della deposizione, che fu secretata, annodava le
molteplici “stranezze” che avevo avvertito negli alti comandi divisionali. Ai
magistrati cominciai a descrivere i comportamenti del gruppo di potere che si
raccoglieva attorno alle greche dei generali Franco Picchiotti, allora vice
comandante dell’Arma, e Giovanbattista Palumbo, comandante della Divisione;
spiegai i meccanismi di promozione e indicai chi, secondo le mie informazioni ed
esperienze, aveva fornito le coperture governative per gli avanzamenti di
carriera dei “soliti noti”. Erano nomi che per vie occulte si affiancavano a
quello di Licio Gelli. Dalle occhiate che si scambiavano i magistrati, dedussi
che erano incuriositi da un racconto che per la prima volta arrivava
direttamente dall’Arma. La curiosità divenne interesse quando entrai nel merito
degli affari interni della “Pastrengo” saldamente concentrati a metà degli anni
Settanta nelle mani dei maggiori Antonio Calabrese e Giovanni Guerrera (aiutante
di campo), entrambi provenienti da esperienze di servizio in Toscana, e dei
colonnelli Nicola Bozzi e Aldo Favali, questi ultimi destinati a dirigere i
servizi di sicurezza e vigilanza di istituti bancari dal primo giorno di
congedo… Sodali della cerchia erano anche il colonnello Michele Santoro e il
colonnello Pietro Musumeci, diventato generale e dirigente del Sismi,
frequentatore abituale degli alti comandi della “Pastrengo”, sebbene non ne
dipendesse gerarchicamente. Firmato il verbale come persona informata dei fatti,
si concordò un altro incontro per alcune precisazioni scritte, che avvenne tre
settimane dopo, il 14 maggio. Temporaneamente. Nel 1977,
ricordai ai magistrati, la cordata di Palumbo riprese quota dopo la nomina al
ministero della Difesa dell’onorevole Vito Lattanzio, che si adoperò per un
immediato ricambio nella stanza dei bottoni della “Pastrengo”, con particolare
“attenzione” a tutti i collaboratori di Palombi. Lattanzio contribuì poi a
generare una catena di sospetti e inquietudine, quando ci si accorse che le sue
decisioni passavano dai giudizi di un certo Angelo Pieschi, fratello del suo
segretario particolare, che si accreditava presso caserme e comandi militari di
Milano come “consulente del ministro”. Ma più che da consulente, il Pieschi si
muoveva da “braccio armato” del ministro. Con disinvoltura allucinante, fuori da
schemi gerarchici, dispensava raccomandazioni e “consigli”, imponeva
trasferimenti, quasi sempre sgraditi. C’era quasi certamente la sua longa manus
dietro il mio passaggio dallo Stato maggiore divisionale al Nucleo Radiomobile
di Milano e altri repentini spostamenti, tra cui quello di un mio caro amico,
l’allora capitano Alessandro Tornabene, inviato su due piedi in Sardegna. La
disintegrazione degli organigrammi della “Pastrengo” sarebbe stata pressoché
totale se non ci fosse stata a Ferragosto la fuga, dall’ospedale militare del
Celio di Roma, del criminale di guerra nazista Herbert Kappler, responsabile del
massacro delle Fosse Ardeatine. Il vergognoso episodio servì almeno a
ridimensionare Lattanzio ed io ritornai in via Marcora. Un ritorno quasi a
malincuore. L’esperienza al Comando del Nucleo Radiomobile, un ambiente
informale e aperto, estremamente motivato e vitale, diverso da quello cui ero
abituato, mi aveva ridato entusiasmo. Era un’altra vita, simile a quella che
avevo nel cuore dagli anni Cinquanta… Gli anni, spiegai ancora ai
magistrati, in cui si moltiplicarono i tentacoli della piovra piduista, con i
quali Gelli controllava l’attività dell’Arma a Milano. Il Venerabile arrivò
persino ad aggregare attorno a sé un autentico contropotere, in grado di
condizionare anche l’operato del generale Dalla Chiesa. Paradosso della
