Niente da perdere
 
di Mario Luigi Colangelo
 

le prime pagine del libro

20 maggio 1999.
In quella stanza odorosa di sesso, seduti sul letto, guardavamo gli album di foto della mia gioventù.
“Qui avevo vent’anni: guarda quanti capelli e come li portavo lunghi! Mia madre non li sopportava. Stai malissimo! Sembri un barbone, mi diceva sempre. Guarda la foto della laurea. Che bei tempi. Non ero male, vero?”.
“Ma sì, ma sì! Non eri male. Però ora sei meglio. Stempiato e con la faccia da marpione. Sei molto più sexy. Vanitoso! Lo sai benissimo di essere un bell’uomo, ma a te piace sentirtelo dire. Bestiaccia, ti amo”.
“Anche io ti amo. Se non avessi te...”.
“Ne avresti un’altra... Non dureresti più di una settimana senza una donna. Se io e te litigassimo sono sicura che ti troveresti subito la sostituta. Tu non sei come me”.
“Ah sì? E tu? Non dureresti più di dieci giorni”.
“No, ti sbagli! Se tu mi lasciassi sarei un’anima persa e non sopporterei nessuno. Voglio solo te”.
“Anche io voglio solo te. Scusa se cambio discorso, ma è quasi ora di pranzo... Che ne dici di una bella spaghettata aglio, olio e peperoncino con contributo generoso di dolcetto di Acqui? Ne ho una cassa piena in credenza”.
“Wow, ottima idea! Però prima ho una sorpresa per te. Chiudi gli occhi”.
Eva, completamente nuda, scese dal letto, calzò le mie ciabatte, gigantesche per i suoi piedini da ballerina, fece pochi passi, con gran effetto coreografico del suo magnifico posteriore in movimento, e raggiunse la sua borsa in pelle marrone posata sul tavolino dell’ingresso. Quindi estrasse un pacchetto confezionato con un’elegante carta blu, ritornò a letto e me lo porse con un gran sorriso.
“Aprilo”.
Un luccichio lussuoso emerse dalla confezione.
“Non ti dovevi disturbare. Addirittura un Rolex! Ti sarà costato una fortuna. Sono commosso, tesoro. Sei adorabile”.
“So che ti sarebbe piaciuto. L’altro ieri eravamo davanti alla gioielleria e lo guardavi in vetrina con occhio voglioso. Buon compleanno, Paolo”.
“Grazie, sei unica. Mi hai fatto passare anche la fame... Che ne dici di mangiare tra un oretta? Oggi non abbiamo orari e io ho rigorosamente spento tutti e due i miei cellulari. Avrai fatto lo stesso anche tu, spero...”.
Da quel momento e per più di un’ora, in tutta la casa solo rumori di baci, gemiti, scricchiolii del letto a tre piazze duramente provato da quella maratona di sesso, parole rese roche dalla libidine. Un’ora di sconvolgimento dei sensi e delle lenzuola ormai ridotte a un agglomerato di stoffa bianca e stropicciata.
Erano ormai le due di pomeriggio ed Eva era stesa sul letto, esausta dopo l’ennesimo orgasmo.
“Ora mettiamo qualcosa sotto i denti se non vuoi che tiri le cuoia. E poi, cosa gli racconto a mio marito? Lui che mi pensa seduta e concentrata al convegno nazionale degli avvocati! Povero scemo!”, disse con ghigno bastardo.
“Sì, hai ragione. Sarebbe molto imbarazzante dover spiegare a tutti che sei spirata a casa mia per overdose di sesso a digiuno. Metto su l’acqua per la pasta. Tu intanto prepara l’insalata”.
Eva Vicini indossò la mia camicia che le faceva da vestitino e dopo avermi sbaciucchiato sulla bocca mi tirò su dal letto di forza.
“Andiamo a mangiare, quarantenne sciupafemmine!”.
Eva era per me l’amante ideale. Bella e sensuale, con un corpo da gazzella reso ancor più attraente da un paio di gambe lunghe e ben tornite, seno piccolo ma piacevole alla vista e al tatto, un viso giovanile incline al sorriso e due occhioni marroni brillanti come due biglie lucidate.
Era avvocato come me, l’avevo conosciuta in tribunale tre anni prima. Mi aveva colpito la sua bellezza esaltata dalla giovane età. Io ero rimasto vedovo quattro anni prima e mi ero imposto come regola di vita imprescindibile di non legarmi mai più e, semmai, di cercare dal gentil sesso la cosa più bella che mi poteva dare...
Quindi corteggiai Eva da subito e lei accettò le mie lusinghe. Sulle prime pensai che assecondasse la mia galanteria solo per il rispetto della mia maggiore età e della mia, ormai consolidata, fama di avvocato fiscalista di grido. Parecchi anni dopo mi sarei reso conto del vero motivo per cui la donna recitasse in modo esemplare la parte della giovane avvocatessa alle prime armi sedotta dal quarantenne affascinante e affermato professionista…
Mi raccontò che era sposata e trascurata dal marito eccetera. Insomma, anche Eva rispettò con puntiglio il copione di tutte le mogli che devono giustificare le corna gentilmente messe in testa al coniuge. E quindi, avanti con le solite scuse che ormai conosco a memoria: Mio marito non mi tocca da anni. È la prima volta che gli faccio le corna. Mica penserai di me che sono una puttana! Io sono innamorata di te. Non sto con te per il sesso, ma perché mi parli e mi fai sentire importante...
Fu così che festeggiai il mio quarantaduesimo compleanno in modo esemplare: cibo mediterraneo, squisito vino piemontese, sesso ad oltranza, tutto il giorno a letto con una bellissima trentenne sposata e quindi abbastanza innocua.
La giornata successiva sarebbe stata del tutto diversa…

21 maggio 1999, ore 9.10.
“Non ho intenzione di perdere tempo e tantomeno voglio farne perdere a lei. La notizia mi è stata data da un collega della commissione circa venti giorni fa. Abbiamo fatto controlli e abbiamo constatato che la sua azienda ha qualche problema”.
“Questa è bella! Noi siamo una ditta seria e non abbiamo niente da nascondere. Se lo metta bene in testa. La sua affermazione mi offende. Io ho famiglia e sono stimato da tutti. Si informi in giro e chieda di Nicola Marini. Tutti le parleranno bene di me. Sono un imprenditore stimato. Faccio anche beneficenza e...”.
“Grifo azzurro... Le ricorda niente questo nome? Allora? Signor Marini si è zittito all’improvviso? Amnesia? Bene, allora mi ascolti. Società Grifo azzurro S.r.l., sede a Montecarlo, appoggiata a varie banche del Principato, attività ufficiale: finanziaria. Nel 1990 si quota in borsa con capitale di 10 miliardi in lire, le azioni non vanno tanto bene fino al fatidico 1994 quando il loro valore passa da 20.000 a 35.000 lire nel giro di soli otto mesi. Allora? Non le viene in mente niente? Su Marini, faccia uno sforzo...”.
“Non so di cosa stia parlando. Non conosco questa società Grifo...”.
“No? Bene, allora vado a fondo e vediamo se la sua memoria, miracolosamente, si mette in moto. Nel 1994, in giugno per la precisione, lei, su consiglio dei suoi commercialisti ed avvocati, pensa bene di fare un piccolo versamento alla Grifo azzurro: 12 miliardi. Esportazione di valuta che le viene contestata, lo stesso anno in settembre, dalla Finanza. L’allora colonnello Melloni delle Fiamme Gialle mette tutto a tacere. Nel gennaio del 1995 Melloni scompare da Milano e viene poi trovato misteriosamente ucciso con un cappio al collo in una cascina di Vergate. Nel marzo 1996 la società monegasca fallisce e il suo amministratore delegato, un certo Marco Libato, di origine siciliana e con ambigue storie alle spalle, si dilegua ed è tuttora introvabile. Marini, l’amnesia come va? Non si ricorda niente?”.
“No, niente. Tutto quello che lei dice non riguarda la mia azienda. Lei mi fa solo ridere”.
“Bene. Mi compiaccio di metterla di buon umore. Però un’ultima precisazione gliela devo fare e poi la lezione di storia è finita. I dodici miliardi che lei ha racimolato e quotato in borsa tramite la Grifo azzurro originavano dalle sue sei società sparse in tutta Europa. Tutte sono indagate per mafia”.
“Le società di cui parla lei non erano gestite da me. Io ero un semplice consulente finanziario e ho solamente comprato le azioni con i soldi che mi aveva dato uno dei titolari delle società…”.
“Salvatore Parisi, suo genero. Sappiamo anche questo. Lei non aveva niente a che vedere con lui, vero? In fondo era solo il marito di sua figlia!”.
“Le ribadisco che la mia società non ha niente a che vedere con quella storia. Il titolare sono io e non ho nessun precedente penale che...”.
“Dicono che suo genero sia scappato in Argentina. Le risulta?”.
“Soffriva di un grave esaurimento ed è scomparso. Lo abbiamo cercato dappertutto ma niente da fare. Per noi è stata una sciagura. Ora mia figlia è rimasta sola e vive con me. Lei si diverte anche a scavare nel dolore della mia famiglia”.
“Si dice anche che l’anno scorso lei avrebbe ottenuto un appalto da 20 milioni di dollari per una fornitura di materiale edile al Municipio di Buenos Aires. Le risulta?”.