conseguenza, il capo della P2 utilizzava la stessa tecnica di cui ci sentivamo
maestri, l’infiltrazione, che prese corpo con il trasferimento di ufficiali
superiori dalle “comuni amicizie e origini toscane”, come il tenente colonnello
Giancarlo Panella e il colonnello Mazzei, nuovo comandante della Legione di
Milano. La contrapposizione personale con Mazzei fu immediata, come ho ricordato
nelle pagine dedicate a via Monte Nevoso. Nel 1979, però, lo stesso Mazzei fu
sottoposto ad un’azione disciplinare per una storia controversa e dai risvolti
morbosi che gettò non poco discredito sull’Arma. Il colonnello, infatti, era
diventato amico di un professore di scuola superiore, tal Pietro Del Giudice,
“ideologo” di un gruppo della sinistra extraparlamentare di Sesto San Giovanni,
dalla cui costola era nata Prima linea. A favorire la conoscenza era stata la
moglie separata del professore, tale Anna Ditel, nata all’isola d’Elba, nello
stesso comune di Mazzei. Dunque, frequentazioni “sospette” e discutibili da
troncare immediatamente per un ufficiale dei carabinieri. A meno che non vi
fossero altre motivazioni di servizio, ma quali, da chi dirette e a favore di
chi? Dello Stato o dei servizi paralleli, sensibili a mantenere alta la
tensione? Domande legittime osservando il comportamento del colonnello,
refrattario ai ripetuti inviti “ufficiosi” dell’Arma, e nonostante che lo stesso
fosse stato informato dal capitano Bonaventura di un procedimento giudiziario su
Del Giudice, accusato di concorso in rapina. Il 26 giugno 1979, la vicenda si
avvitava pericolosamente per una “soffiata” di Mazzei che anticipava a Del
Giudice (il cui telefono era sotto controllo) una imminente operazione
antiterroristica. Potrei formulare ipotesi, ma non
potrei provarle. Di concreto le posso raccontare il finale della storia come lo
raccontai ai magistrati. Mazzei si sottrasse all’inchiesta con le dimissioni e
il congedo anticipato. E secondo copione (della P2), andò a dirigere i servizi
di vigilanza del Banco Ambrosiano di Calvi. Mesi dopo, arrestato Del Giudice,
esautorato Mazzei, il suo sostituto al comando della Legione di Milano, l’amico
e allora colonnello Cesare Vitale, mi disse che aveva raccolto voci di un
ritorno prepotente della massoneria per fare quadrato, mettendo in campo
l’influenza di uomini ancora potenti come i generali Picchiotti, Palumbo,
Siracusano ed altri... Feci nomi, citai episodi, offrii elementi nuovi di conoscenza e di interpretazione che nel tempo, come affermò il senatore del Pci Raimondo Ricci, uno dei parlamentari della Commissione d’indagine sulla P2, trovarono conferma in altre testimonianze. Anzi, il senatore Ricci andò oltre nei miei riguardi. In una seduta, sottolineò che mi ero esposto con un coraggio che riconosceva soltanto ai grandi dirigenti del suo partito. Furono parole che mi commossero e che negli anni a venire vissi come la cartina di tornasole della pericolosità del verminaio che stava intossicando la società italiana e che si preparava ad annientare la mia carriera. Ne ebbi sentore non appena si pose all’ordine del giorno l’assegnazione del periodo biennale di un comando operativo, condizione obbligatoria per la promozione a colonnello. In una riunione a Milano con il vice comandante dell’Arma, generale Pietro Lorenzoni, il fuoco di sbarramento contro di me fu esplicito. Alla proposta di un periodo di comando del locale gruppo provinciale, qualcuno contrappose l’inopportunità, se non addirittura l’incompatibilità dell’incarico, con la testimonianza resa ai giudici Colombo e Turone. Il seme del dubbio fu sufficiente ad archiviare l’idea, senza opposizioni o reazioni di sorta. Depennata Milano dalla rosa delle