“Ora basta! Lei ha parlato fin troppo e sono stufo di farmi radiografare da una persona che non ha nemmeno il diritto di farlo. Chi si crede di essere? Comunque, le dimostro quanto i Marini siano signori... Tenga. È un piccolo dono della nostra ditta per chiudere un occhio, diciamo così, sulla storia di mio genero... Accetti. Dia retta a me. Lei mi farà avere la concessione e nessuno le dirà niente. Si faccia furbo: il mondo gira così e non sta né a me né a lei cambiarlo”.
Aprii una grossa busta che il boss aveva piazzato sulla scrivania davanti ai miei occhi increduli.
“Non credo di potere accettare. Quanti sono?”.
“200 milioni in banconote da 500.000 lire. Altri 200 testoni dopo che lei mi avrà dato la concessione”.
“Si tenga i soldi e se ne vada. Non si faccia mai più vedere e sparisca. Addio”.
“Lei è un perdente. Un giorno si pentirà di aver rifiutato mezzo miliardo”.
“Mi minaccia?”.
“Me ne vado. Le auguro buona continuazione, a lei e a tutta la sua famiglia, avvocato”.
Marini, istericamente e con lo sdegno di una puttana che vorrebbe essere considerata una vergine di primo pelo da portare all’altare, si alzò con uno scatto isterico bofonchiando frasi minacciose: Pagliaccio morto di fame, te ne pentirai... Pezzo di merda vestito con la cravatta.
Se ne andò. Senza scompormi osservai quell’uomo, grasso, volgare e calvo, uscire dal mio ufficio con passi rabbiosi e lasciando dietro di sé una scia d’acqua di lavanda dolciastra. Rimasi per qualche secondo immobile e pensieroso. Era la prima volta in tutta la mia carriera che tentavano di corrompermi. L’ansia mi colse nel momento in cui ripensai alle minacce di Marini: Un giorno si pentirà di aver rifiutato mezzo miliardo. Capivo di non essere stato al gioco con gente molto pericolosa. Mi vennero in mente tanti episodi di cronaca nera legati alla mafia: omicidi efferati e crudeli, vendette spietate, cadaveri fatti sciogliere nell’acido e così via. Avevo paura. Chiamai subito Eva.
“Ciao Eva. Sei in tribunale?”.
“Sì, tesoro. Tutto bene?”.
“Tutto bene un accidente! Vieni subito, se puoi. Ho bisogno di parlarti”.
“Va bene. Sarò nel tuo studio entro dieci minuti. Ho la moto. A tra poco”.
In attesa di Eva, decisi che un caffè mi avrebbe tirato su il morale. Erano le nove e mezza. In una frazione di secondo pensai: E se fosse solo un incubo? Ora mi sveglio e tutto ritorna come prima. Spalancai la finestra che dà su viale Causa. C’era movimento di gente e macchine, alberi in fiore e donne con sacchi della spesa. Insomma, era tutto vero. Niente sogni.
Alzai il telefono e chiamai Teresa, la mia segretaria.
“Ha mandato le lettere? Mi faccia portare un caffè macchiato freddo”.
“Sì, avvocato. Tutto a posto. Le faccio portare un caffè. Volevo chiederle un favore. Oggi potrei uscire mezz’ora prima? Devo andare alla riunione della scuola di mio figlio”.
“Sì, Teresa. Vada pure. Domattina alle undici ho l’udienza per la causa di quel medico. Si ricordi di mettermi gli incartamenti sulla scrivania. Alle nove sarò in ufficio”.
“Sì, avvocato. Sarà fatto”.
Teresa era una donna sui quarant’anni, sovrappeso e gentile. Precisa come un computer. L’avevo assunta alcuni anni prima e aveva tutte le caratteristiche per essere un’ottima segretaria. Non era bella e perciò non mi distraeva, seria con tutti e di poche parole. Sorrideva raramente e solo quando qualcuno le chiedeva del suo adorato figlio di quattordici anni.
Dopo due minuti di orologio entrò Giorgio Venaria, titolare dell’omonimo bar di via Albaro.
“Buongiorno avvocato. Ecco il caffè”.
Avevo il gusto di caffeina dolcificata in bocca quando il suono della voce di Eva risuonò dalla reception.
La porta del mio ufficio si aprì di nuovo. Eva era lì.
“Allora, Paolo? Cosa è successo? Sono venuta di corsa. Dimmi tutto”.
Si avvicinò alla scrivania e, nonostante il mio stato ansioso, osservai con piacere il suo arrapante movimento di anca con cui si mise a sedere. Aveva un’espressione lievemente turbata.
“Marini ha tentato di corrompermi per quella faccenda della concessione di Erzelli. Mi ha offerto 200 milioni perché io chiudessi un occhio sulla sua ditta che è impastata con la mafia. Mi ha anche minacciato”.