destinazioni, spuntò prima Padova, poi Savona, in un progressivo e rapido declassamento di rango e di prestigio che doveva, e non poteva essere altrimenti, suonare come un preciso monito all’interno dell’Arma. Le sue traversie ricordano molto da vicino quelle del maresciallo della Guardia di Finanza, Silvio Novembre, che lavorò per cinque anni al fianco di Giorgio Ambrosoli, il liquidatore della Banca Privata Italiana di Milano, ucciso l’11 luglio del 1979 da un sicario al soldo di Michele Sindona, il banchiere della mafia. Di Novembre, lo scrittore e giornalista Corrado Stajano ci ha donato un mirabile ritratto nel suo libro sull’avvocato Ambrosoli Un eroe borghese. Del sottufficiale ha scritto: “[Novembre] ha subito pressioni, intimidazioni, minacce, ha rischiato la vita. Più volte è stata chiesta la sua testa: per punire l’abnegazione, la passione e lo zelo usati nell’adempimento del suo compito, al di là del dovere. Licio Gelli, capo della loggia massonica P2, ha cercato di privare Ambrosoli del suo braccio destro prezioso. Rodolfo Guzzi, l’avvocato di Sindona, ha dichiarato di avere avuto l’incarico di far trasferire il maresciallo Novembre, di allontanarlo dalla banca in liquidazione. Il proposito fallì nonostante il Comando generale della Guardia di Finanza fosse inquinato e corrotto e il suo comandante Raffaele Giudice e il capo di Stato maggiore Donato Lo Prete e generali, ufficiali superiori e subalterni, iscritti nelle liste della P2, si prestassero ai piani e alla volontà di Gelli…”. Come Silvio Novembre, anche lei si è disinteressato degli avvertimenti camuffati da esortazioni “…ma lascia perdere, chi te lo fa fare, pensa alla famiglia”, dei soliti sistemi in superficie rispettabili che si prestano a tacitare le coscienze. A differenza del maresciallo
Novembre, i rischi fisici sono stati decisamente minori, non ero del tutto (o
non ancora) isolato ai vertici dell’Arma ed avevo a mia disposizione strumenti
istituzionali efficaci per contrastare la deriva della P2. Il Cocer fu uno dei
questi. La mozione d’esordio, con la quale denunciavo l’incompatibilità tra il
giuramento di fedeltà alla Patria e l’affiliazione alle logge massoniche, fu un
piatto d’assaggio che risultò indigesto a molti. Non trovai vita facile, ma non
ne ero sorpreso. Il mio predecessore alla presidenza del Cocer, il tenente
colonnello Tito Manlio Salvati, comandante del Gruppo carabinieri di Arezzo, era
stato profetico: “Stai attento, perché si rischia parecchio”. Conoscevo Salvati
per essere un ufficiale onesto e leale, che probabilmente aveva anche subito
pressioni da Gelli, rifiutandone però la “protezione”. E questo mi portava ad
apprezzare maggiormente la sua franchezza, anche se non riuscivo a coglierne i
nessi con la sicurezza personale, tanto mi appariva scontata l’inaccettabilità
del doppio giuramento. Sbagliavo. Visto in retrospettiva, il pericolo della P2
avrebbe invitato davvero ad una maggiore prudenza, ma ciò si scontrava con una
mia nota rigidità caratteriale, che in alcune occasioni si è rivelata un’arma a
doppio taglio. In ogni caso, sia per intelligente calcolo politico, sia per
compensare il ridotto sostegno ai Cocer delle alte sfere dell’Arma affette da
schematismo ideologico, avrei dovuto evitare le “trappole” della
sovraesposizione mediatica su un’unica persona. Mi sarei risparmiato rancori e
riserve personali, ed avrei altresì spuntato le argomentazioni di chi cercava di
sparigliare il dibattito, sostenendo l’estraneità della massoneria dalla
mozione… La votazione fece registrare tuttavia un’adesione plebiscitaria, salvo
l’astensione di un militare di leva, al quale chiesi poi, incuriosito, il perché
del suo orientamento apparentemente singolare. Rispose che per coerenza non si
era discostato dalla linea del suo partito, il Movimento sociale italiano, non
avverso alla P2. In questo, i missini di Giorgio Almirante si trovavano in folta
compagnia. I soli ad aver marcato una presa di distanza totale e compatta da
Licio Gelli erano stati i comunisti di Enrico Berlinguer. Unici e diversi in
tutto, ma privi di influenza sull’Arma dei carabinieri, dove si avvertiva un
gran rumore di fondo, in parte contrastato dal neo comandante generale Lorenzo
Valditara, cui ora non poteva sfuggire il senso delle promozioni sotto
l’ombrello piduista, di cui si poteva soltanto chiacchierare in passato. E i
primi a denunciarmi furono il generale Palumbo e i tre comandanti di Roma,
Milano e Firenze. Accuse cadute nel vuoto, letteralmente ignorate dalla
magistratura, indirettamente fatte a pezzi dalla relazione della Commissione
parlamentare d’inchiesta P2, le cui conclusioni sono state frettolosamente
cancellate dalla memoria del Paese, sotto la spinta non disinteressata degli
iscritti alla loggia di Gelli, i quali avevano tutto l’interesse a ricostruirsi
una “verginità”. Nelle riunioni preliminari era
emerso il mio orientamento, ribadito nei mesi successivi alla mia elezione con
prese di posizione pubbliche e lettere ai giornali. E le mie sottolineature
sulla legge 382 del ’78 “Norme di principio sulla disciplina militare”, ad
esempio sull’articolo 9, miravano a valorizzare un intervento legislativo che
finalmente, se opportunamente corretto e applicato, avrebbe potuto contribuire
anche ad evitare il ripetersi “di vergognose e squallide vicende” come la P2,65
da me definita nelle lettere ai giornali un’organizzazione che “s’infiltra
subdolamente nei gangli vitali della nostra società per inquinare, corrompere,
estorcere, ricattare, per fini di basso e laido potere”. In quella medesima
lettera, dopo aver ricordato i giudizi severi sulla loggia massonica dell’allora
presidente della Repubblica Sandro Pertini e del presidente del Consiglio
Giovanni Spadolini, reclamavo anche una parola netta e chiara del ministro della
Difesa, fino allora singolarmente silente e tardivo sulla compatibilità di un
militare in servizio permanente effettivo e la sua appartenenza alla massoneria.
Evocavo e indicavo come termine di paragone, correndo anche il rischio d’essere
equivocato, il passaggio crudele della guerra civile nel nostro Paese, che non
mi attirò sicuramente grandi simpatia dall’estrema destra e dalla destra
neofascista: Formalmente era soltanto una
richiesta di iscrizione che per varie ragioni non aveva avuto, o potuto avere
seguito. Ma questa precisione potrebbe sembrare una difesa d’ufficio e non
aiuterebbe certo il lettore, soprattutto quello giovane, a districarsi nelle
vicende di quegli anni. Intanto, è necessario una ricostruzione d’ambiente,
ritornare al 1976, anno di particolare ostracismo nei confronti di Dalla Chiesa,
trasferito in attesa di incarico, quindi privato di potere operativo a pochi
mesi dall’esame al grado superiore. Insomma, un provvedimento punitivo, firmato
dall’allora comandante generale dell’Arma, Enrico Mino, che il gotha dei
carabinieri aveva interpretato o come un avvertimento nel migliore, o come il
tentativo di distruggerne la carriera, nel peggiore dei casi. Ed è qui che entra
il scena il generale Picchiotti. Ex vice comandante dell’Arma, alto dirigente di
una società di vigilanza, è l’uomo che avvicina (casualmente?) Dalla Chiesa e ne
raccoglie le confidenze, lo sfogo, la rabbia per lo situazione di stallo della
sua carriera. Ed è colui che, così mi raccontò il generale, gli suggerisce di
venire “con noi”. “Voi chi?”, “Noi… hai mai sentito parlare della massoneria?