Eva corrugò la fronte e si accese una sigaretta.
“Era solo o accompagnato?”.
“Solo. Devo avvertire la polizia. Quella è gente che non va per il sottile. Non vorrei saltare in aria con la mia macchinina. Purtroppo non ho testimoni”.
Eva guardò sotto la mia scrivania e all’improvviso si alzò prendendo un oggettino piazzato sotto il tavolo.
“Paolo, questo è un registratore. Lo hai messo tu?”.
Ero veramente stupito.
“No assolutamente! Non ho mai usato questi aggeggi”.
Eva schiacciò un tasto e riavvolse il nastro.
“Sentiamo cosa ha registrato”.
Dopo circa dieci minuti di silenzio iniziava la registrazione di tutta la mia conversazione con Marini.
“Chi può averlo messo?”, mi chiesi guardando Eva con occhi increduli.
“Paolo, cerca di ricordare chi è stato in ufficio stamattina”.
Meditai.
“Teresa è arrivata alle otto, come sempre, poi verso le nove sono entrato io. Dieci minuti dopo è arrivato Marini”.
“Andiamo da Teresa”.
Entrammo nella reception. La segretaria era intenta a riordinare alcuni documenti. Si voltò verso di noi e si accorse del nostro stato di agitazione.
“Posso essere utile, avvocato?”.
Guardai Teresa nervosamente e la interrogai a bruciapelo:
“Chi è stato in ufficio stamattina prima che arrivassi io?”.
“Poco prima che arrivasse lei è venuta una delle ragazze delle pulizie. Mi ha detto che ieri aveva dimenticato l’orologio nel suo ufficio. L’ho fatta entrare, ha preso uno Swatch che era posato sulla sua scrivania e poi è andata via”.
“L’ha accompagnata dentro? Quanto tempo è stata nel mio ufficio? L’aveva mai vista prima? È importante”.
Teresa ora aveva gli occhi smarriti, non si aspettava quelle domande a mitraglia.
“Le ho aperto la porta e poi l’ho aspettata di fuori. Sarà rimasta sì e no venti secondi. Non l’avevo mai vista prima. E poi aveva occhiali da sole scuri e un foulard blu che le ricopriva quasi tutto il viso. Magrolina e alta, avrà avuto una ventina d’anni”.
“Va bene, Teresa”. Poi mi rivolsi a Eva: “Andiamo in ufficio. Dobbiamo fare una telefonata”.
Appena entrati ci sedemmo e subito composi il numero. Dopo due squilli una voce giovanile di femmina mi rispose.
“Gambino pulizie”.
“Sono Simoni dello studio di viale Causa 4. Stamattina, verso le nove, è venuta da me una vostra dipendente. Può dirmi il nome? È importante”.
“Un attimo solo. Chiedo ai colleghi”. Poco dopo: “Signore, ho chiesto ma nessuno sa darmi l’informazione che lei cerca. Com’era la ragazza?”.
“Giovane, alta, magra con occhiali da sole e foulard blu”.
“Giovane? Mi pare strano. Comunque attenda. Chiedo alle nostre dipendenti che sono rientrate proprio ora dal turno del mattino”.
Trattenni la donna: “No, aspetti. È una cosa delicata. La prego di informarsi senza dir nulla a nessuno e di farmi sapere con esattezza chi delle vostre dipendenti è stata nel mio ufficio stamattina. Quando la posso richiamare?”.
“Cos’è successo avvocato? Un furto? Hanno rubato qualcosa?”.
“No, signora. Nel mio studio c’è un catenina d’oro da donna di valore e vorrei solo sapere chi è la proprietaria per restituirla. Tutto qua”.
“Va bene, guardo i turni. Attenda, mi bastano due minuti”.
Attesi con la cornetta attaccata all’orecchio sinistro mentre guardavo Eva, sempre più incuriosita.
Passarono pochi minuti e la signora con voce squillante mi risvegliò dal temporaneo torpore infarcito di pensieri.
“Avvocato, nessuno della nostra ditta è stato da lei stamattina. La proprietaria della catenina sarà una sua cliente o chissà chi. La saluto. Buona giornata”.
Non mi arresi subito ma, cercando di non destare sospetti, indagai.
“Mi scusi signora. Le devo fare una domanda: da voi lavora una ragazza sulla ventina, magrolina, alta e che stamattina indossava un paio di occhiali e un foulard blu?”.
“Una ragazza magrolina e alta sulla ventina? No, avvocato. Le donne che lavorano in ditta sono solo due e, beh, hanno più di vent’anni... per gamba!”.
La donna chiuse la conversazione telefonica lasciandomi attonito con il portatile in mano
“Andiamo alla polizia. Stamattina qui dentro sono successe cose molto strane”.
Eva annuì e mi seguì.


Torna indietro