Comunque qui c’è la domanda, riflettici, ci vediamo tra qualche giorno”. Uscito
Picchiotti, Dalla Chiesa fece due telefonate: una al generale Palombi, ma non lo
trova, l’altra al generale Mino, che dinanzi alle sue perplessità, commenta:
“Non vedo che male possa esserci”. Qualche settimana dopo, Dalla Chiesa
consegnava la richiesta di iscrizione a Picchiotti e del ventilato trasferimento
nessuno avrebbe più parlato. Che io sappia, Dalla Chiesa non si è spinto oltre
nei rapporti con la P2. Il resto è sepolto con lui dal 3 settembre 1982. Quando appresi la notizia
dell’eccidio di via Carini a Palermo, il dolore annullò la parola per timore di
dire banalità: la grandezza dell’uomo si misurava nel suo sacrificio per lo
Stato, ed era una riflessione collettiva difficilmente contestabile.
L’eccezionale statura dell’ufficiale stava, invece, in quelle prerogative che
lui trasformava in qualità, mentre in altri rimanevano difetti: era un superiore
assillante, incontentabile, perfezionista, sfibrante. La generosità era poi una
sua qualità intima, mai ostentata, ma io ne avevo beneficiato in più di una
occasione. C’è un episodio di cui ho parlato raramente, era il 1996, la mia
prima esperienza milanese. Mio figlio Roberto, poco più di un anno all’epoca, si
era ammalato. Febbre alta e vomito, sintomi preoccupanti per l’età neonatale,
per i quali il medico di famiglia aveva disposto il ricovero d’urgenza
all’ospedale per malattie infettive. Il giorno successivo, non so come, Dalla
Chiesa ne era venuto a conoscenza. Mi convoca nel suo ufficio e mi fa una
“girata” mai vista, rimproverandomi di non averlo avvertito, di scarsa
sensibilità nei suoi confronti, dell’assurdità del ricovero in quell’ospedale, e
via discorrendo. Poi, mentre continuavo a rimanere sull’attenti, chiama il
sindaco di Milano Pietro Buccalossi, figura mitica degli anni Sessanta, e gli
espone la questione. Due giorni dopo, mio figlio veniva affidato alle cure di
medici specialistici a casa. Nella sua semplicità, l’episodio salda il carattere
e il valore uniti a una punta di narcisismo di Dalla Chiesa uomo: c’è
l’impulsività delle origini emiliane per chi mette in discussione le sue qualità
umane e c’è la severità del superiore verso chi mostra di non stimarlo sul piano
dei sentimenti, quella stima che chiedeva e sapeva restituire ai suoi
collaboratori, mai viziata da retropensiero. Immaginarlo devastato dai
proiettili insieme con la moglie Emanuela sui sedili della A112, fu per me un
dolore cruento e in quell’immagine vidi spegnersi l’idea di un mondo onesto e il
tramonto di una stagione di speranza personale. Il 28 settembre, ventisei giorni
dopo quelle morti, ricevevo l’ordine di trasferimento a Savona. Il provvedimento
suonava come l’inizio della resa dei conti. Morto Dalla Chiesa, privo di un
leale parafulmine, avrei dovuto fronteggiare i miei avversari con gli encomi, le
medaglie, i ricordi. Riflettevo che soltanto qualche anno prima, nel 1977, ero
stato promosso tenente colonnello. Quella promozione a 43 anni era stata letta
come un decisivo passo – a quei tempi – verso un brillante futuro. Ora, con
quello stesso grado e l’incombente minaccia di un provvedimento disciplinare,
rischiavo di chiudere anticipatamente la carriera. Mi sentivo al capolinea, nel
vero senso della parola. Rimuginavo con la fantasia sui dialoghi e sui commenti
ironici che si sarebbero spesi sul mio trasferimento: “Ma che cosa vuole ancora
Bozzo? L’abbiamo spedito vicino Genova, a pochi chilometri da casa, così quando
andrà in pensione non dovrà neppure traslocare…”. I primi riscontri vennero
trasmessi dal generale Dalla Chiesa, ma già da qualche settimana noi avevamo
allertato i servizi di sicurezza per una voce su un possibile sequestro di un
generale americano in servizio a Verona, raccolta dal brigatista rosso Michele
Galati, detenuto nel carcere di massima sicurezza di Novara. Ma a Verona non
risultava nessun generale Usa negli organici Nato, mentre ve n’erano due in
servizio a Vicenza. La pianta organica presentava però un vuoto: la recente
promozione a generale di un colonnello prossimo alla pensione, appunto James Lee
Dozier, di stanza a Verona. Che fare? Gli assegnammo una scorta che il generale,
puntualmente, congedava una volta a casa, per dedicarsi al suo amato footing sul
lungo Adige. Una pratica sportiva in perfetta solitudine che rese oggettivamente
il sequestro un gioco da ragazzi per le Br. Quando la notizia attraversò
l’Oceano, dalla Casa Bianca di Ronald Reagan e dal Dipartimento di Stato
americano piovvero pressioni di ogni genere sul presidente del Consiglio,
Giovanni Spadolini, e sul ministro dell’Interno, Virginio Rognoni. Ma, per
nostra fortuna, le indagini presero subito la direzione giusta. Fu ancora una
volta Galati a darci l’imbeccata esatta, i nomi chiave per risalire ai
sequestratori, quelli di un certo Ruggero Volinia e della sua amante che
frequentava senza il placet dell’organizzazione. L’indicazione era stata
raccolta (su autorizzazione del magistrato) dal generale Dalla Chiesa, che il
capitano Ganzer ed io avevamo accompagnato a Novara, ma il passo successivo
delle operazione mise subito in evidenza la spaccatura tra ciò che rimaneva
dell’Antiterrorismo e la gerarchia territoriale dell’Arma, contraria ad
lasciarmi mano libera nelle indagini. Al dunque, il colonnello Sergio Colombini,
comandante della Legione di Padova, da cui dipendeva Verona, fu esplicito e
risoluto, per cui al generale Attilio Boldoni, nuovo comandante della Divisione
“Pastrengo”, non rimase che richiamarmi a Milano. In una riunione interforze sul rapimento Dozier, era filtrata la nostra inchiesta su Volinia e sugli appostamenti alla sua abitazione effettuati dall’Arma territoriale. In un battibaleno, Ugicos e Digos avevano piazzato ad insaputa dei carabinieri i loro uomini in borghese, correndo anche il rischio di un conflitto a fuoco tra forze dell’ordine. Così l’arresto di Volinia si è trasformato in una sfida tra Arma e Polizia di Stato, con quest’ultima protagonista, con tutto quello che ne è seguito, le informazioni sul covo di Savasta, la liberazione di Dozier. A Padova, per la conferenza stampa di rito, il ministro chiese ed ottenne che ci fossero anche i carabinieri, e fu io a rappresentarli. Dopo il danno personale, anche la beffa collettiva. A Dalla Chiesa, che si lamentò personalmente con Rognoni, fu replicato che la polizia aveva bisogno di un successo e di visibilità internazionale. Quelli erano i tempi e non credo che siano molto cambiati. Mi pare di capire che l’episodio Dozier non fermi la sua eclissi. Anzi, l’accelera. Tra luci e
ombre, la liberazione del generale americano aveva segnato un altro punto a
favore di Dalla Chiesa e per contrasto, un altro supplemento d’invidia. Sembrava
un corto circuito: più cercavano di emarginarlo, più le istituzioni erano
costrette a riconoscergli un ruolo, una dimensione che sfuggiva alla media
comune degli investigatori. Di riflesso, anche i suoi collaboratori erano quasi
detestati. Quindi mi ritrovavo ad un bivio, nella piena consapevolezza che ero
comunque bruciato, a prescindere dalle scelte. Nei mesi precedenti avevo chiesto
di essere integrato nel Sisde, il servizio segreto civile, per schiodarmi da un
ambiente che tendeva ad isolarmi, con grave pregiudizio anche per la carriera.
La soluzione del Sisde, un organismo conosciuto attraverso alcuni colleghi,
rifletteva l’opportunità di capitalizzare l’esperienza nell’Antiterrorismo e le
tecniche di intelligence apprese da Dalla Chiesa. Non fu neppure presa in
considerazione. Nervoso, esasperato, cosciente di aver esaurito le mie modeste
cartucce negoziali, decisi allora di inviare un esposto-denuncia alla Procura
militare ordinaria di Torino, alla Procura di Milano, e copia all’Ufficio di
presidenza della Commissione P2. Sennonché il 15 giugno, durante la cerimonia di
insediamento del nuovo vertice del Cocer, cui partecipavo come presidente
uscente, fui turbato da una frase del generale Lorenzo Valditara: “Caro Bozzo,
lei nell’Arma ha molti nemici che non le perdonano di aver fatto il bello e il
cattivo tempo con il generale Dalla Chiesa”. La battuta di per sé non mi stupiva
e bene inquadrava il clima che ammorbava ormai il Paese. Mi stupiva però che a
pronunciarla fosse stato il comandante generale dell’Arma, colui che avrebbe
dovuto tutelare i suoi subalterni e assicurare loro equità di giudizio. Allora
chiamai il prefetto di Palermo. Si era ai primi di luglio 1982 e lui era
prossimo alle nozze con Emanuela Setti Carraro. In sintesi, gli raccontai
l’antefatto, aggiungendovi le mie personali preoccupazioni e lo stato
d’avvilimento. Lui ascoltò e disse: “Non fare mosse avventate. Presto sarò a
Milano e avremo modo di vederci”. Un giorno mi telefona, dandomi appuntamento al
casello autostradale di Genova ovest. Stava viaggiando in macchina dopo il
matrimonio, per prendere il traghetto che l’avrebbe portato a Palermo.
L’incontro fu molto cordiale e ci lasciammo con una sua promessa: “Nei prossimi
giorni sarò a Roma, dal ministro dell’Interno Rognoni. Deve sapere che è
inaccettabile un trattamento del genere”. Non era uno sfogo. Dalla Chiesa aveva
chiaro su quali pedali agire. Ad uno di questi, il credito che mi ero guadagnato
presso il Viminale, vi aveva concorso in misura determinante. Il 19 giugno 1980,
Virginio Rognoni, aveva espresso su di me il seguente giudizio caratteristico:
Fu più rapido il Palazzo con il
suo pacco-dono… Dalla prospettiva virtuale di un Comando di un capoluogo
regionale, mi aveva fatto precipitare ad una realtà di provincia che per numero
di abitanti era pari ad un quartiere di Milano. La mia reazione alla lettera che
mi annunciava Savona, fu istintiva e rabbiosa. Ripresi in mano
l’esposto-denuncia e lo inviai ai rispettivi destinatari per raccomandata con
ricevuta di ritorno. La macchina burocratica era stata messa in moto. Informai
il mio diretto superiore, il generale Boldoni, che a sua volta chiamò
telefonicamente Dalla Chiesa. Da Palermo, lui si fece sentire immediatamente con
il tono di un tempo, severo e ultimativo: “Vedi tu come, ma recupera
immediatamente le raccomandate. Non devono partire. E stai tranquillo, abbiamo
ancora tempo sufficiente per modificare il trasferimento. Devo soltanto
incontrare il ministro a Roma”. Ricordo che il mio maresciallo, Giuseppe Parisi,
raggiunse di corsa l’ufficio postale per riprendere le raccomandate. Ne bloccò
due, la terza la ripresi direttamente dalle “mani” dal destinatario… Il 3
settembre era però dietro l’angolo. |